FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA
2 GIUGNO 1946 - 2 GIUGNO 2011
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Il 2 giugno 1946 un nuovo inizio di Libertà e Giustizia
Il 2 giugno 1946 il primo "voto politico" delle donne italiane sul
Referendum Monarchia-Repubblica e Costituente
Il 2 giugno 2011 sia festa per un nuovo Risorgimento
AHIMSA. Parola sanscrita che ho imparato da Gandhi. Vuol dire "innocenza" e "non violenza","impegno a non nuocere ad alcun essere vivente". AHIMSA. I miei obiettivi sono la ricerca, la conoscenza, la comunicazione e la condivisione di emozioni, idee, informazioni con altre "persone che cercano". L'altro mio blog è CONVIVIUM, il posto del banchetto.
giovedì 2 giugno 2011
sabato 11 aprile 2009
In Memoria
Funeral Blues
Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l'amore fosse eterno: e avevo torto.
Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.
W. H. Auden
(Traduzione di Gilberto Forti)
Bisogna pur dirlo che nulla sarà più come prima. La vita continuerà chissà per quanto ancora, ma per noi mortali tutto cambia quando morte e distruzione calano sui nostri piccoli mondi. Giova rallentare il ritmo, fermarsi, avvolgersi nel silenzio. Si riprenderà, dopo.
lunedì 9 febbraio 2009
VITA E MORTE
Eluana è morta. Accompagnata dall'amore e dal coraggio del babbo e della mamma. Possano avere pace gli sfortunati, infelici Saturna e Beppino Englaro e rimanga in noi la visione della bellezza della loro figliola, "purosangue della libertà". Grande è stato l'amore dei genitori, più grande del dolore. Grande anche la compassione di tante persone che hanno seguito la sua vicenda, sottratta alla naturale fluttuazione di ogni creatura tra la nascita e la morte per diciassette anni e ventidue giorni. Ho sempre condiviso le scelte di Beppino Englaro e la prova è che quelle scelte le farei per me stessa, anzi, per quanto possibile, le ho già fatte e depositate presso un notaio.
lunedì 17 marzo 2008
Un volto (vecchio) della politica e dell'informazione (o disinformazione?).
"Ti saluto novello Mosè, sì Mosè, perché Aronne era sacerdote, Mosè invece era un laico... Così l'arcivescovo di Benevento, Andrea Murgione, si è rivolto all'antiabortista Giuliano Ferrara." (L'Espresso, 20 marzo 2008, pag. 26)
[ Giuliano Ferrara: due o tre cose sui suoi percorsi [ PCI. PSI. Centro Destra. Vaticano ]
Alle informazioni date da Ferrara sul caso di Genova si contrappone il reportage di Concita De Gregorio. Io mi fido di Concita. Non mi fido del signore che ha cambiato ideologia e capo più volte, non perché non si possa cambiare, ma perché il suddetto signore pretende che ogni volta cambino anche tutti gli altri insieme a lui. E, inoltre, ho la fastidiosa sensazione che si stia divertendo un mondo: com'è attraente la figura del "martire" (testimone)! Non è lui lo stesso giornalista che ha sostenuto il guerrafondaio Bush (con annesse torture), accusando alla sua maniera violenta di antiamericanismo chiunque sostenesse le ragioni della pace? Ha fatto autocritica o continua a disinteressarsi delle vittime della guerra, bambini e bambine comprese? (non è una domanda retorica, non lo so per davvero). Assurdamente, non mi sembra che si stia affrontando la tragedia dell'aborto. Troppo forte l'odore di caccia alle streghe, e non solo l'odore, a giudicare dai manifesti e dagli slogan. Comunque, io mi fido di Concita, fino a prova contraria.
La gogna di Genova
per gli aborti proibiti
di CONCITA DE GREGORIO
I manifesti della lista di Giuliano Ferrara a Genova
GENOVA - Sì è vero, questa sembra una storia di piani alti. Di ipocrisia e di menzogna: un suicidio per la vergogna, otto imbarazzi da eliminare in fretta e di nascosto, pagando e senza dire niente a casa. Uno scenario di palazzetti ottocenteschi coi capitelli di marmo, di grattacieli e di condomini esclusivi con le grate alle finestre e il citofono che non porta cognomi ma numeri. Suonare al quattro, chiedere del dottore. "Centro polifunzionale" c'è scritto fuori dalla porta dello studio dove si abortiva a Rapallo, undicesimo piano del grattacielo.
Polifunzionale, che vuol dire? Poi però vai a vedere da vicino e l'insegna alla porta è attaccata storta con la colla, l'ascensore è rivestito di formica come le cucine economiche degli anni Cinquanta, il cemento del palazzo è rosso di ruggine che cola, al piano terra c'è la Upim. Un posto sdrucito, un brutto posto. L'altro studio, quello a Genova in centro, sembra austero ma è sciatto: pareti scrostate, scale sporche. Un posto grigio, un palazzo di uffici qualunque.
È tutto così, opaco e difficile da mettere a fuoco: i luoghi e le storie. Si è detto "una faccenda della Genova bene". Signore agiate e annoiate che abortivano a pagamento nello studio del medico famoso, obiettore in pubblico e compiacente in privato, cinquecento o mille euro e via il fastidio. Bovary di provincia tradite da una distrazione dell'amante. Commesse che non volevano avere nausee nell'imminente viaggio alle Maldive. Starlette televisive che eliminano il figlio per partecipare al prossimo show. Ecco di seguito i manifesti del nuovo partito di Giuliano Ferrara, difatti: "Genova, bimbo abortito per un reality show". Ecco lo slogan da affiggere alle pareti dei palazzi del centro e delle cliniche incriminate: "Abort macht frei", l'aborto rende liberi, Genova la nuova Auschwitz.
Genova la capitale dell'aborto clandestino, un suicidio e otto aborti facili da sbandierare in una campagna elettorale che non si fa scrupoli. Del resto il capitano dei Nas che ha avviato le indagini l'ha chiamata "operazione Erode". Era ottobre dell'anno scorso, la moratoria di Ferrara non c'entra: il titolo è stata un'idea sua e non è difficile immaginare cosa abbia pensato Ermanno Rossi il ginecologo quando ha letto l'intestazione del fascicolo. La strage degli innocenti. Erode in questa storia chi è?
La realtà però sa essere più complessa degli slogan. Non ci sono Bovary né commesse in procinto di andare alle Maldive fra le otto donne indagate per aver abortito: tutte entro i 90 giorni ma fuori dall'ospedale pubblico come la legge prevede. Non c'è nemmeno la starlette che doveva andare al reality show. Susanna Torretta era la giovane amica della contessa Agusta, testimone della sua morte nella villa di Portofino. Ha avuto qualche momento di notorietà televisiva, ha partecipato all'Isola dei famosi nel 2003. Oggi vive a Rapallo, è impiegata in una profumeria, ha 37 anni.
"Non è bastato che si sia buttato di sotto il dottore, vogliono che mi ci butti anche io. Questo è un linciaggio ma non ce la faranno. Hanno inseguito mia madre fino dentro al supermercato, ieri sera si è sentita male. I miei nipoti piangono mi chiedono cosa ho fatto. Una pressione micidiale. Il dottor Rossi era il mio ginecologo da 12 anni. Una persona magnifica, mi fidavo ciecamente. Se mi avesse detto prendi l'arsenico per il mal di pancia lo avrei preso. L'ho chiamato sabato per un appuntamento, sono stata sentita dal magistrato perché ero nella sua agenda. Sono anni che non faccio tv e non ho in programma di farne più: è una storia passata. Se quella dei manifesti sono io dico che questa è istigazione al suicidio. Non ho abortito per andare in tv e se qualcuno mi chiede cosa sono andata a fare dal mio ginecologo rispondo che sono fatti miei. Sono a posto con la mia coscienza".
"Tirano fuori la storia della contessa ma io non sono mai stata incriminata per la sua morte, ero una sua amica, non ho avuto niente in eredità. Sono dieci anni che mi mettono alla gogna. Alla domanda se ho abortito o no non rispondo, è vergognoso farla. Però le dico: molte persone non sanno che quel che si può fare in ospedale è vietato in un ambulatorio. Se lei deve fare un'ecografia può aspettare sei mesi in ospedale o andare il giorno dopo da un privato e pagare duecento euro. È una colpa? Oppure è vero che si dovrebbe anche, e non si può, poter andare in ospedale in tempi decenti? Rossi non c'è più. Ha pagato lui. Quelli che strillano sono gente che libera i criminali e lapida le persone per bene".
La seconda donna indagata, la presunta Bovary amante di un uomo sposato, è una ventottenne di Sestri Levante. È andata a Rapallo perché quello era il suo medico. Anche lei non sapeva, dice, che abortire in un centro privato fosse illegittimo. "Col mio ragazzo è finita. Quando ho scoperto di essere incinta non me la sono sentita. Abbiamo rotto molto male, soffro già abbastanza, non credo di dovere spiegare a nessuno. Scusatemi". Rossi non le ha fatto pagare niente, dice. Solo la visita.
La terza è l'assistente del medico. La quarta una donna di 35 anni, impiegata in un'azienda privata, madre di due figli. "Sono stata senza lavorare otto anni, da quando è nato il mio primo figlio finora. Avevo ricominciato da sei mesi con un contratto di collaborazione. Mi hanno detto subito che non me lo avrebbero rinnovato se fossi rimasta incinta. Il mio secondo figlio è piccolo. Non ce la facevo, non ce la faccio a restare un'altra volta senza lavoro. Mio marito mi ha accompagnata dal medico. Era d'accordo". La quinta e la sesta sono le due donne che hanno subito un raschiamento nella clinica delle suore, villa Serena: ufficialmente un raschiamento dopo un aborto spontaneo, le indagini diranno. Delle ultime due donne nulla si sa. C'è il medico, poi.
Ermanno Rossi - ginecologo del Gaslini, ospedale cattolico dove non si praticano aborti - lunedì sera dopo aver subito la perquisizione dei Nas è tornato a cena a casa, a Genova. Un condominio rosa in fondo a una strada senza uscita, grate alle finestre e numeri al citofono. Ha pranzato con la moglie, avvocato, e col figlio undicenne. Alle nove è uscito ancora, è tornato allo studio di Rapallo. È salito da solo nell'ascensore di formica, ha aperto la porta con l'insegna storta. Ha mandato un sms alla moglie: "Le chiavi della macchina sono in garage, dentro la borsa rossa quella che non ti piace. Scusa di tutto". Poi ha aperto la finestra dell'undicesimo piano e si è buttato.
Da qui di sotto, nel vicolo, si vedono solo - piccoli come giocattoli - i cassonetti dell'immondizia circondati da una grata. Si è buttato sulla spazzatura. Per cadere dall'undicesimo piano ci vuole molto tempo, quasi dieci secondi. Bisogna contare per capire. Stamani attaccati ai cassonetti ci sono sette mazzi di fiori, tutti bianchi. Un biglietto dice "Grazie Ermanno". Suo cognato, Pietro Tuo, è primario al Gaslini. "Non so se Ermanno fosse obiettore, non ne abbiamo mai parlato. Non ricordo se vent'anni o più fa, per prendere servizio in quell'ospedale, avessimo dovuto firmare un documento. Davvero non ricordo ma non mi pare. Non si pone il problema, al Gaslini le interruzioni non si fanno e basta. Escludo che Ermanno ne facesse in ambulatorio per denaro. Non ne aveva bisogno. So per certo che parlava molto con le sue pazienti e che le aveva a cuore una per una. L'inchiesta dirà quel che deve. D'altra parte, operazione Erode, lei capisce...".
Le donne incriminate, avendo tutte abortito nei termini di legge, rischiano 51 euro di multa. Ermanno Rossi, se fosse vivo, avrebbe dovuto rispondere di un illecito che prevede come pena massima tre anni. Avrebbe forse perso il lavoro al Gaslini, a discrezione della direzione sanitaria. Avrebbe anche dovuto spiegare a suo figlio, prima o poi, chi fosse Erode. Il magistrato che indaga, Sabrina Monteverde, spiega che questo è il filone secondario di un'inchiesta più ampia "sui medici genovesi". Agli aborti si è arrivati per caso, nessuna denuncia del Movimento per la vita: una semplice intercettazione e si è aperto il nuovo fascicolo. E l'inchiesta principale di che tratta? Tangenti, favori, traffici illeciti, cosa? È ancora presto, nessun commento: serve tempo.
Nell'ufficio accanto, in Procura, ci sono i fascicoli su Bolzaneto. In quello più in là c'è il magistrato che si occupa della corruzione al porto. Di aborti a Genova nessuno parla volentieri: un tema minore. Giusto il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, aveva denunciato mesi fa la lentezza degli ospedali pubblici e il gran numero di obiettori di coscienza. I due ospedali principali sono della Curia, del resto. Oggi poi è sabato e si va a passeggio in centro, ci si distrae. Nell'antico caffè accanto alla cattedrale una coppia di coniugi discute col barista. "Quel pover'uomo", dice lui. "E poi basterebbe che le donne stessero più attente invece di pensarci dopo", dice lei. Che le donne stessero più attente, e arrivederci che comincia la messa. [ La Repubblica, 16 marzo 2008. QUI ]
giovedì 13 marzo 2008
IL DOLORE
senso e cura
Il dolore, si dice, è universale. Ma è proprio vero che sia così? Nel dolore universale è di certo il danno - esempio: una malattia, un handicap -, non il modo in cui il danno è vissuto. Ma il danno, quand'anche è universale, è variamente interpretato. Un induista soffre in modo diverso da un cristiano, questi, diversamente, da chi non crede. Se così è, l'esperienza effettiva del soffrire è data dalla circolarità tra danno-senso, più esattamente dalla tensione tra il senso, a cui sempre e in ogni caso si appartiene, e il non senso che il dolore produce. Il dolore infatti lacera la ragione, costringe l'uomo a interrogarsi su di sé. Perché a me? Cosa ho fatto per meritare questo? Ma ancor più sul senso del mondo. Le cose si inabissano e l'enigma del male irrompe in tutta la sua atrocità. Eppure mai, come nella sofferenza, si cercano parole per dare senso all'insensato. E, bene o male, le si trova. Abbiamo preso a soffrire nel momento stesso in cui abbiamo cominciato a vivere. Gli uomini nascono in scenari di senso che li precedono e che danno loro il linguaggio e i termini per divenire interpreti, più o meno abili, del loro soffrire. Abili, e non da soli, gli uomini infatti riescono a condividere la comune sofferenza, a farsene reciprocamente carico. Ed è anche giusto dire che lo devono. Tuttavia nessuno è mai sostituibile nel suo dolore. Ognuno è chiamato a giocare la sua parte. Riuscire, nonostante il dolore, a portare a compimento una vita. Ma di questo poco si può dire. Infatti nulla più del dolore svela la fragilità dei singoli, la loro irrepetibile unicità. Manifesta insieme la comune esposizione all'imponderabile. [ Salvatore Natoli, L'esperienza del dolore, Feltrinelli. Da un intervento alla RAI: qui ]
Oppiacei, la cura contro il dolore
di Livia Turco
L’interruzione prematura della Legislatura non ha consentito, purtroppo, la approvazione definitiva di quel provvedimento, tanto atteso e sollecitato dalla comunità scientifica e professionale, dalle organizzazioni di tutela, dai cittadini come una svolta decisiva per la terapia del dolore nel nostro Paese.
E’ noto che ancora oggi, nonostante i progressi compiuti nel corso degli ultimi anni, l’Italia si colloca agli ultimi posti per la prescrizione di questi farmaci. I dati a nostra disposizione ci dicono che ogni anno in Italia circa 160 mila malati muoiono di cancro, ma se calcoliamo le fasi terminali conseguenti ad altre malattie, e le cronicità che richiedono interventi lenitivi del dolore, le persone interessate superano il milione.
Il dolore che caratterizza le fasi terminali della vita e molte malattie croniche è inutile e ingiusto. La scienza afferma, ormai da tempo, che il dolore fine a se stesso va contrastato perché toglie lucidità, compromette la qualità della vita, accresce la solitudine di fronte alla sofferenza, avvicina il desiderio della morte. Combattere il dolore significa anche questo, allontanare il desiderio della morte di fronte ad una grande sofferenza.
Le norme che abbiamo tentato di introdurre:
- consentono al medico di famiglia di utilizzare il ricettario normale, anziché quello speciale, per la prescrizione di farmaci oppiacei per la terapia del dolore, eliminando così qualunque difficoltà di tipo burocratico;
- estendono la prescrizione dei farmaci oppiacei per l’assistenza domiciliare anche al di fuori delle patologie oncologiche e quindi per quelle malattie croniche o invalidanti per le quali un’adeguata terapia del dolore è essenziale per garantire una migliore qualità della vita;
- semplificano l’aggiornamento periodico dell’elenco dei farmaci oppiacei che potrà avvenire con Decreto Ministeriale, sentito il Consiglio superiore di sanità, senza dover ricorrere a modifiche legislative come è invece previsto oggi;
- rendono più agile la gestione dei registri per il controllo del movimento degli stupefacenti ad uso terapeutico facilitando il lavoro dei medici e dei farmacisti.
Per alleviare e combattere efficacemente il dolore abbiamo bisogno, ovviamente di molto altro: di risorse umane, formazione, organizzazione più efficiente dei servizi, e su questo abbiamo investito. Dobbiamo rafforzare la rete di cure palliative, puntando sulla sinergia tra hospice e assistenza a domicilio, entrambi settori sui quali abbiamo orientato, anche grazie al sostegno del Parlamento, risorse finanziarie significative con le due ultime leggi di bilancio.
Abbiamo bisogno, inoltre, di sostenere e promuovere una cultura della lotta al dolore e alla sofferenza inutili, guardando alla qualità della vita in tutte le fasi della malattia come parte integrante e strutturale dei percorsi assistenziali, tanto quando si sarà costretti a convivere a lungo con una patologia cronica che quando restano pochi mesi di vita. Ma quelle norme possono fare molto, rendendo più semplice il lavoro dei medici prescrittori, e alleggerendone il carico burocratico.
Per tutte queste ragioni Vi chiedo di assumere un impegno formale perché quelle misure, chiunque risulti vincitore della competizione elettorale e titolare della azione di Governo nella prossima Legislatura, siano riprese e approvate dal primo Consiglio dei Ministri e possano così riprendere il loro cammino parlamentare. Una misura concreta per impedire che il dolore si trasformi in un impoverimento della dotazione di diritti della persona e per garantire l’eguaglianza di fronte alla sofferenza e alla morte che, ne sono certa, potrà contare sulla sensibilità e sul sostegno di Voi tutti. (L'Unità, 12.03.08. QUI)
Con i più cordiali saluti.