Barthes, lei conosce l’astrologia: l’ha descritta e analizzata in Miti d’oggi.
L’astrologia di cui parla in quel libro corrisponde a ciò che per noi,
per la nostra rivista e il nostro gruppo, è l’astrologia commerciale.
Che cosa ne pensa, qualche anno dopo, di questo argomento?
Tutti sanno che l’astrologia commerciale rientra in ciò che Marx, a
proposito di tutt’altra immaginazione collettiva, aveva chiamato “oppio
dei popoli”: in effetti essa consente ad ampi strati del pubblico di
sognare, di immaginare e, alla fin fine, di vivere meglio, anche se
nella menzogna, le dure realtà della nostra società. Detto ciò, non
bisogna dimenticare – anche mentre si procede a demistificare
l’astrologia (cosa assolutamente necessaria) – che essa è, in maniera
ambivalente, un grande veicolo di utopia, un grande veicolo di
simbolicità; e sappiamo che se l’uomo venisse privato della sua sfera
simbolica morirebbe, proprio al modo in cui altri muoiono di fame.
Di conseguenza, se si deve continuare a demistificare l’astrologia di
cui lei parla, e ribadisco che occorre farlo, non bisogna comunque
mettere in questa attività di demistificazione nessuna boria, nessuna
arroganza razionale o critica. L’astrologia è un fenomeno culturale.
Società molto diverse hanno espresso se stesse per mezzo del pensiero
astrologico; l’astrologia fa parte della storia e deve pertanto essere
studiata dalla scienza storica; direi addirittura che, dal punto di
vista storico, non è più disprezzabile delle grandi ideologie religiose.
Recentemente è uscito il libro di un ricercatore, storico ed erudito –
che tra l’altro fa parte, come me, dell’Ecole des hautes études; si
tratta di una sorta di grande rassegna storica, estremamente
documentata, sul segno dello Scorpione. Questo libro – scritto da Luigi
Aurigemma ed illustrato molto bene – è un vero e proprio testo di
storia: attraverso lo studio storico del segno dello Scorpione si entra
in contatto con le grandi rappresentazioni collettive del passato.
Ciò nonostante, devo precisare che, per quel che mi riguarda
personalmente, non attribuisco all’astrologia alcun valore di verità.
Secondo me l’astrologia può costituire, e ha costituito per molti
secoli, un grande linguaggio simbolico, un grosso sistema di segni, in
una parola: una potente finzione; ed è solo in questo senso che
m’interessa. M’interessa – e spero che la cosa non vi meravigli – come
può interessarmi un grande romanzo o un importante sistema filosofico.
Roland Barthes, 13 marzo 1972
All’interno dell’intellighenzia francese lei è considerato uno
scrittore sovversivo, a un tempo amato e contestato. Che cosa ne pensa
di questa contraddizione?
Non concepisco il lavoro sovversivo – visto che lei lo chiama così –
come un lavoro diretto: non spetta a me decidere se il mio lavoro sarà o
è stato sovversivo. La portata sovversiva di un lavoro può variare a
seconda del momento storico, anche all’interno della piccola storia del
mio tempo. Ci sono quindi fasi nelle quali si è più o meno sovversivi e
fasi nelle quali si viene più o meno recuperati alla normalità; in ogni
modo, è un lavoro; il lavoro intellettuale e quello della
scrittura procedono sempre a spirale, e le stesse cose possono tornare
in un altro posto. Personalmente, a interessarmi non sono le
sovversioni dirette, violente; in questo senso opporrei, giocando con le
sfumature, la contestazione alla sovversione. Io non mi considero un
contestatore, nella misura in cui la contestazione è un’attività diretta
e in qualche modo letterale; la sovversione, invece, presuppone un
lavoro del pensiero che è al tempo stesso un lavoro dialettico, un
lavoro che talvolta si maschera e talaltra si smaschera come – appunto –
sovversione.
Alcuni critici e studenti vogliono ritrovare nei suoi scritti
un’opera sistematica, compiuta. Perché rifiuta quest’idea? Un astrologo
direbbe che, subendo l’influsso di Urano, lei è portato a costruire un
sistema, a sistematizzare; in altri termini, che è portato a passare da
un campo complesso a un campo semplice. In effetti lei è abusivamente
vittima di un'eccessiva schematizzazione; tuttavia il suo stesso tema
natale la induce a selezionare, a unificare, a coordinare, a proporre
alcuni dati che ad altre persone possono apparire arbitrari. Certamente
arbitrari non sono. Ma tali possono apparire, in particolare non appena
c'è una creazione di parole, come di solito lei fa. Leggendo i suoi
testi, è una cosa che colpisce molto.
Che cos’è, in fondo, un sistema? È la messa in relazione di
differenti termini, di differenti elementi attraverso regole di
concatenazione, di unità, regole di combinazione, di trasformazione.
Qualunque sia l’oggetto, un sistema non è che questo.
Quel che mi affascina in qualsiasi sistema, a partire dal momento in
cui è ben regolato, è proprio il suo carattere formale: spesso, io
m’interesso alla sistematica, alla forma del sistema, più che al suo
contenuto. È in fondo quel che dicevo prima a proposito dell’astrologia:
quel che m’interessa nell’astrologia è il fatto che si tratta di un
sistema; ma, detto ciò, non mi sento affatto obbligato a credere ai
contenuti espressi da tale sistema.
Sarebbe interessato a delle scoperte riguardanti questo contenuto?
Nel momento in cui si vive una specie di sentimento del
“sistematico”, è possibile essere attratti soltanto da sistemi che si
trasformano, da sistemi aperti. C’è sempre, in qualsiasi sistema, un
punto in cui esso è necessariamente aperto verso un altro sistema. È per
questo che sono sempre stato affascinato dai grandi sistemi del nostro
tempo, senza mai tuttavia aderirvi sul piano della fede. Sono sempre,
non tanto a margine, quanto sull’orlo dei sistemi, e non li assumo mai
da militante. Non sono militante di alcun sistema: ho attraversato con
molta sincerità e molto interesse, direi con grande passione, sistemi
come il marxismo, la psicanalisi o lo strutturalismo, ma non mi sono mai
posto davanti ad essi, o anche all'interno di essi, come un militante.
Per questa ragione, dopo avere lavorato ardentemente per fondare,
ovviamente insieme con altri, quel che si chiama oggi la semiologia,
cioè il discorso sui segni che si fa a partire dalla linguistica, non ho
voluto restare prigioniero per tutta la vita in una sistematica
semiologica. Sono sempre attratto verso ciò che può incrinare quel
sistema che dapprima mi ha affascinato.
Sempre in movimento, quindi?
Sì, anche se è difficile assumere per se stessi una simile
espressione: oggi, infatti, viene accordato una sorta di primato a tutto
ciò che è in movimento: è “bene” essere in movimento. Io non vorrei
dire che sono continuamente in movimento, tuttavia non posso negare di
avere una sorta di temperamento intellettuale che mi porta a investire
facilmente e a fondo su certe cose, per poi disinvestire e dirigermi
verso un altro investimento. È quel che ho chiamato il temperamento del
"dragatore". Alla fin fine, non si fa altro che dragare dei sistemi,
cioè si investe e poi si passa a un altro investimento.
Probabilmente, a forza di lavorare su un certo sistema, e
soprattutto di militarvi, si esaurisce ciò che in esso ci fa sognare...
Quel che spesso mi dà fastidio in un sistema è il momento in cui esso
“prende”, ossia quando viene investito da un pensiero collettivo troppo
forte, troppo anonimo; in quel momento, le scoperte del sistema si
trasformano in stereotipi, e io ho una specie di allergia verso tutto
ciò che era, verso tutto ciò che all’inizio mi sembrava pieno di
freschezza e che, a forza di essere ripetuto, mi appare invece usurato e
stancante.
Secondo lo Scorpione lei è un ricercatore appassionato, e per di
più demistificante, che sa benissimo prendere le distanze dagli altri.
Secondo il Sagittario si può dire che lei è portato ad associare, a
coordinare ciò che è diverso e a comunicarlo; soprattutto all’interno di
una comunità, una comunità che non ha una struttura ben definita, una
comunità di spiriti, un gruppo che, se pure non possiede una struttura
formale, si fonda certamente su un qualche ideale che finisce per
produrre una qualche forma d’ordine al proprio interno. Sempre secondo
il Sagittario, inoltre, lei potrebbe porsi come leader, o come
animatore, di questa comunità. Secondo l’Acquario, infine, altro segno
dominante nel suo tema natale, lei è un ricercatore alquanto sovversivo,
che tuttavia ama comunicare i risultati delle sue ricerche; c’è una
connotazione pedagogica nell’Acquario. Sulla base di questo quadro così
ricco e complesso, da dove proviene l’energia che la spinge a scrivere, a
insegnare? Si tratta soltanto di desiderio e di piacere, o c’è anche un
certo bisogno di cercare, la passione di scoprire o di creare? Ci
ricolleghiamo così alla domanda (e alla risposta) sulla questione del
sistema: non c’è forse in lei un aspetto che tende alla rivolta, alla
rivendicazione, un aspetto avido di bellezza, di giustizia e di ideale
autorità? Sulla base del suo tema natale, sembra che nessun modello
possa soddisfarla.
Ancora una volta, sono un pessimo giudice di me stesso; ci sono molte
cose nella sua descrizione. Ciò che spinge qualcuno a scrivere non può
essere definito, non dal diretto interessato almeno, dato che c’è in
gioco il suo inconscio. Ma per rispondere alla sua ultima osservazione,
bisogna dire che la nozione stessa d’“ideale” ha subito da un secolo a
questa parte duri colpi, attacchi demistificatori estremamente potenti.
Nel mondo attuale è molto difficile porsi come semplice servitore di un
ideale, soprattutto se si fa l’intellettuale e si è assorbita una certa
cultura. Per quanto mi riguarda, proprio a causa di quel gusto per la
finzione di cui parlavo prima, l’ideale assume in me una forma molto
precisa, che è quella dell’utopia: ho un’immaginazione utopica, e
spesso, quando scrivo, anche se non mi riferisco espressamente a
un’utopia, ed esercito per esempio un’attività critica su certe nozioni,
lo faccio sempre attraverso l’immagine interiore di un’utopia: sia essa
un’utopia sociale o un’utopia affettiva.
Prima di scrivere, oppure nei momenti in cui, scrivendo, avanza
di più nell’argomentazione dialettica, non avverte una forte tensione?
Il ritmo dello Scorpione e il ritmo dell’Acquario sono infatti
particolarmente tesi; Urano, per di più, contribuisce a sostenerli. Da
un altro lato, agiscono anche l’immaginario e la sensibilità, ma possono
esserci pure le costrizioni...
La mia attività di scrittore, che come ho appena detto è molto
pulsionale, si compie attraverso un esercizio estremamente regolare.
Scrivo molto regolarmente, e dunque al di fuori di un ritmo immediato di
tensione. La tensione è forse da qualche parte dentro di me, nel
momento in cui la scrittura prende forma, non so; tuttavia, la pratica
della mia scrittura è regolare, ordinata nel senso più familiare del
termine; procedo con molto ordine quando scrivo, faccio delle schede;
non dico che stabilisco un programma nel senso scolastico del termine,
ma diciamo pure che mi organizzo spesso un piano di lavoro. La mia
pratica di scrittura, insomma, è relativamente sotto controllo.
Roland Barthes, 26 ottobre 1971
C’è qualcosa, nel campo del sensibile e dell’affettività, che la
spinge a scrivere? Delle situazioni particolari, ad esempio? La sua
scrittura è l’esito di un pensiero che vuole affrontare la dura e fredda
verità, o c'è invece in lei una specie di stato euforico che precede la
scrittura stessa? È lecito porle questa domanda, dato che lei è anche un po’ venusiano.
Se c’è in me uno stato di leggera ebbrezza ed esaltazione, esso segue
la scrittura, non la precede. Al momento di scrivere, potremmo dire in
termini psicanalitici un po’ grossolani, regna il Super-io: c’è la
paura di essere stupido, la paura di dire cose imprudenti, o di dirle
male. Tutto un insieme di costrizioni regna, insomma, nel momento che
precede la scrittura, come nel momento che precede un pericolo; lo
scrivere, infatti, è vissuto come un pericolo. È semmai dopo, quando si
pensa – a torto o a ragione – di aver dominato il pericolo e di esser
riusciti a scrivere, che si vive un momento, per altro brevissimo, di
pienezza.
Vive qualche volta dei momenti di auto-conflitto? Il suo tema
natale manifesta infatti una certa lotta fra i modelli che le sono stati
imposti e quelli derivanti dall'originalità del suo temperamento. E
anche questi ultimi, non le capita di metterli in discussione? Tutto ciò
potrebbe derivare da un'insoddisfazione interna?
Torniamo sempre a quella sorta di paradosso caratteriale che
ricordavo prima, ossia al fatto che i modelli, le costrizioni sociali,
non mi pesano molto, ed è per questo che non ci sono in me movimenti
direttamente contestatari; quel che in fondo mi diverte è passare
attraverso i modelli, aggirarli e raggirarli, ribaltarli, dislocarli,
trasformarli in altro: ma proprio per questo ho in qualche modo bisogno
che esistano. Per fare un esempio, non mi disturba per nulla il fatto di
aver ricevuto un’educazione, almeno in senso scolastico, classica e
umanistica, di aver frequentato il liceo, che ai miei tempi, prima
dell’ultima guerra, era ancora un'istituzione molto rigida. Certo, in
ogni istituzione ci sono stupidità, pusillanimità irritanti, e in questi
casi entro in conflitto con esse: di colpo, provo quel desiderio di
generosità, di apertura, di spazio che l’istituzione non permette. Ma
nella maggior parte dei casi non m’infastidisce convivere, alla debita
distanza, con i modelli.
Sul piano intellettuale lo Scorpione s’interessa anche a tutto
ciò che la società rifiuta o nasconde. C'è un'attrazione – che qualcuno
ritiene morbosa – se non verso la degradazione, quanto meno verso gli
aspetti più cupi della società.
Se questa attrazione in me esiste, è coperta da un elemento
abbastanza estetizzante, da un certo gusto apollineo il quale, ancora
una volta, fa sì che la trasgressione non m’interessi direttamente.
Direi anche che ci sono codici, istituzioni, leggi che non bisogna mai
affrontare direttamente, ma con le quali possiamo in qualche modo
“barare”: è una morale che comprendo molto bene.
Alcune dissonanze di Urano (molto potente nel suo tema natale)
con Marte rivelano in lei un senso acuto del conflitto, una presenza
tesa che la spinge a affermarsi, a contrapporsi ad altre personalità,
soprattutto quando qualcuno la aggredisce o entra in contraddizione o in
opposizione con i valori personali che lei difende...
In realtà, io non amo il conflitto diretto, non mi piace scontrarmi
con le persone, non mi piacciono i diverbi; mi sento sempre a disagio
nelle assemblee, nelle tavole rotonde, nei dibattiti in cui si crea
questo tipo di contestazione. Perché? La ragione è la seguente: a
rendermi sospetta la violenza diretta è il fatto che essa ha sempre un
aspetto teatrale, e io ho un cattivo rapporto con il teatro; cioè, ho un
buon rapporto con il teatro quando non sono sulla scena, quando sono
spettatore o critico; ma personalmente ho sempre grandi difficoltà
nell’impegnarmi in comportamenti che io stesso riterrei teatralizzati, o
che mi sembra possano essere percepiti come tali, e la violenza mi pare
sempre teatrale. Si tratta di un paradosso: quel che spesso viene
inteso dalla società come “naturale” o “impulsivo” è in realtà quasi
sempre codificato e teatralizzato.
Lei ha una profonda sensibilità nel cogliere quanto può esserci
di aggressivo in una frase, in certe prese di posizione in cui si
finisce per prendere partito e che possono sfociare in litigi. D’altra
parte, lei sa che il venusiano è molto sensibile alle connotazioni, a
ciò che può esserci appunto di aggressivo in una frase apparentemente
anodina, semplice, ma che in effetti, inserita in un certo contesto,
diventa una vera e propria aggressione. Venere accentua dunque la sua
scelta deliberata, e insieme l'aspirazione, di uno stile di vita
pacifico e benevolo verso il prossimo. Ma lo Scorpione è sempre stato
considerato dalla tradizione come il campo di battaglia dello Zodiaco,
come l’individuo più adatto a battersi con coraggio, assalendo e
provocando in singolar tenzone il leader, il capo: lo Scorpione non si
perde mai in battaglie secondarie.
Parlando sinceramente, non è il mio caso.
Esistono verosimilmente Scorpioni pacifici. In rapporto a questa
presenza o a questa percezione vivissima di tutte le forme di
aggressione, di tensione e di rapporti di forza che procurano un intenso
sentimento della realtà, esiste al contempo nel suo tema natale
un’altra dissonanza, questa volta di origine nettuniana. Essa tende a
deviare o a spostare l'energia sul fantasma, sull’universo fantasmatico,
sul sogno, sul bisogno di meraviglioso.
Bisognerebbe fare qualche distinzione, perché il fantasma non sempre
coincide con quel che si chiama “meraviglioso”. Per esempio, l’universo
sadiano è un universo fantasmatico, ma non meraviglioso. Detto ciò, è
certo che, me ne sono accorto spesso, sento in me stesso una grande
attività fantasmatica, molto più che onirica: intendo “fantasma” in un
senso molto preciso, ossia nel senso che elaboro interiormente molto
spesso, e per un nonnulla, delle specie di piccoli scenari nei quali mi
colloco, sempre sulla base di un progetto di piacere: ecco la
definizione del fantasma. Questa attività fantasmatica mi avvicina
spesso ad alcuni testi: amo i testi fantasmatici, non altrettanto quelli
onirici; è per questo che non sono un grande consumatore di poesia, nel
senso corrente del termine, ma ho un gusto molto forte per le opere
fantasmatiche, ossia per i romanzi.
E la fantascienza?
Mi piacerebbe – e del resto credo vi tenda per la sua stessa storia –
una fantascienza che non vertesse soltanto su invenzioni di ordine
tecnico, fisiologico o biologico, ma piuttosto su immaginazioni di
carattere affettivo: una fanta-fantasmatica, una fanta-erotica, se così
si può dire.
Che ne pensa dello stato amoroso, del discorso amoroso? Venere in
trigono e dominante nel suo tema natale fa di lei una persona che ha
bisogno di relazioni privilegiate, una persona che in fondo fa poco per
sé ma molto per qualcuno con cui ha una relazione privilegiata. Il
venusiano è infatti un essere che ha bisogno di essere costantemente in
relazione.
Non vorrei dire molto su un simile argomento perché sto lavorando
proprio su questo. Quel che posso dire è che lo stato amoroso è
appassionante proprio in quanto vive una forte contraddizione tra uno
stato narcisistico (l’innamorato è uno dei soggetti più narcisisti che
la psicologia e la psicanalisi abbiano mai trovato) e uno stato di
generosità (questo stesso soggetto ha il potere di dare molto agli atri,
all’altro). Freud l’aveva già osservato: è il paradosso dell’amore, un
paradosso che riesce solo attraverso enormi conflitti, sotterfugi,
sconfitte e difficoltà molto dolorose.
Questa intervista è uscita con il titolo Sur l’astrologie, in «Astrologiques», luglio 1976.
Leggete anche di Roland Barthes su doppiozero:
Osiamo essere pigri
Dominare il desiderio per non dominare l’altro
Roland Barthes, Riga 30, Marcos Y Marcos, Milano 2010.