Visualizzazione post con etichetta Rodotà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rodotà. Mostra tutti i post

domenica 6 aprile 2014

 renzini vs Rodotà
 
 
 
 
 
03/04/2014

Voleva abolire il Senato e critica Renzi
Verità e bugie sugli attacchi a Rodotà

Il costituzionalista Ceccanti ripesca una proposta di legge del 1985. E piovono accuse di ipocrisia.
Ma il testo aveva fini opposti rispetto a quelli del premier
                              
ANSA

Il giurista Stefano Rodotà
 
 
 
 
di Giuseppe Salvaggiulo      
 

 
Dunque Stefano Rodotà sarebbe stato beccato con le mani nella marmellata costituzionale. Il costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti ha scovato e rilanciato su twitter una vecchia proposta di legge datata 1985 e firmata tra gli altri da Rodotà (all’epoca deputato eletto come indipendente nel Pci) per «sostituire il vigente bicameralismo paritario con il monocameralismo puro». L’argomento legittimamente malizioso è semplice: avendo in questi giorni firmato appelli contro la riforma Renzi che vuole per l’appunto abolire il bicameralismo, Rodotà si contraddice con se stesso (sia pure dopo 29 anni). Inevitabili le polemiche, gli attacchi, le irrisioni e i dileggi nei confronti di colui che «Il Foglio», sostenitore della riforma Renzi, definisce «il capo del partito dei parrucconi», stigmatizzando anche il fatto che si esprima sulle riforme costituzionali, lui che non è nemmeno costituzionalista (infatti è solo professore emerito di diritto civile alla Sapienza, la cattedra più prestigiosa e ambita dai giuristi italiani, il che per il quotidiano di Ferrara equivale ad avere «zero tituli»).

Qualunque idea si abbia su Renzi, su Rodotà e sulle rispettive proposte, è bene chiarire i termini della vicenda ponendosi una domanda semplice: la riforma Renzi del 2014 è uguale, nella sostanza e negli effetti, a quella Rodotà del 1985? E quindi, il «capo dei parrucconi» si contraddice, rinnega se stesso, sacrifica l’onestà intellettuale all’ipocrita posizionamento politico?

Due sono le analogie tra il Rodotà del 1985 e il Renzi del 2014: superamento del bicameralismo puro previsto dalla Costituzione del 1948 e riduzione del numero dei parlamentari eletti. Analogie, non identità perché Rodotà è più renziano di Renzi: abolisce il Senato tout court (il premier delinea invece una soluzione spuria, trasformandolo in assise di sindaci, governatori ed esponenti civici nominati dal presidente della Repubblica) e riduce, a differenza di Renzi, anche il numero di deputati della residua Camera elettiva da 630 a 500.

Radicale la critica alle disfunzioni del bicameralismo puro. Spiegava allora il professore che due Camere gemelle riducono l’efficienza della produzione normativa, diventando solo casse di risonanza di «microinteressi» capaci per lo più di «reiterazione defatigante e distorcente del procedimento legislativo» per frenare le riforme con «tendenze conservatrici». Pare di sentire il premier rottamatore. Del resto, sia nell’appello di Libertà e Giustizia che nell’intervista al Fatto Quotidiano, il Rodotà del 2014 non contesta l’abolizione del Senato in sé (del resto già nell’assemblea costituente erano per il monocameralismo comunisti e socialisti), ma nell’attuale contesto politico e istituzionale. E qui emergono le differenze.

Prima differenza. Una lettura meno superficiale del testo del 1985 fa capire che quei parlamentari della Sinistra Indipendente (Ferrara, Rodotà, Bassanini...) vogliono il monocameralismo innanzitutto per rafforzare il Parlamento («un’unica istanza rilegittimata») nel rapporto dialettico del governo (di cui si intendeva limitare il potere di decretazione d’urgenza), mentre la riforma Renzi combinata con l’Italicum rafforza il governo contro il Parlamento (già abbondantemente indebolito: i regolamenti parlamentari sono molto più favorevoli di un tempo all’esecutivo e ormai da anni si legifera quasi solo con decreto).

Seconda. Come contrappeso alla eliminazione di un ramo del Parlamento, Rodotà nel 1985 propone l’introduzione del referendum propositivo. Di questo nel progetto Renzi non si parla.

Terza. Il Rodotà del 1985 vuole modificare l’articolo 138 sulle procedure di revisione costituzionale «con motivazioni e finalità garantistiche», per rendere più difficile alla maggioranza dell’unica Camera disporre della Carta fondamentale. Nessuna preoccupazione di questo tipo nel testo di Renzi.

Quarta. La proposta Rodotà del 1985 introduce sull’esempio francese e spagnolo una nuova categoria di leggi, dette «organiche» perché incidono su principi e diritti fondamentali (il catalogo è ampio: dalle libertà fondamentali ai sistemi elettorali, dalle confessioni religiose alla giustizia...). Per queste leggi, collocate a un rango «quasi costituzionale», viene prevista una procedura di approvazione rafforzata, per garantire il Parlamento dall’egemonia del governo e i cittadini dallo strapotere della maggioranza parlamentare. Niente decreti legge, niente leggi delega. Obbligo di maggioranza assoluta dei componenti della Camera per l’approvazione. Ancora un’esplicita previsione per limitare il governo. Tutto ciò manca nella riforma Renzi, che rimette tutta la legislazione alla maggioranza parlamentare, senza alcun contrappeso. La logica è opposta.

Quarta bis. E che maggioranza! Il Rodotà del 1985 si muove all’interno di un impianto costituzionale fondato sulla rappresentanza proporzionale (tanti voti, tanti seggi) e su parlamentari prima selezionati da solidi partiti pluralisti, poi scelti dal corpo elettorale con le preferenze, il che li dotava di un certo tasso di autonomia. Un partito del 49 per cento non poteva approvare da solo le leggi, scegliere i presidenti delle Camere e della Repubblica, istituire commissioni d’inchiesta, designare gli organi di garanzia... Inoltre la forma di governo era rigorosamente parlamentare: il governo nasceva in Parlamento e dal voto di fiducia traeva la sua unica legittimazione. Oggi i sistemi elettorali (Porcellum o Italicum, da questo punto di vista, pari sono) garantiscono a partiti con la metà dei voti della Dc o del Pci una maggioranza assoluta in Parlamento e hanno modificato sostanzialmente la forma di governo: il premier ha una legittimazione elettorale sostanzialmente diretta dal popolo, il voto di fiducia del Parlamento è un atto dovuto. Inoltre è cambiato lo status dei parlamentari: non sono legittimati dal consenso personale, ma dalla nomina del capopartito (anche i partiti sono meno democratici di trent’anni fa: alcuni a guida personale, altri come il Pd comunque a connotazione leaderistica, basti pensare al sistema con cui si eleggono gli organi direttivi). I deputati sono meno autonomi nei confronti del governo e del partito: dalla disciplina dipende la ricandidatura. L’importanza di questa differenza di impostazione culturale è testimoniata dal fatto che il testo Rodotà del 1985, pur in un contesto proporzionalista e fondato sulla centralità del Parlamento, vuole «costituzionalizzare» (oggi diremmo «blindare») il principio proporzionale, scelta «imposta dal monocameralismo e dalla riduzione dei parlamentari» proprio per evitare dittature della maggioranza.

Quinta differenza. Rodotà ha posto con Zagrebelsky e gli altri «parrucconi» una questione che è insieme giuridica e politica. Il Parlamento del 1985, eletto con una legge proporzionale con le preferenze conforme a Costituzione, era legittimato a cambiare la Carta fondamentale: rappresentava fedelmente «la nazione». Il Parlamento del 2014 è stato eletto con una legge elettorale anticostituzionale sia per l'abnorme premio di seggi (la maggioranza parlamentare è una minoranza tra i cittadini) che per l’inconoscibilità dei candidati agli occhi degli elettori, causata dalle liste bloccate. I partiti che hanno nominato gli attuali «padri ricostituenti» sono in gran parte fuori dal «metodo democratico» previsto dall’articolo 49 della Carta. Siffatto Parlamento è legittimato a prefigurare un nuovo sistema costituzionale in cui minoranze popolari trasformate artificialmente in maggioranze parlamentari siano dotate di poteri largamente superiori a quelli che la Costituzione (e il Rodotà del 1985) riconoscevano a solide maggioranze popolari? 

 

sabato 5 gennaio 2013

Il grande deserto dei diritti



 Il grande deserto dei diritti
micromega-online - micromega



Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.

Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti.

Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.
Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito?

Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione

Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. 

Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla 

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. 

Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia

Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

lunedì 26 novembre 2012

Il diritto di avere diritti


sursum




Il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all'umanità, dovrebbe essere garantito dall'umanità stessa.
 Hannah Arendt
Le origini del totalitarismo [1951]


Citazione che Stefano Rodotà ha messo come epigrafe al suo libro
 
 
Il diritto di avere diritti


Laterza novembre 2012

 


sabato 11 febbraio 2012

I bond, i vecchi e la morte

“Se le banche lanciano i bond della morte”



Giotto_Allegoria della Povertà_Assisi_Basilica Inferiore 

dal sito: https://giovannitaurasi.wordpress.com/

*

La Matematica finanziaria e il Moralismo dei Bond della Morte

di  


Paolo Manasse (la voce.info) è molto critico nei confronti di Rodotà e del suo moralismo. Ho letto con interesse il suo articolo, perché non lo condivido, ma le sue argomentazioni mi hanno fatto vedere più chiaramente la questione.