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giovedì 29 marzo 2012

Monti e la mia commozione (iniziale)




un altro specchio spezzato


dal blog di Gad Lerner

Questo articolo è uscito su “La Repubblica”.

Il brutale disincanto con cui Monti il tecnico si rivolge dall’estero al paese malato che gli tocca governare –considerandolo impreparato a comprendere del tutto la terapia da lui somministrata, e però ben allertato contro la malapolitica dei partiti- ormai sta assumendo i tratti di una vera e propria ideologia. Poco importa se il premier la lasci trasparire per passione, per stanchezza o per calcolo: anche i tecnici hanno un cuore e, dunque, un credo. Resta da vedere se tale ideologia tecnica, niente affatto neutrale, risulti adeguata a corrispondere e guidare lo spirito dei tempi, in una società traumatizzata dalla crisi del suo modello di sviluppo. O se invece si riveli anch’essa retaggio di un’epoca travolta da una sequenza di avvenimenti nefasti che non aveva previsto e che ha contribuito a provocare.


Per prima cosa Monti insiste a comunicarci la sua provvisorietà, e non c’è motivo di dubitare che sia sincero. Che sia per modestia o al contrario per supponenza, poco importa, egli si compiace di descriversi quale commissario straordinario a termine: “Sarà fantastico, per me il dopo Monti”, scherza. Né difatti ha alcuna intenzione di dimettersi da presidente dell’Università Bocconi, la vera casa cui intende fare ritorno. La forte motivazione implicita in questo annuncio ripetuto è il disinteresse. Immune da ambizioni personali di carriera che non siano il prestigio “di scuola”, egli rivendica di stare al di sopra e al di fuori degli interessi di parte delle rappresentanze sociali e politiche. Sa bene che alla lunga non può esistere governo neutrale rispetto agli interessi in campo, e anche per questo allude continuamente alla sua provvisorietà. Ma non gli basta per essere creduto: anche lui ha una biografia, non viene dal nulla. Ha partecipato da indipendente ai consigli d’amministrazione di grandi aziende; manifesta una convinta lealtà alle istituzioni dell’Unione Europea in cui ha operato per un decennio; ha frequentato da protagonista i think thank del capitalismo finanziario sovranazionale.

Un pedigree autorevolissimo che, unitamente al suo percorso accademico, lo connota quale figura cosmopolita organica a un establishment liberale conservatore, che in Italia è sempre rimasto minoritario. La cui pubblicistica da un ventennio raffigura (a torto o a ragione) le rappresentanze sociali e politiche del nostro paese come cicale, se non addirittura come cavallette.


Qui s’impone il passaggio successivo dell’ideologia montiana o, se volete, l’idea di giustizia sociale di cui è portatore il tecnico di governo. Dovendo “scontentare tutti”, almeno in parte, con le sue ricette amare, non basterebbe certo a legittimare cotanta severità il fatto che ci venga richiesta dalla troika (Fmi, Bce, Commissione europea) e dai mercati finanziari. L’italiano Monti, per quanto provvisorio, non può presentarsi a noi come il “podestà forestiero” di cui nell’agosto scorso aveva paventato l’avvento.


Ecco allora l’autorappresentazione di sé come portatore di un interesse mai rappresentato al tavolo delle trattative con le parti sociali: i giovani, i nostri figli, i nostri nipoti, addirittura le generazioni future. Prima d’ora solo la cultura ambientalista si era concepita come portavoce lungimirante dei non ancora nati, dentro le controversie del presente. Declinata in prosa tecnica, tale ambiziosa pretesa di redistribuzione intergenerazionale cambia decisamente di segno; com’è apparso chiaro nelle motivazioni pubbliche che hanno accompagnato il varo della riforma delle pensioni, prima, e del mercato del lavoro, poi.


Retrocessa in subordine, o addirittura liquidata come obsoleta la contraddizione fra capitale e lavoro, negata ogni funzione progressiva alla lotta di classe, il tecnico di governo assume come impegno prioritario il superamento di una presunta contrapposizione fra adulti “iper-garantiti” (parole testuali di Monti) e giovani precari. Riecheggia uno slogan di vent’anni fa, “Meno ai padri, più ai figli”. Come se nel frattempo non avessimo verificato che, già ben prima della recessione, i padri hanno cominciato a perdere cospicue quote di reddito e posti di lavoro; mentre la flessibilità ha generalizzato la precarietà dei figli. Qui davvero l’ideologia offusca e mistifica il riconoscimento della vita reale, fino all’accusa rivolta ai sindacati di praticare niente meno che l’”apartheid” dei non garantiti.

In una lettera aperta a sostegno della modifica dell’articolo 18, promossa da studenti della Bocconi e pubblicata con risalto dal “Corriere della Sera” il 21 febbraio scorso, leggiamo addirittura:

“I nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie a un dispetto generazionale”.

Bambagia? Davvero è questa la rappresentazione del lavoro dipendente in Italia che si studia nelle aule dell’ateneo del presidente del Consiglio? Corredata magari dal rimprovero ai giovani che aspirano alla monotonia del posto fisso?

Ben si comprende, in una tale visione culturale, che la negazione del reintegro per i licenziamenti economici (anche se immotivati) venga considerata un “principio-base” irrinunciabile dal capo del governo. Così come si capisce la sintonia con le scelte di Sergio Marchionne in materia di libertà d’investimenti e rifiuto della concertazione. La stessa “politica dei redditi” concordata fra le parti sociali, auspicata mezzo secolo fa da La Malfa e in seguito messa in atto da Ciampi, viene liquidata come un ferrovecchio.
Mario Monti non è paragonabile a Margaret Thatcher, come ci ha ben spiegato ieri John Lloyd. Ma l’afflato pedagogico con cui si propone di cambiare la mentalità degli italiani per sottrarli a un destino di declino e sottosviluppo, sconfina ben oltre la tecnica: che lo si voglia o no, è biopolitica. Ha certo la forza sufficiente per tenere a bada gli attuali partiti gravemente screditati; ma al cospetto del malessere sociale rischia di manifestarsi come ideologia a sua volta anacronistica. Non a caso il presidente Napolitano si prodiga nel tentativo di attutirne gli effetti di provocazione.

Padri e figli potrebbero indispettirsi all’unisono.

venerdì 17 giugno 2011


TODO CAMBIA
CAMBIA TUTTO CAMBIA


tuttiinpiedi

 “Signori, entra il lavoro.
Tutti in piedi”

110

Buon compleanno, FIOM!

Grazie a tutti, amiche e amici, là, a Bologna, intorno a quel palco e su quel palco.


domenica 1 maggio 2011


PRIMO MAGGIO 2011

Festa del Lavoro e dei Lavoratori

Lavoro, Sovranità Popolare, Pace



 Art. 1.



L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.



La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. 



 



Art. 11.



L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. 




 
 

sabato 1 maggio 2010


 Primo Maggio 2010
 



Art. 1.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

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 E' ancora una festa?
 



http://messaggeroveneto.gelocal.it/multimedia/home/24377136/1



Udine, cento tute “senza testa” per ricordare morti bianche e chi perde il lavoro.



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Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.



Immigrati africani durante la raccolta delle arance a Rosarno


Immigrazione: Consiglio d'Europa critica metodi di respingimento italiani

Immigrazione: Consiglio d'Europa critica metodi di respingimento ... 

*


 



E, infine, la festa. La festa dei lavoratori. Una festa per immaginare un lavoro degno degli esseri umani. Tra utopia e volontà di progresso civile per tutti in ogni parte del pianeta Terra. Buon Primo Maggio!