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martedì 10 marzo 2009

TIBET










drapeau_flottant-2




TASHI DELEK


Lhasa 1959 


Lhasa, 10 marzo 1959


 


Dharamsala, March 10, 2009, 9:14 am


Statement of His Holiness the Dalai Lama on the Fiftieth Anniversary of the Tibetan National Uprising Day


Mezzo secolo di sofferenze


DALAI LAMA


Oggi è il cinquantesimo anniversario della pacifica rivolta del popolo tibetano contro la repressione della Cina comunista in Tibet. Dallo scorso marzo si sono diffuse pacifiche proteste in tutto il Tibet. La maggior parte dei partecipanti erano giovani nati e cresciuti dopo il 1959, i quali non hanno mai vissuto né visto un Tibet libero. Questi cinquanta anni hanno portato indescrivibili sofferenze e distruzioni alla Terra del popolo tibetano.

Anche oggi i tibetani in Tibet vivono con una paura costante e le autorità cinesi sospettano costantemente di loro. Oggi la religione, la cultura, la lingua e l'identità, che le successive generazioni di tibetani hanno considerato più preziose che le loro vite, sono a rischio d'estinzione; in breve, il popolo tibetano, è stato considerato come un criminale meritando soltanto di essere messo a morte.

Noi abbiamo bisogno di guardare al futuro e lavorare per i nostri benefici. Rivolgiamo il nostro sguardo verso una legittima e concreta autonomia che abiliterebbe i tibetani a vivere entro la struttura della Repubblica Popolare Cinese. Soddisfacendo le aspirazioni del popolo tibetano consentirebbe alla Cina di ottenere stabilità e unità. Per quanto ci riguarda, noi non stiamo avanzando nessuna richiesta basata sulla storia. Guardando indietro alla storia, non c'è nessun paese oggi, Cina inclusa, il cui status territoriale è rimasto immutato, né che possa essere soggetto a modifica.

Sono deluso per il fatto che le autorità cinesi non abbiano risposto in maniera appropriata ai nostri sinceri sforzi per migliorare l'autonomia regionale per tutti i tibetani, come stabilito nella Costituzione della Repubblica Popolare Cinese. A margine dell'attuale processo del dialogo sino-tibetano che non ha portato a nessun risultato concreto, c'è stata una violenta repressione sulle proteste dei tibetani che hanno scosso l'intero Tibet da marzo dello scorso anno.



Sin dall'antichità il popolo cinese e quello tibetano sono stati vicini. Anche nel futuro noi dobbiamo vivere insieme. Quindi è molto importante per noi coesistere in amicizia gli uni con gli altri. Dall'occupazione del Tibet, i Comunisti Cinesi hanno fatto una propaganda distorta sul Tibet e sulla sua gente. Di conseguenza, ci sono nella popolazione cinese poche persone che hanno una vera comprensione sui fatti del Tibet. È infatti molto difficile per loro conoscere la verità. Ci sono anche leader cinesi di estrema sinistra che dallo scorso marzo hanno fatto una diffusa propaganda con il solo scopo di creare astio tra il popolo cinese e quello tibetano. Tristemente, come risultato, si è fatta spazio nelle menti di alcuni nostri fratelli e sorelle cinesi una impressione negativa dei tibetani.

Quindi vorrei esprimere un forte desiderio affinché i nostri fratelli e sorelle cinesi non siano influenzati da questa propaganda, ma invece comprendano gli accadimenti del Tibet in modo imparziale, così che non ci siano divisioni tra di noi. I tibetani dovrebbero anche continuare a lavorare per l'amicizia con il popolo cinese.

Guardando indietro ai 50 anni dell'esilio, noi abbiamo sperimentato molti alti e bassi. Comunque sia, il fatto che la questione tibetana sia ancora aperta e che la comunità internazionale si stia interessando molto è senza dubbio un traguardo. Vista da questa prospettiva, io non ho alcun dubbio che prevarrà la giustizia per la giusta causa del Tibet, se noi continuiamo sul cammino della verità e della non violenza.

Dico sempre che dobbiamo sperare per il meglio e prepararci per il peggio. Da qualsiasi punto lo guardiamo sia dalla prospettiva globale che dal contesto degli eventi in Cina, ci sono ragioni per noi che ci fanno sperare in una veloce risoluzione della questione tibetana. Ma dobbiamo anche essere preparati nel caso in cui la lotta per il Tibet si protragga per un tempo più lungo. (La Repubblica, 10 marzo 2009)


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1. Bandiera Tibetatana. Simbologia: 1. La gloriosa e bellissima montagna bianca, situata al centro, simboleggia la grande nazione tibetana, famosa per le montagne innevate che la circondano. 2. I sei raggi di luce rossa diretti verso il cielo simboleggiano le sei tribù del Tibet: Se, Mu, Dong, Tong, Dru e Ra. 3. L’alternanza del colore rosso e del colore azzurro del cielo simboleggia la continua ricerca della retta condotta morale necessaria per mantenere e proteggere la legge spirituale e la legge temporale sancita dalle due divinità tutelari, una rossa e una nera, che hanno protetto il Tibet nel corso dei tempi. 4. I raggi emanati dal sole nascente sopra il picco della montagna innevata, simboleggiano l’eguale godimento, da parte di tutti i cittadini tibetani, della luce della libertà, della felicità spirituale e materiale e della prosperità. 5. La posizione della coppia di intrepidi leoni di montagna, il cui coraggio è suggerito dalle cinque sporgenze sulla sommità della loro testa, simboleggia il totale successo contro tutte le avversità delle azioni intraprese dal governo spirituale e secolare della nazione. 6. I tre gioielli colorati sopra ai leoni, bellissimi e radiosi di luce, simboleggiano la continua venerazione da parte del popolo Tibetano delle Tre Preziose Gemme, oggetti del rifugio. 7. Il mulinello della gioia, sorretto dai leoni, simboleggia l’osservanza della dirittura morale secondo le somme tradizioni rappresentate dai dieci precetti divini di virtù e dalle sedici regole etiche della vita laica. 8. Il bordo giallo simboleggia il fiorire e lo sviluppo degli insegnamenti del Buddha, paragonabili all’oro purissimo, attraverso spazio e tempo senza limiti.


2. Agence France-Presse — Getty Images.  A file photograph from March 10, 1959, of Tibetans gathered in front of the Potala Palace in Lhasa, the capital of Tibet, during an uprising against Chinese rule which ultimately failed. (New York Times: QUI)


3. Ashwini Bhatia/Associated Press. The Dalai Lama gave a blistering speech on Tuesday morning in Dharamsala, India. (New York Times: QUI)


martedì 10 febbraio 2009

Il Dalai Lama a Venezia oggi.



Un'immagine mossa. E' tutto quello che sono riuscita a cogliere di una visita molto attesa. Con i miei occhi e con l'obiettivo di una fotocamera. Un'emozione grande lunga qualche istante. Poi, servizio di polizia ad alta intensità. Impossibilità di ascoltare in mancanza di un invito. La Biblioteca Marciana non può accogliere molte persone. Fine.

venerdì 28 novembre 2008


Senza uguaglianza la democrazia è un regime
di GUSTAVO ZAGREBELSKY


Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un' associazione di idee.


Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c' è un regime significa se c' è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c' è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc. Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si presta all' analisi, della demonizzazione politica, funzionale all' isteria e allo scontro. Ma "regime" è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime", di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per l' appunto, di regime fascista.


Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere posizione, perché l' essenziale sta nell' aggettivo. Così, assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"?


Che l' Italia viva un' esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e dall' esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l' ha preceduta: almeno di questo non c' è da dubitare. Lo pensano, e talora lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste. Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell' incubazione. La covata è a mezzo. L' esito non è scritto.


La Costituzione del ' 48 non è abolita e, perciò, accredita l' impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l' esito. Forze potenti sono all' opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico. Che cosa significa "costituzione in bilico"? Innanzitutto, che non si vive in una legittimità costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano.


Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu, trattando delle forme di governo nell' Esprit des lois. Quando questo principio essenziale è in consonanza con l' esprit général di un popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima e, perciò, solida e accettata. Quando è dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e dunque non esiste un esprit che possa dirsi général, questo è il momento dell' incertezza costituzionale, il momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia. Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni di una diversa legittimità. Così, si resta inerti. L' accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi. 


Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall' uno all' altro, è l'atteggiamento di fronte all' uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall' uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario.



Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione.


Nell' essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest' ultima (il voto, i partiti, l' informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale.


Ciò vale a iniziare dalla parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l' etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l' integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all' uguaglianza.


Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell' uguaglianza. In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell' uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una legge "ferrea". E' la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l' uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell' azione politica.


La costituzione - questa costituzione che assume l' uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto. Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c' è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d' interesse, per i quali, anche, non c' è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d' ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall' intervento privato, dove chi più ha, più può. Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato.


Analogamente, anche l' organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L'oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l' allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall' alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso. E' una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico. L' indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle società, è minacciata.


Ma il tema delle incompatibilità, cioè del conflitto di interessi, a destra come a sinistra, è stato accantonato. La causa è sempre e solo una: l' appannamento, per non dire di più, dell' uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici. Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall' arbitrio di uno solo, kahn, califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno, il più "orientale" dei signori dell' Occidente, perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici, «si comportava con i barbari come con animali o piante», cioè meri oggetti di dominio, «così riempiendo il suo regno di esìli, destinati a produrre guerre e sedizioni». Sarà pur vero che comportamenti di quest'ultimo genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al folklore. - GUSTAVO ZAGREBELSKY - La Repubblica, 26 novembre 2008 - QUI


Aggiornamento del 29 novembre 2008


Berlusconismo (3)


Il mancato rispetto dell'uguaglianza così com'è declinata nella nostra Costituzione è il grande error che riscontro nella politica berlusconista e, in parte, addirittura nella politica della "sinistra". A sinistra, tuttavia, il principio dell' "uguaglianza dei cittadini davanti alla legge" non è disconosciuto nella teoria e nella prassi come dal leader massimo del berlusconismo.


Il partito politico fondato da Berlusconi proprio sulla disuguaglianza si fonda, a cominciare dalle posizioni e dalle azioni, in Parlamento e fuori, del grande capo unico, non eletto ma acclamato in ogni circostanza più o meno decisiva.


Sto pensando, in campo legislativo, a tutta le serie delle leggi ad personam e ad personas, e in particolare alla peggiore in assoluto: il lodo Alfano. Se la Corte Costituzionale dovesse ritenerlo costituzionale, per me sarebbe un momento di gravissimo sconforto, perché nulla impedirebbe poi di allargare la disuguaglianza proclamata dal lodo Alfano a un numero imprevedibile di altri personaggi (ministri, parlamentari e quant'altro) fino a creare una casta di intoccabili dalla legge per legge.


Se non vale il principio "della pari dignità sociale e dell'uguaglianza davanti alla legge" (art. 39), si rafforazano le gerarchie di potere, le famigerate caste che prosperano sul mantenimento di piccoli, grandi e grandissimi conflitti d'interessi. Senza eccessive distinzioni, purtroppo, tra destra e sinistra, ma è il caso di sottolineare che il massimo conflitto d'interessi, quello che stupisce il mondo intero, è concentrato nel leader massimo del berlusconismo: Berlusconi stesso. E così via, quasi questa fosse una "fatalità" caduta sul popolo italiano, una parte del quale sembra contento di questa situazione. Mi domando come sia possibile. e sulla crisi spaventosa provocata da una dottrina economia disumana, recepisco qui l'analisi di Massimo Giannini su La Repubblica di oggi: Una manovra da 10 minuti, a proposito dei rimedi messi in atto dal ministro Tremonti e da un velocissimo Consiglio dei ministri. Ma, tant'è, per dire sì al leader massimo, dieci minuti sono anche troppi. Basta la fiducia. A occhi chiusi, perinde ac cadaver.



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Dalai Lama - Photograph: Murdo MacLeod


«Esiste il male ed esistono i cattivi, certo, ma la maggior parte dei sei miliardi di persone che abitano questo pianeta sono capaci di compassione e gentilezza. Se pensiamo questo, ci sarà futuro per il pianeta». Dalai Lama


Un pensiero del Dalai Lama per dare respiro all'anima e far volare la mente con l'ottimismo della saggezza.

sabato 29 marzo 2008

      Raimon Panikkar


" «ponte vivente» tra Oriente e Occidente, tra diverse tradizioni di pensiero - cristianesimo, buddhismo, hinduismo - instancabile viaggiatore leggero, attraversatore di confini tra sapere scientifico e cultura umanistica "


Paul Klee_Macchina per Cinguettare_1922_MoMa


Paul Klee, Macchina per Cinguettare


A Raimon Pannikar, uomo «ponte vivente» è stato dedicato un saggio. Paulo Barone: Spensierarsi. Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare (Diabasis, pp. 117, euro 13). Se ne parla in un articolo de Il Manifesto.


Attimi di contemplazione vivente insieme a Raimon Panikkar


Al pensiero di uno dei grandi maestri della nostra epoca, è dedicato il recente saggio di Paulo Barone «Spensierarsi». Inedite costellazioni, utili per orientarsi tra le destabilizzanti «formule» del filosofo

Alberto Ghidini



Educare lo sguardo a una nuova innocenza, sembra essere la sfida più urgente nell'illuminismo spettacolare e tecnoscientifico della postmodernità. Impresa non da poco se si pensa che oggi la rete globale dell'informazione «si incarna nell'occhio», come scriveva Ivan Illich, riducendo la visione, la stessa capacità di sentire, a una forma di scanning. La posta in gioco è una trasformazione radicale del nostro modo di vedere: agli occhi viene chiesto di assumere una «funzione ricettiva estrema», in grado di avviare un sistema di avvistamento auricolare della realtà materiale, umana e divina, in una parola sola cosmoteandrica.

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Questa espressione ci proietta direttamente nella filosofia di Raimon Panikkar, al quale Paulo Barone ha dedicato il suo saggio Spensierarsi. Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare (Diabasis, pp. 117, euro 13), che prende il sottotitolo da Die Zwitscher Maschine, opera di Paul Klee degli anni '20 in cui, su un fondale olio e acquerello di colori stinti, estenuati, «e perciò - osserva lo stesso Barone - continuamente variabile», appare un bizzarro congegno a manovella concepito per riprodurre il cinguettio degli uccelli.

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Nel libro la minuscola e singolare macchina di Klee diventa un ritornello ispiratore, un talismano che Barone attiva per accompagnare il lettore nell'incontro con questo maestro della nostra epoca, «ponte vivente» tra Oriente e Occidente, tra diverse tradizioni di pensiero - cristianesimo, buddhismo, hinduismo - instancabile viaggiatore leggero, alla Langer, attraversatore di confini tra sapere scientifico e cultura umanistica. La complessa, lampeggiante, visione del mondo secondo Panikkar - del quale presso Jaca Book è in preparazione l'Opera Omnia - ci viene presentata da Barone attraverso un raffinato intreccio di riferimenti testuali relativi tanto alla sua vasta e poliedrica produzione, quanto a una piccola famiglia filosofica e letteraria di amici che ad essa offre l'ambientazione ideale: da Wittgenstein a Benjamin a Deleuze, ma anche Canetti, Kafka, Leopardi.

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Il libro, del resto, è popolato di inedite costellazioni, utili per orientarsi tra le destabilizzanti, talvolta sconvolgenti, «formule» di Panikkar, itinerari tortuosi, interstiziali, da percorrere a zig-zag, come un taxi nel traffico urbano, su più ritmi e velocità, lungo linee d'attesa o di fuga, strade a senso unico, tra sterzate, frenate e ripartenze improvvise, rendendo evidente come mai la lettura di Panikkar necessiti di uno sfondo variabile. Per Panikkar «il compito del nostro tempo» è reintegrare il terzo occhio, il senso mistico, nell'essere dell'uomo. Nel quotidiano, nell'adesso, nell'angolo più minuto, concreto, umile, immediato e apparentemente insignificante della realtà - che sfugge a qualsivoglia indagine razionale - senza per questo banalizzarne la relazione diretta con il mistero, con l'impenetrabile. La mistica come dimensione antropologica, quindi, in risposta a qualunque specialismo intenda collocarla in una zona impervia, riservata a pochi prescelti - e allo stesso tempo, così distante dalla partecipazione massiva e allucinata agli improbabili sogni di felicità propagati dal misticismo new age.
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«La mistica è l'esperienza integrale della realtà». È questo il primo sutra di Panikkar. Esperienza che si potrebbe definire in molti altri modi (completa, olistica, pleromatica, e via dicendo), ma Panikkar, attento alla lingua, non si lascia sedurre dall'idea di trovare una «parola giusta», dal significato univoco e stabilito una volta per tutte, e sceglie l'aggettivo intregrale come via polisemica per indicare un'esperienza diretta, non mediata, in comunione con la realtà intesa come un «tutto». Esperienza libera da pensieri (gedankenfreie Erlebnis), vicino alle cose di sempre, nella disposizione etica «dell'infinitamente accanto».

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Leggendo il testo si ha l'impressione che l'atmosfera generata dalla Zwitscher Maschine messa in moto da Barone abbia molto in comune con l'aria che si respira nell'ultimo scritto di Deleuze, il cui titolo L'immanence: une vie... reca in sé qualcosa di simile a un motivo in cui le forze convergono e si agitano, e la vita diviene pura contemplazione senza oggetto né soggetto della conoscenza, contemplazione vivente che produce quella tonalità emotiva che il filosofo francese era solito chiamare (come ha fatto notare Agamben) self-enjoyment.

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Per il contemplativo, che sperimenta la tempiternità nel quotidiano, oltre la nostalgia per un bene perduto o per ciò che è passato nei momenti temporali di questa vita, così intesa, per quanto goffa, cagionevole, di costituzione debole, fragile, claudicante essa sia, ogni giorno è una vita, e dunque basta a se stesso - e basta a Panikkar - per rivelare la pienezza di tutto ciò che è. Ecco perché Paulo Barone ha tutte le ragioni per affermare che «non si può guardare al mistico senza invidia». Essere ben bilanciato, inter-essere, sempre tra le cose, come la Pantera rosa o, parafrasando Burroughs, il gatto che è in noi (il gatto, nel baule degli animali di Panikkar, ha una certa rilevanza), nella società attuale, il mistico, scrive Panikkar ne La nuova innocenza (Servitium, 2003), è il solo che può sopravvivere «senza diventare terrorista (violento) o cinico (menefreghista)», proprio in virtù del suo grado di coscienza o, con Barone, di una macchina per cinguettare, che potrebbe costituire il motore di una nuova Achsenzeit o «età assiale» finalmente spensierata.

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Paul Klee, Cat and Bird, 1928. Museum of Modern Art New York City.


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Dedicato al vecchio della montagna, che nella mia blogosfera è maestro di spiritualità, amante dei gatti e della gattità.


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Aggiornamento delle 13:10.



Il Dalai Lama alla comunità internazionale
"Aiutateci a risolvere la crisi del Tibet"


New Delhi - "Per favore, aiutate il mio popolo a risolvere la crisi del Tibet. Per favore, abbiamo bisogno dell'aiuto di tutto il mondo".


In ginocchio, le mani giunte sopra la testa, con la voce spezzata dalla tensione e dal dolore, la guida spirituale del buddismo lancia un nuovo, accorato appello alla comunità internazionale. La scena è drammatica e le parole del Dalai Lama rendono l'atmosfera ancora più densa di emozioni. (continua qui)


giovedì 20 marzo 2008

Difendi il Tibet - Sostieni il Dalai Lama



Dopo decenni di repressioni, i tibetani chiedono al mondo un cambiamento reale. In questo momento i leader cinesi stanno decidendo se intensificare la violenza o tentare il dialogo.

Tutti noi possiamo influenzare questa decisione critica, che potrebbe determinare il futuro del Tibet e della Cina. La Cina ha a cuore la sua reputazione internazionale, ma è necessario mobilitare il maggior numero di persone in tutto il mondo per ottenere l'attenzione del governo. Il Dalai Lama, leader spirituale tibetano, ha fatto appello alla moderazione e al dialogo: ha bisogno del nostro sostegno.Compila i campi qui sotto per firmare la petizione e spargere la voce.



Petizione al Presidente cinese Hu Jintao:

Come cittadini del mondo le chiediamo di esercitare moderazione e rispetto nell'affrontare le proteste in Tibet e di dialogare in modo costruttivo con il Dalai Lama per risolvere la questione Tibetana. Soltanto dialogo e riforme porteranno a una stabilità duratura. Il futuro della Cina e le sue relazioni con il resto del mondo dipendono da uno sviluppo armonioso, dal dialogo e dal rispetto.

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"Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà.

La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito." ( Ugo Leonzio. L'articolo completo
qui )

mercoledì 19 marzo 2008

Da Dharamsala parla la Guida spirituale
"Agenti cinesi hanno provocato gli scontri"


Il Dalai Lama: "Pronto a dimettermi
se il mio popolo diventa violento"


Appello ai "duri": "La gazzella non batte la tigre, scegliete il dialogo"
di Raimondo Bultrini



<B>Il Dalai Lama: "Pronto a dimettermi<br>se il mio popolo diventa violento"</B>


Il Dalai Lama


DHARAMSALA - Il Dalai Lama dice senza mezzi termini che è pronto a "dimettersi" se la situazione in Tibet dovesse finire "fuori controllo". Lo fa davanti a una piccolo gruppo di giornalisti internazionali venuti qui con noi nella sua residenza circondata da una folla di fedeli in preghiera. Una frase ad effetto che ha fatto presto il giro del mondo, anche se il suo significato è stato da molti interpretato come una rinuncia al ruolo "divino" di Dalai Lama, una carica - almeno finora - non certo elettiva. Da almeno sei secoli infatti, per i buddisti tibetani la sua mente è capace di tornare nella forma umana del leader spirituale dopo ogni morte fisica. Per chiarire meglio questo e altri aspetti emersi nella conferenza stampa, il Dalai Lama ci ha concesso un colloquio esclusivo nel suo ufficio privato.

In che senso ha parlato di dimissioni, Santità?
"A quanti mi hanno accusato di non volere fermare le proteste in corso, ho semplicemente spiegato che io non sono un dittatore, che dice alla sua gente: fai questo, non fare quello. Ho precisato che sono semmai un portavoce del mio popolo. Ma se la maggioranza dei tibetani dovesse prendere la strada della violenza, allora la mia risposta sarebbe quella che ho già dato dopo gli incidenti dell'88: complete dimissioni dal mio ruolo di loro rappresentante".

I cinesi continuano però ad accusare lei di aver istigato le rivolte.
"Sì, dicono che i miei seguaci bruciano i negozi, uccidono innocenti... Ho già detto molte volte: non usate violenza. Bruciare è violenza, uccidere è violenza. Per esempio, in tv ho visto la foto di un khampa (etnia tibetana dell'est, ndr) con una spada. Non è buono, come non è buono l'uso della violenza da parte di chiunque, siano Usa, Cina o Tibet".





Ma i tibetani sembrano stanchi di aspettare e molti dicono di non vedere altre vie d'uscita.
"Certe volte alcuni di questi giovani che vogliono l'indipendenza, esasperati per le ingiustizie, vengono da me con le lacrime agli occhi, vogliono combattere. Allora gli dico: ok, servono un fucile, dieci fucili, un sacco di munizioni. Dove li prendete? Mi rispondono: in Pakistan, Afghanistan. E allora come li spedite? Dal Nepal, impossibile, dall'India, impossibile, dal Pakistan, impossibile. Esprimere le proprie emozioni è facile, ma dobbiamo essere pratici. Può la gazzella lottare con la tigre? L'unica arma, l'unica forza è la giustizia, la Verità. Le spiego con un esempio perché la violenza, oltre che sbagliata, diventa controproducente. Anche durante le proteste degli anni '80 furono accusati i tibetani di certe stragi che - solo dopo - si è scoperto vennero messe in atto da agenti cinesi mandati a provocare tra i rivoltosi. Impossibile fare un controllo indipendente. Altro esempio, nei giorni scorsi a Katmandu ci sono state vetrine rotte e violenze: abbiamo avuto prove che di nuovo sono stati agenti cinesi per creare tensioni tra comunità locale e tibetani. Lo stesso era successo qui a Dharamsala due anni fa, quando fu bruciato il negozio di un indiano".

Anche la sua richiesta di autonomia è rimasta però inascoltata.
"Tra i cinesi più educati grazie all'approccio non violento e non separatista raccogliamo un genuino supporto. Se poi cerchiamo l'aiuto del mondo esterno, dell'India, degli Stati Uniti, dell'Europa, è molto difficile ottenere qualcosa con una richiesta di indipendenza. Certo ci vuole tempo. Con le armi forse si risolvono le cose più rapidamente, ma i problemi si ripresenteranno sempre più gravi. Con la collaborazione e la comprensione si eliminano alla radice. Anche nei regimi totalitari le cose cambiano, la leadership cambia, la politica cambia. La situazione cinese di oggi è diversa da quella passata. Se i cinesi diventassero realistici, in poche ore si risolverebbe ogni controversia. So che diffidano di me, ma potrebbero venire qui a Dharamsala, non c'è niente da nascondere, non potranno vedere i miei polmoni, ma possono vedere il mio portafoglio, le mie urine, le mie feci".

Le sembra realistica un'indagine indipendente?
"Ho scritto una lettera ai nostri amici indiani, americani: per favore, ho detto, aiutateci a raffreddare questo clima terribile. Qualcuno vada a indagare, presto, sul posto, per capire i veri motivi delle tensioni ed evitare che si ripresentino. Per esempio, riceviamo continue informazioni secondo le quali molti tibetani feriti non ricevono assistenza negli ospedali cinesi. Era già successo dopo le manifestazioni dell'87 e dell'88. Ecco come il risentimento riaffiora anche a distanza di venti anni. Certi comportamenti contro la nostra gente hanno segnato le generazioni che oggi hanno 40, 50, 60 anni, ora è una nuova leva a essere trattata allo stesso modo e a ribellarsi: come si pensa di interrompere questo ciclo?".

Domani (oggi ndr) lei incontra i gruppi che hanno organizzato qui in India la marcia verso il Tibet. Che cosa gli dirà?
"Gli chiederò: che cosa andate a fare al confine? Otterrete così l'indipendenza? Come primo risultato mettete il governo indiano in grande difficoltà. L'India ha davvero fatto cose meravigliose per noi, ci ospita da sessant'anni, ha finanziato scuole, assistenza per la comunità tibetana. Al confine inoltre si scontreranno con i soldati cinesi: a quale fine? Il caso Tibet è difficile, delicato, irrisolvibile con decisioni emotive. E in questo clima di tensione è difficile prendere decisioni razionali".

Secondo i cinesi il suo popolo è felice sotto il governo comunista, e che è solo lei a creare problemi.
"Certo, dicono che l'unico problema è il Dalai Lama. Ma vede, io qui sono molto felice, non mi manca niente. In realtà il problema è il Tibet: ogni tibetano che vive all'estero, se viaggia nella nostra terra esce con l'impressione di una situazione terribile, quasi ogni famiglia dagli anni '50, '60, ha subito un lutto, trentamila tibetani sono venuti qui negli ultimi anni. E poi ci sono diverse opinioni tra gli stessi cinesi: alcuni pensano che se il Dalai non ci fosse più le cose sarebbero più facili, altri ritengono che sarebbero invece più difficili. Qual è la verità? In ogni caso non ho intenzione di morire presto...".
Guarda in alto e ride. 

La Repubblica, 19 marzo 2008.QUI.



20 marzo 2008. 0:08


Sangue e compassione l’illusione tibetana


Ugo Leonzio




Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.

Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.

Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.

È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.

Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire.

Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.

Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà.

La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito.

Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wu­ti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».

Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.

Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli.

Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.

Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo.


Il libro dei morti tibetano
dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice.

Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione?

Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni.

C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione.

Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.

C’è un insegnamento più prezioso di questo?



Pubblicato il: 19.03.08. L'Unità: qui . 


domenica 16 marzo 2008

 TIBET NELLA TEMPESTA


Tashi Delek


Riporto due drammatici interventi del Dalai Lama per capire le nuove vicende tibetane e riflettere sulla nostra posizione. Siamo solo osservatori o possiamo fare qualcosa per impedire la realizzazione di un crimine che non è esagerato chiamare "genocidio"? Che cosa fare con la Cina e con i suoi giochi olimpici? Il Dalai Lama è da sempre contrario al boicottaggio. Io ho saldo il principio del minor male e del maggior bene possibile per tutti, ma cambio idea più volte al giorno.  


Tibetan spiritual leader, the Dalai Lama, addresses a news conference at Dharamsala in the northern Indian state of Himachal Pradesh March 16, 2008.    Dharamsala. 16 marzo 2008. «Qualche organizzazione internazionale rispettata potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause» dei disordini, ha dichiarato il Dalai Lama nella conferenza stampa tenuta nella località indiana di Dharamsala, dove risiede in esilio: «Che il governo cinese lo ammetta oppure no, esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale».


Il Dalai Lama ha poi denunciato il «regime del terrore» imposto in Tibet dalla Cina, rifiutandosi però di lanciare un appello per il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino: «Desidero che i Giochi si tengano: il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero, la Cina merita di accogliere i Giochi olimpici»; ma «occorre ricordare a Pechino che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi». [... continua qui - La Stampa, 16 marzo 2008]


*


IL DALAI LAMA E LE VIOLENZE


Durante l'incontro con la stampa il Dalai Lama ha risposto a una delle domande che sono sulla bocca di tutti: "Può lei fermare le violenze?", gli è stato chiesto. "Io non ho questo potere", ha risposto. "E' un movimento di popolo, e io considero me stesso un servo, un portavoce del mio popolo. Non posso domandare alla gente di fare o non fare questo e quello".
Nella sua spiegazione ha poi analizzato lo stato delle cose maturate in questi ultimi 60 anni di dominio dell'etnia cinese sulla popolazione locale.

GENOCIDIO CULTURALE


"Intenzionalmente o no, assistiamo a una certa forma di genocidio culturale. E' un tipo di discriminazione: i tibetani, nella loro terra, molto spesso sono cittadini di seconda classe. Recentemente le autorità locali hanno addirittura peggiorato la loro attitudine verso il buddismo tibetano. E' una situazione molto negativa, ci sono restrizioni e cosiddette rieducazioni politiche nei monasteri", ha aggiunto il Dalai Lama. E ancora: "Ho notato negli anni recenti che tra i tibetani che vengono qui dal Tibet è cresciuto il risentimento, inclusi alcuni tibetani comunisti, che lavorano in diversi dipartimenti e uffici cinesi. Sebbene siano ideologicamente comunisti, siccome sono tibetani hanno a cuore la causa del loro popolo. Secondo queste persone più del 95 per cento della popolazione tibetana è molto, molto risentita. Questa è la principale ragione delle proteste, che coinvolgono monaci, monache, studenti, persone comuni".


AUTONOMIA E INDIPENDENZA


Il Dalai Lama ha poi tenuto a precisare la sua posizione: "Nelle mie dichiarazioni, nel corso degli anni, ho spesso menzionato che davvero, dico davvero, vorrei supportare il presente leader Hu Jintao nel comune slogan di sostenere e creare un'armonia sociale. Voi sapete che noi non cerchiamo la separazione, il resto del mondo lo sa. Inclusi alcuni tibetani, inclusi i nostri sostenitori occidentali ed europei, o indiani che sono critici verso il nostro approccio perché secondo loro non cerchiamo l'indipendenza, la separazione. Ma sfortunatamente, i cinesi hanno trovato una scappatoia per accusare noi di quanto sta avvenendo".

Dopo aver sottolineato le critiche alla sua linea, il Dalai Lama ha però detto che "un numero crescente di cinesi ci stanno manifestando solidarietà. Studiosi cinesi e ufficiali governativi privatamente appoggiano il nostro approccio della via di mezzo", ha detto.

INDAGINE INDIPENDENTE E NON VIOLENZA
"Allora - ha proseguito il leader spirituale tibetano - per favore indagate da soli, se possibile lo faccia qualche organizzazione rispettata a livello internazionale, indaghi su che cosa è successo, su qual è la situazione e quale la causa. All'esterno tutti vogliono sapere, me compreso. Chi ha davvero creato questi problemi adesso? In realtà credo che tutti sappiano qual è il mio approccio. Ognuno sa qual è il mio principio, completa non violenza, perché la violenza è quasi come un suicidio. Ma che il governo cinese lo ammetta o no, c'è un problema. Il problema è che l'eredità culturale nazionale è in una fase di serio pericolo. La nazione tibetana, la sua antica cultura muore. Tutti lo sanno. Pechino semplicemente si affida all'uso della forza per simulare la pace, ma è una pace creata con l'uso della forza e il governo del terrore. Un'armonia genuina deve venire dal cuore del popolo, sulla base della fiducia, non della paura".

OLIMPIADI
"Per questo - ha spiegato il leader tibetano in esilio - la comunità internazionale ha la responsabilità morale di ricordare alla Cina che deve essere un buon ospitante dei Giochi Olimpici. Ho già detto che ha il diritto di tenere le Olimpiadi, e che il popolo cinese ha bisogno di sentirsi orgoglioso di questo".

LE PRECEDENTI TRATTATIVE
Il Dalai Lama ha ricordato che ci sono state sei conferenze bilaterali tra la Cina e i suoi inviati "fin dal febbraio 2002". Ma la Cina "ha iniziato a indurire la sua posizione sul problema tibetano dal 2006", intensificando le critiche nei suoi confronti.

LE VITTIME
In una intervista alla Bbc il Dalai Lama ha detto di aver ricevuto dei rapporti secondo i quali le violente proteste anticinesi a Lhasa potrebbero aver causato "almeno 100 morti". Ammettendo che la cifra è impossibile da verificare, ha aggiunto di temere in ogni caso che "potrebbero esserci altri morti, a meno che Pechino non cambi la sua politica verso le regioni himalayane controllate dal regime".

La Repubblica, 16 marzo 2008. QUI


The Dalai Lama offers prayers to Buddhist worshipers in Dharamsala on March 10.   


Sua Santità ribadisce fermo impegno alla Poltica della Via di Mezzo


Dharamshala, 10 Marzo 2008, TibetNet: "La stabilità in Tibet riguarda la stabilità del Paese, e la salvezza in Tibet rigurda la salvezza del Paese", come affermato dal Presidente Hu Jintao il 6 Marzo 2008, corrisponde alla realtà", ha detto Sua Santità il Dalai Lama, durante il discorso per il 49° anniversario del Tibetan National Uprising Day in Dharamshala oggi.


Sua Santità ha aggiunto che sta attendendo con ansia l'attuazione della dichiarazione del Presidente Hu che deve assicurare il benessere dei tibetani, migliorare il lavoro  collegato alle religioni e ai gruppi etnici, e mantenere l'armonia sociale e la stabilità. (read full statement)


Sua Santità ha detto che un approccio comprensivo deve essere adottato per risolvere il problema del Tibet, che è intrinsecamente legato a molti argomenti: la politica, la natura della società, la legge, i diritti umani, la religione, la cultura, l'identità di un popolo, l'economia e lo stato dell'ambiente naturale.


Sua Santità ha espresso preoccupazione per l'incremento della repressione e della brutalità in Tibet e la mancanza di un risultato concreto sulla questione fondamentale del Tibet, a dispetto di sei round di dialogo tra i suoi inviati e la leadership cinese.


"Nonostante questi sfortunati sviluppi, la mia posizione e la mia determinazione nel perseguire la politica della Via di Mezzo e continuareil nostro dialogo con il governo cinese rimangono immutate," ha aggiunto Sua Santità.


Esprimendo il suo supporto ai Giochi Olimpici di Pechino 2008, Sua Santità ha esortato la Cina a mostrarsi un buon ospite appoggiando i principi di libertà di parola, libertà di espressione, uguaglianza e amicizia.


Sua Santità ha esortato il governo cinese a porre immediatamente termine alle politiche di trasferimento della popolazione - che fa sì che i nativi tibetani vengano ridotti a una minoranza insignificante - e la lingua, i costumi e le tradizioni del Tibet, che riflettono la vera natura e identità del popolo tibetano, ... [continua qui - attenzione: la traduzione è mia, controllare l'originale]

giovedì 6 dicembre 2007

Il Dalai Lama in Italia


"LA VIA DELLA PACE INTERIORE"



Il Dalai Lama sarà in Italia da oggi al 16 dicembre prossimo. Le tappe e i temi del suo viaggio si trovano nel sito della Associazione Italia -Tibet, dove si legge anche questo:


"Incontri istituzionali a Roma: Confermato l’incontro con il Sindaco Walter Veltroni in occasione del Summit dei Nobel per la Pace. Il Presidente della Camera, onorevole Fausto Bertinotti, ha escluso la possibilità di ospitare il Dalai Lama nell’aula di Montecitorio e si è dichiarato propenso ad un eventuale incontro “con tutti gli onori” nella Sala Gialla. Nessuna disponibilità anche da parte del Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Silenzio da Palazzo Chigi, anche vi sono poche probabilità che Prodi riceva il Dalai Lama. Il Vaticano, che il 31 ottobre aveva annunciato l’incontro tra il papa e il Premio Nobel per la Pace, ha reso noto il 24 novembre che l’udienza è stata cancellata."


Spero ancora che queste notizie subiscano delle variazioni non tanto a favore del Dalai Lama quanto a favore della nostra libertà e della nostra dignità come nazione indipendente e sovrana. E spero che i nostri media offrano ampi servizi a chi non potrà partecipare agli incontri, visto che lo spazio non manca (vasta sottrarne un po' alla cronaca nera, per esempio). Poiché le polemiche in sé sono sterili, vorrei avere qualche proposta positiva che invece non ho, oltre agli appelli che ormai sembra non abbiano sortito grandi effetti. Per quanto mi riguarda continuo nel mio solitario patetico boicottaggio dei prodotti cinesi, sforzandomi di non coltivare emozioni e sentimenti negativi che confliggerebbero con l'invito a lavorare per la "pace interiore" e la "compassione universale". 


 



 


Rimaniamo con la Birmania


Avaaz



Post Scriptum delle 11:00.


Non penso che sia possibile e nemmeno pensabile boicottare le Olimpiadi di Pechino, e tra l'altro non sarebbe produttivo, come sostiene lo stesso Dalai Lama. Si può evitare di rimanere in silenzio, però. Ho trovato questo link utile a organizzare un minimo di protesta con delle proposte da presentare alla Cina nel blog di Pennarossa. Io ho già aderito.



 



"Turn Off Pechino 2008"


Aggiornamento delle 21.


[...] Arrivato in Italia per via dell'invito all'incontro organizzato dall'associazione dei Nobel per la pace di Mikhail Gorbaciov, che vedrà a Roma, il Dalai Lama Tenzin Gyatso non vedrà nessuna alta carica istituzionale. Non andrà al Quirinale, né a Palazzo Chigi, né in Parlamento. Anche la soglia di San Pietro ha chiuso le porte.

Unico incontro quello del 13 dicembre con il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti. Ma «non sarà un incontro di carattere governativo, istituzionale», si affretta a precisare la Farnesina. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri, «la presenza del Dalai Lama si configura come la presenza di un'autorità che ha uno spessore morale e che viene in Italia in questo contesto». E ancora, l'incontro tra il sottosegretario e il leader spirituale tibetano avverrà «nel quadro di un evento al quale parteciperanno una serie di premi Nobel».


[...] «La natura della mia visita non è politica e non voglio creare inconvenienti per lo Stato e le autorità. Voi lo sapete meglio di me, io sono soltanto un visitatore straniero», ha detto il Dalai Lama, spiegando che oltre l’incontro con il premi Nobel, il secondo scopo della visita è per tenere anche alcuni incontri interreligiosi e alcuni insegnamenti pubblici su invito dei centri buddisti italiani. Ma difficilmente il presidente del Consiglio, Romano Prodi, potrà ricevere il Dalai Lama: il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha concesso la prestigiosa "Sala della Lupa" alla Camera dei Deputati (ma non l'Aula).

Il motivo di una visita così in sordina? Basta leggere i dispacci che arrivano da Pechino: la Cina ha messo infatti in guardia l'Italia dall'offrire un'accoglienza ufficiale al Dalai Lama. «Speriamo che i Paesi coinvolti si atterranno all'ottica dell'amicizia bilaterale e non offriranno un podio o un sostegno alle attività separatiste della sua cricca», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Qin Gang, rispondendo a una domanda sulla visita. Il monito è arrivato dopo che il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha confermato che riceverà il leader buddista tibetano venerdì «in maniera ufficiale». «È un’autorità in campo religioso e non solo, di grandissima importanza e di grande impatto», ha sottolineato. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, lo incontrerà invece domenica, 18mo anniversario del conferimento del premio Nobel, a margine della lezione sul tema della «Via della pace interiore» in programma al Palasharp.

La Cina condanna tutti coloro che ricevono il «secessionista» Dalai Lama ma, almeno per il momento, non minaccia ritorsioni contro il nostro paese. «Il Dalai Lama - ha sostenuto il portavoce del ministero degli Esteri - non è solo una figura religiosa ma è un esiliato politico impegnato in attività volte a frantumare la Cina». «Il problema del Tibet non è un problema religioso o culturale ma un problema che coinvolge il territorio e l’integrità della Cina», ha aggiunto. Il Dalai Lama, che nel 1979 ha ricevuto il premio Nobel per la pace, chiede per il Tibet «una genuina autonomia» ma Pechino sostiene che le sue «azioni» dimostrano che in realtà «non ha rinunciato all’indipendenza». Richiesto di indicare queste azioni, il portavoce ha risposto: «potete verificare tutto quello che ha detto e fatto da quando ha lasciato la madrepatria (il leader tibetano vive in esilio in India dal 1959). Non ha mai rinunciato all’intenzione di spaccare la Cina... Credo che ci siano molti esempi, per esempio mantiene in vita un governo in esilio».

Da parte sua il Dalai Lama dice laconico: «Vorrei andare anche in Tibet e in Cina, ma dicono che sono un nemico del popolo e ormai mi vedono così anche quelli che m'incontrano, da Bush alla Merkel». Ma la Cina mantiene le sue minacce: per rappresaglia dopo un incontro tra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il leader tibetano, in ottobre, Pechino ha boicottato una serie di incontri bilaterali già in calendario, tra i quali quello che avrebbe dovuto essere dedicato al dialogo sui diritti umani. Nelle settimane seguenti il Dalai Lama è stato ricevuto da esponenti del governo canadese e il Congresso degli Stati Uniti gli ha tributato omaggio conferendogli una medaglia d’oro, che gli è stata consegnata in una solenne cerimonia dal presidente George W.Bush. Alla fine di novembre, puntuale la rappresaglia: le autorità cinesi hanno negato alla portaerei americana Kitty Hawk il permesso di attraccare nel porto di Hong Kong.

Tutto questo all’Italia non accadrà. E nemmeno il Vaticano avrà problemi, tanto che la stampa di Hong Kong ha attribuito alla decisione di Ratzinger di non ricevere il Dalai Lama una certa distensione nei rapporti fra Pechino e il Vaticano, dopo l'apertura di un possibile confronto per la libertà dei preti cattolici. «Papa Ratzinger evidentemente avrà le sue difficoltà, avrà poco tempo o altri impegni», riflette il Dalai Lama, «che nostalgia di Giovanni Paolo II».

Queste scelte e quelle che riguardano la visita a Roma hanno provocato polemiche. «Sono indignato per il balletto del "ricevo e non ricevo" da parte delle nostre istituzioni verso il Dalai Lama - commento di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International -. E tutto questo solo perché si ha paura di una reazione del governo cinese...».
L'Unità. Pubblicato il: 06.12.07 - Modificato il: 06.12.07 alle ore 18.17