lunedì 23 maggio 2016

Legge elettorale Italicum

Legge elettorale

La nuova legge elettorale ha recepito molte delle osservazioni pervenute da varie parti e fatte proprie dalla Corte Costituzionale; e dunque è ora necessaria ed utile.
Non è così; la legge elettorale è stata oggetto di vari ripensamenti e poi costruita sul modello di un partito che vince le elezioni superando il 40% e ottenendo un premio di maggioranza (340 parlamentari in più). Così governerebbe da solo, tanto più che non sarebbe più disturbato dal Senato, privato di reali poteri.
Il cittadino può liberamente esprimersi e non più dipendere dalle scelte dei partiti.
Non è vero: restano 100 capilista che vengono praticamente nominati dai partiti; in più, per essi c'è la possibilità di presentarsi in più circoscrizioni ed esercitare solo in seguito l'opzione, col risultato che sarà eletto, ancora una volta, chi è stato designato dal partito di provenienza. Inoltre, c'è anche il premio di maggioranza, che praticamente distorce la volontà popolare, mutando in modo consistente la composizione della Camera. Le preferenze ci sono (due) ma rappresentano la parte minore e secondaria, restando esclusi comunque, i capilista.
Essendo stato previsto il ballottaggio ed essendo escluse le coalizioni, vincerà comunque il migliore
Non è così: al ballottaggio, non essendo previsto un quorum, vince chi ha più voti e prende il premio di maggioranza anche se i voti sono stati assai pochi (è stato ipotizzato che potrebbe “conquistare” la Camera, con tutte le conseguenze già dette, il partito che ha ottenuto solo il 25 % dei voti; davvero questo rappresenterebbe la volontà popolare?)
La nuova legge rispetta le indicazioni della Corte costituzionale?
No: quanto meno per ciò che attiene al premio di maggioranza ed ai capilista. Tant'è che un Tribunale ha già sollevato la questione di costituzionalità della nuova legge e la Corte deciderà il 3 ottobre prossimo.
Una legge elettorale, però, è necessaria visto che il Porcellum è stato cancellato dalla Corte Costituzionale e quindi si sta procedendo in base a ciò che è sopravvissuto.
Certo, una legge ci vuole, ma democratica e corrispondente alla volontà della Corte; il referendum viene proposto non su tutta la legge, ma sui due punti sopra indicati. Peraltro, si tratta di una legge elettorale solo per la Camera. E il Senato, come verrà eletto?
La legge elettorale non è nella Costituzione e quindi non si tratta di una riforma costituzionale; perché dunque viene praticamente abbinata nella campagna referendaria alla Riforma del Senato?
La ragione è semplice: è un problema di democrazia e di rappresentanza; se due leggi, contemporaneamente, tolgono spazi di rappresentanza ai cittadini, incidono sulla pienezza dell'esercizio della sovranità popolare, alterano il sistema di poteri e contropoteri deliberato dalla Costituzione, finiscono inesorabilmente per influenzarsi a vicenda e soprattutto per porre, unitariamente, un problema di democrazia, che entra sempre in gioco quando si incide sulla rappresentanza e sulla libera manifestazione della volontà dei cittadini, cui spetta, per indicazione della Costituzione, la sovranità popolare.
Questa legge, anche se ha qualche difetto, favorisce la governabilità. Ha il grande vantaggio di far conoscere i risultati la stessa sera delle elezioni consentendo, così, subito, la formazione del governo.
La governabilità non è e non può essere un mito; e soprattutto non può essere garantita da strattagemmi normativi, dipendendo dalla volontà degli elettori e dalla capacità dei partiti di lavorare per il bene comune. D'altronde, la Germania - per fare un esempio – non ha questa legge e in occasione delle ultime elezioni si è creata una situazione di stallo, risolta, peraltro, dalla responsabilità dei due maggiori partiti, che hanno dato luogo ad una coalizione di governo; così rispettando, sostanzialmente, la volontà dei cittadini e non forzandola.

Il Senato

 

Referendum su riforme costituzionali

20 Maggio 2016

Referendum: le domande più frequenti

Senato

Si dice che sono molti anni che si discute e non si è mai fatto nulla. Perché opporsi adesso, quando si decide, finalmente, di fare qualcosa di positivo per l'aggiornamento della Costituzione?
Non si tratta di fare a tutti i costi, ma di fare bene, aggiornando quando occorre, ma rispettando lo spirito e i valori della Costituzione
Dunque, contrarietà ad ogni modifica del sistema parlamentare?
 Niente affatto: si può correggere il “bicameralismo perfetto” in modo molto semplice e rapido: differenziando, almeno in parte, il lavoro delle Camere (ad esempio, riservando la fiducia al Governo, solo alla Camera, e il controllo sull'esecutivo e sull'attuazione ed efficacia delle leggi, al Senato). E poi creando un sistema che consenta di approvare insieme le leggi più importanti e che affidi le altre ad un solo ramo del Parlamento, con la facoltà di intervento da parte dell'altro ramo. Questa riforma si sarebbe potuta fare in poco tempo, già col Governo Letta, invece di mettere mano a modifiche molto estese e controverse.
Ma questo che viene configurato è il Senato delle autonomie?
Non è vero, perché non rappresenta le Regioni, ma assegna solo determinati poteri a Consiglieri regionali e a Sindaci. In Paesi come la Germania, è il governo dei Lander (Regioni) che elegge il Senato e così nasce una vera rappresentanza delle autonomie.
Ma non c'è il lato positivo del risparmio di spesa, visto che la funzione dei Senatori è prestata a titolo gratuito?
Se si pensa che occorre ridurre il numero dei parlamentari, si può ridurre proporzionalmente il numero dei Deputati e quello dei Senatori. Se invece si riduce drasticamente solo il numero dei Senatori, squilibrando il sistema, vuol dire che il disegno è un altro: praticamente “azzerare” il Senato e dare tutto il potere ad una sola Camera ed a chi la governa. Questo è grave e pericoloso perché elimina il sistema di pesi e contrappesi giustamente disegnato dalla Costituzione. Quanto al “compenso”, a prescindere dal fatto che nessuno può credere che si faccia un lavoro in più, gratuitamente, il problema è che non si possono fare due mestieri contemporaneamente. Quindi la gratuità è solo una finzione.
Ci sarà uno snellimento al procedimento legislativo.
Non è vero, perché sono previsti molti tipi e molte modalità di esercizio della funzione legislativa (secondo alcuni, sette, secondo altri, assai di più); l'art. 70 della Costituzione si risolveva in una riga e mezzo, quello “nuovo” si protrae per tre pagine ed è indice solo di confusione, conflitti, rallentamento.
Comunque si deve riconoscere che il Senato è eletto dal popolo.
Non è vero: è eletto dai Consigli regionali e da alcuni Sindaci, con modalità non ancora definite e rinviate ad una legge ordinaria (che ancora non c'è).
Ma perché si raccolgono le firme se il referendum è stato già chiesto da parlamentari e dal Governo?
Le firme si raccolgono per vari motivi: 1. perché si coinvolgono i cittadini, informandoli e rendendoli consapevoli dei problemi di cui si sta discutendo; 2. perché è sempre bene entrare in gioco in modo attivo e non solo operando di rimessa, specialmente quando è in campo il Governo, che non dovrebbe occuparsi di riforme costituzionali, ma ha strumenti rilevanti per informare e convincere gli elettori; 3) perché raggiungendo il numero di firme necessarie e depositate in Cassazione, si acquisisce il diritto a spazi televisivi, radiofonici ed a rimborsi in caso di successo. Questo è importante per partecipare, a pieno titolo, alla fase decisiva della campagna referendaria ed anche per avere rimborsi delle spese sostenute e spesso volontariamente anticipate da cittadini volonterosi; ai quali potrebbero essere restituite.
Cosa accadrà se vincerà il NO? Sarà il caos?
Trattandosi di riforma costituzionale, non succederà nulla. Tutto resterà come prima, sul piano costituzionale, essendosi però evitato uno stravolgimento del sistema costituzionale e restando ben aperta la possibilità di apportare quelle opportune modifiche, ritenute necessarie per correggere il cosiddetto “bicameralismo perfetto”. Quanto alle conseguenze politiche, ne ha parlato solo il Presidente del Consiglio. Noi siamo di diverso avviso e non lasciamo entrare la politica-partitica nella campagna referendaria. Escludiamo, in ogni caso, il caos; il Governo andrà avanti fino a che il Parlamento gli darà la fiducia. E questo non c'entra nulla con le riforme costituzionali.
Ci sono altre misure, nella legge sulla riforma del Senato. Anche su queste avete da ridire?
Certamente: a) mentre si parla di partecipazione e della necessità di rafforzarla, si triplica il numero delle firme necessarie per i progetti di legge di iniziativa popolare; si rimanda alle “calende greche” la trattazione, da parte del Parlamento, che invece dovrebbe essere tempestiva e certa; b) c'è un rafforzamento dei poteri dell'esecutivo, che può fortemente incidere sull'agenda del Parlamento, fissando termini perentori per la trattazione di temi ritenuti importanti dal Governo, col rischio di restringere o addirittura eliminare il dibattito in Aula; e non è poco. Senza contare tutta la parte relativa alle autonomie, sulla quale avremo occasione di tornare; c) non si capisce il senso dei cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica; il quale, poi, può nominarne altri, per una durata diversa (sette anni) da quella del normale mandato dei senatori.

 

sabato 21 maggio 2016

Forza Alessio. Lo studente che ha osato urlare: ‘Il re è nudo’

di Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2016

Impazza sul web un video girato l’altro giorno all’Università di Catania, dove la ministra Maria Elena Boschi ha fatto tappa per propagandare la sua controriforma costituzionale. Il format era l’unico accettabile per la molto democratica ministra che, non avendo argomenti al di fuori del suo sorriso da spot del dentifricio, non regge i pareri contrari: il monologo.  [...]

martedì 17 maggio 2016

Sinistra dem, infelix e incauta

sul voto diretto al Senato, che al momento sembra che non sia più tanto previsto


La brutta abitudine di promettere, pro domo sua, e di non mantenere la parola. Spero che cambi idea di nuovo, se ci sarà una protesta diffusa, tanto ha tutto il tempo, come dimostrano le registrazioni.
E la "sinistra dem", infelix, che se la bevve, potrebbe trovarsi ancora una volta di fronte a una giravolta, che dei gufi saggi avrebbero messo in conto.

Referendum. Niente elezione diretta per i nuovi senatori, Renzi si rimangia l'accordo con la minoranza Dem

di Angela MAURO - Huffington Post, 16 maggio 2016

Un’altra polemica annuvola il cielo dei rapporti tra maggioranza renziana e minoranza del Pd in vista del referendum costituzionale di ottobre. Scrive il senatore di minoranza Federico Fornaro: “Se la legislatura terminerà nel 2018 c'è tutto il tempo per approvare la legge per l'elezione del nuovo Senato, espressamente prevista dalla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum”. Trattasi della legge che dovrebbe garantire un metodo di elezione diretta dei nuovi senatori, evitando che siano scelti in maniera indiretta all’interno dei consigli regionali. E’ la legge sul Senato elettivo promessa da Matteo Renzi alla minoranza Dem, il nucleo dell’accordo che garantì l’approvazione del ddl Boschi in Senato. Ora questo accordo potrebbe cadere, con probabili effetti sull'atteggiamento della minoranza Dem già poco convinta delle ragioni del sì. A meno di dietrofront di cui al momento non c’è traccia, il governo non intende approvare la nuova legge prima delle politiche del febbraio 2018.
Anzi. Sulla carta potrebbe restare in vigore, anche per sempre, la norma transitoria: cioè che ogni consiglio regionale elegge tra i suoi componenti i consiglieri da mandare nel nuovo Senato, con buona pace dell’elezione diretta. Del resto, Renzi non l’ha mai caldeggiata e il ddl Boschi si fonda esattamente su un meccanismo di elezione indiretta, cavallo di battaglia delle accuse della minoranza Dem e dell’opposizione nelle concitate discussioni sulle riforme in Senato.
Ricorda Fornaro che “i futuri senatori, infatti, dovranno essere eletti dai consigli regionali ‘in conformità alle scelte espresse dagli elettori’ in occasione delle elezioni regionali”. L’argomentazione dei renziani è che prima delle politiche del febbraio 2018, l’unica regione interessata va al voto sé la Sicilia (primavera 2017). Dunque un’eventuale legge elettorale per il nuovo Senato approvata prima delle politiche, varrebbe solo per la Sicilia. Le altre 19, interessate alla tornata elettorale solo a partire dalla primavera del 2018, userebbero la norma transitoria prevista nel ddl Boschi. E cioè ogni consiglio regionale nominerebbe i propri rappresentanti in Senato.
Tre giorni fa, lo ha ricordato anche Gianclaudio Bressa, sottosegretario agli Affari Regionali: "I senatori che arrivano dalle regioni in prima battuta verranno scelti attraverso una norma transitoria che dice che siano i Consigli regionali a farlo, poi il prossimo Parlamento farà la legge elettorale".
Il punto è che questa norma transitoria può rimanere in vigore per sempre, secondo quanto prevede il ddl Boschi. Il testo infatti prevede che la nuova legge elettorale per il Senato venga approvata entro sei mesi dall’inizio della prossima legislatura, se non viene fatta entro le politiche del 2018. Ma “il termine dei sei mesi non è perentorio, bensì ordinatorio”, ci spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti. “Significa che se non c’è accordo politico, può benissimo restare in vigore la norma transitoria”, aggiunge. E addio elezione diretta.
In effetti, dopo le elezioni verrebbero a cadere anche le ragioni politiche per una nuova legge elettorale che garantisca meccanismi di elezione diretta dei senatori. Sempre che Renzi venga confermato al governo. Alla Camera infatti l’Italicum garantirebbe al suo Pd una maggioranza schiacciante. E nel nuovo Senato spogliato di molte delle sue funzioni, tra cui quella di votare la fiducia al governo, non ci sarebbe più il problema dei numeri ballerini che adesso mettono la maggioranza nelle condizioni di scendere a compromesso con la minoranza.
“La faticosa mediazione trovata sulla elezione dei 74 senatori-consiglieri regionali ‘in conformità alle scelte espresse dagli elettori’ fu alla base dell'unità del gruppo del Pd al Senato nel voto finale favorevole al disegno di legge di riforma costituzionale", ricorda Fornaro. Appunto. Dopo le elezioni del 2018, questa urgenza non dovrebbe esserci. E i nuovi senatori potrebbero essere nominati dal consigli regionali. In forma indiretta. Cioè dai partiti e non dagli elettori. Per sempre.
"L'approvazione della nuova legge elettorale in questa legislatura, insieme alle norme sul presidente della Repubblica e sui giudici della Corte Costituzionale, era alla base dell'intesa che ha portato tutto il Pd ad approvare la riforma. E resta naturalmente la condizione per l'impegno coerente di ognuno di noi nel prossimo referendum", conclude Vannino Chiti, senatore di minoranza e artefice della mediazione con Renzi che permise al ddl Boschi di passare le forche caudine del Senato. E anche a Gianni Cuperlo non piace il rinvio della legge elettorale per il nuovo Senato: "Non mi pare fosse questo l'impegno assunto, voglio capire di cosa si sta parlando".

 

 

venerdì 13 maggio 2016

della ricaduta dell’investimento e, a mio avviso, non e
`
il modello di
go-
vernance
da implementare nel Tecnopolo milanese.
Infine, l’ente beneficiario scelto come coordinatore del Tecnopolo
non ha le competenze specifiche negli ambiti indicati dal Governo come
contenuti per il centro di ricerca, scienze della vita e nutrizione. Cio
`
ha
portato l’ente a reclutare altrettanto arbitrariamente, quindi in modo discri-
minatorio, tematiche, enti e studiosi.
E
`
su queste basi che ho presentato l’ordine del giorno che – mi rendo
conto – in caso di apposizione della fiducia non potra
`
essere discusso, ma
sul quale auspico comunque il Governo voglia esprimersi.
Vorrei invitare l’Esecutivo a ripensare le strategie per la realizzazione
del progetto Human Technopole e, soprattutto, ad adottare ogni atto neces-
sario e opportuno per realizzare un percorso trasparente e scientificamente
e culturalmente partecipato e competitivo sull’esempio di esperienze all’e-
stero, valide e di successo. Esistono esempi, su cui mi soffermo nel docu-
mento consegnato.
Credo che ripensare la strategia su Human Technopole e farlo a valle
della realizzazione di un’Agenzia nazionale per la ricerca sarebbe davvero
un cambio di passo e un segno dell’impegno del Governo a voler lavorare
nell’ottica di una piu
`
completa e funzionale riforma del sistema di finan-
ziamento della ricerca in Italia.
(Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV,
PATT, UPT)-PSI-MAIE, PD e Misto).
Saluto a rappresentanze di studenti
PRESIDENTE. Salutiamo i docenti e gli studenti dell’Istituto tecnico
tecnologico statale «Alessandro Volta» di Perugia, che stanno assistendo
ai nostri lavori.
(Applausi).
Sono altresı
`
presenti in tribuna i due studenti del corso di laurea in
giurisprudenza dell’Universita
`
di Pavia che sono risultati vincitori di un’e-
sercitazione di
drafting
legislativo svolta sotto la supervisione degli Uffici
del Senato, nell’ambito dell’insegnamento «La lingua del diritto».
(Ap-
plausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2299 (ore 12,27)
PRESIDENTE. E
`
iscritto a parlare il senatore Napolitano. Ne ha fa-
colta
`
.
* NAPOLITANO
(Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)
Signor Presidente, in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto in modo particolare, nell’intervento di particolare impegno e autorevolezza della senatrice Cattaneo, sono state sollevate questioni di grande importanza relative alla politica della ricerca scientifica.
 
Si tratta di questioni di interesse vitale per il mondo stesso della ri-
cerca, degli scienziati e dei ricercatori: un mondo in larga parte giovane,
che ho molto ascoltato negli scorsi anni, e che e
`
chiamato a svolgere un
ruolo rilevantissimo per il futuro del nostro Paese, oltre che, in generale,
per il futuro della scienza.
Naturalmente mi rendo ben conto che il provvedimento di cui stiamo
discutendo tocca solo tangenzialmente questa materia, attraverso l’articolo
citato anche dalla senatrice Cattaneo, e su cui si e
`
soffermato il senatore
Tocci, relativo alla stabilizzazione della Scuola di dottorato internazionale
Gran Sasso Science Institute. Tuttavia, non e
`
su cio
`
che desidero soffer-
marmi.
E capisco che, per le questioni specifiche e generali sollevate, ad
esempio, dalla senatrice Cattaneo nel suo ordine del giorno, si possa
dire che non e
`
questa la sede piu
`
idonea per discuterne. Ma la verita
`
, si-
gnor Presidente e signor rappresentante del Governo, e
`
che non ci sono
state altre sedi per informazioni e chiarimenti che avrebbero dovuto essere
offerti al Parlamento.
Qui, oggi, in modo particolare, si tocca il problema del progetto Hu-
man Technopole, destinato a realizzarsi nell’area ex Expo. Si tratta di un
progetto cui bisogna guardare positivamente, sapendo che puo
`
rappresen-
tare qualcosa di serio e significativo per lo sviluppo ulteriore della ricerca,
in modo particolare in quei campi che sono stati designati quasi come
tema dell’Esposizione universale realizzatasi a Milano. Noi abbiamo avuto
una decisione di Governo e un annuncio nello scorso novembre attraverso
la presentazione di un decreto-legge, poi convertito in legge con vota-
zione, credo, della fiducia in Parlamento o, almeno, al Senato; decreto
con cui sono stati stanziati 80 milioni per la presentazione di un progetto
per la struttura Human Technopole da realizzare in quella area da parte
dell’Istituto italiano di tecnologia, sentite le tre universita
`
milanesi. Que-
sto, dunque, e
`
avvenuto lo scorso novembre. Poi e
`
accaduto che, aprendosi
la discussione fuori dal Parlamento (in Parlamento non se ne e
`
mai potuto
discutere), sono stati fatti molti rilievi polemici cui ha risposto lo stesso
Istituto italiano di tecnologia con un suo comunicato ufficiale il 27 marzo
scorso. In quel comunicato si dava notizia di aver gia
`
presentato ai Mini-
stri competenti la proposta di progetto in data 25 febbraio. Oggi siamo a
meta
`
maggio o quasi e i seguiti di quella decisione-annuncio non sono mai
stati chiariti. Non c’e
`
stata alcuna informazione. In quello stesso comuni-
cato che ho appena citato si dice che sara
`
consultato o che e
`
in via di con-
sultazione (e non sappiamo se ormai una consultazione c’e
`
gia
`
stata ed e
`
terminata, ma non se ne sa nulla) un
panel
internazionale, la cui compo-
sizione non e
`
mai stata resa nota. Ne
́
tanto meno e
`
stato reso noto se gia
`
sono state prodotte le osservazioni di questo
panel
internazionale. Poi
in quel comunicato dell’IIT si dice tranquillamente che spettera
`
al
Governo decidere con il Parlamento, innanzitutto se finanziare questo pro-
getto. L’annuncio, quindi, fatto non solo per l’immediata erogazione di 80
milioni – un progetto piuttosto caro – ma anche per l’attribuzione di nien-
temeno che 1,5 miliardi nel corso di dieci anni; evidentemente era vago se
Senato della Repubblica
XVII LEGISLATURA
38
623ª Seduta
(antimerid.)
11 maggio 2016
Assemblea - Resoconto stenografico
 
 
l’Istituto italiano di tecnologia, protagonista di questa vicenda, dice che
spetter
al Governo decidere «se finanziare questo progetto, quanto finan-
ziarlo e, infine, in che modo gestirlo».
Non ho bisogno di sottolineare come siano indispensabili e urgenti
ormai delle risposte. Non ne vorremmo dopo che si siano determinati altri
fatti compiuti. Servono risposte tempestive su tutti questi anelli mancanti
della vicenda e tenendo conto delle questioni piu
`
generali, al di la
`
di que-
ste relativamente specifiche, pur essendo il progetto di per se
́
rilevante.
Comunque, le questioni generali poste dalla senatrice Cattaneo e da altri
colleghi riguardano la strutturazione, l’articolazione e la gestione della po-
litica della ricerca scientifica, ovvero inerenti il metodo e la competenza, e
insieme la trasparenza e la moralita
`
. Per moralita
`
si intende, oltre che prin-
cipi etici a cui ispirarsi augurabilmente in questo e in ogni altro campo,
garanzia dell’uso corretto e produttivo – e naturalmente verificabile –
delle risorse pubbliche che vengono destinate alla ricerca scientifica, se-
guendo procedure che non sono da inventare, ma da mutuare largamente
da esperienze internazionali note a quanti si occupano dei problemi della
ricerca scientifica.
Io credo che bisogna dare soddisfazione ai problemi posti dalla sena-
trice Cattaneo nel suo ordine del giorno, nonostante l’apposizione della
questione di fiducia sulla conversione di questo decreto.
L’ordine del giorno non sara
`
votato, in quanto sara
`
posta la fiducia,
ma io mi aspetto, onorevole rappresentante del Governo, che nella sua re-
plica si dicano cose precise, si assumano degli impegni chiari, sia nel
senso di fornire tutte le informazioni che sono mancate, sia di mostrare
una disponibilita
`
, che io non posso immaginare non vi sia da parte del Go-
verno, a ripensare a decisioni frettolose che sono largamente discutibili sul
piano del metodo e su quello degli interessi generali della ricerca scienti-
fica e dunque del futuro del nostro Paese.

mercoledì 11 maggio 2016

 Tombaroli ed archeologi

 

Tesori dell’archeologia

di Massimo Villone   11 Maggio 2016
Prima che il lavoro dei tombaroli Renzi e Boschi si completi, scaviamo nella storia della nostra Costituzione: scopriremo tesori di metodo, di comportamento e di pensiero che dovrebbero indurre i  "deformatori" comtemporanei a vergognarsi e a cambiar rotta . Il manifesto, 11 maggio 2016


A sentire Renzi nell’ultima direzione Pd, sul referendum costituzionale è guerra totale. Chiama Il partito alle armi, e propone una moratoria. Fino al voto sulla riforma tutti insieme appassionatamente. Il minuto dopo si scateni pure l’inferno, e si vada alla conta. Un principio di affanno? Timore che i guai giudiziari del Pd appannino l’appeal populistico del leader? Sull’attacco alla magistratura, avviato in stile berlusconiano, è sceso un improvviso silenzio. Che non potrà essere rotto perché i magistrati – com’è nel loro pieno diritto – si esprimono sulla riforma.

Ma rimane grande l’arroganza dell’occupante di Palazzo Chigi: un Renzi vale una Costituzione. Se volete Renzi, dovete volere anche la Costituzione di Renzi. È l’offerta speciale di autunno: due al prezzo di uno. La battuta della Boschi su Casa Pound non merita l’onore di una citazione. E l’esangue minoranza Pd perde un’occasione, e si allinea. Lo scambio è con il congresso, cui – prevedibilmente – seguirà la pulizia etnica dei dissenzienti, salvo pochi esponenti più rappresentativi da imbalsamare a scopo di studio come esemplari di una specie estinta.

Per il resto, siamo all’archeologia costituzionale.

Secondo il dizionario, l’archeologia “mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso la scavo e lo studio della varia documentazione”. Cosa troviamo nell’antica civiltà dell’Assemblea Costituente?

Anzitutto, un Governo che si tiene da parte. Nella Costituente i banchi dell’esecutivo rimasero vuoti. De Gasperi prese la parola per la prima volta sulla nuova Costituzione, come componente dell’Assemblea e non come Presidente del consiglio, il 25 marzo del 1947, quasi scusandosi, per sostenere l’inserimento nella carta fondamentale del rapporto tra Stato e Chiesa cattolica. Il 22 dicembre 1947, giorno del voto finale, commentò che i membri del governo avevano con “un certo senso di invidia” osservato il nascere della Costituzione, “mentre noi, dalle esigenze di tutti i giorni, eravamo costretti ad occuparci dei piccoli particolari”. Il 13 dicembre 1947 Scelba, ministro dell’interno, precisò che il governo aveva presentato una proposta di legge elettorale al solo fine di facilitare il lavoro “senza che questo potesse minimamente significare né impegno del Governo di decidere su quel determinato progetto, né menomazione dell’autorità dell’Assemblea Costituente”. Dunque l’esecutivo non sarebbe intervenuto nel merito delle votazioni, rimettendosi in ogni caso all’Aula.

Inoltre, vediamo l’obiettivo di un testo condiviso nel suo complesso, pur nel dissenso su singoli punti anche rilevanti. Ad esempio, sulla Parte II della Costituzione le sinistre ebbero un atteggiamento critico: in specie, gli interventi di Nenni, 10 marzo, e Togliatti, 11 marzo 1947. Ma si pervenne a un consenso unitario per la volontà di dare al paese una Costituzione ampiamente condivisa. Era cruciale, disse Togliatti, trovare un terreno comune abbastanza solido per costruire una Costituzione, andando “al di là anche di quelli che possono essere gli accordi politici contingenti dei singoli partiti che costituiscono, o possono costituire, una maggioranza parlamentare”. Tanto che, come affermò il 6 marzo 1947 Basso, se avvalendosi di “esigue maggioranze” qualcuno avesse voluto fare una Costituzione “di parte”, “avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione e il vento disperderà la vostra inutile fatica”. Non è in questione il dissenso, che anzi va lodato, come disse V.E. Orlando il 22 dicembre 1947 “come il mezzo più idoneo per scoprire la verità o per avvicinarci ad essa il più che sia possibile”. Il fine era quello di costruire una Costituzione “proporzionata al corpo sociale” come affermò La Pira l’11 marzo 1947: “sia nella prima parte, quando definisce i rapporti dei singoli con lo Stato, ed i rapporti dei singoli fra di loro, sia nella seconda parte, quando, mediante la. struttura dello Stato, esso dispone in modo che questi diritti abbiano la tutela ed abbiano le garanzie”.

Sulla composizione del Senato l’Assemblea discusse il 24 e 25 settembre, e ancora il 10 ottobre 1947. Furono respinte la composizione mista, e l’elezione di secondo grado. Su questa, il 24 settembre Laconi sottolineò il pericolo di “veder trasformato il Senato in una Camera che rappresenti unicamente, e nel modo più ristretto, degli interessi locali di piccoli gruppi configurati territorialmente e politicamente”. Mentre Nitti si scagliò contro l’elezione di secondo grado, meccanismo inquinato e inquinante, perché “il nostro Paese non ha ancora una struttura politica, dopo tante vicende, che assicuri contro le cattive influenze e contro la corruzione”.

Certo, il breve spazio di un articolo consente solo poche ed emblematiche citazioni. Ma bastano a dirci che i costituenti di oggi avrebbero tutto da imparare dal metodo, e più ampiamente dal modo di pensare, dei costituenti di ieri. Quelli operarono in un paese devastato dalla guerra, e pure vediamo che la civiltà antica batte la moderna, di molte lunghezze. Anche allora i professori erano in campo, e Nenni li ringraziava, il 10 marzo 1947, per aver contribuito “a mettere tutta l’assemblea in condizioni di discutere i problemi costituzionali, e a mettere il paese in condizioni di apprezzare i risultati delle nostre deliberazioni “.

Altri tempi. Ma non ci spiace affatto la qualifica di archeologi costituzionali. Sempre che al duo Renzi-Boschi venga riconosciuta quella di tombaroli.

In difesa delle libertà costituzionali

La libertà di parola dei magistrati sul referendum

  

«L’opportunità sembra essere dunque l’ultima frontiera fra ciò che è consentito e non sarebbe illecito, ma, diciamo così, vivamente sconsigliato» Ergo i magistrati, se vogliono, possono dire ciò che vogliono sul referendum sul quale si esprimeranno col voto. La Repubblica, 10 maggio 2016 (c.m.c.)

Caro direttore, alcune prese di posizione di magistrati sulla vicenda referendaria hanno dato l’avvio a un serrato dibattito, nel quale sono risuonati echi dell’annosa contrapposizione (c’è chi la chiama guerra) fra politica e magistratura. Per la verità, tranne pochi estemporanei pasdaran, nessuno fra gli esponenti politici intervenuti ha sostenuto che si debba vietare ai giudici di esprimere le proprie idee. Il richiamo, semmai, è alla categoria dell’”opportunità”: non è vietato esprimersi, ma è inopportuno, per esempio, che una corrente della magistratura si schieri apertamente per il “no” al referendum, o, peggio, che aderisca a questo o a quel comitato, ancorché animato da insigni esperti della materia. ...

domenica 8 maggio 2016

E' questo che ci aspetta?

BOSCHI ANTIFASCISTA PER UN COMIZIO

di Mauro VOLPI

Il Manifesto, 8 Maggio 2016 

La ministra per le riforme Maria Elena Boschi è venuta a Perugia venerdì scorso per lanciare la campagna per il sì al referendum costituzionale. Vi sono state varie contestazioni, tenute a debita distanza, da parte della Lega Nord e di Casa Pound. Una ventina di aderenti a Comitato per il no ha distribuito un volantino di critica alle riforme in modo civile e senza minimamente mescolarsi con le contestazioni leghiste e fasciste. Ebbene, la ministra durante il suo intervento ha affermato: «Fa un po’ strano che nel fronte contrario alle riforme costituzionali ci siano anche pezzi della sinistra che incarnano certi valori a difesa della Carta e votano insieme a Casa Pound al referendum». L’affermazione potrebbe commentarsi da sola per la sua vergognosa grossolanità e dà un’idea del tono con il quale i vertici del governo e del Pd intendono condurre la campagna referendaria.
Tutti sanno che in un referendum è inevitabile che il voto a favore o contrario sia trasversale. La ministra dovrebbe saperlo bene, visto che a sostegno del sì si trova in compagnia di Alfano, Formigoni e del plurinquisito e già condannato in primo grado Verdini, con il cui gruppo parlamentare i vertici del suo partito hanno stabilito un patto di consultazione. E finge di dimenticare che le cosiddette riforme sono nate dal patto del Nazareno e dai successivi incontri con Berlusconi e Verdini e che nel voto finale al senato la legge costituzionale ha potuto raggiungere la maggioranza assoluta grazie all’apporto decisivo dei verdiniani, degli ex leghisti e di due senatori di Forza Italia. Evidentemente tutto va bene pur di delegittimare gli oppositori, che, come ha dichiarato recentemente Renzi, «saranno spazzati via» dal referendum, linguaggio che si addice più ai neofascisti di Casa Pound che al leader di un partito che si definisce democratico. Alla ministra smemorata ricordiamo che fra le numerose associazioni che partecipano alla campagna per il no alla controriforma costituzionale c’è anche l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, il cui comitato nazionale il 22 gennaio ha qualificato «la Riforma del senato e la legge elettorale, così come approvate dal parlamento, un vulnus al sistema democratico di rappresentanza e ai diritti dei cittadini, in sostanza una riduzione degli spazi di democrazia». La posizione del comitato è stata recepita nelle tesi approvate dal recente congresso nazionale dell’Anpi.
Anche per questo le parole della Boschi risultano per quello che sono: indegne non dico di una persona di sinistra – la ministra non lo è mai stata e non ne fa mistero – ma neppure di un liberal-democratico che abbia un minimo di coerenza e di dignità. Altrettanto grave è che, a quanto riferiscono le cronache, le sue vergognose parole siano state applaudite. Chi si oppone alle controriforme non intende cadere nel tentativo di trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro Renzi e il suo governo. Ma a nessuno può essere consentito di offendere, come ha fatto la ministra, milioni di cittadini che in nome della difesa della Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza respingono le pulsioni plebiscitarie per l’uomo solo al comando, che sono quelle da sempre coltivate dai gruppuscoli fascisti. E gli antifascisti che vogliono impedire lo stravolgimento della Costituzione se ne ricorderanno al momento del voto.

L’autore, costituzionalista, è il referente per l’Umbria del Comitato per il no


http://www.repubblica.it/politica/2016/05/08/news/i_magistrati_e_il_diritto-dovere_di_schierarsi_al_referendum-139327862/

I magistrati e il diritto dovere di schierarsi al referendum

 

Pubblichiamo l'intervento del procuratore della Repubblica di Torino a proposito della consultazione sulla riforma costituzionale  di ARMANDO SPATARO


CARO direttore, ebbene sì, lo confesso: ho aderito da subito al Comitato promotore per il "No" in vista del referendum confermativo della recente riforma costituzionale. E non basta: l'ho fatto anche per il "No" alla riforma bocciata nel giugno del 2006, allorché ho girato l'Italia in ogni possibile weekend, parlando di fronte ad ogni tipo di uditorio. Grazie ad una capillare opera di informazione, vinse il "No", con il 61,3% degli oltre 25 milioni di votanti.
 
Avendo qui confessato queste colpe, potrei oggi essere accusato, secondo un pensiero che si va diffondendo, di appartenenza ad associazione per delinquere, con la qualifica di promotore e con l'aggravante della recidiva specifica: sembra, infatti, che sia quasi illegale che i magistrati possano "schierarsi" in un referendum di natura costituzionale. Tradirebbero, si dice, la loro terzietà e così confermerebbero la loro politicizzazione, una tesi di assoluta infondatezza. Dico subito che questo diritto-dovere di "schierarsi" non ha nulla a che fare con la contesa partitica-politica che si sviluppa nei periodi di campagna elettorale ed alla quale, certo, i magistrati devono rimanere estranei, come prevede anche il nostro codice deontologico. Qui si tratta, invece, di un diritto costituzionale di cui anche il magistrato - come ogni cittadino - è titolare e che viene oggi contestato, in misura ben più dura di quanto avvenne nel 2006, quasi che una "militanza civica" comporti rinuncia alla propria libertà morale e di giudizio, quasi che una simile testimonianza abbia il significato dello schierarsi "contro" qualcuno, piuttosto che "per" valori e principi.

Bisogna invece chiedersi perché mai un premier debba proporre una interpretazione impropria del referendum governativo:
"per me" o "contro di me", annunciando l'impegno di dimettersi in caso di vittoria del "No"! Perché mai questa scelta, visto che si tratta di una riforma voluta da una oscillante maggioranza di governo e non certo da un vasto schieramento trasversale, politicamente e culturalmente solido? La risposta pare risiedere nelle modalità di comunicazione per spot e tweet che l'attuale contesto storico sociale sembra imporre, sicché conviene - secondo alcuni - proporsi ai cittadini invocando fiducia nella propria immagine e nella propria capacità manageriale (con brand del tipo: "meno spese e tempi rapidi per le leggi! Via i laccioli del bicameralismo che compromettono la governabilità del paese e l'azione dell'esecutivo!") senza doversi far carico di un difficile e motivato confronto con le preoccupazioni di chi ricorda che la nostra Costituzione fu approvata dopo diciotto mesi di lavoro da 556 parlamentari e giuristi di ogni estrazione, mentre questa riforma, anche attraverso mozioni di fiducia e tagli di emendamenti, ricorda piuttosto, almeno quanto al metodo, quella bocciata nel 2006, scritta da quattro "saggi" durante alcuni giorni estivi trascorsi a Lorenzago di Cadore. Occorre che dal "Fronte del NO" sia respinta, invece, ogni deriva che tenda alla politicizzazione del confronto per trasformarlo in scontro: "NO", dunque, anche al mistificante spot pubblicitario di un futuro paese modernizzato ed efficiente grazie a questa riforma! Non esiste un "Governo costituente", specie se nato da una maggioranza partorita da una legge dichiarata incostituzionale, anche perché - come ha scritto L. Ferrajoli - "se c'è una questione che non ha niente a che fare con le funzioni di Governo è precisamente la Costituzione".

Bisogna attivarsi, allora, spiegando le ragioni del "No" ovunque sia possibile, nelle università, nei centri sociali, nei circoli di quartieri, anche attraverso strumenti informatici e moderne tecnologie, auspicando che il mondo dell'informazione televisiva e della carta stampata assicuri eguali possibilità di confronto alle due parti in causa. Bisogna ricordare a tutti che ben 56 costituzionalisti, tra cui 11 ex presidenti della Consulta e molti "saggi" in precedenza nominati per contribuire alla riforma della Costituzione, si sono schierati pubblicamente per il "NO", pur con rilievi ricchi di spunti propositivi. Bisogna far conoscere le argomentate
ragioni dei numerosi altri professori del Comitato per il NO che hanno criticato il futuro pericolo di squilibrio tra le componenti del Parlamento, quello di indebolimento delle autonomie regionali, nonché il rischio di influenza del Presidente del Consiglio nelle nomine degli organi di garanzia (dal Capo dello Stato ad una parte dei membri della Consulta e del CSM). E tanto altro potrebbe dirsi.
 
Perché mai, in questo quadro, sarebbe inaccettabile che i magistrati si impegnino e si espongano pubblicamente nella campagna per spingere i cittadini a votare "No"? A tanti di noi, piuttosto, tale impegno appare doveroso anche se, come ha detto Paolo Borgna, esso va attuato, "rifuggendo da atteggiamenti di schieramento e da logiche di amico-nemico" e ricordando quanto avvenne nel gennaio del 2005 e del 2010, in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario, allorché tutti i magistrati italiani vi parteciparono stringendo in mano, ben visibile, una copia della Costituzione, quel pezzo di carta - disse Calamandrei - che non va lasciato cadere inerte al suolo.

P.S.: a chiunque avesse dei dubbi, consiglio di confrontare il vecchio ed il nuovo art. 70 della Costituzione, un rigo il primo, una pagina il secondo, riscritto questo - come ha detto G. Zagrebelsky - con tecnica da "decreto milleproroghe".

 



sabato 7 maggio 2016

Verso una Costituzione di minoranza per una democrazia dell’onnipotenza

di Luigi Ferrajoli




Questo referendum sarà un referendum sulla democrazia, un referendum sul carattere tendenzialmente autocratico, oppure democratico e pluralista della democrazia costituzionale. La Costituzione che è stata proposta e già votata più volte alle Camere, è un’altra Costituzione. Per il metodo con cui è stata approvata è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del ’48, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione.
Le Costituzioni rigide sono nate nel secondo dopoguerra per unire, ma soprattutto sono nate come limiti e come vincoli ai poteri di maggioranza. Questa è la grande novità. Le Costituzioni dopo le tragedie del fascismo, del nazismo, dei totalitarismi nascono come “mai più”: mai più l’onnipotenza di qualunque potere costituito, anche se di maggioranza; esse nascono come sistema di limiti, di vincoli, di regole ai poteri, a qualunque potere. La Costituzione di Renzi si caratterizza sin dal metodo come una Costituzione non di maggioranza ma di minoranza.
Grazie a una legge dichiarata incostituzionale, il porcellum, un partito che aveva il 25% non degli elettori ma dei votanti, ha preso la maggioranza assoluta; e in questo 25% che equivarrà ad un 15% della popolazione, la maggioranza è costituita da meno della metà perché molti sono diventati “governativi” a seguito del cambiamento di equilibri interni al partito, quindi abbiamo un’infima minoranza a sostegno di questa riforma che è stata approvata, anzi è stata imposta, attraverso operazioni veramente scandalose: la fiducia, il taglio di emendamenti, forme di Aventino fino all’ultima gravissima deformazione consistente nel carattere plebiscitario che si vorrebbe imporre al referendum come referendum non sulla Costituzione ma su Renzi.

Ma se c’è una questione che non ha niente a che fare con le funzioni di governo è precisamente la Costituzione. Già questo, qualunque cosa dica la nuova Costituzione, è un fattore di discredito della nuova Carta. Noi abbiamo una Costituzione che è nata dall’antifascismo, dalla Liberazione, votata praticamente quasi all’unanimità da partiti che avevano combattuto il fascismo; quindi anche sul piano simbolico essa ha un enorme valore aggregante e democratico. L’oltraggio al costituzionalismo e alla Costituzione come momento storico di rottura avrà come risultato l’instaurazione di una Costituzione di minoranza, una Costituzione regressiva, una Costituzione che non ha più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico.
Del resto questo declino è accompagnato e segnalato dalle innumerevoli violazioni costituzionali che si sono sviluppate in questi anni anche nella procedura di riforma o revisione costituzionale; esse sono il sintomo di un generale declino della Costituzione e dei principi costituzionali dall’orizzonte della politica.
E questo vale soprattutto per quel che riguarda i contenuti. In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro – i lavoratori non hanno più diritti, il lavoro è diventato precario – la sanità non è più una sanità universalistica e gratuita perché è diventata una sanità monetizzata che pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri, con tempi lunghissimi di prestazione che rendono di fatto incurabile gran parte delle malattie dei più poveri, che rinunciano alle cure.
Si parla sempre del PIL come fattore e misura della crescita e del progresso, si parla dello 0,7, 0,8 per cento: però contemporaneamente per la prima volta nella storia recente, abbiamo avuto una riduzione delle aspettative di vita; le aspettative di vita si sono ridotte, credo, di sei mesi, per effetto di un crollo delle garanzie della salute.
Le controriforme che sono state fatte sia nell’epoca berlusconiana che adesso, sono un’aggressione: un’aggressione alla scuola, un’aggressione alle pensioni, ai diritti di sussistenza, per il motivo che costano troppo; ma dobbiamo essere consapevoli che costa molto di più la mancata garanzia di questi diritti, le cui tutele sono il primo investimento produttivo; l’Italia è diventata più ricca rispetto al suo passato, e in generale l’Europa rispetto agli altri Paesi, perché hanno garantito i minimi vitali, l’istruzione, la salute, in assenza dei quali non c’è produttività individuale e non c’è chiaramente crescita economica e produttività collettiva.
Unità tra prima e seconda parte della Costituzione
Uno degli argomenti che viene proposto a sostegno di questa riforma costituzionale è che essa riguarderebbe soltanto la parte organizzativa e non inciderebbe sulla prima parte. Questa è una falsità, perché le due parti sono fortemente connesse e perché la parte “organizzativa” mette insieme strumenti istituzioni e tecniche di garanzia idonei ad assicurare l’attuazione dei principi della prima parte, in particolare, l’uguaglianza, i diritti fondamentali, i diritti sociali.
Io credo che per capire il nesso che esiste tra la prima e la seconda parte della Costituzione e quindi gli effetti che la modifica della seconda parte avrà sulla prima parte, basti prendere in parola quello che dice il governo, e lo stesso presidente Renzi: “ce lo chiede l’Europa”. L’Europa ci chiede queste riforme. Questa è una frase che a prima vista può sembrare senza senso. Che senso ha, che vuol dire che l’Europa è interessata all’abolizione del Senato oppure alla riforma della legge elettorale? Sembra soltanto una mistificazione, ma purtroppo è vero. Ce lo chiede l’Europa, cioè ce lo chiedono i mercati, perché l’obiettivo di questa riforma è un obiettivo perseguito da tanti anni, dalla riforma di Berlusconi, dalla riforma di Craxi: è la governabilità.
Che cosa vuol dire governabilità? Nel lessico dei nostri governi, non soltanto in Italia, governabilità vuol dire onnipotenza dell’esecutivo rispetto al Parlamento e ovviamente rispetto alla società; vuol dire mani libere, possibilità di aggredire lo Stato sociale, possibilità di aggredire la scuola, aggredire la sanità, sulla base unicamente di un consenso senza alternative: perché ci si presenta alle elezioni, e certamente non ci sarà più la quantità di voti del passato, ci sarà una crescita dell’astensionismo, perché è crollata la qualità del voto, non si vota per convinzione ma solo per paura del peggio; si ha disprezzo, disgusto, si vota per il meno peggio, e tuttavia questo è il consenso, è la fonte di legittimazione veicolata da una riduzione della politica a spettacolo che richiede non, come vorrebbe l’articolo 49, il concorso dei cittadini nel determinare la politica nazionale, ma semplicemente il consenso degli spettatori al meno peggio.
Al meno peggio significa che tutti devono assomigliarsi, perché non ci sono alternative, perché la politica dei mercati è una sola, la politica si sta trasformando in tecnocrazia, in modo tale che non si spiega perché ci debba essere un ceto politico di un milione di persone che evidentemente è diventato totalmente parassitario perché deve soltanto eseguire i dettami dei mercati.
Onnipotenza e impotenza della politica
Ebbene questa onnipotenza è ciò che si richiede alla politica perché la politica possa essere impotente nei confronti dei mercati, subalterna nei confronti dell’economia, perché per l’appunto si trasformi in tecnocrazia, perché abdichi al proprio ruolo di governo della finanza, dell’economia, perché possa obbedire alle ingiunzioni, fare i compiti a casa, unicamente mediante la riduzione dello Stato sociale e non certamente mediante la crescita della progressività delle imposte, non certamente applicando imposte del 70/90% a redditi ultramilionari, non certamente attuando norme costituzionali sulla redistribuzione della ricchezza, non certamente facendo ciò che la politica, secondo la Costituzione, deve fare.
Si deve semplicemente eseguire, ottemperare. I governi di destra e i governi di sinistra sono in questo senso uguali, tant’è vero che gli scontri sono di carattere personale, sono caratterizzati dagli insulti reciproci più che dai diversi programmi e nel dibattito politico ciò che non viene mai messo in questione è il sistema di limiti e di vincoli ai poteri economici e ai poteri della finanza, che dovrebbero essere governati dalla politica.
Questo governo della politica fa parte del costituzionalismo profondo dello Stato moderno che nasce come sfera pubblica separata in grado di governare l’economia, che altrimenti sarebbe guidata naturalmente dagli istinti predatori; infatti ovviamente i diritti politici, i diritti civili, i diritti di iniziativa economica, i diritti di iniziativa privata, sono diritti esercitati in funzione degli interessi personali; ciò fa parte della logica del capitalismo, non possiamo pretendere che il capitalismo abbia una logica diversa, per questo è necessaria la politica, è necessario redistribuire la ricchezza, per limitare il carattere predatorio attraverso un conflitto sociale che è stato un fattore di civilizzazione.
Lo smantellamento di tutto questo è possibile solo se prima di tutto si disarma la società, e cioè si smobilitano i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni marginali. Dunque ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazioni dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.
Nessuno infatti grida più all’incostituzionalità di fronte ai ticket e alla monetizzazione dei diritti fondamentali in materia di salute che si distinguono dai diritti patrimoniali perché sono per l’appunto gratuiti, universali, sono la base dell’uguaglianza, dovrebbero essere garantiti a tutti nella stessa maniera, non ci dovrebbero essere differenze in materia di sanità. Naturalmente la cosa costa, ma non è neanche un costo troppo grave, se si pensa che su centodieci miliardi – queste sono le statistiche che abbiamo avuto modo di leggere sulla spesa pubblica in materia di sanità – tutti i ticket con tutto l’apparato burocratico che comportano, producono un introito di tre miliardi, cioè praticamente una parte irrilevante della spesa.
Una spesa però che pesa interamente sulle spalle delle persone più povere e produce un’enorme mediazione burocratica che rende spesso ineffettivi i tempi delle cure; i tempi sono ormai diventati praticamente un fattore di crollo di una delle sanità pubbliche più avanzate del mondo.
Lo stesso fenomeno si sta verificando in Inghilterra, si sta verificando in Europa; stiamo assistendo ad un crollo delle nostre democrazie legato precisamente a questa involuzione autocratica; essa merita di essere chiamata così, perché il meccanismo che è stato introdotto attraverso la congiunzione della riforma costituzionale e della legge elettorale consegna il potere politico a una minoranza parlamentare di fatto fortemente vincolata al capo del governo; è un fatto che già in parte è avvenuto tant’è vero che questa riforma costituzionale è una costituzionalizzazione dell’esistente, perché già oggi tra decreti legge, leggi delegate, leggi di iniziativa governativa, la produzione legislativa è per il 90% di produzione governativa.
Già oggi noi abbiamo avuto un Parlamento esautorato, ma con queste riforme il Parlamento non conterà più niente, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione.
Il risultato quindi è un’involuzione autocratica, ed è su questo che dobbiamo decidere. Dobbiamo decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 a causa del suo prestigio e del suo valore simbolico, ma dobbiamo decidere tra democrazia parlamentare e sistema sostanzialmente autocratico, monocratico, che non è una questione di forma: questa forma è funzionale a una governabilità indirizzata a dare mani libere in materia soprattutto di diritti sociali, di diritti fondamentali di uguaglianza.
Del resto la crescita della disuguaglianza è un fatto sotto gli occhi di tutti che viene incoraggiato dalle politiche governative non solo in Italia. Quindi il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica, verticalistica e autocratica del sistema politico.
Questo intervento ha fatto parte di quelli presentati alla conferenza stampa dei cattolici del NO tenutasi il 21 marzo 2016