Giuseppe Civati
...tuttavia non basta non votarla la miserabile fiducia posta dalla scarmigliata...
*bisogna dire NO, gridare NO, anche un solo NO. Un NO non per lei, caro
Giuseppe Civati, un NO non per quel partito nazionalrenzista nato ormai
dalle ceneri di un partito democratico, ma un NO per le cittadine e i
cittadini che sono ancora fedeli alla Costituzione Italiana e sono
ancora mèmori, nella mente e nel sentimento, di quello sforzo immane che
fu la Resistenza, senza la quale non avremmo potuto guardare a testa alta negli occhi gli alleati liberatori e gli aguzzini nazifascisti
*non esca dall'aula, Civati , non si astenga, non borbotti a bassa
voce, ma gridi con cortesia e determinazione il suo NO, lei che può
farlo, mentre le persone come me misurano la propria irrilevanza,
attonite, guardando ciò che va accadendo nell'aula della Camera dei
Deputati, oggi, 28 aprile del 2015.
AHIMSA. Parola sanscrita che ho imparato da Gandhi. Vuol dire "innocenza" e "non violenza","impegno a non nuocere ad alcun essere vivente". AHIMSA. I miei obiettivi sono la ricerca, la conoscenza, la comunicazione e la condivisione di emozioni, idee, informazioni con altre "persone che cercano". L'altro mio blog è CONVIVIUM, il posto del banchetto.
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martedì 28 aprile 2015
mercoledì 22 aprile 2015
la ninfa Eco
Caro Senatore Corradino Mineo, poiché ho approfittato ampiamente dello
spazio aperto nel suo profili, le copio la mia risposta a Stefania
Castiglione: "Cara Stefania, apprezzo molto le tue considerazioni, più
miti delle mie, come è naturale: tu sei in quel partito, io no, e ti
dispiace giustamente che la "coppia reale" (Giannelli) dia prova di sé
in maniera sempre più antipolitica e antidemocratica. * La BOSCHI sembra
aver fatto carriera, in realtà ripete qualche ideuzza stantìa, sempre
con le stesse parole, con evidenti limiti imposti dall'augusto capo o
limiti che lei stessa ha. * Voglio dirlo io un limite della Boschi: se
si rende conto che esiste un popolo formato alla scuola della Resistenza
e delle idee di giustizia e libertà, di legalità e verità, non può non
capire che è da maleducati scortesi buttare le sue frasette in faccia al
suddetto popolo con quel perenne sorriso
beffardo/arrogante/irrispettoso sulla sua di faccia. Che cosa ha da
ridere, sempre che non abbia una paresi stile "gioconda" del grande
Leonardo? * Mi rivolgo a te, come anche a Corradino Mineo e a chi avrà
voglia di leggere, perché da te mi sento compresa e rispettata, cara
Stefania. Ora la "regina" Elena d'Arezzo mi dica pure le cose del suo
maestoso mentore e signore; me le dica pure con tutta l'amplificazione
offerta dai mille mass media a sua disposizione; sottolinei pure a ogni
piè sospinto che la sua minestra va mangiata da tutti, senza
discussioni, e in particolare da una cittadina
irrilevante/inesistente/molesta come me...ma ridermi in faccia no. * Lo
so. Quelli della Boschi sono meravigliosi sorrisi che illuminano le
portentose riforme, ma per chi dissente, come me, quei sorrisi
aggiungono derisione e sarcasmo a un grande dolore per la "DEMOCRAZIA
SFIGURATA" (Nadia Urbinati) che scaturisce dalle imprese del Renzi
premier e della sua compagnia del nuovo Partito Nazionale in gestazione
avanzata. * Chiamare "premio di maggioranza" un "premio di minoranza"
per me/secondo me/a mio modesto parere, è un insopportabile insulto
all'intelligenza e alla logica,e soprattutto alla Carta Fondamentale del
nostro Paese che fra tre giorni avrà l'onore di celebrare la Festa
della LIBERAZIONE e di ricordare con gratitudine massima chi lottò per
una DEMOCRAZIA rivoluzionaria, equilibrata, fiera. * La DEMOCRAZIA
ancora viva nella Costituzione della Repubblica Italiana, che spero
venga sottratta alla furia distruttiva delle riforme renziste. ORA e
sempre RESISTENZA." Con gratitudine, affetto e stima.
- Achille Signorile Il problema è che si riempiono la bocca della parola democrazia persone che della democrazia non hanno alcun rispetto, specie quando pretendono di imporre le loro idee minoritarie alla maggioranza!
- Giuseppina Montanaro carissima Dora, abbiamo visto traballare la Democrazia negli anni passati e purtroppo renzi sta ultimando il processo con colpi di mannaia nascondendosi dietro alla grave questione economica che imperversa nel nostro Paese. Purtroppo è ancora più grave la mancanza di reazione reale da parte di tutti e soprattutto da parte di chi si lascia sostituire temendo la crisi di governo (pro domo suo!).
Dora Meo Achille Signorile.
Molti sono i ragionamenti possibili e necessari sulla "democrazia", che
non è una verità rivelata e cristallizzata ma una forma di governo
della cosa pubblica. Sono poi idee e ideologie, visioni dei rapporti
sociali ed economici e tanto
altro, come tu sai certo meglio di me, a definire il tipo di
"democrazia" che permea di sé la vita comune in un Paese. Per tornare al
merito della nostra specifica questione democratica, è evidente che non
siamo d'accordo sulla modulazione dei metodi e degli strumenti utili a
comporre una legge elettorale degna della nostra tradizione storica
degli ultimi 70 anni. Questo sarebbe il momento delle motivazioni, che
avrei ad abundantiam, ma allora preferirei altri spazi, per esempio il
mio blog. Ma, infine, t'interessa? e ancora: perché usi usarmi sempre
quei toni che oso definire duri e ultimativi? ti ho forse dato
l'impressione di ragionare secondo moduli fissi? Spero di no e intanto
ti saluto.
Dora Meo Giuseppina Montanaro.
Cara Giuseppina, la pressione del potere economico che mira a un
rattrappimento della lunghissima civilizzazione democratica è il
problema dei problemi. La crisi economica sembra essere un toccasana per
antidemocratici e antipolitici tutti (e non sto parlando dei 5 Stelle,
come s'usa fare). L'operazione di marca autocratrenzista attuata nel
nostro Parlamento è l'apoteosi dell'antipolitica, secondo me, nel senso
dell'esclusione violenta della politica dai luoghi massimmi deputati,
figurarsi i luoghi minimi, quelli abitati da noi, irrilevante
disprezzato espulso "popolo sovrano". Per quel che mi riguarda, non sto
esagerando. Mi esimo dal distribuire più finemente responsabilità e
colpe, colpe appunto, perché anche e soprattutto la cosiddetta minoranza
debole-incerta-divisa-inconsapevole-prona ne ha di colpe. Ma la colpa
maxima sta, a onor di logica giustizia e verità, in capo al lìder
maximo, quel tal toscano che sembra dimentico di talune grandi glorie
intellettuali di Toscana. Lui con i suoi seguaci silenti, virenti,
ridenti, plaudenti, sfuggenti....
giovedì 22 maggio 2014
Tra Puglia e Veneto
dibattersi fra tale Pina Picierno e tale Alessandra Moretti
due delle cinque capolista nominate nella notte, secondo rumors giornalistici
se non altro toglie ogni dubbio
ad excludendum
le altre due al momento non le ricordo
un solo nome: Chinnici
ma tutto strumentale-non democratico in un senso o nell'altro
Picierno parla parla parla ad Agorà, e interrompe e attacca, uguale alle altre
e come le altre supportata al conduttore
spegnere o non spegnere?
mercoledì 4 dicembre 2013
di Barbara Spinelli
La Repubblica, 4 novembre 2013
Mancano pochi giorni alle primarie del Pd, ed ecco che nella sinistra tedesca si comincia a correre molto più rapidamente, più spavaldamente che in Italia. In gioco non è più soltanto la designazione del leader: pratica che s'è estesa in Europa, tranne nella destra italiana, senza però fermare il degrado dei partiti.
Nelle prossime settimane, i 475mila iscritti del partito socialdemocratico (Spd) voteranno sul programma di governo che i propri dirigenti hanno concordato con Angela Merkel, e il 14 dicembre emetteranno la loro sentenza: sì o no alla Grande Coalizione, sì o no alle singole politiche, sì o no a un'alleanza diversa da quella promessa in campagna elettorale. La sentenza sarà accolta se voteranno almeno 95.000 militanti (il 20% dei consultati).
Le nostre primarie sbiadiscono, di fronte a un salto di qualità che con vigore rimette al centro gli iscritti. La crisi dei partiti è riconosciuta, la loro personalizzazione è giudicata calamitosa. È sulla sostanza delle politiche che si vota, non su leader più o meno promettenti. È come se i socialdemocratici dicessero: sappiamo che c'è stato tradimento, che il piano negoziato con la Merkel non è quello che volevamo realizzare con i Verdi (giustamente Guido Rossi lo chiama piano non della Grande Coalizione ma della Grande Stagnazione. C'è il salario minimo, ma nessun progresso sull'Europa). Ma non ci appelleremo alla Necessità - dicono i vertici Spd - non celebreremo la Stabilità come valore assoluto. Potete dire no, siamo davanti a un bivio e non a un vuoto di alternative. Nel mare della Necessità, voi iscritti avete una libertà, e una responsabilità, che per anni vi avevamo negato.
Questa libertà, l'economista Amartya Sen la chiama capacitazione, empowerment. Specie in tempi di malessere economico e democratico, occorre dare ai cittadini il senso di avere un potere, tale da influenzare la politica: "La capacitazione è una sorta di libertà: la libertà sostanziale (...) di mettere in atto più stili di vita alternativi".
La socialdemocrazia sa perfettamente i rischi: fiuta il sì della base, ma non può esserne del tutto certa. La democrazia rappresentativa che vuol salvare potrebbe guastarsi ancor più. Se ha deciso di correre pericoli così vasti è perché ben maggiore gli è apparso il pericolo della stasi, delle cerchie partitiche sempre più lontane dalla base. Il voto sulla Grande Coalizione è un atto di consapevolezza, un conosci te stesso al contempo umile e astuto: se patteggiamo con chi abbiamo avversato senza consultare la base rischiamo il tracollo, l'illegittimità democratica. Accadde nella Grande Coalizione del 2005-2009: 23% di voti in meno, subito dopo. Non si violano impunemente i patti con l'elettore.
Dunque si torna alla prima fonte di legittimità che sono gli iscritti, troppo a lungo esautorati, dando loro nuovi diritti-poteri ma anche nuova voglia di far politica, di governare. Dice Sigmar Gabriel, presidente Spd: "L'intera responsabilità è nelle mani del singolo iscritto". Il partito deve rispondere alla base di quel che fa, e viceversa. Da promettenti che erano, i capi si fanno rispondenti.
Per questo le vicende tedesche sono così importanti per le nostre primarie. Dice Pippo Civati, pensando alla Spd: "Da noi abbiamo un partito ben diverso, che non si fa mai vivo con i suoi elettori". Il Pd declina, mentre Grillo sale. Non basta incoronare il capo, se non si sa bene cosa farà.
Non ammettere la crisi dei partiti, e in genere della democrazia rappresentativa, è la via più sicura per svilire ambedue. Come partito hai un potere dilatato al centro, più danaroso, ma in cambio immoli la fiducia degli elettori e le periferie. Lo spiega con nitida crudezza il politologo Piero Ignazi: il partito diventa un "cartello elettorale statocentrico" - parte dello Stato, non più controparte - ma perde legittimità scansando la società (Forza senza legittimità, Laterza 12). La forza persuasiva di ricostruttori come Fabrizio Barca (il suo candidato è Civati) nasce da analisi simili.
Adottare il conosci te stesso è colmo di insidie, non ignote alla Spd. Nella democrazia rappresentativa entrano elementi di democrazia diretta, e secondo alcuni la Costituzione ne soffre. Lo sostiene il giurista Christoph Degenhart, sul giornale Handelsblatt, e non è il solo: se gli iscritti possono disfare le politiche dei propri capi e parlamentari, cade un principio nodale della Carta: quello che vieta, in Germania e Italia, il vincolo di mandato. Barca ricorda tuttavia i dissensi tra i padri costituenti. Per Ruggero Grieco, l'esclusione di vincoli favoriva "il sorgere del malcostume politico".
Secondo Degenhart, il referendum prefigura un mandato imperativo, assente nella Carta: la base detterebbe legge ai rappresentanti. Non solo: anche il principio del popolo sovrano verrebbe eluso (art. 1 della nostra Costituzione. In Germania l'art. 20 include il "diritto alla resistenza" se la Carta è violata). Non sarebbe il popolo a decidere, ma infime sue porzioni. "La maggioranza vota i rappresentanti della politica, una minoranza vota sui contenuti" (Jasper von Altenbockum, Frankfurter Allgemeine 23-11).
A queste obiezioni, Gabriel replica segnalando il degrado della democrazia rappresentativa: il popolo sovrano non ha votato la Grande Coalizione (da noi non ha eletto le Larghe Intese). Consultare i militanti è forse l'unico modo per frenare la dilagante ripugnanza - in Germania si chiama Basta-Politik - per la politica e i partiti. Incostituzionale è escludere i corpi intermedi fra popolo e Stato (o governo): la vera sovranità apparterrà a ristrette élite di tecnici o parlamentari definiti Saggi. La Carta prescrive infine partiti democratici: anche quest'ordine va rispettato. "Il referendum farà scuola in Europa", aggiunge Gabriel.
L'ascesa del M5S è frutto di un deterioramento oligarchico della rappresentanza specialmente acuto. Accentuato da un Porcellum cui l'oligarca s'aggrappa. Immerso nella Basta-politik, Grillo esige come correttivo innesti di democrazia diretta e deliberativa. Poco chiaro resta l'orizzonte che propone, e se le ambiguità di una democrazia più referendaria siano percepite. Tutto dipende da come vengono poste le domande, nel nuovo ordinamento. Prendiamo il referendum sull'Europa, voluto o sognato da 5 Stelle. È un'uscita benefica dalla crisi della rappresentanza se i cittadini sono messi davanti a precisi propositi alternativi (nel caso della Grosse Koalition: salario minimo per tutti a partire dal 2017; età pensionabile che scende in alcuni casi da 65 a 63 anni). Non è benefica se la scelta è fra euro o non euro: sarebbe cadere da un guaio a un altro, dall'illusione tecnocratica a quella nazionalista, i cui disastri son noti.
Ben altra prospettiva se il referendum di M5S contenesse la domanda essenziale: "Visto che l'austerità europea non ha legittimità democratica, siete favorevoli o no a un'altra Europa, che mantenendo la moneta unica scelga come fondamento la solidarietà, gestisca insieme i debiti, abbia una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, aumenti il bilancio comune per finanziare una collettiva ripresa ecosostenibile, si dia una vera costituzione democratica, non partecipi più supinamente a guerre esterne?". È la linea di Tsipras in Grecia, in vista delle elezioni europee di maggio, e in Italia di Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo. Allora sì varrebbe la pena indire un referendum: non solo in Italia ma nell'Unione. Non è la strada di 5 Stelle, ma quel che resta delle sinistre potrebbe imboccarla.
Grillo a parte, solo la sinistra riconosce, quando vuole, la forza ormai illegittima dei partiti. In Italia le destre sono mute, e altrove seguono arrancando. Enorme è la sua responsabilità, se mancherà l'occasione di reinventare sia la democrazia, sia l'Europa.
Nelle prossime settimane, i 475mila iscritti del partito socialdemocratico (Spd) voteranno sul programma di governo che i propri dirigenti hanno concordato con Angela Merkel, e il 14 dicembre emetteranno la loro sentenza: sì o no alla Grande Coalizione, sì o no alle singole politiche, sì o no a un'alleanza diversa da quella promessa in campagna elettorale. La sentenza sarà accolta se voteranno almeno 95.000 militanti (il 20% dei consultati).
Le nostre primarie sbiadiscono, di fronte a un salto di qualità che con vigore rimette al centro gli iscritti. La crisi dei partiti è riconosciuta, la loro personalizzazione è giudicata calamitosa. È sulla sostanza delle politiche che si vota, non su leader più o meno promettenti. È come se i socialdemocratici dicessero: sappiamo che c'è stato tradimento, che il piano negoziato con la Merkel non è quello che volevamo realizzare con i Verdi (giustamente Guido Rossi lo chiama piano non della Grande Coalizione ma della Grande Stagnazione. C'è il salario minimo, ma nessun progresso sull'Europa). Ma non ci appelleremo alla Necessità - dicono i vertici Spd - non celebreremo la Stabilità come valore assoluto. Potete dire no, siamo davanti a un bivio e non a un vuoto di alternative. Nel mare della Necessità, voi iscritti avete una libertà, e una responsabilità, che per anni vi avevamo negato.
Questa libertà, l'economista Amartya Sen la chiama capacitazione, empowerment. Specie in tempi di malessere economico e democratico, occorre dare ai cittadini il senso di avere un potere, tale da influenzare la politica: "La capacitazione è una sorta di libertà: la libertà sostanziale (...) di mettere in atto più stili di vita alternativi".
La socialdemocrazia sa perfettamente i rischi: fiuta il sì della base, ma non può esserne del tutto certa. La democrazia rappresentativa che vuol salvare potrebbe guastarsi ancor più. Se ha deciso di correre pericoli così vasti è perché ben maggiore gli è apparso il pericolo della stasi, delle cerchie partitiche sempre più lontane dalla base. Il voto sulla Grande Coalizione è un atto di consapevolezza, un conosci te stesso al contempo umile e astuto: se patteggiamo con chi abbiamo avversato senza consultare la base rischiamo il tracollo, l'illegittimità democratica. Accadde nella Grande Coalizione del 2005-2009: 23% di voti in meno, subito dopo. Non si violano impunemente i patti con l'elettore.
Dunque si torna alla prima fonte di legittimità che sono gli iscritti, troppo a lungo esautorati, dando loro nuovi diritti-poteri ma anche nuova voglia di far politica, di governare. Dice Sigmar Gabriel, presidente Spd: "L'intera responsabilità è nelle mani del singolo iscritto". Il partito deve rispondere alla base di quel che fa, e viceversa. Da promettenti che erano, i capi si fanno rispondenti.
Per questo le vicende tedesche sono così importanti per le nostre primarie. Dice Pippo Civati, pensando alla Spd: "Da noi abbiamo un partito ben diverso, che non si fa mai vivo con i suoi elettori". Il Pd declina, mentre Grillo sale. Non basta incoronare il capo, se non si sa bene cosa farà.
Non ammettere la crisi dei partiti, e in genere della democrazia rappresentativa, è la via più sicura per svilire ambedue. Come partito hai un potere dilatato al centro, più danaroso, ma in cambio immoli la fiducia degli elettori e le periferie. Lo spiega con nitida crudezza il politologo Piero Ignazi: il partito diventa un "cartello elettorale statocentrico" - parte dello Stato, non più controparte - ma perde legittimità scansando la società (Forza senza legittimità, Laterza 12). La forza persuasiva di ricostruttori come Fabrizio Barca (il suo candidato è Civati) nasce da analisi simili.
Adottare il conosci te stesso è colmo di insidie, non ignote alla Spd. Nella democrazia rappresentativa entrano elementi di democrazia diretta, e secondo alcuni la Costituzione ne soffre. Lo sostiene il giurista Christoph Degenhart, sul giornale Handelsblatt, e non è il solo: se gli iscritti possono disfare le politiche dei propri capi e parlamentari, cade un principio nodale della Carta: quello che vieta, in Germania e Italia, il vincolo di mandato. Barca ricorda tuttavia i dissensi tra i padri costituenti. Per Ruggero Grieco, l'esclusione di vincoli favoriva "il sorgere del malcostume politico".
Secondo Degenhart, il referendum prefigura un mandato imperativo, assente nella Carta: la base detterebbe legge ai rappresentanti. Non solo: anche il principio del popolo sovrano verrebbe eluso (art. 1 della nostra Costituzione. In Germania l'art. 20 include il "diritto alla resistenza" se la Carta è violata). Non sarebbe il popolo a decidere, ma infime sue porzioni. "La maggioranza vota i rappresentanti della politica, una minoranza vota sui contenuti" (Jasper von Altenbockum, Frankfurter Allgemeine 23-11).
A queste obiezioni, Gabriel replica segnalando il degrado della democrazia rappresentativa: il popolo sovrano non ha votato la Grande Coalizione (da noi non ha eletto le Larghe Intese). Consultare i militanti è forse l'unico modo per frenare la dilagante ripugnanza - in Germania si chiama Basta-Politik - per la politica e i partiti. Incostituzionale è escludere i corpi intermedi fra popolo e Stato (o governo): la vera sovranità apparterrà a ristrette élite di tecnici o parlamentari definiti Saggi. La Carta prescrive infine partiti democratici: anche quest'ordine va rispettato. "Il referendum farà scuola in Europa", aggiunge Gabriel.
L'ascesa del M5S è frutto di un deterioramento oligarchico della rappresentanza specialmente acuto. Accentuato da un Porcellum cui l'oligarca s'aggrappa. Immerso nella Basta-politik, Grillo esige come correttivo innesti di democrazia diretta e deliberativa. Poco chiaro resta l'orizzonte che propone, e se le ambiguità di una democrazia più referendaria siano percepite. Tutto dipende da come vengono poste le domande, nel nuovo ordinamento. Prendiamo il referendum sull'Europa, voluto o sognato da 5 Stelle. È un'uscita benefica dalla crisi della rappresentanza se i cittadini sono messi davanti a precisi propositi alternativi (nel caso della Grosse Koalition: salario minimo per tutti a partire dal 2017; età pensionabile che scende in alcuni casi da 65 a 63 anni). Non è benefica se la scelta è fra euro o non euro: sarebbe cadere da un guaio a un altro, dall'illusione tecnocratica a quella nazionalista, i cui disastri son noti.
Ben altra prospettiva se il referendum di M5S contenesse la domanda essenziale: "Visto che l'austerità europea non ha legittimità democratica, siete favorevoli o no a un'altra Europa, che mantenendo la moneta unica scelga come fondamento la solidarietà, gestisca insieme i debiti, abbia una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, aumenti il bilancio comune per finanziare una collettiva ripresa ecosostenibile, si dia una vera costituzione democratica, non partecipi più supinamente a guerre esterne?". È la linea di Tsipras in Grecia, in vista delle elezioni europee di maggio, e in Italia di Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo. Allora sì varrebbe la pena indire un referendum: non solo in Italia ma nell'Unione. Non è la strada di 5 Stelle, ma quel che resta delle sinistre potrebbe imboccarla.
Grillo a parte, solo la sinistra riconosce, quando vuole, la forza ormai illegittima dei partiti. In Italia le destre sono mute, e altrove seguono arrancando. Enorme è la sua responsabilità, se mancherà l'occasione di reinventare sia la democrazia, sia l'Europa.
giovedì 27 dicembre 2012
Declino di una democrazia parlamentare
Sputo il rospo
Marco Revelli
Constatare che quanto sta accadendo in questi giorni al vertice delle nostre istituzioni è quantomeno irrituale è dir poco. In realtà, in questa affrettata fine di legislatura un altro pezzo di quel che resta del nostro ordinamento costituzionale è andato in pezzi. Siamo – o meglio dovremmo essere – una «democrazia parlamentare»: una forma di governo, cioè, in cui il fulcro del sistema politico è il Parlamento. È in Parlamento che dovrebbero nascere e finire i governi. Con un voto di fiducia nel primo caso. E con un voto di sfiducia nel secondo, quando la legislatura non sia giunta alla propria fine naturale.
Qui, invece, è bastato che il presidente del consiglio in carica annunciasse le proprie dimissioni – in assenza di un voto di sfiducia, anzi, nonostante avesse appena incassato la fiducia sulla Legge di stabilità – perché il Presidente della Repubblica, dopo una fulminea consultazione di qualche ora, sciogliesse anticipatamente le camere. Correttezza avrebbe voluto che, di fronte alle dimissioni del capo del governo, il capo dello stato lo rinviasse alle camere perché, con un dibattito chiaro, in cui ogni parte politica assumesse in pubblico e nella sede naturale le proprie responsabilità, si misurasse con un voto l’esistenza o meno di una maggioranza.
Invece no. Per la seconda volta nel giro di un anno si è consumata una soluzione extra-parlamentare.
Il governo Monti finisce così come era incominciato: per un atto d’imperio del secondo ramo del potere esecutivo (quello costituzionalmente meno pregnante sul piano dell’indirizzo politico), nella marginalità del potere legislativo. E questa seconda volta senza neppure la possibile giustificazione dell’emergenza (il rischio di default, lo spread alle stelle, il crollo dell’Eurozona…) su cui motivare un qualche «stato d’eccezione». Come se l’eccezione fosse, in questi tredici mesi, diventata la regola.
In entrambi i casi al centro dello strappo ci sono i partiti (l’intero sistema dei partiti), con la loro crisi. La loro impotenza o fragilità. La loro impossibilità di trasparenza e verità. A novembre dello scorso anno perché si fecero precipitosamente di lato, anzi fuggirono mentre il paese era in caduta libera, ben felici di passare la patata bollente al Presidente. Ora perché, probabilmente, si sono fatti fin troppo avanti, per chiedere a quello stesso Presidente una chiusura al buio della legislatura.
E quindi un’apertura al buio della campagna elettorale, che evitasse loro di mettere fin da subito, nella sede istituzionale adeguata, le carte in tavola. Il proprio giudizio sull’anno passato e il proprio programma per il quinquennio futuro.
In un dibattito parlamentare sulla fiducia, ad esempio, e nel voto finale, il Pdl si sarebbe probabilmente spaccato in misura ben più evidente di quanto lo sia già, anticipando lo scenario che lo attende dopo le urne e accelerando i propri processi decompositivi. Ed il Pd avrebbe dovuto motivare, a sua volta in pubblico, la propria politica di quest’anno nei confronti di Monti, esponendosi anch’esso alla responsabilità della fiducia: l’avrebbe confermata anche ora, ipotecando il proprio atteggiamento in campagna elettorale? O l’avrebbe negata, mostrando in pubblico un’opzione diversa dall’Agenda Monti? O forse anch’esso si sarebbe diviso, lungo le linee che già si intuiscono, ma che si vorrebbe tenere nascoste fino all’esito elettorale.
E poi Monti. Abbiamo dovuto decifrare le ragioni del capo del governo dimissionario da una conferenza stampa, in un fulmineo passaggio in cui si affermava che non c’erano alternative alla fine del suo Gabinetto e della Legislatura. Non in un’aula parlamentare, ma in una sede mediatica.
E dobbiamo ora intuire i suoi progetti da un «cinguettio», anzi da due. Proprio così, per grottesco che possa apparire: su twitter! E anche, si dice, su una pagina di facebook. Altro che Grillo! E anti-politica. E democrazia telematica. Due messaggini di 77 e 59 caratteri. «Monti su twitter: ‘Saliamo in politica’» titola il Corriere, senza sarcasmo, come se fosse un modo normale di trattare la cosa pubblica.
La campagna elettorale che ci aspetta sarà dunque «sotto copertura». Forse non sarà convulsa come temuto, ma sicuramente opaca. Nel senso che la verità – il «sottostante», potremmo dire con linguaggio da broker finanziari – verrà fuori solo dopo. A babbo morto (cioè a elettore liquidato). E quella verità sarà quella adombrata in sala stampa di Palazzo Chigi: che l’agenda Monti, chiunque vinca, sarà al centro del tavolo. Che le linee guida europee sono invalicabili. Che il lavoro – eufemismo per dire i lavoratori e i loro salari e le loro garanzie – sarà, in misura crescente, il materasso su cui scaricare il peso dell’infinito Salva Italia, in un processo di redistribuzione dal basso verso l’alto e dall’economia reale al circuito finanziario che continua a restare il dogma infrangibile di questa Europa (e di questo Occidente).
Che probabilmente questo avverrà per via diretta – con il taglio delle ali dei due «poli» e la convergenza al centro delle rispettive componenti «moderate». O, in alternativa, con l’ascensione di Mario Monti sul colle più alto – forse per questo parla di «salita» in politica – trasformato in vero baricentro del sistema e la delega al rappresentante della rinnovata maggioranza parlamentare di farsene esecutore.
Meglio saperlo fin d’ora. Perché solo una straordinaria impennata d’orgoglio dell’elettorato, oggi difficile da misurare, potrà smentire questa forse troppo facile profezia.
Qui, invece, è bastato che il presidente del consiglio in carica annunciasse le proprie dimissioni – in assenza di un voto di sfiducia, anzi, nonostante avesse appena incassato la fiducia sulla Legge di stabilità – perché il Presidente della Repubblica, dopo una fulminea consultazione di qualche ora, sciogliesse anticipatamente le camere. Correttezza avrebbe voluto che, di fronte alle dimissioni del capo del governo, il capo dello stato lo rinviasse alle camere perché, con un dibattito chiaro, in cui ogni parte politica assumesse in pubblico e nella sede naturale le proprie responsabilità, si misurasse con un voto l’esistenza o meno di una maggioranza.
Invece no. Per la seconda volta nel giro di un anno si è consumata una soluzione extra-parlamentare.
Il governo Monti finisce così come era incominciato: per un atto d’imperio del secondo ramo del potere esecutivo (quello costituzionalmente meno pregnante sul piano dell’indirizzo politico), nella marginalità del potere legislativo. E questa seconda volta senza neppure la possibile giustificazione dell’emergenza (il rischio di default, lo spread alle stelle, il crollo dell’Eurozona…) su cui motivare un qualche «stato d’eccezione». Come se l’eccezione fosse, in questi tredici mesi, diventata la regola.
In entrambi i casi al centro dello strappo ci sono i partiti (l’intero sistema dei partiti), con la loro crisi. La loro impotenza o fragilità. La loro impossibilità di trasparenza e verità. A novembre dello scorso anno perché si fecero precipitosamente di lato, anzi fuggirono mentre il paese era in caduta libera, ben felici di passare la patata bollente al Presidente. Ora perché, probabilmente, si sono fatti fin troppo avanti, per chiedere a quello stesso Presidente una chiusura al buio della legislatura.
E quindi un’apertura al buio della campagna elettorale, che evitasse loro di mettere fin da subito, nella sede istituzionale adeguata, le carte in tavola. Il proprio giudizio sull’anno passato e il proprio programma per il quinquennio futuro.
In un dibattito parlamentare sulla fiducia, ad esempio, e nel voto finale, il Pdl si sarebbe probabilmente spaccato in misura ben più evidente di quanto lo sia già, anticipando lo scenario che lo attende dopo le urne e accelerando i propri processi decompositivi. Ed il Pd avrebbe dovuto motivare, a sua volta in pubblico, la propria politica di quest’anno nei confronti di Monti, esponendosi anch’esso alla responsabilità della fiducia: l’avrebbe confermata anche ora, ipotecando il proprio atteggiamento in campagna elettorale? O l’avrebbe negata, mostrando in pubblico un’opzione diversa dall’Agenda Monti? O forse anch’esso si sarebbe diviso, lungo le linee che già si intuiscono, ma che si vorrebbe tenere nascoste fino all’esito elettorale.
E poi Monti. Abbiamo dovuto decifrare le ragioni del capo del governo dimissionario da una conferenza stampa, in un fulmineo passaggio in cui si affermava che non c’erano alternative alla fine del suo Gabinetto e della Legislatura. Non in un’aula parlamentare, ma in una sede mediatica.
E dobbiamo ora intuire i suoi progetti da un «cinguettio», anzi da due. Proprio così, per grottesco che possa apparire: su twitter! E anche, si dice, su una pagina di facebook. Altro che Grillo! E anti-politica. E democrazia telematica. Due messaggini di 77 e 59 caratteri. «Monti su twitter: ‘Saliamo in politica’» titola il Corriere, senza sarcasmo, come se fosse un modo normale di trattare la cosa pubblica.
La campagna elettorale che ci aspetta sarà dunque «sotto copertura». Forse non sarà convulsa come temuto, ma sicuramente opaca. Nel senso che la verità – il «sottostante», potremmo dire con linguaggio da broker finanziari – verrà fuori solo dopo. A babbo morto (cioè a elettore liquidato). E quella verità sarà quella adombrata in sala stampa di Palazzo Chigi: che l’agenda Monti, chiunque vinca, sarà al centro del tavolo. Che le linee guida europee sono invalicabili. Che il lavoro – eufemismo per dire i lavoratori e i loro salari e le loro garanzie – sarà, in misura crescente, il materasso su cui scaricare il peso dell’infinito Salva Italia, in un processo di redistribuzione dal basso verso l’alto e dall’economia reale al circuito finanziario che continua a restare il dogma infrangibile di questa Europa (e di questo Occidente).
Che probabilmente questo avverrà per via diretta – con il taglio delle ali dei due «poli» e la convergenza al centro delle rispettive componenti «moderate». O, in alternativa, con l’ascensione di Mario Monti sul colle più alto – forse per questo parla di «salita» in politica – trasformato in vero baricentro del sistema e la delega al rappresentante della rinnovata maggioranza parlamentare di farsene esecutore.
Meglio saperlo fin d’ora. Perché solo una straordinaria impennata d’orgoglio dell’elettorato, oggi difficile da misurare, potrà smentire questa forse troppo facile profezia.
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