giovedì 6 maggio 2004














 


04.05.2004


Chi dice sì alla tortura?


di Ariel Dorfman


La tortura è mai giustificata?


Questa è l’orribile domanda lasciataci in eredità dopo le universali manifestazioni di disgusto, repulsione e vergogna che hanno fatto seguito alla recente pubblicazione di una serie di foto che mostravano alcuni soldati britannici e agenti della polizia militare americana che tormentavano inermi prigionieri in Iraq.
È una domanda che è stata avanzata in maniera indimenticabile oltre 130 anni fa da Fedor Dostoevskij ne I Fratelli Karamazov. In quel romanzo il pio Alyosha Karamazov viene tentato dal fratello Ivan che lo pone di fronte ad una scelta insopportabile. Supponiamo, dice Ivan, che per garantire agli uomini l’eterna felicità fosse essenziale e inevitabile torturare a morte una minuscola creatura, solo un bambino piccolo. Consentiresti? Alla domanda Ivan ha fatto precedere storie di bambini che soffrono – una bambina di sette anni percossa senza motivo dai genitori e poi rinchiusa in una gelida casupola di legno e costretta a mangiare i propri escrementi; un piccolo servitorello di otto anni fatto a pezzi dai cani dinanzi a sua madre per il semplice piacere di un proprietario terriero.
Fatti veri che Dostoevskij ha preso dai giornali e che fanno presagire la crudeltà che attendeva l’umanità negli anni a venire. Come avrebbe reagito Ivan ai modi in cui il ventesimo secolo finì per raffinare il dolore, industrializzare il dolore, produrre il dolore su scala di massa, razionale e tecnologica, un secolo che avrebbe prodotto manuali sul dolore e su come infliggerlo, corsi di addestramento su come accrescerlo e cataloghi che spiegavano dove procurarsi gli strumenti idonei a garantire un dolore senza limiti, un secolo che avrebbe decorato con medaglie coloro che avevano scritto i manuali, encomiato quanti avevano concepito i corsi e premiato e arricchito coloro che avevano prodotto gli strumenti di quei cataloghi di morte?
La domanda di Ivan Karamazovconsentiresti?è spaventosamente rilevante oggi, in un mondo in cui 132 paesi praticano normalmente quella sorta di umiliazione e offesa ai danni dei detenuti, perché ci conduce al nocciolo impossibile della questione riguardante la tortura, ci chiede di affrontare l’autentico ed inesorabile dilemma che l’esistenza e la persistenza della tortura pone, in particolar modo dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Le parole di Ivan Karamazov ci ricordano che la tortura è giustificata da coloro che la praticano e la eseguono: questo è il prezzo, si sottintende, che poche persone debbono pagare con la loro sofferenza per garantire la felicità del resto della società, la sicurezza e il benessere della stragrande maggioranza garantiti dagli orrori inflitti in qualche cella buia, in qualche remota fossa, in qualche abominevole stazione di polizia. State ben attenti: tutti i regimi che praticano la tortura lo fanno in nome della salvezza, di un qualche superiore scopo, di una qualche promessa del paradiso. Lo si chiami comunismo, lo si chiami libero mercato, lo si chiami mondo libero, lo si chiami interesse nazionale, lo si chiami fascismo, lo si chiami leader, lo si chiami civiltà, lo si chiami servigio di Dio, lo si chiami bisogno di informazioni, lo si chiami come volete, il costo del paradiso, la promessa di una qualche sorta di paradiso, continua a sussurrarci Ivan Karamazov, sarà sempre l’inferno almeno per una persona in qualche luogo, in qualche tempo.
Una scomoda verità: i soldati americani e britannici in Iraq, al pari dei torturatori in qualunque parte del mondo, non si ritengono malvagi, ma piuttosto si considerano guardiani del bene comune, autentici patrioti che si sporcano le mani e magari sopportano qualche notte insonne per liberare la cieca, ignorante maggioranza dalla violenza e dall’inquietudine. Anche se coloro che torturano debbono sapere, non fosse altro che per ragioni puramente statistiche, che c’è la probabilità che uno dei loro prigionieri sia innocente delle accuse che gli o le vengono mosse, i torturatori sono disposti a fare in modo che gli incolpevoli soffrano lo spaventoso destino dei presunti colpevoli. Non è dato sapere come reagirebbero i cittadini di questo paese o di qualunque altro paese al cospetto della sfrontata domanda di Ivan Karamazov, se sarebbero consapevolmente in grado di accettare che i loro sogni di paradiso dipendono dall’eterno inferno di angoscia di un bambino innocente o se, come Alyosha, risponderebbero con un filo di voce: “no, non consento”.
C’è tuttavia un’altra domanda ancor più inquietante che Ivan non pone: e se la persona torturata incessantemente per il nostro benessere fosse colpevole?
E se potessimo costruire un futuro di amore e di armonia sull’interminabile dolore di qualcuno che si è macchiato di omicidi di massa, che ha torturato quei bambini? Se ci fosse consentito di rientrare nel paradiso dell’Eden a condizione che uno spregevole essere umano fosse incessantemente oggetto degli orrori che ha inflitto agli altri? E ancor più: se la persona i cui genitali vengono schiacciati e la cui pelle viene bruciata conoscesse dove sta per esplodere una bomba che potrebbe fare milioni di vittime?
Risponderemmo no?
Risponderemmo che la tortura, per quanto grande possa essere la minaccia e per quanto profonda la nostra paura, è sempre definitivamente assolutamente inaccettabile?
È questo il vero interrogativo per l’umanità sollevato dalle foto di quei corpi sofferenti nelle squallide stanze di una prigione irachena, un supplizio – non dimentichiamolo – che sta per essere perpetrato di nuovo oggi e domani in moltissime prigioni sparse sul nostro triste, anonimo pianeta ogni qual volta un uomo con il potere di vita e di morte nelle sue mani simili a quelle di un Dio si avvicina ad un altro essere umano completamente inerme.
Siamo così spaventati?
Siamo così spaventati da essere consapevolmente disposti a consentire ad altri di perpetrare, nelle tenebre e in nome nostro, atti di terrore che ci distruggeranno e corromperanno per sempre?



* * *
Ariel Dorfman, scrittore cileno (vedi post del 5 Maggio 2004)
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto



03.05.2004


I nostri bravi ragazzi


di Robert Fisk

Perché ci sorprendiamo del loro razzismo, della loro brutalità, della loro insensibilità verso gli arabi?


Quei soldati americani nella vecchia prigione di Saddam ad Abu Ghraib, quel drappello di giovani soldati inglesi a Basra sono venuti - come accade spesso con i soldati - da città dove il razzismo trova casa: Tennessee e Lancashire. Quanti dei “nostri” ragazzi sono stati loro stessi in carcere? Quanti appoggiano il British National Party?
Musulmani, arabi, cui vengono affibbiati nomignoli come “cloth heads” (teste di lenzuolo) e “rag heads” (teste di straccio), oppure appellativi quali “terroristi” o “cattivi”. È facile notare come le scelte semantiche si impoveriscano sempre più. E se a questo aggiungiamo la cascata velenosa e razzista alimentata dal fiume di film hollywoodiani (i soldati si nutrono di film) che dipingono gli arabi come sporchi, lascivi, sleali e violenti, non è difficile capire come a un membro della peggiore feccia britannica possa essere venuto in mente di pisciare in faccia a un uomo incappucciato, o perché un sadico americano abbia fatto salire un altro iracheno incappucciato su una scatola dopo avergli legato dei cavi alle mani.
Il sadismo sessuale - la ragazzina-soldato americana che mostra i genitali di un uomo, l’umiliante finta orgia nella prigione di Abu Ghraib, il fucile britannico nella bocca del prigioniero - potrebbe sembrare bislacchi tentativi di sminuire tutte quelle bugie sul mondo arabo, sulla potenza dei guerrieri del deserto, sugli harem, sulla poligamia. Ancora oggi mostriamo in tv il rivoltante “Ashanti”, un film sul rapimento della moglie di un dottore inglese da parte di mercanti di schiavi arabi che dipinge gli Arabi come molestatori di bambini, stupratori, assassini, bugiardi e ladri. Tra i protagonisti - Dio ce ne scampi - Michael Caine, Omar Sharif, e Peter Ustinov. In parte il film è stato fatto in Israele.
In pratica adesso nei film rappresentiamo gli arabi come facevano i nazisti con gli ebrei. Con gli arabi è permesso tutto. Come potenziali attentatori alla vita di ogni uomo - e donna - devono essere “trattati”, ammorbiditi, umiliati, picchiati, torturati. Gli israeliani usano la tortura nel “Russian Compound” di Gerusalemme. Adesso siamo noi a torturare nella vecchia prigione di Saddam appena fuori Baghdad - è qui che l’anno scorso i britannici uccisero un giovane iracheno a forza di botte - e nell’ex-ufficio del terribile Alì “Il Chimico”, l’orribile “fascista” saddamita con una predilezione per le armi chimiche più letali.
E gli ufficiali? I capitani, i tenenti e i maggiori del «Queen’s Lancashire Regiment» non sapevano che i loro ragazzi stavano ammazzando di botte il giovane lavoratore d’albergo iracheno? La fine di quell’uomo - e la prova documentaria che era stato ucciso- l’ha mostrata per primo l’«Independent On Sunday» a gennaio. Gli uomini della Cia ad Abu Ghraib non sapevano che Ivan “Chip” Frederick e Lynddie England, due dei soldati americani apparsi nelle foto pubblicate la settimana scorsa, stavano umiliando i loro prigionieri in maniera oscena? Certo che lo sapevano.
L’ultima volta che ho visto il comandante di brigata Janis Karpinski, una donna-soldato a capo della «800esima Brigata di Polizia Militare» in Irak, mi ha detto di aver visitato il campo “X-Ray” a Guantanamo e di non avervi trovato niente di fuori posto. Già allora avrei dovuto capire che in Iraq sarebbe accaduto qualcosa di orribile.
Una volta a Bassora, alla vigilia di una visita di Tony Blair, mi sono presentato al locale ufficio stampa dell’esercito britannico per fare qualche domanda sulla morte del 26enne Baha Mousa. La famiglia del defunto mi aveva mostrato documenti di provenienza britannica comprovanti la morte per percosse del giovane in carcere. L’esercito avrebbe anche cercato di pagare la famiglia per farla rinunciare a sporre denuncia contro i soldati che avevano ucciso il loro figlio in maniera tanto brutale. Sono stato accolto con sbadigli e una totale incapacità di fornirmi informazioni sull’evento. Mi è stato detto di chiamare il ministero della Difesa a Londra. L’addetto con cui ho parlato sembrava stanco e infastidito per le mie richieste. Non c’è stata nemmeno una parola compassionevole sulla persona uccisa.
A settembre dell’anno scorso il comandante Karpinski era in giro per Abu Ghraib con un gruppo di giornalisti - la stessa prigione spettrale in cui Saddam aveva ucciso migliaia di persone, lo stesso luogo dove Frederick e England con i loro amici americani, hanno fatto salire il prigioniero incappucciato sulla scatola con quelli che sembravano elettrodi legati alle mani. Con piacere la Karpinski ci ha portato nella stanza delle esecuzioni di Saddam. Ci ha guidato nella stanza di cemento tra baldacchini sopraelevati e patiboli. Davanti ai nostri occhi, con fare trionfante, ha tirato la leva per azionare una di queste forche per farci sentire il rumore della botola. Ci ha invitato a leggere gli ultimi messaggi scritti dagli iracheni che, rinchiusi nell’adiacente braccio della morte, avevano atteso la vendetta del tiranno. Però c’era qualcosa di strano in questo giro per la prigione.
Non c’era alcun chiaro procedimento giuridico per i prigionieri. E fino a quando non ne ho parlato io non era stata fatta alcuna menzione degli attacchi con colpi di mortaio contro la prigione controllata dagli americani. In agosto gli attacchi avevano provocato la morte di sei degli occupanti delle tende. Karpinski, allora era già responsabile per gli 8000 prigionieri in Iraq. Erano stati «forniti di un avvocato», ci ha detto. «Sembra pensassero di essere usati come sacchi di sabbia da noi». Allora Abu Ghraib veniva attaccata quattro sere su sette. Ora viene attaccata due volte per notte.
Stranamente a una mia domanda Karpinski ha risposto che c’erano «sei prigionieri che si dichiaravano americani e due britannici». Ma poi quando il generale Ricardo Sanchez, il massimo ufficiale in Iraq, ha negato tutto ciò, nessuno ha chiesto come fosse sorta questa confusione. La comandante Karpinski si era inventata tutto? O era il generale Sanchez a non dire la verità?


I nomi dei prigionieri erano spesso confusi. I suoni arabi non erano traslitterati correttamente. Alcune persone “sparivano” dai file. Tutto ciò dimostrava un atteggiamento generale per cui gli iracheni - e soprattutto i prigionieri - in qualche modo non erano degni degli stessi diritti concessi agli occidentali. Questo spiega perché le potenze occupanti in Irak forniscono statistiche sulle morti di occidentali ma non fanno proprio niente per fornire anche stime sulle vittime irachene: che dopotutto sono le persone della cui sicurezza in primo luogo dovrebbero occuparsi.
Qualche settimana fa stavo parlando con un giovane soldato americano a Saadoun Steet, nel centro di Baghdad. Stava distribuendo dolcetti ai ragazzi per strada cercando di imitare la parola araba per dire «grazie», cioè «sukran». Innocentemente gli ho chiesto se conosceva l’arabo. Si è rivolto a me con una smorfia dicendo: «So come sgridarli». Ecco qua. Siamo tutti vittime della nostra “alta” moralità. “Loro” - cioè gli arabi, i musulmani, i “cloth heads”, i “rag heads”, i “terroristi” - sono inferiori, rispondono a standard morali più bassi. Sono le persone da sgridare. Devono essere “liberati”, a loro deve essere data la “democrazia”.


E così noi, come un esercito di fratelli maggiori, indossiamo le uniformi della rettitudine, dell’integrità. Noi siamo marines, o polizia militare, o un reggimento della regina: e stiamo dalla parte del bene. “Loro” invece da quella del “male”. È impossibile che noi facciamo qualcosa di sbagliato.


O almeno così sembrava, finché non sono apparse quelle immagini vergognose. Esse hanno fatto saltare il sipario e hanno dimostrato che l’odio e il pregiudizio razziale sono una nostra eredità storica. Chiamavamo Saddam l’Hitler iracheno. Ma Hitler, dopotutto, non era uno di “noi”, un Occidentale, un cittadino del “nostro” universo culturale? Se lui era capace di uccidere sei milioni di ebrei, cosa che poi ha fatto realmente, perchè ci dovremmo soprprendere se “noi” trattiamo gli iracheni come animali? La scorsa settimana sono arrivate queste foto a provarlo.
(c) The Independent
Traduzione Gabriele Dini
(entrambi gli articoli da L'UNITA')


Certamente i nostri deputati al Parlamento non pensavano a queste atrocità quando hanno votato, a maggioranza, l'emendamento leghista sulla tortura, da non considerare reato la prima volta, ma solo se ripetuta. Questa è tuttavia una macchia vergognosa, anche se alcuni hanno parlato di "svista", assicurando che tale legge con quell'emendamento non sarà votata dopo il passaggio al senato. Sorrideva leggero l'onorevole Follini, beatamente seduto da Vespa, mentre rigettava le proteste. Che gente siamo noi! A scelta: "gente semplice, gente comune ...". Siamo suscettibili, pronti a scagliarci contro i "giusti" per una distrazione! Suvvìa! Il primo ministro Berlusconi, lui, non si è scosso, anche per dire che era "addolorato" per la storia delle torture è arrivato buon ultimo, senza nemmeno una passeggera ombra di resipiscenza per la nostra presenza là, anzi convinto che resteremo. Certo prevede anche che la "sua" maggioranza voterà il prolungamento della missione militare, dopo il fatidico 30 Giugno.


LA FOTOGRAFIA: Jean-Marc Bouju. Foto dell'Anno 2003 scelta dalla "World Press Photo"


Iraqi man comforts his son at a holding center for prisoners of war, An Najaf, Iraq, 31 March
































10 commenti:

  1. Il fine non giustifica mai i mezzi, perchè il mezzo malvagio corrompe l'autore. L'autore corrotto dai mezzi che adopera non riconoscerà più i suoi buoni fini e tutto sarà di conseguenza perduto. Se accettassimo la tortura diverremmo torturatori; e quale buon fine può avere un torturatore?

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  2. Harmonia veramente interessanti gli articoli. Guarda la cosa che più mi ha colpito in questa orrenda faccenda della tortura nei confronti dei prigionieri iracheni è stato conoscere l'età di alcuni dei torturatori: 21 anni (oggi su Repubblica c'era il nome di una di questi 'disgraziati' , una ragazza appunto di 21 anni); dovrebbe esser l'età delle grandi passioni, dei grandi ideali...dei sogni...delle utopìe... e invece... Sì ...proprio questo particolare mi ha letteralmente sconvolto. Ti abbraccio con affetto. Alain

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  3. Scusa, ma ero loggato con l'altro blog, perciò ti è apparso un URL diverso. Alain

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  4. So che vado in OT,ma dopo tante brutture e tanta sofferenza desidero lasciarti un segno ...pensoso ma sereno...

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  5. So che vado in OT,ma dopo tante brutture e tanta sofferenza desidero lasciarti un segno ...pensoso ma sereno...

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  6. La notizia la leggi nella pagina di oggi dell' Ansa...( www.ansa.it)eccotela qua...
    http://www.ansa.it/fdg02/200405061530148805/200405061530148805.html

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  7. La notizia la leggi nella pagina di oggi dell' Ansa...( www.ansa.it)eccotela qua...
    http://www.ansa.it/fdg02/200405061530148805/200405061530148805.html

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  8. Harmonia, ma cliccando sulla scritta splinder in alto a destra non riesci ad entrare in splinder?. Fammi sapere. Alain

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  9. Vorrei lasciarti un segno della mia visita: il tuo blog è sempre un luogo in cui trovare moltissime informazioni, grandi stimoli e coraggio per andare avanti. Grazie .Isarudra

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  10. Ma piantatela! Per una volta che siamo all'avanguardia. Qui da noi la tortura è legale. E s'adeguino gli americani a noi, faro di civiltà.

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