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sabato 29 settembre 2012

Introduzione del reato di tortura: ddl rinviato in Commissione

Notizie dal Senato
Mercoledì 26 Settembre 2012
 

L'Aula ha deciso il rinvio in Commissione Giustizia del ddl n. 256 (e connessi) sull'introduzione nel codice penale del reato di tortura e su altre norme in materia di tortura.

Il primo articolo del testo in esame introduce nel codice penale l'articolo 613-bis, che punisce con la reclusione da tre a dieci anni chiunque, secondo una definizione che ricalca quella della Convenzione internazionale del 1984, indebitamente ed intenzionalmente cagiona acute sofferenze psichiche o fisiche, mediante minaccia grave o comportamenti disumani o degradanti la dignità umana, ad una persona che non sia in grado di ricevere aiuto, al fine di ottenere da essa o da altri informazioni o dichiarazioni su un atto che essa o altri ha commesso o è sospettata di aver commesso, ovvero al fine di punire una persona per un atto che essa o altri ha commesso o è sospettata di aver commesso, ovvero per motivi di discriminazione, sia essa etnica, razziale, religiosa, politica, sessuale o di qualsiasi altro genere.

L'articolo 2 modifica l'articolo 191 del codice di procedura penale, chiarendo che le dichiarazioni ottenute mediante tortura, così come definite dall'articolo 613-bis del codice penale, possono essere utilizzate solo contro le persone accusate di tale delitto al fine di provarne la responsabilità e di stabilire che le dichiarazioni stesse sono state rese in conseguenza della tortura.

L'articolo 3 modifica il testo unico sulla disciplina dell'immigrazione e della condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, stabilendo l'impossibilità di respingere, espellere o estradare una persona verso uno Stato nel quale si ritiene che rischi di essere sottoposta a tortura.

L'articolo 4, infine, esclude l'applicabilità dell'immunità diplomatica per i cittadini stranieri condannati o processati per tortura in altro Paese o da un tribunale internazionale.

giovedì 27 settembre 2012

Il reato di tortura può aspettare
Pdl, Lega, Udc bloccano la legge
 
 
 
L'Aula di Palazzo Madama, dopo due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione il testo di legge che permetterebbe finalmente all'Italia di rispettare le convenzioni internazionali
Il passo in avanti mosso dalla Commissione Giustizia del Senato per permettere finalmente all'Italia di rispettare le convenzioni internazionali sulla tortura, si è improvvisamente arenato ieri.

L'Aula di Palazzo Madama, dopo quasi due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione per «ulteriori approfondimenti» il testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale messo a punto dal relatore Felice Casson.

A bloccare l'iter ci hanno pensato Lega, Pdl e Udc, timorose che l'introduzione del reato, così come è previsto e formulato nella Convenzione Onu ratificata dall'Italia nel 1988, possa limitare l'azione delle forze dell'ordine. Particolare preoccupazione desta l'articolo 1 che parla di «reiterate lesioni o sofferenze fisiche o psichiche ad una persona», queste ultime da eliminare, secondo il centrodestra. «È un vergognoso gioco a rimpiattino - ha commentato Casson - In commissione il testo è stato approvato all'unanimità, abbiamo proposto almeno dieci soluzioni possibili ma evidentemente qualsiasi soluzione al centrodestra non va bene. C'è chi vuole che la tortura in Italia non sia un reato».

sabato 15 ottobre 2011


LA PENA DI MORTE NEGLI STATI UNITI
Un'abolizione de facto?

 
 
Raffaello Sanzio_La Giustizia_Stanza della Segnatura_Vaticano_da Wikipedia 

The Death Penalty’s De Facto Abolition




 



A new Gallup poll reports that support for the death penalty is at its lowest level since 1972. In fact, though, the decline, from a high of 80 percent in 1994 to 61 percent now, masks both Americans’ ambivalence about capital punishment and the country’s de facto abolition of the penalty in most places.



When Gallup gave people a choice a year ago between sentencing a murderer to death or life without parole, an option in each of the 34 states that have the death penalty, only 49 percent chose capital punishment.
 



That striking difference suggests that more Americans are recognizing that killing a prisoner is not the only way to make sure he is never released, that the death penalty cannot be made to comply with the Constitution and that it is in every way indefensible. But there are other numbers that tell a more compelling story about the national discomfort with executions.



From their annual high points since the penalty was reinstated 35 years ago, the number executed has dropped by half, and the number sentenced to death has dropped by almost two-thirds. Sixteen states don’t allow the penalty, and eight of the states that do have not carried out an execution in 12 years or more. There is more.



Only one-seventh of the nation’s 3,147 counties have carried out an execution since 1976. Counties with one-eighth of the American population produce two-thirds of the sentences. As a result, the death penalty is the embodiment of arbitrariness. Texas, for example, in the past generation, has executed five times as many people as Virginia, the next closest state. But the penalty is used heavily in just four of Texas’s 254 counties.



Opposition to capital punishment has built from the ground up. It is evident in the greater part of America’s counties where people realize that, in addition to being barbaric, capricious and prohibitively expensive, the death penalty does not reflect their values.   
 




 



A new Gallup poll reports that support for the death penalty is at its lowest level since 1972. In fact, though, the decline, from a high of 80 percent in 1994 to 61 percent now, masks both Americans’ ambivalence about capital punishment and the country’s de facto abolition of the penalty in most places.



When Gallup gave people a choice a year ago between sentencing a murderer to death or life without parole, an option in each of the 34 states that have the death penalty, only 49 percent chose capital punishment.  



 


venerdì 15 luglio 2011


Un confronto tra

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
e
LEGGE BAGNASCO-BINETTI-CALABRO'-BERTONE-QUAGLIARIELLO-RATZINGER-...






2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. 




2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate. 

martedì 12 luglio 2011


 
 



TESTAMENTO BIOLOGICO
ovvero
IL GHIGNO DEL POTERE NELL'ITALIA BERLUSCONVATICANLEGHISTA DELL'ESTATE 2011


 



  Incombomo sulla persona non più libera. Contro la sua volontà le introducono tubi, le impongono pastoni chimici, la torturano. Questo stanno facendo i nostri "legislatori", un pugno di uomini e donne occasionalmente presenti in Parlamento.
 



*

 

 



“Tutti arancioni per mandare a casa Berlusconi”.
100 donne e uomini lanciano un appello di libertà   


  

mercoledì 22 giugno 2011


In carcere con loro

 



 Carceri: Pannella al 2° giorno di sciopero della sete, mobilitazione in tutta Italia per un’Amnistia per la Repubblica. Ma chi lo sa?  




Senza informazione impossibile conoscenza e dibattito democratico sulla crisi della giustizia e l'emergenza nelle carceri, come su altri grandi temi. Continua a crescere la mobilitazione a sostegno dell’iniziativa nonviolenta di Marco Pannella, in sciopero della fame dal 20 aprile scorso e,...  


*



Una tortura a cui molti preferiscono la morte. Pochi lottano per i prigionieri: i Radicali quasi da soli e qualcun altro. Ma ciò che non passa per le televisioni generaliste ancora non esiste.
Penso che la claustrofobia sia molto diffusa, perciò non dovrebbe essere difficile immedesimarsi negli esseri umani costretti in spazi estrememente ridotti.
Non dovrebbe essere difficile immedesimersi nemmeno nei polli e in tutti gli animali torturati con l'angustia degli spazi. Non sono vegetariana per nobili principi, ma non riesco quasi più a nutrirmi di carne, perché bistecche e prosciutti nel piatto mi materializzano l'immagine dei viventi torturati per procurarmeli.
Mi sento quel pollo. Figurarsi se il pollo, poi, è un essere umano.

mercoledì 13 aprile 2011


Carceri e tortura
due parole risuonate ieri a Montecitorio
 

Beccafumi Domenico_Benevolentia_Siena_Palazzo pubblico_Sala del Concistoro

Benevolentia

Scena 
Seduta n. 462 Martedì 12  

Personaggi




  • Deputato Furio Colombo


  • Deputata Rita Bernardini


  • Ministro della Giustizia Angelo Alfano



 



 



FURIO COLOMBO. Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori soltanto per far notare che, durante l'intera e appassionata perorazione dell'onorevole Bernardini, il Ministro della giustizia ha fatto una lunga telefonata e molte conversazioni. Mi sembrava giusto farlo notare.(Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). [pag. 86]
 

  PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bernardini. Ne ha facoltà.



RITA BERNARDINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi rivolgo anche al Ministro della giustizia Angelino Alfano. Nel titolo di questa proposta di legge, che in tanti abbiamo ricordato in questa Aula, c'è scritto che essa viene emanata anche in attuazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
Sapete tutti che questo provvedimento rafforza quanto previsto nella cosiddetta legge ex Cirielli, che distingue la posizione di coloro che sono incensurati, per quanto riguarda la prescrizione, da coloro che, invece, hanno commesso in passato alcuni reati.
Noi riteniamo - così come per la ex Cirielli - anche questo provvedimento ingiustificato perché è chiaro che gli incensurati rimarranno tali fino a che sono previsti provvedimenti di questo tipo.
Ma quello che rende veramente insopportabile questa norma - che è una norma ad personam e che non scalfisce minimamente il problema gravissimo della giustizia nel nostro Paese - è che questo Governo in questo momento non ha l'autorevolezza di parlare di giustizia attraverso questi provvedimenti quando tollera, e ha tollerato dall'inizio di questa legislatura, che nelle nostre carceri si attuino comportamenti [ Pag. 83 ] che costringono il detenuto a subire una vera e propria forma o forme di tortura (quel reato che voi non volete introdurre nel nostro ordinamento, e si capisce il perché), e io cercherò di spiegarvelo in questo intervento.
Lo scorso fine settimana, con una delegazione radicale, sono andata a visitare il
carcere Gazzi di Messina. So, signor Ministro, che ci è stato anche lei. Non so se lei abbia visitato due reparti: il primo che si chiama «La sosta», e il secondo che si chiama incredibilmente «Centro clinico». Ebbene, nel reparto «La sosta» si costringono esseri umani a vivere in uno spazio inferiore ai due metri quadrati. Sono costretti, questi esseri umani, ad arrampicarsi perché i letti a castello sono a quattro piani; ad arrampicarsi come scimmie perché non c'è nemmeno la scaletta per arrivare al quarto piano del letto a castello.
In queste condizioni, quindi senza potersi letteralmente muovere e con il degrado di queste cosiddette gabbie, celle (non so come le volete chiamare), questi esseri umani sono costretti a vivere per 21 ore al giorno, perché le ore d'aria sono un'ora e mezza la mattina e un'ora e mezza il pomeriggio.
Allora, cosa sono questi? Trattamenti disumani e degradanti. In più, la follia dell'amministrazione penitenziaria genera dei comportamenti nei confronti dei detenuti che sono assolutamente da pazzi.
Pensate che un detenuto, che si trovava presso il carcere di Catania, è stato trasferito al carcere Gazzi perché vi era un centro clinico. Questo detenuto deve fare ogni settimana una trasfusione di sangue perché è microcitemico. Ebbene, lo sapete dove lo portano ogni settimana? Ripeto che lui stava già a Catania. Lo portano, ogni settimana, da Gazzi, dove è stato trasferito, a Catania, con le scorte, con le macchine della polizia penitenziaria, ammanettato. Lo riportano a Catania per fare la trasfusione!

Signor Ministro, lei non risponde mai alle interrogazioni parlamentari che noi presentiamo su questo argomento. Ma vuole verificare? Si rende conto che l'amministrazione penitenziaria è letteralmente impazzita? Lo vuole comprendere o no, questo? Che cosa fate?
È di domenica scorsa la notizia che i NAS hanno sequestrato un milione e centomila galline perché erano trattate male, [ Pag. 84 ] si trovavano in spazi ristretti e le gabbie erano sporche, come quelle di Messina. Ma i NAS non ci vanno mai nelle carceri italiane? E, se ci vanno, che cosa fanno (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? E i magistrati di sorveglianza, che cosa stanno a fare? Non vedono quello che succede a Messina, a Poggioreale?

Noi tolleriamo, stiamo tollerando e siamo responsabili delle torture di questi esseri umani. Nessun passo avanti è stato fatto.
Ecco perché veramente mi appello a lei, Ministro della giustizia; lei è stato a Gazzi, ma ci è andato nel reparto «La sosta»? Ci è andato al «Centro clinico»? Lo ha visto, al Centro clinico, quel detenuto che è costretto a strisciare per terra perché non gli viene data una carrozzina? Lo ha visto, signor Ministro? Lo so, lei è distratto, ma che ci è andato a fare a Gazzi, a fare questa visita così, senza andare sul luogo per vedere come sono trattati i detenuti?



PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROSY BINDI (ore 17,30)



RITA BERNARDINI  . Signor Ministro, vi è un detenuto costretto a strisciare, a Gazzi, per potersi arrampicarsi su un WC lurido, sporco, perché avete tagliato persino i fondi per pulire le celle, per i detersivi. Questo cittadino, che non ha la carrozzella, deve strisciare in una cella piccola fino ad arrampicarsi sul WC. Non è una vergogna? Che autorevolezza ha uno Stato che si comporta in questo modo con degli essere umani? La giustificazione che ci hanno fornito per la mancanza della carrozzella è la seguente: la carrozzella non entra nella porta della cella del Centro clinico. E, allora, perché lo avete mandato lì? Perché spostate i detenuti senza nessuna ragionevolezza dalle loro regioni, li mandate dalla Campania alla Sicilia, da Brescia a Palermo? Perché fate questo?
Il grido di allarme: «stiamo morendo», mi è arrivato anche dal carcere della sua città, signor Ministro, da Agrigento. Non sono ancora andata a visitarlo; ci vogliamo andare insieme? Certo, sistemeranno qualcosa prima della nostra visita, ma non possono sistemare l'indecenza e l'incuria che dura da anni e per la quale non viene fatto niente. Avete tagliato i fondi Pag. 85persino degli psicologi, esattamente il 30 per cento quest'anno. Il 20 per cento dei detenuti ha problemi di tipo psichiatrico. Avete tagliato tutti i fondi per il lavoro in carcere.



Pag. 86



E, allora, vi dico che se un Governo vuole essere autorevole nel momento in cui propone delle leggi sulla giustizia deve anzitutto rispettare i principi fondamentali, a partire dall'articolo 27 della nostra Costituzione che è stato letto in quest'aula (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Futuro e Libertà per l'Italia).
 



*
12 APRILE 2011





 Camera dei Deputati: i cosiddetti 314  della maggioranza stanno sostenendo a rotta di collo un'ennesima legge ad Berlusconi personam (processo breve o prescrizione abbreviata? importa forse), i parlamentari del Partito Democratico leggono uno a uno gli articoli della Costituzione della Repubblica Italiana. Questione di vita o di morte per mister B., per i suoi ministri, per i suoi parlamentari (314? sì, uno più, uno meno).
All'interno della rappresentazione il racconto di una tragedia, la tragedia delle condizioni umane nelle carceri italiane. [ Citazioni dal resoconto stenografico]
 






    


 

martedì 6 luglio 2010


Che non succeda ancora una volta

 



Perché questa vicenda orribile non è in prima pagina? Perché i telegiornali la ignorano? Perché abbiamo un governo che fa trattati di amicizia con Gheddafi? Chi incentiva l'indifferenza?
 



 (ANSA) - STRASBURGO, 6 LUG - Il Consiglio d'Europa ha chiesto aiuto al governo italiano per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia. Lo ha fatto con due lettere inviate ai ministri degli Esteri Frattini e dell'Interno Maroni dal commissario ai diritti umani Hammarberg. Dal 30 giugno i 250 eritrei si trovano nelle celle del centro di detenzione di Braq, 80 Km da Seba, nel Sud della Libia, dove sono stati trasferiti dal centro di detenzione per migranti di Misurata dopo una rivolta.

venerdì 20 febbraio 2009

BERLUSCONISMO /// VATICANISMO


Beatrice Cenci di Harriet Hosmer_1856


Beatrice Cenci


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  • L'espropriazione del diritto umano all'autodeterminazione e del diritto civile di habeas corpus



  • Misconoscenza della Costituzione dello Stato Italiano



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Testamento biologico, Englaro
"Legge barbara, tutti in piazza"


"Il testo (leggi) che il Parlamento si appresta ad approvare è una barbarie". E il padre di Eluana invita ad andare alla manifestazione di sabato 21 a Roma, lanciata da Micromega e appoggiata da molti intellettuali. Il Pdl: "Offende le Camere" Repubblica, 20 febbraio 2009


L'APPELLO "Sì alla vita, no alla tortura di Stato"


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La legge del governo sul fine vita viola i diritti umani


I professori di diritto civile contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa.


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Ignazio Marino e il Pd: «Sull'etica un partito serio decide a maggioranza»

di Concita De Gregorio


domenica 25 gennaio 2009

Primi giorni della presidenza Obama


Sto seguendo i primi atti di governo di Obama con attenzione pari alle grandi speranze che la sua elezione ha suscitato. Questi primi giorni hanno segnato una significativa virata rispetto alla politica del fallimentare Bush: riprendeno i fili della migliore tradizione statunitense, Obama si è avviato per una strada che quella tradizione continua e si accinge a riparare le deviazioni terribili dell'amministrazione precedente. A cominciare dal tradimento della stessa Costituzione americana e di molti principi di legge, anzi della legalità in toto, come spiega in un suo articolo Barbara Spinelli. Comincio con un breve sunto di Eugenio Scalfari.


"In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi, Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all'Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo e l'importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro delle truppe dall'Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali gestite dalla Cia [e ha firmato la chiusura di Guantanamo].In tema di diritti ha ripreso i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali ricavate dagli embrioni ed ha riconosciuto alle donne la responsabilità primaria di decidere sul proprio aborto.
Barack Obama è profondamente religioso
ma la sua fede non gli ha impedito di iniziare una politica dei diritti profondamente laica. L'uomo di fede si raccoglie spesso in preghiera nella sua chiesa, ma il presidente degli Stati Uniti tutela i diritti fondamentali come prescrive la Costituzione del suo Paese alla quale ha giurato fedeltà.
Ecco un esempio
che ci viene da una grande democrazia e che ci auguriamo serva da punto di riferimento per tutti." ( Eugenio Scalfari, La Repubblica, 25 gennaio 2009 )



*


Obama e la maestà della legge


di Barbara Spinelli


Sin dal primo giorno del proprio mandato, Barack Obama ha fatto capire qual è la sua idea di emergenza, e cosa significa nella storia delle democrazie liberali. I dizionari spiegano che l’emergenza è una situazione di pericolo o crisi inaspettata, nella quale le pubbliche autorità si mettono in allarme e assumono poteri speciali. Per Carl Schmitt, che negli Anni 20 e 30 teorizzò la superiorità del potere assoluto sullo stato di diritto, l’eccezione è «più interessante» del «caso normale»: quest’ultimo è fatto di procedure ripetitive, che intralciano la capacità decisionale del vero sovrano. La vera autorità «non ha bisogno della legge per creare legge». Essa crea proprie leggi, piegando procedure e costituzioni al proprio buon volere e al mondo nuovo che promette: le sue leggi, di volta in volta ad personam o ad hoc, instaurano lo stato di pericolo e sospendono routine normative ritenute inani. Al posto della fiducia si inocula nel popolo la paura. Nel continente della libertà si dilata lo spazio della necessità. Riprendendo Hobbes, Schmitt conclude che non la verità «fa la legge» ma l’autorità, rivelata e temprata dalla situazione limite (Grenzfall).

Precisamente questo è accaduto nei due mandati dell’amministrazione Bush, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: la Costituzione è stata sottomessa alle esigenze del principe e all’accentramento del potere presidenziale. A dominare non era più l’imperio della legge (la rule of law) ma il sovrano e la contingente ideologia da esso incarnata. La prigione extraterritoriale di Guantanamo, dove non valgono le leggi costituzionali americane; le commissioni militari che senza garanzie giuridiche esaminano i detenuti; l’uso della tortura; l’abolizione dell’habeas corpus, ovvero del diritto (risalente al 1679) che ciascuno ha di conoscere i motivi della propria detenzione: queste le misure che hanno trasformato centinaia di prigionieri in animali cui è stato sequestrato il corpo, come direbbe Foucault.

Obama ha messo fine a tali arbitrii, che aboliscono l’equilibrio tra i poteri voluto dal pensiero liberale. Ed è importante che sia il suo primo gesto, perché qui è la vera urgenza dei giorni nostri, non solo negli Stati Uniti. La vera emergenza è l’idea stessa di un’emergenza continua, abbinata alla promessa di rottura col passato e al proliferare di leggi ad hoc: l’esempio statunitense ha rafforzato in molte democrazie questa mistificazione emergenziale-rivoluzionaria. È stata una loro regressione infantile, fondata sulla convinzione che la democrazia non avesse una storia lunga, fatta di norme e routine, ma fosse una pagina tutta bianca da colorare a piacimento. Il principe-bambino fa quel che crede, immaginandosi onnipotente. Ritorna allo stato precedente la separazione dei poteri di Montesquieu, quando il potere che s’espande abusivamente non è ancora fermato da altri poteri. In un passaggio chiave del discorso inaugurale, il 20 gennaio, Obama ha citato la prima lettera di Paolo ai Corinzi (13,11): «Rimaniamo una nazione giovane, ma come nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di metter da parte le cose infantili».

«Divenir uomo» consiste nel ritorno alla norma, nella scoperta del proprio limite, nell’abbandono della speciale arroganza unita a ignoranza che caratterizza l’infanzia. Non sarà facile, perché l’America resta ufficialmente in stato di guerra con il terrorismo, nonostante la volontà presidenziale di «tendere la mano a chi vuol aprire il proprio pugno». Anche se la guerra continua tuttavia, occorre restar fedeli alla Costituzione e alla separazione dei poteri. Occorre far capire al mondo che i prigionieri di Guantanamo saranno correttamente giudicati, che l’America non torturerà né a Guantanamo né in prigioni segrete sparse nel mondo. L’inverno dell’avversità cui ha accennato Obama esige la restaurazione della rule of law:


«Noi respingiamo come falsa la scelta fra la nostra sicurezza e i nostri ideali».





È una presa di posizione al tempo stesso morale e pratica. La tortura di prigionieri privati di habeas corpus non ha facilitato la guerra al terrorismo, ma l’ha complicata e invalidata. I video di Abu Ghraib sono usati da Al Qaeda come efficacissimo mezzo di reclutamento. Neppure in stato d’estremo pericolo (la bomba a orologeria che può esser sventata ricorrendo alla tortura) le leggi d’eccezione sono utili. In Italia se ne discusse nell’estate 2006: ci furono intellettuali e editorialisti democratici che aprirono alla tortura, pensando che l’ineluttabile spirito dei tempi fosse ormai questo.

Sono tanti gli studi che sostengono che la tortura, oltre a essere immorale in ogni circostanza, è probabilmente inservibile. Essa rende più difficile la cooperazione internazionale, perché le confessioni estorte sono inutilizzabili da inquirenti e tribunali. Il giudice spagnolo Garzón è di quest’opinione, e ha inoltre accusato le autorità Usa di tener nascosti in prigioni segrete testimoni essenziali per chiarire l’attentato del 2004 a Madrid. Peter Clarke, ex capo della polizia antiterrorista inglese, ha detto all’Economist nel luglio scorso: «Ogni evidenza raccolta a Guantanamo è inammissibile». Un uomo umiliato, cui si infligge l’annegamento simulato (waterboarding), confessa ogni sorta di bugia. David Danzig in un articolo su Huffington Post del 22 gennaio ricorda come i maggiori successi siano stati raggiunti da un’«arte dell’interrogatorio» che rifiuta la violenza, e preferisce l’astuto colloquio con pentiti e perfino con combattenti: Saddam Hussein e al-Zarqawi, ex capo di Al Qaeda in Iraq, furono scovati così.

Non sarà semplice smantellare le tante leggi ad hoc create nell’emergenza terrorismo, in America ed Europa. Perché sono leggi che lavorano nel buio, aggirando perfino sentenze delle Corti Supreme come quella statunitense, che ha restituito ai prigionieri l’habeas corpus. Non è semplice perché ancora deve esser affrontata la questione fondamentale: è veramente guerra quella che viviamo? e se lo è come chiamare l’avversario? E se non è guerra cos’è? Nemmeno Obama ha la risposta, che pure gli toccherà dare senza attendere altri sette anni. E ancor meno sanno rispondere i governi europei, che adottano leggi emergenziali d’ogni tipo (sul terrorismo e sull’immigrazione) evitando furbescamente di dichiararsi nazioni in guerra. Siamo lontani, qui, dalle autocritiche americane.
Tony Blair, che ha mimato ogni mossa e ogni disastro di Bush, ancora non è chiamato alla resa dei conti.
Ma qualcosa è cominciato, con una prontezza che fa onore a Obama.
Qualcosa comincia a esser detto: che essere uomini adulti in democrazia vuol dire rispettare leggi antiche, messe alla prova in situazioni ben più difficili di quella presente. Che il sovrano capriccioso e falsamente decisionista ha un comportamento immaturo. Che le tradizioni giuridiche contano: quelle racchiuse nelle costituzioni e quelle iscritte in leggi internazionali che Bush ha sprezzato, come la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. L’ansia di innovare a tutti i costi può esser letale, in democrazia. Il mito della «rottura» si sfalda. «Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza», ha detto Obama ai connazionali. Non a caso martedì li ha apostrofati in maniera inedita: invece di My fellow Americans, li ha chiamati My fellow citizens.

La questione morale coincide con il ritorno alla cultura della legalità, in America come in Europa. È la più grande necessità del momento: non si restaurerà una duratura fiducia tra governati e governanti, senza riconversione all’imperio della legge. Non si risaneranno l’economia, la politica, il clima. L’alternativa è chiudersi in belle bolle e ignorare i fatti: anche la bolla è qualcosa di molto infantile, che brilla di tanti colori fino a quando (inaspettatamente per i bambini) esplode. (
LaStampa, 25 gennaio 2009 )

mercoledì 3 dicembre 2008

Proposta Europea di condanna delle discriminazioni contro le identità di genere



Lasciate che gli omosessuali e i loro simili vengano discriminati, imprigionati, torturati, messi a morte.
L'omosessualità rimanga pure un reato in molti Paesi del mondo. Nel silenzio. 
A questo testo contro le discriminazioni 
Noi ci opponiamo.


(Ovviamente queste parole non sono mai state pronunciate dal Papa in questo modo, ma così me le sono immaginate io dopo il NO del Vaticano alla proposta di cui riporto il testo. La forma vuole sottolineare la discrepanza violenta tra quel NO e il dettato evangelico sulla eguaglianza di tutti i figli di Dio.)



Le vere frasi in un penoso delirio logico sono queste: CITTA' DEL VATICANO - L’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, boccia il progetto di dichiarazione che la Francia intende presentare a nome dell’Unione europea all’Onu per la depenalizzazione universale dell’omosessualità. «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale», afferma il vescovo in un’intervista all’agenzia stampa francese "I.Media". «Il catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma qui, la questione è un`altra». «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi - afferma mons. Migliore - si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni». (Corriere della Sera, 3 dicembre 2008: qui )


Proposta dell’Unione Europea per una dichiarazione ONU che condanni formalmente le discriminazioni contro gli omosessuali


Abbiamo l’onore di presentare questa dichiarazione sui diritti umani realtivamente all’orientamento sessuale e all’identità di genere da parte di […]




  1. Riaffermiamo il principio di universalità dei diritti umani, così come sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo di cui quest’anno si celebra il 60esimo anniversario e che all’articolo 1 proclama che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”;




  2. Riaffermiamo che ogni individuo ha diritto a godere dei diritti umani senza distinzioni di alcun tipo, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione, così come stabilito nell’Articolo 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e nell’articolo 2 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e nell’articolo 26 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici;




  3. Riaffermiamo il principio di non-discriminazione che richiede che i diritti umani siano estesi a tutti gli esseri umani indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere;




  4. Siamo profondamente preoccupati per le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere ;




  5. Siamo anche preoccupati che le persone di tutti i paesi del mondo siano oggetto di violenze, persecuzioni, discriminazioni, esclusioni, stigmatizzationi e pregiudizi a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere e che queste pratiche minino la loro integrità e dignità;




  6. Condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere ovunque avvengano ed in particolare la loro penalizzazione attraverso la pena di morte, le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, la pratica della tortura, altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, l’arresto o la detenzione arbitrarie e la privazione dei diritti economici, sociali e culturali, compreso il diritto alla salute;




  7. Richiamiamo la dichiarazione del 2006 emessa di fronte al Consiglio per i Diritti Umani da 54 paesi, per richiedere al presidente del Consiglio di fornire un’occasione per discutere di queste violazioni durante un’appropriata futura sessione del Consiglio;




  8. Accogliamo con favore l’attenzione conferita attraverso speciali procedure a questi temi dal Consiglio dei Diritti Umani e dai soggetti del trattato e li incoraggiamo a continuare a considerare, nell’esercizio dei loro mandati, le violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale;




  9. Accogliamo l’adozione della Risoluzione AG/RES. 2435 (XXXVIII-O/08) su “Diritti umani, Orientamento Sessuale e Identità di Genere” dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, emessa durante la 38esima sessione, il 3 giugno 2008;




  10. Richiamiamo tutti gli stati e i maggiori organismi per la protezione dei diritti umani ad impegnarsi a promuovere e proteggere i diritti umani di tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere;




  11. Esortiamo gli Stati a prendere tutte le misure necessarie, in particolare legislative o amministrative, per assicurare che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non possano essere, in nessuna circostanza, la base per l’attuazione di pene criminali, in particolare di esecuzioni, arresti o detenzioni;




  12. Esortiamo gli Stati ad assicurare che le violazioni dei diritti umani legate all’ orientamento sessuale o all’identità di genere siano investigate e che gli autori siano perseguiti e tenuti a renderne conto in termini giudiziari;




  13. Esortiamo gli Stati ad assicurare un’adeguata protezione ai difensori dei diritti umani e a rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di portare avanti il loro lavoro relativamente alla tutela dei diritti umani e alla lotta alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.




Radio Radicale.it, 2 dicembre 2008: qui .


Senza uguaglianza il mondo è un inferno, come tragicamente sanno tutte le vittime che subiscono la violenza dei regimi non democratici, soprattutto quelli teocratici.


Senza uguaglianza in ogni Paese del mondo il percorso di umanizzazione e civilizzazione delle società non può dirsi compiuto. E le religioni costituite dovrebbero essere le più attente all'affermazione della giustizia, se non altro per dettato divino, come per prime affermano.


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domenica 17 agosto 2008

TASHI DELEK



One World .......................


.........    One Dream


Free Tibet 2008



Free Tibet, Free China


Dopo aver osservato uno scrupoloso silenzio e aver sostenuto pubblicamente le olimpiadi di Pechino a sorpresa il Dalai Lama ha accusato le autorita' cinesi di "arrestare spesso civili (in Tibet), che vengono torturati con efferatezza fino alla morte.
  Cio e' veramente molto, molto triste". In un'intervista al primo canale tv, Tf1, il leader spirituale tibetano in visita a Parigi ha puntato il dito contro Pechino che non "rispetta in alcun modo lo spirito olimpico" Il Dalai Lama, per le prossime due settimane in Francia, aveva iniziato a criticare apertamente Pechino mercoledi' durante un incontro al Senato.
  La sua visita ha anche alimentato nuove polemiche politiche tra il presidente Nicolas Sarkozy, accusato di non volerlo incontrare per non mettere a rischio le floride relazioni economiche con la Cina, e l'ex sfidante, la socialista Segolene Royal. Quest'ultima si e' spinta fino ad annunciare di voler andare in Tibet. (AGI) - Parigi, 17 agosto -

domenica 21 ottobre 2007

Boicottare o no le Olimpiadi di Pechino?



dalla Redazione di ARTICOLO21


Boicottare o no le Olimpiadi di Pechino? Ed eventualmente in che modo? Questa è la domanda che da oggi il sito di Articolo21 rivolgerà ai propri visitatori. Per quanto  ci riguarda, ha dichiarato Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo21, non crediamo che si arriverà al boicottaggio perché esistono troppi interessi, soprattutto di tipo economico che impediranno il raggiungimento di un simile obiettivo.


Non vorremmo, tuttavia che il dibattito terminasse paralizzato tra chi legittimamente sostiene le ragioni del boicottaggio e chi, invece vorrebbe far finta di nulla. L’associazione Articolo21 ritiene, invece, che sia possibile realizzare una grande alleanza tra tutte le associazioni dei comunicatori nel Mondo e in Italia per realizzare un vero e proprio osservatorio sui diritti umani violati capace di fornire denunce quotidiane e di costringere il governo cinese non solo a fornire le risposte dovute ma ad eliminare una serie  di restrizioni lesive dei più elementari principi in materia di libera circolazione delle opinioni e delle informazioni.


Boicottare le Olimpiadi di Pechino 2008? Partecipa al sondaggio di Articolo21


Un appello non velleitario perché non si sottrae al senso delle proporzioni e alla concretezza del possibile. Sono convinta anch'io che le Olimpiadi nello Stato che ha in corso ( ora, proprio ora ) l'eliminazione del popolo tibetano, la repressione dello stesso popolo cinese, la complicità e la connivenza con altre sanguinarie dittature, si faranno e saranno un successo. Sono ancora più convinta, appunto per queste ragioni, che ogni più piccolo atto possibile di denuncia e di contestazione con mezzi pacifici debba essere compiuto perché in Cina abbia successo anche l'affermazione dei diritti umani e il diritto dei popoli all'indipendenza e all'autodeterminazione. C'è da augurarsi che abbia successo l'iniziativa di Articolo21 e che si concretizzi l'alleanza tra le associazioni di comunicatori e anche dei singoli blog.


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... e un'Occasione Felice


   Poesia dal blog Lievi[ta]menti di Lino Di Gianni, amico di web e compagno di viaggio. Le Temps des Cerises, nel sito Feaci Edizioni .

venerdì 19 ottobre 2007

BIRMANIA E TIBET



Le mappe mostrano con brutale evidenza l'incombere della Cina su due paesi ugualmente e diversamente martoriati: Birmania e Tibet. Senza dimenticare gli orrori, almeno quelli di cui si ha notizia, all'interno del grande paese contro lo stesso popolo cinese. Il Dalai Lama, capo spirituale dei tibetani, e Aung San Suu Kyi, capo politico dei birmani, continuano a lottare con i loro popoli rimanendo fermamente fedeli alla pratica della non violenza. Che cosa possiamo fare noi di fronte agli interessi mercantili e territoriali delle grandi potenze interessate, nuove e vecchie (leggi: Cina, India, Russia, ma anche i nostri mercanti a vario titolo)? Non ho molte idee, anzi sempre le solite: informazione accesa (senza odio, come insegna il Dalai Lama), boicottaggio delle amministrazioni e dei potentati economici (non dei popoli), manifestazioni dove e come si può. Ho letto a questo proposito un articolo nel sito Articolo21.


VOCI BIRMANE DESCRIVONO IL TERRORE


Boicottare le Olimpiadi?


I media internazionali continuano a riportare le testimonianze di cittadini anonimi sulla repressione passata e su quella in atto. Sui siti, a partire dalla Cnn, e sui grandi quotidiani internazionali. I media italiani avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se solo lo volessero. Non si può spingere la tragedia birmana nel sottoscala dell’informazione, come qualcosa che annoia o non fa ascolto. Ora più che mai  hanno bisogno di noi. Una casalinga ricorda la brutalità che ha visto il 26 settembre mentre faceva la spesa: picchiavano persone, tra cui un ragazzino,  che solo camminavano per strada senza far parte della protesta. Una vecchia che raccoglie la sua pentola di olio caldo (vende frittelle) e si mette a correre spintonata dai soldati. Due ragazzi col cellulare caricati sulle camionette. Una sua conoscente non ha più notizie dell’unico figlio
Un monaco di un monastero dove si insegna (anche inglese) a un centinaio di ragazzini: dice che tre quarti dei monaci del monastero sono fuggiti (anche quelli che insegnano)
Un insegnante che assiste i monaci: i soldati sono entrati e hanno distrutto le foto che ritraevano i monaci  con alcuni turisti con cui facevano pratica di inglese alla Shwedagon Pagoda. Monasteri circondato dai soldati di notte per vedere se i monaci tornano (e arrestarli)
Un giovane uomo: gente terrorizzata che non scambia più parola con alcuno, bar e negozi di te vuoti. Non si parla con gli stranieri al mercato. Nessuno si azzarda ad accendere i transistor per ricevere notizie dall’estero. Ovunque le autorità locali minacciano l’arresto per queste infrazioni.


Se a questi e ai tanti altri racconti si deve associare una parola, l’unica è Terrore. Il regime imposto dopo le brutalità sui cortei. E a questo si aggiungono le gravi notizie degli arresti di leader nazionali ben noti della Lega per la Democrazia. Htay Kywe, attivista dirigente della generazione ’88, era ricercato dal 21 agosto: sospettato con altri per il via alle proteste di strada contro il folle rincaro dei prezzi. La sua clandestinità  è durata poco più di un mese. Giorni prima, di un altro leader politico nazionale vicino ad Aung San Suu Kyi, la giunta ha comunicato alla famiglia il decesso durante la detenzione. Corpo cremato per non lasciare prove.


I raid continuano nelle notti. I centri di detenzione ufficiali e segreti sono pieni di non sappiamo quante persone. Subiscono torture, rischiano la vita o l’hanno già pagata e nessuno riesce a farmare i generali.
La diplomazia batte in ritirata. Ieri l’Unione Europea ha  inasprito le sanzioni all’import per colpire gli interessi dei generali: legno e gemme per lo più. E’ importante, ma non basta.
L’Onu ha fatto impallidire per la flebile richiesta di libertà dei prigionieri politici associata alla condanna di rito. E ha rispedito Gambari nell’area: a novembre tenterà di tornare a Rangoon. La Russia che considera la Birmania testa di ponte nel sud-est asiatico e la Cina che la vorrebbe protettorato,  legano le mani. Se alle due superpotenze si aggiunge l’India che, alla faccia di Gandhi, in Birmania non vuole lasciare campo libero alla Cina, il quadro è completo: Europa e Stati Uniti possono valutare il reale peso che hanno ed esercitano sulla scena internazionale. E’ anche un nostro problema se i governi europei e americano si trovano nell’angolo.
Forse anche loro avrebbero bisogno di nuovi strumenti di fronte al depotenziamento degli organismi internazionali.
Un po’ stupiscono le secche reazioni alla proposta di Goffredo Bettini  che l’Italia boicotti le Olimpiadi in nome della difesa dei diritti del popolo birmano: per esercitare pressioni sulla Cina che si fa scudo della “non interefernza nelle questioni interne”. Tanto più che sono arrivate da Bonino, Craxi e non so chi altri, in nome del “multilateralismo”. E se il mondo dello sport fosse sempre più coinvolto nella battaglia per la difesa dei diritti umani nel mondo? Quante platee si toccano. E se i governi, magari associati tra loro,  provassero nuove mosse oltre alle sanzioni? Magari a dispetto, sarebbe una notiziona, degli interessi nazionali economici in campo ?
Forse campagne di opinione come questa possano supplire alle piazze vuote (e sulla Birmania questa volta non per colpa della stampa!) che però poi si riempiono nella marcia Perugina-Assisi a testimonianza di una parte della società italiana che è impegnata e solidale. Che non chiude gli occhi, vuole sapere e vorrebbe fare.
La stessa proposta, sul Darfur, l’hanno lanciata Bayrou e Segolene Royal , le cosiddette star di Hollywood e tanti altri.
Sono campagne oltretutto che  consentono di usare strumenti non tradizionali della politicacapaci di comunicare con i mondi più diversi e lontani. Il movimento di opinione che si alimenta di iniziative anche creative di forte denuncia ha posto all’attenzione mondiale la tragedia del Darfur esercitando pressioni anche sui politici e sui governi. E questi sono i mesi cruciali per il dispiegamento dei 26 mila peace keepers nela regioner
Lo strumento è sempre lo stesso, chiunque può fare qualcosa: diamo cinque minuti del nostro tempo. Le iniziative sulla Birmania, dopo la marcia perugina-Assisi e i raduni del Campidoglio, continuano. Il prossimo appuntamento e’ alla festa del Cinema di Roma: uno stand per Aung San Suu Kyi e i monaci buddisti che raccoglieranno fondi per il popolo birmano


Alessandra Mancuso - 17/10/2007 - QUI



Da leggere:


DI RITORNO DALLA BIRMANIA
La gente scenderà nuovamente in piazza
di Bruna Iacopino
“La repressione di questi ultimi giorni ha funzionato, almeno per il momento, gli arresti notturni dei leader dell’opposizione sono proseguiti senza sosta” così Oliviero Bergamini esordisce al ritorno dalla Birmania, dove, in compagnia dell’operatore Claudio Rubino, ha seguito per il Tg3 le proteste di piazza che hanno infiammato le strade di Rangoon. Per capire cosa ha condotto migliaia di persone a scendere in piazza nonostante il pericolo della repressione militare è necessario tener conto delle condizioni in cui versa il paese: “La gestione corrotta dell’economia, spiega Bergamini, ha portato ad una situazione di crisi inimmaginabile: la gente è esasperata, il costo della vita è altissimo di contro ad una situazione di povertà tra le peggiori al mondo...


SaveTibet


Per la Birmania ho ricevuto da AminaAmina questi link:


Petizione Avaaz
Petizione Amnesty
Petizione United Nations Security Council
Petizione Campaigning For Human Right in Burma
Petizione CISL,WWF,GREENPEACE E LEGAMBIENTE



martedì 28 agosto 2007

   Alberto Gonzales si è dimesso.


Bush e Gonzalesamici dai tempi in cui lui era governatore del Texas. Gonzales allora era l'avvocato di Bush. Poi è stato consigliere legale della Casa Bianca. Infine è stato chiamato, primo ispanico nella storia, a fare il ministro della Giustizia. Questa è una fotografia storica con quel presiedente sfocato in secondo piano che guarda il suo pupillo, l'ultimo del suo giro di amici a dimettersi, dopo il ministro della difesa Donald Rumsfeld e il cervello consigliere Karl Rove. Il nome di Alberto Gonzales, al di là degli altri scandali, sarà per sempre collegato alla vergogna di Guantanamo . Peccato per un uomo che ha detto: "Ho vissuto il sogno americano". E sarebbe stato bello se l'avesse vissuto senza trasformarlo in incubo con le sue idee nefaste sulla giustizia, sui diritti umani e sul trattamento dei prigionieri.


"Mr. Gonzales has been a controversial figure in Washington since shortly after the terrorist attacks on Sept. 11, 2001, when, as White House counsel, he supported legal policies that broadly expanded the powers of the executive branch and allowed for the imprisonment and interrogation of terrorism suspects in conditions that human rights groups said amounted to torture. He became attorney general in February 2005, succeeding John Ashcroft." (The New York Times )



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Voglio segnare nel mio diario questo giorno che finalmente è arrivato. Nell'attesa che altri ne arrivino per cambiare rotta e riprenderci la nostra civiltà che non può prescindere dai diritti umani. Ma giustizia vuole che non si dimentichi il ruolo dei paesi europei in questa tragedia, in primis della Gran Bretagna e dell'Italia a guida berlusconiana. E, ancora, è obbligatorio porsi domande sulle lotte degli integralisti islamici tra loro e contro gli altri gruppi religiosi. Giustizia vuole che si dica che i capi religiosi, forti dello strumento "divino", hanno responsabilità non minori dei politici.



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Fotografie: The New York Times - BBC

venerdì 24 agosto 2007

    Salviamo Pegah dalla lapidazione


LAPIDARE un uomo o una donna fino a farli morire può richiedere molto tempo, specialmente se coloro che scagliano le pietre desiderano di proposito prolungarne l'agonia. Il colpo di grazia alla testa, in grado di portare a uno stato di incoscienza o alla morte, può farsi attendere anche un'ora, mentre le pietre di piccole dimensioni che provocano contusioni sono rimpiazzate poco alla volta da pietre di dimensioni maggiori in grado di frantumare gli arti. Soltanto quando il corpo è in agonia in ogni sua parte può sopraggiungere la morte.

Questa è la sorte che potrebbe attendere Pegah Emambakhsh, una donna iraniana di quaranta anni, il cui crimine è quello di essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha trovato rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito all'arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della sua partner sessuale (non è chiaro, ad ogni buon conto, se la sentenza è stata eseguita o lo sarà in futuro). La sua domanda di asilo però è stata respinta: secondo l'Asylum Seeker Support Initiative di Sheffield, dove Pegah si trova rinchiusa in un centro di detenzione, quando le è stato chiesto di fornire le prove della sua omosessualità e lei non ha potuto farlo, le è stato riferito che doveva essere deportata. L'estradizione, che doveva avvenire oggi, all'ultimo momento è stata rinviata al 28 agosto: alla fine del mese potrebbe essere già morta.

La Repubblica Islamica Iraniana, si legge in un recente rapporto, è "più omofobica di qualsiasi altro paese al mondo o quasi. La tortura e la condanna a morte di lesbiche, gay e bisessuali, caldeggiate dal governo e contemplate dalla religione, fanno sì che l'Iran sembri agire in barba a tutte le convenzioni sottoscritte a livello internazionale in tema di diritti umani". Leggere il rapporto, redatto da Simon Forbes dell'organizzazione londinese Outrage, è terribile: vi si leggono storie di giovani uomini e giovani donne perseguitati, arrestati, picchiati, torturati e giustiziati - spesso con soffocamento lento - per avere avuto rapporti omosessuali.

Il brutale giro di vite nei confronti dei gay iraniani - gruppo che non ha mai goduto di grande supporto nel suo stesso paese - è iniziato dopo il 1979 e l'arrivo al potere del regime religioso ispirato dall'Ayatollah Khomeini. All'epoca gli omosessuali colti in flagranza o sospettati di essere gay erano impiccati agli alberi sulla pubblica piazza. In linea di massima si trattava di uomini, ma non mancavano le donne. A quei tempi i diritti degli omosessuali non erano una causa granché popolare da nessuna parte e il nuovo regime, ispirato da un genere di fondamentalismo islamico che non poneva limiti al proprio radicalismo e che addossava a Stati Uniti e Occidente la responsabilità di tutti i suoi mali, non vedeva necessità alcuna di dissimulare le proprie azioni. Tutto ciò è andato avanti fino alla fine degli anni Ottanta, quando i diritti dei gay hanno riscosso ovunque maggiore comprensione: le proteste internazionali hanno iniziato a moltiplicarsi e il regime, preoccupato in maggior misura per la propria immagine a livello internazionale, è diventato meno radicale e ha posto fine a queste dimostrazioni.

Ciò non significa che le esecuzioni fossero cessate. Il 19 luglio 2005 due adolescenti gay della città iraniana di Mashhad sono stati impiccati in pubblico, giustiziati con un lento strozzamento. Sono stati condannati a morte per il fatto di essere gay. Le autorità li avevano accusati di aver rapito e stuprato un minore, ma a loro carico non è mai stata prodotta alcuna prova. La comunità gay iraniana e i gruppi di difesa dei diritti umani non hanno mai creduto alle accuse ufficiali. La loro condanna a morte è servita a rammentare a tutti che l'omosessualità, nell'Iran di Ahmadinejad, è tuttora considerata un reato punibile con la condanna a morte. Per gli uomini o le donne sposate la condanna a morte è eseguita tramite lapidazione, perché nel loro caso il reato è considerato più grave. (Pergah, che ha due figli, ha dovuto contrarre un matrimonio organizzato).

Quantunque negli ambienti della middle-class di Teheran una certa discreta attività gay sia ancora possibile, il rischio - estremo, di morte - lo si corre sempre. Il rapporto di Outrage così commenta: "Affermare che per gli omosessuali del 2006 alcune zone dell'Iran sono più sicure di altre equivale ad affermare che per gli ebrei del 1935 alcune zone della Germania erano più sicure di altre".

Deportare una donna sulla quale incombe una morte tramite lenta agonia per il fatto di esercitare le proprie preferenze sessuali non è azione degna di uno Stato civile: non possiamo che augurarci che le autorità britanniche facciano dietrofront. Una speranza ancora c'è: uno dei membri del Parlamento dell'area di Sheffield dove vive oggi Pegah, Richard Carbon, Ministro dello Sport, alcuni giorni fa ne aveva bloccato la deportazione e le autorità l'hanno rinviata a domani sera. Le associazioni gay hanno diffuso la notizia in tutto il mondo e i media di molti paesi, Italia inclusa, hanno sollevato il caso.

Per la Gran Bretagna in tutto ciò vi è un triste paradosso: essa è stata e rimane il rifugio di molti musulmani che professano apertamente di odiarla, in parte proprio per le sue opinioni relativamente liberali in fatto di omosessualità, e per le sue leggi sui diritti umani. Alcuni musulmani, accusati di istigare al terrorismo, sono stati deportati, la stragrande maggioranza no. Eppure, adesso una donna che in Gran Bretagna ha trovato salvezza da una pena efferata e che ha fatto appello alle autorità perché le considerava tolleranti, potrebbe essere rispedita indietro e, di fatto, mandata a morire. Deportare Pegah Emambakhsh non sarebbe semplicemente un'ingiustizia: sarebbe indegno di uno Stato civile.


John Lloyd  ( Traduzione di Anna Bissanti , 23 agosto 2007 - Fonte: La Repubblica  )


La priorità assoluta spetta a tutto ciò che si può fare per salvare questa persona, senza sottilizzare sull'entità del pericolo, perché il solo spettro di un pericolo del genere è terrificante di per sé. Se poi lo stato sovrano è l'Iran, c'è poco da sottilizzare, come sta facendo la Gran Bretagna, membro dell'Uniuone Europea e stato di tradizione liberale e democratica.


Non ho trovato appelli da firmare in rete, appelli al nostro Stato, che almeno in questo campo è affidabile. Qualcuno degli altri/e viandanti del web ci è riuscito?


Non è il tempo di fare polemiche, ma qualche rilievo devo farlo:


1. La Gran Bretagna continua nei suoi comportamenti incomprensibili, dalla guerra in Iraq in poi. Ora pare che l'Italia si stia attivando per offrire asilo politico a Pegah.


2. La notizia di un orrore simile che sta per essere perpetrato in Europa, prima che in Iran, non gode di grande interesse nei "nostri" mezzi di informazione.


3. L'Iran è uno stato sovrano, lo so. Le condanne a morte sono frequentissime ed eseguite spesso con metodi cruenti di crudeltà inaudita. La tortura sembra essere legale in quelle lande: le fustigazioni, gli strozzamenti lenti, le lapidazioni avvengono in pubblico e sono ampiamente documentate, perciò non voglio pensare a ciò che accade nel chiuso delle prigioni. Ultimo documento: Iran, frustato in piazza per aver bevuto alcol.Tutto questo viene fatto in nome di Allah (nome proprio arabo per indicare Dio). E mi tremano le mani mentre scrivo, nonostante la mia distanza siderale dalla blasfemia di questi pseudoreligiosi.


4. Mi si sta creando un problema sempre più grave con l'Islam. Come si può rispettare una religione in nome della quale, senza che i vari seguaci muovano ciglio, si applica la legge della sharia? La non violenza, l'in-nocenza, l'ahimsa, in cui mi riconosco come essere umano, mi spingono a ribellarmi, a oppormi, a gridare.


*



Ringrazio Masso57 e Pling per la collaborazione ampia e generosa. Bisogna fare scrivere ora tutte le mail possibili a tutti gli indirizzi indicati, ma poi bisognerà mantenersi vigili, perché nessuno approfitti del silenzio che seguirà inesorabilmente.




  • Sit In di fronte all’Ambasciata Britannica a Roma
    in via XX settembre 80
    lunedì 27 agosto 2007 dalle ore 18,30.  
    Per adesioni inviare una mail a: presidente@arcigay.it



  • Questo il testo dell’appello in italiano del Gruppo Everyone, per sottoscrivelo, inviare una mail con nome e cognome e con oggetto "Adesione appello caso Pegah Emambakhsh" a o matteo.pegoraro@infinito.itroberto.malini@annesdoor.com



  • Per ulteriori approfondimwenti: www.rowzane.com

    IRanian Queer Organization: 
    www.imgpress.it 



  • Un modo per scongiurare che questo avvenga occorre mandare una mail all'indirizzo: savepegah@gmail.com - la mail dovrà avere come oggetto "Save Pegah" e servirà per sottoscrivere l'appello lanciato dall'associazione del Gruppo EveryOne, che lotta affinché non ci siano ancora tragedie assurde come questa.



  • Possiamo inoltre scrivere al nostro governo mandando una mail all'indirizzo relazioni.pubblico@esteri.it , affinché il ministero italiano degli esteri faccia pressioni alla Gran Bretagna per scongiurare l'estradizione.




  • Invece, in UK: (da http://www.ukgaynews.org.uk/Archive/07/Aug/2301.htm)

    Letters of support of for Pegah Emambakhsh should be sent to: Rt. Hon. Jacqui Smith MP, Home Secretary, 2, Marsham St, London, SW1P 4DF. Because of the urgency and the holiday weekend, faxing the letter is suggested. The fax numbers are: + 44 (0) 207 035 3262 or +44 (0) 207 035 2362.
    In either case the letter (envelope or fax) should be clearly marked for ‘The personal attention of The Home Secretary’. The Home Secretary’s email address is homesecretary.submissions(at)homeoffice.gsi.gov.uk – replace “(at)” with “@”.
    “So we can keep a record of what has been written please send a brief email to: pegahletters(at)mac.com to let the campaign group know who you have written to and by what form (letters, fax, email),” the Assist spokesperson requested.






  • Ecco alcune e-mail dove inoltrare una, dieci, cento, mille mail (civili) di protesta, per la vita di Pegah:

    Home secretary, Jaqui Smith at the link below http://www.upmystreet.com/commons/email/l/37.html
    Pegah's own MP richard Caborn is here
    http://www.upmystreet.com/commons/email/l/582.html

    the Prime Minister, Gordon Brown is here
    http://www.upmystreet.com/commons/email/l/850.html

    Home Offices ministers:

    Vernon Coaker 
    http://www.upmystreet.com/commons/email/l/528.html

    Tony McNulty 
    http://www.upmystreet.com/commons/email/l/393.html

    Liam.Byrne@homeoffice.gsi.gov.uk