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domenica 14 novembre 2010


Aung San Suu Kyi
libera!




Un fiore nei capelli e via a irradiare la nobiltà del suo pensiero.

 



"Se vogliamo ottenere quello che vogliamo dobbiamo farlo nel modo giusto".
Alla base "della libertà democratica deve esserci la libertà di parola. Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c'è motivo di scoraggiarsi"


"Non perdete la speranza".

"C'è democrazia quando il popolo controlla il governo. Accetterò che il popolo mi controlli".

"Dovete resistere per quello che è giusto".

L'icona della dissidenza birmana ha bisogno del suo popolo e ha detto di "non temere le responsabilità", aggiungendo di "avere bisogno dell'energia della popolazione" e che ha intenzione di lavorare "per migliorare il livello di vita" in Birmania.

"Anche se non siete interessati alla politica, la politica verrà da voi. Dovete impegnarvi per difendere ciò che è giusto".

"Non credo che l'influenza e l'autorità di una sola persona possa far progredire un Paese. Una persona da sola non può fare qualcosa così importante come portare la democrazia a un paese".

"Se il mio popolo non è libero, come potete dire che io sono libera? Nessuno di noi è libero".

"Ho ascoltato la radio per sei anni, penso che è bello poter sentire ora dal vivo le voci delle persone".
"Gli ufficiali della sicurezza mi hanno trattato bene. Voglio chiedere loro di trattare bene anche il popolo". 

"Questo è un momento in cui la Birmania ha bisogno di aiuto. Abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti, delle nazioni occidentali, di quelle orientali, di tutte".

 



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Un'altra buona notizia il premio per a Pace a Roberto Baggio che l'ha prontamente dedicato ad Aung San Suu Kyi.

 




 

venerdì 19 giugno 2009

BUON COMPLEANNO, AUNG SAN SUU KYI !


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The European Union is taking part in the campaign to free Ms Suu Kyi


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Compleanno in carcere, dopo i molti compleanni agli arresti domiciliari.


Aumenta la repressione, perché aumenta la paura dei vili omaccioni al potere in Birmania. Non si sa quanto tempo ci vorrà, ma i vili omaccioni finiranno e le cittadine e i cittadini birmani godranno dei diritti umani e civili e democratici. Per merito anche di una donna tanto fragile quanto forte, simbolo lucente di civiltà umana.


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Aung San Suu Kyi_Dominique Aubert / Sygma / Corbis _ TIME


Buon compleanno, Aung San Suu Kyi! Buona fortuna, Birmania!

lunedì 11 maggio 2009

Aung San Suu Kyi


Anche i potenti cercano di dimenticarsene scrollando le spalle in segno di impotenza


 Aung San Suun Kyi


"E’ di questi giorni l’allarmante notizia che Aung San Suu Kyi ,  tenace e coraggiosa eroina birmana, premio Nobel per la Pace, agli arresti domiciliari ormai dal 30 maggio 2003, che complessivamente dal 1988 ha passato oltre 13 anni privata della sua liberta’ e’ di nuovo gravemente malata, debole, malnutrita e disidratata.  Purtroppo anche il suo medico curante il dottor Tim Myo Win, che puo’ visitare la leader birmana solo alcuni giorni al mese e’ stato arrestato. Il 27 maggio dovrebbero scadere ancora una volta gli  arresti domiciliari della leader birmana, ma l’appello per la sua immediata liberazione, presentato dal suo legale e’ stato respinto ancora una volta dalla giunta militare." ... Cecilia Brighi_Articolo 21, 11/05/2009


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Una grande mobilitazione della rete per San Suu Kyi libera


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"... L’informazione e la comunicazione fanno paura ai regimi, ai dittatori e a tutti coloro che non amano la democrazia e la libertà.

Aung San Suu Kyi ha bisogno di noi: usiamo internet per rivolgere appelli e mobilitare l’opinione pubblica chiedendo che venga oggi curata e domani, quando gli arresti domiciliari arriveranno a scadenza- il 27 maggio- venga restituita alla libertà. Mobilitiamoci noi tutti per primi per  trascinare la comunità internazionale a un impegno straordinario. Aung San Suu Kyi torni libera." Sandra Zampa Articolo 21

La prigionia di San Suu Ky, farfalla d'acciaio della Birmania



«Non è il potere che corrompe, ma la paura.


La paura di perdere il potere corrompe quelli che lo detengono.


La paura della frusta, quelli che lo subiscono».


Aung San Suu Kyi


venerdì 19 ottobre 2007

BIRMANIA E TIBET



Le mappe mostrano con brutale evidenza l'incombere della Cina su due paesi ugualmente e diversamente martoriati: Birmania e Tibet. Senza dimenticare gli orrori, almeno quelli di cui si ha notizia, all'interno del grande paese contro lo stesso popolo cinese. Il Dalai Lama, capo spirituale dei tibetani, e Aung San Suu Kyi, capo politico dei birmani, continuano a lottare con i loro popoli rimanendo fermamente fedeli alla pratica della non violenza. Che cosa possiamo fare noi di fronte agli interessi mercantili e territoriali delle grandi potenze interessate, nuove e vecchie (leggi: Cina, India, Russia, ma anche i nostri mercanti a vario titolo)? Non ho molte idee, anzi sempre le solite: informazione accesa (senza odio, come insegna il Dalai Lama), boicottaggio delle amministrazioni e dei potentati economici (non dei popoli), manifestazioni dove e come si può. Ho letto a questo proposito un articolo nel sito Articolo21.


VOCI BIRMANE DESCRIVONO IL TERRORE


Boicottare le Olimpiadi?


I media internazionali continuano a riportare le testimonianze di cittadini anonimi sulla repressione passata e su quella in atto. Sui siti, a partire dalla Cnn, e sui grandi quotidiani internazionali. I media italiani avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se solo lo volessero. Non si può spingere la tragedia birmana nel sottoscala dell’informazione, come qualcosa che annoia o non fa ascolto. Ora più che mai  hanno bisogno di noi. Una casalinga ricorda la brutalità che ha visto il 26 settembre mentre faceva la spesa: picchiavano persone, tra cui un ragazzino,  che solo camminavano per strada senza far parte della protesta. Una vecchia che raccoglie la sua pentola di olio caldo (vende frittelle) e si mette a correre spintonata dai soldati. Due ragazzi col cellulare caricati sulle camionette. Una sua conoscente non ha più notizie dell’unico figlio
Un monaco di un monastero dove si insegna (anche inglese) a un centinaio di ragazzini: dice che tre quarti dei monaci del monastero sono fuggiti (anche quelli che insegnano)
Un insegnante che assiste i monaci: i soldati sono entrati e hanno distrutto le foto che ritraevano i monaci  con alcuni turisti con cui facevano pratica di inglese alla Shwedagon Pagoda. Monasteri circondato dai soldati di notte per vedere se i monaci tornano (e arrestarli)
Un giovane uomo: gente terrorizzata che non scambia più parola con alcuno, bar e negozi di te vuoti. Non si parla con gli stranieri al mercato. Nessuno si azzarda ad accendere i transistor per ricevere notizie dall’estero. Ovunque le autorità locali minacciano l’arresto per queste infrazioni.


Se a questi e ai tanti altri racconti si deve associare una parola, l’unica è Terrore. Il regime imposto dopo le brutalità sui cortei. E a questo si aggiungono le gravi notizie degli arresti di leader nazionali ben noti della Lega per la Democrazia. Htay Kywe, attivista dirigente della generazione ’88, era ricercato dal 21 agosto: sospettato con altri per il via alle proteste di strada contro il folle rincaro dei prezzi. La sua clandestinità  è durata poco più di un mese. Giorni prima, di un altro leader politico nazionale vicino ad Aung San Suu Kyi, la giunta ha comunicato alla famiglia il decesso durante la detenzione. Corpo cremato per non lasciare prove.


I raid continuano nelle notti. I centri di detenzione ufficiali e segreti sono pieni di non sappiamo quante persone. Subiscono torture, rischiano la vita o l’hanno già pagata e nessuno riesce a farmare i generali.
La diplomazia batte in ritirata. Ieri l’Unione Europea ha  inasprito le sanzioni all’import per colpire gli interessi dei generali: legno e gemme per lo più. E’ importante, ma non basta.
L’Onu ha fatto impallidire per la flebile richiesta di libertà dei prigionieri politici associata alla condanna di rito. E ha rispedito Gambari nell’area: a novembre tenterà di tornare a Rangoon. La Russia che considera la Birmania testa di ponte nel sud-est asiatico e la Cina che la vorrebbe protettorato,  legano le mani. Se alle due superpotenze si aggiunge l’India che, alla faccia di Gandhi, in Birmania non vuole lasciare campo libero alla Cina, il quadro è completo: Europa e Stati Uniti possono valutare il reale peso che hanno ed esercitano sulla scena internazionale. E’ anche un nostro problema se i governi europei e americano si trovano nell’angolo.
Forse anche loro avrebbero bisogno di nuovi strumenti di fronte al depotenziamento degli organismi internazionali.
Un po’ stupiscono le secche reazioni alla proposta di Goffredo Bettini  che l’Italia boicotti le Olimpiadi in nome della difesa dei diritti del popolo birmano: per esercitare pressioni sulla Cina che si fa scudo della “non interefernza nelle questioni interne”. Tanto più che sono arrivate da Bonino, Craxi e non so chi altri, in nome del “multilateralismo”. E se il mondo dello sport fosse sempre più coinvolto nella battaglia per la difesa dei diritti umani nel mondo? Quante platee si toccano. E se i governi, magari associati tra loro,  provassero nuove mosse oltre alle sanzioni? Magari a dispetto, sarebbe una notiziona, degli interessi nazionali economici in campo ?
Forse campagne di opinione come questa possano supplire alle piazze vuote (e sulla Birmania questa volta non per colpa della stampa!) che però poi si riempiono nella marcia Perugina-Assisi a testimonianza di una parte della società italiana che è impegnata e solidale. Che non chiude gli occhi, vuole sapere e vorrebbe fare.
La stessa proposta, sul Darfur, l’hanno lanciata Bayrou e Segolene Royal , le cosiddette star di Hollywood e tanti altri.
Sono campagne oltretutto che  consentono di usare strumenti non tradizionali della politicacapaci di comunicare con i mondi più diversi e lontani. Il movimento di opinione che si alimenta di iniziative anche creative di forte denuncia ha posto all’attenzione mondiale la tragedia del Darfur esercitando pressioni anche sui politici e sui governi. E questi sono i mesi cruciali per il dispiegamento dei 26 mila peace keepers nela regioner
Lo strumento è sempre lo stesso, chiunque può fare qualcosa: diamo cinque minuti del nostro tempo. Le iniziative sulla Birmania, dopo la marcia perugina-Assisi e i raduni del Campidoglio, continuano. Il prossimo appuntamento e’ alla festa del Cinema di Roma: uno stand per Aung San Suu Kyi e i monaci buddisti che raccoglieranno fondi per il popolo birmano


Alessandra Mancuso - 17/10/2007 - QUI



Da leggere:


DI RITORNO DALLA BIRMANIA
La gente scenderà nuovamente in piazza
di Bruna Iacopino
“La repressione di questi ultimi giorni ha funzionato, almeno per il momento, gli arresti notturni dei leader dell’opposizione sono proseguiti senza sosta” così Oliviero Bergamini esordisce al ritorno dalla Birmania, dove, in compagnia dell’operatore Claudio Rubino, ha seguito per il Tg3 le proteste di piazza che hanno infiammato le strade di Rangoon. Per capire cosa ha condotto migliaia di persone a scendere in piazza nonostante il pericolo della repressione militare è necessario tener conto delle condizioni in cui versa il paese: “La gestione corrotta dell’economia, spiega Bergamini, ha portato ad una situazione di crisi inimmaginabile: la gente è esasperata, il costo della vita è altissimo di contro ad una situazione di povertà tra le peggiori al mondo...


SaveTibet


Per la Birmania ho ricevuto da AminaAmina questi link:


Petizione Avaaz
Petizione Amnesty
Petizione United Nations Security Council
Petizione Campaigning For Human Right in Burma
Petizione CISL,WWF,GREENPEACE E LEGAMBIENTE



domenica 30 settembre 2007

Appelli per il Popolo Birmano



An appeal to the UN Security Council to protect the people of Burma


  Myanmar: appello per cessare la repressione  di Amnesty International


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    L'appello del Dalai Lama:


"Estendo il mio sostegno e la mia solidarietà al recente movimento pacifico per la democrazia in Birmania."


"Sostengo pienamente la loro richiesta di libertà e democrazia e colgo questa opportunità per chiedere alla gente amnate della libertà in tutto il mondo di supportare questi movimenti non violenti."


"Da monaco buddhista mi sto appellando ai membri del regime militare che crede nel Buddhismo perché agiscano in accordo con il sacro dharma nello spirito della compassione e della non violenza."


"Prego per il successo di questo movimento pacifico e la pronta liberazione del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi."


   


Fonte: The Government of Tibet in exile . Foto dal sito BBCNews.


Aggiornamento 1 ottobre 2007


Da Leira è arrivato questo suggerimento per firmare un altro appello:


Avaaz.org - The World in Action - Stand with the Burmese Protesters


   After decades of military dictatorship, the people of Burma are rising – and they need our help. Marches begun by monks and nuns have snowballed, bringing hundreds of thousands to the streets. Now the crackdown has begun...

When the Burmese last marched in 1988, the military massacred thousands. But if the world stands up and supports their struggle, this time they could succeed. We'll send our petition to United Nations Security Council members (including the dictatorship's main backer China) and to media at the UN, while also alerting the Burmese to our support:
Take action now »

mercoledì 26 settembre 2007


  


Protests are visible via pictures posted by bloggers like Ko Htike

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Burma blogger Ko Htike - Ko Htike's blog

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27 settembre 2007. L'informazione da un punto di vista birmano è offerta dalla pubblicazione indipendente   "The Irrawaddy News Magazine [Covering Burma and Southeast Asia]

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COMPLICITA'


Ci si chiede sempre come facciano questi regimi dittatoriali ad andare avanti per così lunghi periodi storici e come mai la comunità internazionale non intervenga, magari con le famose sanzioni, che generalmente si ritorcono contro le popolazioni. La risposta quasi sempre la si trova cercando i "complici". In questo caso, secondo varie agenzie d'informazione, sono tre: CINA, RUSSIA e INDIA. I monaci buddhisti e il popolo birmano non hanno solo la giunta militare di fronte, quindi, ma ben alri giganti, forti della loro potenza e della loro posizione in quei famosi organi internazionali.





 

martedì 2 settembre 2003



Il Paese di Aung San Suu Kyi



Colpiscono le sue parole sul potere che corrompe:


Si fa corrompere chi lo detiene perché ha paura di perderlo


Si fa corrompere chi lo subisce perché ne teme la violenza.



Quali le cause della corruzione in Italia? Le condizioni mi sembrano diverse, ma molti comportamenti mi sembrano simili a quelli denunciati da Aung San Suu Kyi.


La corruzione non è solo nell'intascare tangenti, ma è anche nel confondere le coscienze, nella mistificazione della verità, nelle affermazioni buttate lì a caso, ma non casualmente.


Un esempio: il Presidente della Camera, Casini, equipara le testimonianze della signora Ariosto (già vagliate e provate in un processo regolare) a quelle del "conte" Igor Marini, le cui rivelazioni sono ancora tutte da considerare e provare.

lunedì 1 settembre 2003

La prigionia di San Suu Ky, farfalla d'acciaio della Birmania



[...]. Aung San Suu Kyi, leader del movimento birmano per la democrazia, dal 30 maggio scorso è agli arresti in un luogo segreto. Secondo il Dipartimento di Stato americano avrebbe intrapreso uno sciopero della fame, una decisione che di cui Washington imputa alla giunta militare la responsabilità, mettendola anticipatamente in guardia. I generali smentiscono e nessuno, né la Lega nazionale per la democrazia, il partito di San Suu Kyi, né la Croce rossa internazionale sono in grado di confermare. Ma il monito americano suona come un avvertimento a Rangoon, che abbia o meno fondamento. Due giorni dopo l’annuncio di una prossima revisione della Costituzione, da fare in casa, senza lo scomodo contributo dell’opposizione democratica, i generali si trovano tra le mani un’arma spuntata, le misure annunciate non convincono e non basteranno ad allentare le sanzioni: quelle americane sono entrate in vigore il 28 agosto e colpiscono pesantemente l’industria tessile, molte fabbriche saranno costrette a chiudere. «È un modo per tagliargli l’erba sotto i piedi», è questo il messaggio tra le righe che arriva da Washington, secondo un diplomatico occidentale.


Ufficialmente Aung San Suu Kyi non deve rispondere di nessun crimine, non sta pagando per nessun reato, fosse pure d’opinione. La sua detenzione viene definita dai generali di Rangoon un «modo per proteggerla» e la legge non richiede nessuna accusa, nessun tribunale, nessun appello, solo un generico marchio di pericolosità per «la sicurezza e la sovranità dello Stato» applicabile a piacere. È una vecchia legge, ritoccata nel ‘91 su misura per San Suu Kyi e i suoi: autorizza la detenzione fino a cinque anni, rinnovabili di anno in anno, senza che sia mai previsto l’intervento di un giudice.


Sono centinaia in Birmania, Myanmar, i prigionieri di coscienza gettati in una cella, l’ultima infornata nel giugno scorso, dopo quelli che il regime ha definito scontri provocati dai sostenitori della Lega Nazionale della democrazia e che avevano piuttosto l’aria di una campagna repressiva, costata secondo Amnesty un centinaio di morti. Da allora un silenzio avvolgente e vischioso è calato su Aung San Suu Kyi, solo il 29 luglio scorso inviati dell’Onu e della Croce rossa internazionale hanno potuto incontrarla, senza poter rivelare dove si trovi. Sta bene, ecco tutto. [...]



Non è la prima volta che Aung San Suu Kyi viene inghiottita dal buio della detenzione. Quando i militari la misero agli arresti domiciliari nel luglio dell’89 - poco più di un anno dopo il suo ritorno in Birmania, dove era stata richiamata dalla malattia della madre morente - la figlia del generale Aung San, l’uomo che trattò con gli inglesi l’indipendenza del paese, era già tanto popolare che a dispetto dei bavagli imposti dalla giunta il suo partito riuscì a incassare l’82% dei voti alle elezioni del ‘90. Il Consiglio di Stato per lo sviluppo e la pace - così si definiscono gli uomini al potere a Rangoon - non riconobbe quel risultato. San Suu Kyi rimase rinchiusa dentro casa, i suoi figli Kim e Alexander accettarono per lei ad Oslo il Premio Nobel per la pace nel ‘91, che riconosceva la sua «lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani».


Sei anni di arresti domiciliari, con il suo nome divenuto scomodo per la giunta, che cerca accordi segreti per cavarsi d’impaccio. Un dialogo pubblico, chiede invece San Suu Kyi, convinta che in Birmania il cambiamento è possibile sulla strada della nonviolenza. «Siamo sempre pronti a lavorare insieme alle autorità per ottenere la riconciliazione nazionale», sostiene, senza perdersi mai d’animo. Nemmeno quando nel ‘99 la giunta vieta al marito, il britannico Michael Aris, malato di cancro, di poterla incontrare. Morirà lontano da San Suu Kyi, alla quale prima di sposarsi aveva promesso di non diventare mai un ostacolo tra lei e il suo paese. Farle lasciare Rangoon sarebbe stato la stessa cosa che condannarla all’esilio.


Quando nel luglio del ‘95 torna libera - per essere arrestata di nuovo nel 2000 per 19 mesi - il paese non è cambiato, la sua libertà personale non è molto di più che la fine della restrizione fisica tra le pareti di casa. «I cambiamenti verranno perché i militari hanno le armi e nient’altro», continua però a ripetere San Suu Kyi. Per lei, che ha perso suo padre ucciso quando aveva solo due anni ed è stata educata dalla madre, un’ex infermiera divenuta ambasciatrice tra New Delhi, Oxford e New York, la democrazia non è un piatto buono solo per l’Occidente. È questa la radice della sua forza, evidente sotto un fisico apparentemente fragile. La «farfalla d’acciaio», la chiamano i suoi.


«Noi pensiamo che la forza del nostro movimento è veramente il paese stesso - ha detto una volta, tante volte, Aung San Suu Kyi -. È nella volontà della gente, la grande maggioranza della gente in Birmania vuole la democrazia».


Alla solidarietà internazionale chiede coerenza. Invita a non visitare il paese come turisti, finanziando così indirettamente la giunta.


Se la prende con la Pepsi che smercia i suoi prodotti in Birmania, a dispetto dei proclami americani a sostegno della democrazia per il suo popolo.


E invita la sua gente ad alzare la testa, sempre.


«Non è il potere che corrompe, ma la paura - dice San Suu Kyi -.


La paura di perdere il potere corrompe quelli che lo detengono.


La paura della frusta, quelli che lo subiscono».



Marina Mastroluca,  L'UNITA' - 2 SETTEMBRE 2003