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giovedì 7 aprile 2011


Il sentimento dell'altro

empatia



 

Sentire il sentimento dell'altro, sentire il sentire dell'altro.
 



La compassione buddhista non si limita al "sentire con" nella sofferenza, ma abbraccia tutto il sentire degli esseri senzienti.
La
compassione nella visione buddhista è un'attitudine della mente e dello spirito, è uno dei modi di vivere, uno degli "atteggiamenti del cuore" che creano la possibilità di "coltivare stati sublimi dell'essere":

 




  1. Affettuosa gentilezza e cordialità (metta)


  2. Compassione ed empatia


  3. Gioia ed esultanza


  4. Equanimità e pace della mente"


"Compassione" significa "sopportare insieme la sofferenza (amorevolmente)". E' parola che nell'etimologia ha "cum" e "pati", che è "sopportare, soffrire".
I significati delle parole, tuttavia, nelle lingue vive non sono immobili e, infatti, per "compassione" si sta affermando l'accezione buddhista che ne apre il senso a tutta una costellazione di emozioni, affetti, cognizioni della mente umana.


"Empatia" è invece la parola che comunica chiaramente la tendenza a mettersi nei panni dell'altro per poterne sentire i sentimenti e le emozioni nel nostro profondo. L'etimologia di "empatia"  evidenzia perfettamente il significato della parola: è il greco empàtheia "passione, affezione"
L' empatia è un processo di identificazione con l'altro,  un processo non facile che crea una forma di partecipazione e di comprensione dello stato affettivo dell'altro.


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Cit.: Lama Surya Das, Gli Otto Gradini, Mondadori, 2000, p. 270

giovedì 30 ottobre 2008


sole sorgente-Puglia


"Colui che si prende cura di sé, si prende cura degli altri, si prende cura di sé".


La giusta protezione di se stessi è l'espressione della saggezza, la giusta protezione degli altri è l'espressione della compassione:


"Il nobile dal cuore compassionevole non uccide né permette che si uccida, non sottomette né fda sottomettere: egli è benevolo verso tutti gli esseri viventi e nessuno gli è ostile".


Samyuttanikaya, Il discorso di Sedaka - Itivuttaka, Le singole, III, 7


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La Profezia di Cossiga



Oggetti tricolori (La Stampa)


Quel camion pieno di spranghe di Curzio Maltese


Il senatore a vita e presidente emerito Francesco Cossiga, in una intervista al Quotidiano Nazionale del 23 ottobre scorso,  ha consigliato al Ministro degli Interni di manovrare il dissenso della scuola in questi giorni infiltrando provocatori che suscitino violenza in modo da giustificare l'uso contro di loro della forza pubblica.


La profezia/confessione di Cossiga ha cominciato ad avverarsi? Spero di no. Eppure ieri in Piazza Navona ci sono state le prime violenze in un movimento finora  tanto determinato quanto pacifico. Poi è comparso un camioncino bianco carico di oggetti tricolori che dei personaggi hanno usato come fossero spranghe. Un camioncino bianco nella zona pedonale di Piazza Navona.




«Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei»
Intervista a Cossiga



ROMA. PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...

«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo». ... continua


Andrea Cangini, QUOTIDIANO.  "GIORNO/RESTO/NAZIONE", giovedì 23 ottobre 2008
Intervista a Francesco Cossiga. Presidente emerito della Repubblica Italiana e senatore a vita. (dal Blog di Beppe Grillo)

domenica 26 ottobre 2008




"Contemplando con l'occhio divino l'immenso mare dell'esistenza increspato dalle onde di innumerevoli esseri, vide che 'incessantemente morivano e di nuovo nascevano...'." Dhammapada, XI, Jaravagga


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Riaprire il futuro di Barbara Spinelli



Il caos calmo della rabbia riformista di Eugenio Scalfari


Da San Giovanni al Circo Massimo di Curzio Maltese



Intervista a Francesco Cossiga. Presidente emerito della Repubblica Italiana e senatore a vita. (dal Blog di Beppe Grillo)





Tagli spietati , traduzione dell'articolo  Cut-throat savings in NATURE




mercoledì 19 marzo 2008

Da Dharamsala parla la Guida spirituale
"Agenti cinesi hanno provocato gli scontri"


Il Dalai Lama: "Pronto a dimettermi
se il mio popolo diventa violento"


Appello ai "duri": "La gazzella non batte la tigre, scegliete il dialogo"
di Raimondo Bultrini



<B>Il Dalai Lama: "Pronto a dimettermi<br>se il mio popolo diventa violento"</B>


Il Dalai Lama


DHARAMSALA - Il Dalai Lama dice senza mezzi termini che è pronto a "dimettersi" se la situazione in Tibet dovesse finire "fuori controllo". Lo fa davanti a una piccolo gruppo di giornalisti internazionali venuti qui con noi nella sua residenza circondata da una folla di fedeli in preghiera. Una frase ad effetto che ha fatto presto il giro del mondo, anche se il suo significato è stato da molti interpretato come una rinuncia al ruolo "divino" di Dalai Lama, una carica - almeno finora - non certo elettiva. Da almeno sei secoli infatti, per i buddisti tibetani la sua mente è capace di tornare nella forma umana del leader spirituale dopo ogni morte fisica. Per chiarire meglio questo e altri aspetti emersi nella conferenza stampa, il Dalai Lama ci ha concesso un colloquio esclusivo nel suo ufficio privato.

In che senso ha parlato di dimissioni, Santità?
"A quanti mi hanno accusato di non volere fermare le proteste in corso, ho semplicemente spiegato che io non sono un dittatore, che dice alla sua gente: fai questo, non fare quello. Ho precisato che sono semmai un portavoce del mio popolo. Ma se la maggioranza dei tibetani dovesse prendere la strada della violenza, allora la mia risposta sarebbe quella che ho già dato dopo gli incidenti dell'88: complete dimissioni dal mio ruolo di loro rappresentante".

I cinesi continuano però ad accusare lei di aver istigato le rivolte.
"Sì, dicono che i miei seguaci bruciano i negozi, uccidono innocenti... Ho già detto molte volte: non usate violenza. Bruciare è violenza, uccidere è violenza. Per esempio, in tv ho visto la foto di un khampa (etnia tibetana dell'est, ndr) con una spada. Non è buono, come non è buono l'uso della violenza da parte di chiunque, siano Usa, Cina o Tibet".





Ma i tibetani sembrano stanchi di aspettare e molti dicono di non vedere altre vie d'uscita.
"Certe volte alcuni di questi giovani che vogliono l'indipendenza, esasperati per le ingiustizie, vengono da me con le lacrime agli occhi, vogliono combattere. Allora gli dico: ok, servono un fucile, dieci fucili, un sacco di munizioni. Dove li prendete? Mi rispondono: in Pakistan, Afghanistan. E allora come li spedite? Dal Nepal, impossibile, dall'India, impossibile, dal Pakistan, impossibile. Esprimere le proprie emozioni è facile, ma dobbiamo essere pratici. Può la gazzella lottare con la tigre? L'unica arma, l'unica forza è la giustizia, la Verità. Le spiego con un esempio perché la violenza, oltre che sbagliata, diventa controproducente. Anche durante le proteste degli anni '80 furono accusati i tibetani di certe stragi che - solo dopo - si è scoperto vennero messe in atto da agenti cinesi mandati a provocare tra i rivoltosi. Impossibile fare un controllo indipendente. Altro esempio, nei giorni scorsi a Katmandu ci sono state vetrine rotte e violenze: abbiamo avuto prove che di nuovo sono stati agenti cinesi per creare tensioni tra comunità locale e tibetani. Lo stesso era successo qui a Dharamsala due anni fa, quando fu bruciato il negozio di un indiano".

Anche la sua richiesta di autonomia è rimasta però inascoltata.
"Tra i cinesi più educati grazie all'approccio non violento e non separatista raccogliamo un genuino supporto. Se poi cerchiamo l'aiuto del mondo esterno, dell'India, degli Stati Uniti, dell'Europa, è molto difficile ottenere qualcosa con una richiesta di indipendenza. Certo ci vuole tempo. Con le armi forse si risolvono le cose più rapidamente, ma i problemi si ripresenteranno sempre più gravi. Con la collaborazione e la comprensione si eliminano alla radice. Anche nei regimi totalitari le cose cambiano, la leadership cambia, la politica cambia. La situazione cinese di oggi è diversa da quella passata. Se i cinesi diventassero realistici, in poche ore si risolverebbe ogni controversia. So che diffidano di me, ma potrebbero venire qui a Dharamsala, non c'è niente da nascondere, non potranno vedere i miei polmoni, ma possono vedere il mio portafoglio, le mie urine, le mie feci".

Le sembra realistica un'indagine indipendente?
"Ho scritto una lettera ai nostri amici indiani, americani: per favore, ho detto, aiutateci a raffreddare questo clima terribile. Qualcuno vada a indagare, presto, sul posto, per capire i veri motivi delle tensioni ed evitare che si ripresentino. Per esempio, riceviamo continue informazioni secondo le quali molti tibetani feriti non ricevono assistenza negli ospedali cinesi. Era già successo dopo le manifestazioni dell'87 e dell'88. Ecco come il risentimento riaffiora anche a distanza di venti anni. Certi comportamenti contro la nostra gente hanno segnato le generazioni che oggi hanno 40, 50, 60 anni, ora è una nuova leva a essere trattata allo stesso modo e a ribellarsi: come si pensa di interrompere questo ciclo?".

Domani (oggi ndr) lei incontra i gruppi che hanno organizzato qui in India la marcia verso il Tibet. Che cosa gli dirà?
"Gli chiederò: che cosa andate a fare al confine? Otterrete così l'indipendenza? Come primo risultato mettete il governo indiano in grande difficoltà. L'India ha davvero fatto cose meravigliose per noi, ci ospita da sessant'anni, ha finanziato scuole, assistenza per la comunità tibetana. Al confine inoltre si scontreranno con i soldati cinesi: a quale fine? Il caso Tibet è difficile, delicato, irrisolvibile con decisioni emotive. E in questo clima di tensione è difficile prendere decisioni razionali".

Secondo i cinesi il suo popolo è felice sotto il governo comunista, e che è solo lei a creare problemi.
"Certo, dicono che l'unico problema è il Dalai Lama. Ma vede, io qui sono molto felice, non mi manca niente. In realtà il problema è il Tibet: ogni tibetano che vive all'estero, se viaggia nella nostra terra esce con l'impressione di una situazione terribile, quasi ogni famiglia dagli anni '50, '60, ha subito un lutto, trentamila tibetani sono venuti qui negli ultimi anni. E poi ci sono diverse opinioni tra gli stessi cinesi: alcuni pensano che se il Dalai non ci fosse più le cose sarebbero più facili, altri ritengono che sarebbero invece più difficili. Qual è la verità? In ogni caso non ho intenzione di morire presto...".
Guarda in alto e ride. 

La Repubblica, 19 marzo 2008.QUI.



20 marzo 2008. 0:08


Sangue e compassione l’illusione tibetana


Ugo Leonzio




Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.

Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.

Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.

È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.

Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire.

Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.

Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà.

La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito.

Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wu­ti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».

Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.

Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli.

Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.

Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo.


Il libro dei morti tibetano
dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice.

Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione?

Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni.

C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione.

Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.

C’è un insegnamento più prezioso di questo?



Pubblicato il: 19.03.08. L'Unità: qui . 


giovedì 18 ottobre 2007


SaveTibet




Congressional Gold Medal Ceremony Address
His Holiness the Fourteenth Dalai Lama of Tibet
October 17th, 2007


His Holiness the 14th Dalai Lama His Holiness the 14th Dalai Lama

President Bush, Speaker Pelosi, Senator Byrd, my fellow Laureate Elie Wiesel, Honorable Members of Congress, Brothers and Sisters.


It is a great honor for me to receive the Congressional Gold Medal. This recognition will bring tremendous joy and encouragement to the Tibetan people, for whom I have a special responsibility. Their welfare is my constant motivation and I always consider myself as their free spokesperson. I believe that this award also sends a powerful message to those many individuals who are dedicated to promoting peace, understanding and harmony.


On a personal note, I am deeply touched that this great honor has been given to me, a Buddhist monk born of a simple family from the remote Amdo region of Tibet. As a child I grew up under the loving care of my mother, a truly compassionate woman. And after my arrival in Lhasa at the age of four, all the people around me, my teachers and even the housekeepers, taught me what it means to be kind, honest, and caring. It is in such an environment that I grew up. Later my formal education in Buddhist thought exposed me to concepts such as interdependence and the human potential for infinite compassion. It is these that gave me a profound recognition of the importance of universal responsibility, nonviolence, and inter-religious understanding. Today, it is a conviction in these values that gives me the powerful motivation to promote basic human values. Even in my own struggle for the rights and greater freedom of the Tibetan people, these values continue to guide my commitment to pursuing a nonviolent path.


I have had the honor to be in this hall once before when I visited your country in 1991. Many of the faces that welcomed me then, I can see today, which gives me great joy. Many have retired and some are sadly no longer with us. However, I would like to take this opportunity to recognize their kindness and contribution. Our American friends have stood with us in the most critical of times and under most intense pressure.


Mr. President, thank you for your strong support, and for the warm friendship that Mrs. Bush and you have extended to me personally. I am deeply grateful to you for your sympathy and support for Tibet, and your firm stand on religious freedom and the cause of democracy.


Madam Speaker, you have not only extended an unwavering support to me and the just cause of the Tibetan people, you have also worked hard to promote the cause of democracy, freedom and the respect for human rights in other parts of the world. For this, I would like to offer my special thanks.


The consistency of American support for Tibet has not gone unnoticed in China. Where this has caused some tension in the US-China relations, I feel a sense of regret. Today, I wish to share with you all my sincere hope that the future of Tibet and China will move beyond mistrust to a relationship based on mutual respect, trust and recognition of common interests.


Today we watch China as it rapidly moves forward. Economic liberalization has led to wealth, modernization and great power. I believe that today's economic success of both India and China, the two most populated nations with long history of rich culture, is most deserving. With their new-found status, both of these two countries are poised to play important leading role on the world stage. In order to fulfill this role, I believe it is vital for China to have transparency, rule of law and freedom of information. Much of the world is waiting to see how China's concepts of "harmonious society" and "peaceful rise" would unfold. Today's China, being a state of many nationalities, a key factor here would be how it ensures the harmony and unity of its various peoples. For this, the equality and the rights of these nationalities to maintain their distinct identities are crucial.


With respect to my own homeland Tibet, today many people, both from inside and outside, feel deeply concerned about the consequences of the rapid changes taking place. Every year, the Chinese population inside Tibet is increasing at an alarming rate. And, if we are to judge by the example of the population of Lhasa, there is a real danger that the Tibetans will be reduced to an insignificant minority in their own homeland. This rapid increase in population is also posing serious threat to Tibet's fragile environment. Being the source of many of Asia's great rivers, any substantial disturbance in Tibet's ecology will impact the lives of hundreds of millions. Furthermore, being situated between India and China, the peaceful resolution of the Tibet problem also has important implications for lasting peace and friendly relation between these two great neighbors.


On the future of Tibet, let me take this opportunity to restate categorically that I am not seeking independence. I am seeking a meaningful autonomy for the Tibetan people within the People's Republic of China. If the real concern of the Chinese leadership is the unity and stability of PRC, I have fully addressed their concerns. I have chosen to adopt this position because I believe, given the obvious benefits especially in economic development, this would be in the best interest of the Tibetan people. Furthermore, I have no intention of using any agreement on autonomy as a stepping stone for Tibet's independence.


I have conveyed these thoughts to successive Chinese leaders. In particular, following the renewal of direct contact with the Chinese government in 2002, I have explained these in detail through my envoys. Despite all this, Beijing continues to allege that my "hidden agenda" is separation and restoration of Tibet?s old socio-political system. Such a notion is unfounded and untrue.


Even in my youth, when I was compelled to take on the full responsibility of governance, I began to initiate fundamental changes in Tibet. Unfortunately, these were interrupted because of the political upheavals that took place. Nevertheless, following our arrival in India as refugees, we have democratized our political system and adopted a democratic charter that sets guidelines for our exile administration. Even our political leadership is now directly chosen by the people on a five-year term basis. Moreover, we have been able to preserve and practice most of the important aspects of our culture and spirituality in exile. This is due largely to the kindness of India and its people.


Another major concern of the Chinese government is its lack of legitimacy in Tibet. While I cannot rewrite the past, a mutually agreeable solution could bring legitimacy, and I am certainly prepared to use my position and influence among the Tibetan people to bring consensus on this question. So I would also like to restate here that I have no hidden agenda. My decision not to accept any political office in a future Tibet is final.


The Chinese authorities assert that I harbor hostility towards China and that I actively seek to undermine China's welfare. This is totally untrue. I have always encouraged world leaders to engage with China; I have supported China's entry into WTO and the awarding of summer Olympics to Beijing. I chose to do so with the hope that China would become a more open, tolerant and responsible country.


A major obstacle in our ongoing dialogue has been the conflicting perspectives on the current situation inside Tibet. So in order to have a common understanding of the real situation, my envoys in their sixth meeting with their Chinese counterparts suggested that we be given an opportunity to send study groups to look at the actual reality on the ground, in the spirit of "seeking truth from facts." This could help both sides to move beyond each other's contentions.


The time has come for our dialogue with the Chinese leadership to progress towards the successful implementation of a meaningful autonomy for Tibet, as guaranteed in the Chinese constitution and detailed in the Chinese State Council "White Paper on Regional Ethnic Autonomy of Tibet." Let me take this opportunity to once again appeal to the Chinese leadership to recognize the grave problems in Tibet, the genuine grievances and deep resentments of the Tibetan people inside Tibet, and to have the courage and wisdom to address these problems realistically in the spirit of reconciliation. To you, my American friends, I appeal to you to make every effort to seek ways to help convince the Chinese leadership of my sincerity and help make our dialogue process move forward.


Since you have recognized my efforts to promote peace, understanding and nonviolence, I would like to respectfully share a few related thoughts. I believe this is precisely the time that the United States must increase its support to those efforts that help bring greater peace, understanding and harmony between peoples and cultures. As a champion of democracy and freedom, you must continue to ensure the success of those endeavors aimed at safeguarding basic human rights in the world. Another area where we need US leadership is environment. As we all know, today our earth is definitely warming up and many scientists tell us that our own action is to a large part responsible. So each one of us must, in whatever way we can, use our talents and resources to make a difference so that we can pass on to our future generations a planet that is at least safe to live on.


Many of world's problems are ultimately rooted in inequality and injustice, whether economic, political or social. Ultimately, this is a question of the wellbeing of all of us. Whether it is the suffering of poverty in one part of the world, or whether it is the denial of freedom and basic human rights in another part, we should never perceive these events in total isolation. Eventually their repercussions will be felt everywhere. I would like to appeal to you to take a leadership role in an effective international action in addressing these problems, including the huge economic imbalance. I believe the time has now come to address all these global issues from the perspective of the oneness of humanity, and from a profound understanding of the deeply interconnected nature of our today's world.


In conclusion, on behalf of six million Tibetan people, I wish to take this opportunity to recognize from the depth of my heart the support extended to us by the American people and their government. Your continued support is critical. I thank you once again for the high honor that you have bestowed on me today. Thank you.


E' un discorso storico di alta politica, in cui si manifesta una grandezza spirituale unica nel mondo di oggi. Non ci sono rivendicazioni astiose, anzi sempre il massimo rispetto per il paese invasore e oppressore. Il Dalai Lama non chiede nemmeno l'indipendenza del Tibet, chiede solo una "significativa autonomia", il minimo vitale perché il popolo tibetano non venga completamente spazzato via.

domenica 7 ottobre 2007

     


Tutti i Diritti Umani per Tutti



Marcia della pace da Perugia ad Assisi col pensiero alla Birmania, al Darfur, al Tibet e a tutti i luoghi senza giustizia e senza libertà, dove i diritti umani sono violati ogni giorno. E nel ricordo di Anna Politkovskaja, e di tutti i giornalisti e le giornaliste vittime come lei. E con l'angoscia infinita delle guerre in Afghanistan, in Palestina, in Iraq, e di tutte le guerre.



Affari (&) generali è un post dell'amico Tuareg sulle possibili azioni concrete per la liberazione dei birmani. Ogni gesto preso signolarmente si imprime nell'intera vicenda umana, per quanto rimanga ininfluente nelle situazioni immediate. Ma molti gesti singoli possono sviluppare la potenza di una valanga e determinare un cambiamento. Io credo fermamente nel valore di ogni singolo gesto non violento volto a diffondere l'attuazione dei diritti umani.


Le virtù nella Bhagavad Gita, virtù hinduiste e buddhiste fissate molti secoli prima della nostra era, in Convivium.

martedì 2 ottobre 2007

Aggiornamento del 3 ottobre 06:48


Birmania, la Total sotto inchiesta in Belgio



L'accusa: «Ha collaborato con la giunta militare». La magistratura accoglie la denuncia presentata da alcuni rifugiati per crimini contro l'umanità


BRUXELLES - La magistratura belga ha deciso di accogliere la denuncia presentata nel 2002 da alcuni rifugiati birmani e di mettere sotto inchiesta l’azienda petrolifera francese Total per presunti reati di complicità in crimini contro l’umanità: lo hanno reso noto i legali dei querelanti.


BATTAGLIA LEGALE - La denuncia era stata presentata nel 2002 da quattro rifugiati birmani, secondo i quali la Total avrebbe utilizzato manodopera forzata fornita dalla giunta militare al potere in Birmania - accusata di crimini contro l’umanità - per la costruzione di un gasdotto. Dopo tre anni di battaglie legali, la denuncia era stata dichiarata ammissibile nel 2005 dalla Corte Costituzionale belga; lo scorso marzo tuttavia la Cassazione aveva stabilito che la giustizia belga non aveva giurisdizione dato che i querelanti erano di nazionalità estera. La Corte Costituzionale è però intervenuta nuovamente stabilendo che in base alle convenzioni internazionali un rifugiato gode degli stessi diritti di un cittadino belga in materia di giustizia e dunque la legge di competenza universale (che sancisce la possibilità per la magistratura belga di indagare crimini commessi ai danni di cittadini belgi anche all’estero) è applicabile anche al caso presente.

SOSTEGNO ALLA GIUNTA - La Total è stata oggetto di numerose denunce da parte di lavoratori birmani anche in Francia, dove la magistratura ha infine optato per il non luogo a procedere. La denuncia è diretta contro l’azienda, il suo ex responsabile Thierry Desmarest e l’ex direttore delle operazioni della Total in Birmania, Hervé Madeo: a loro viene contestato il sostegno logistico e finanziario fornito negli anni Novanta alla giunta militare, che avrebbe a sua volta messo a disposizione manodopera forzata per la realizzazione dei progetti petroliferi. Fonte:
Il Corriere della Sera, 02 ottobre 2007 - qui


Nelle more del processo, per prudenza, NIENTE PIU' TOTAL per me. D'altra parte già da tempo non compro più prodotti cinesi. Il lato tragicomico della mia lotta alla don Chisciotte è nelle sue inaspettate difficoltà e nei tranelli tesi dovunque. Provate, anche solo per curiosità, a fare compere evitando la "grande" Cina. E' difficilissimo, anche perché il famoso "made in" non garantisce nulla.  Andate alla Feltrinelli e provate a comprare un libro per bambini che non sia stampato in CinaDue domande: ma questi colossi proprio non possono fare a meno di queste squallide dittature e dei loro crimini? come premere sui suddetti colossi, UE compresa?





Total : la Belgique rouvre une enquête pour crimes contre l'humanité. LEMONDE.FR avec Reuters | 01.10.07 | 19h59  •  Mis à jour le 01.10.07 | 20h06. 02.10.07 | 10h11 -  Total/Birmanie: plainte pour complicité de crime contre l'humanité relancée. QUI


Aggiornamento del 2 ottobre 22:08



Dall'amico Tuareg arriva quest'agenzia:


(ANSA) - ROMA, 2 OTT - ''Purtroppo per una grande democrazia come l'India, forse la piu' grande al mondo, il silenzio di questi giorni non e' un fatto positivo''. Lo ha detto il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, riferendosi alla reazione del governo indiano dopo che la giunta militare birmana ha risposto con le armi alle manifestazioni pacifiche antigovernative. Vernetti ha parlato di un ''silenzio imbarazzante'' ed ha aggiunto che ''sull'India c'e' molto lavoro da fare''.
''Fra una settimana - ha sottolineato - il ministro D'Alema sara' in India e porra' con grande energia ai dirigenti della repubblica indiana il fatto di coinvolgersi di piu'''.
''Dobbiamo coinvolgere di piu' l'India - ha aggiunto - perche' puo' giocare un ruolo importante per indebolire la giunta militare birmana e costringere quel paese al dialogo''.
Quanto al faccia a faccia, tenutosi stamani fra l'inviato speciale del segretario dell'Onu, Ibrahim Gambari e il generale Than Swe, Vernetti non esclude la possibilita' di ''tornare in Consiglio di sicurezza per adottare nuove decisioni''.
''Il lavoro dell'Italia di queste ore - ha concluso - e' di aumentare la pressione diplomatica su Cina, Russia e India''.(ANSA).


Io aggiungerei anche la pressione nostra sull' Unione Europea che ha un grande potere, se vuole. E perché non unirci agli USA questa volta? Le pressioni economiche sono più forti di qualsiasi cosa. E non c'è bisogno di affamare il popolo. Ho sentito parlare di interessi della compagnia Total. Verifichiamo e smettiamo di comprare la loro benzina, se necessario.



The Democratic Voice of Burma


"Continuano in tutto il mondo le manifestazioni di solidarieta' per la Birmania, da dove arrivano nuove conferme alla brutalita' della repressione. Secondo il quotidiano britannico Daily Mail sarebbero migliaia le vittime e i monaci uccisi sarebbero stati seppelliti nella giungla. La foto di un monaco riverso in uno stagno, proveniente da un video, girato domenica, che è stato diffuso da The Democratic Voice of Burma, ha fatto il giro del mondo.

Il regime contrattacca la comunita' internazionale: il ministro degli esteri invita l'Onu a "non intervenire su questioni interne birmane" e afferma che "la protesta e' stata sobillata da potenze straniere, e aggiunge "ma ora l'ordine regna di nuovo in Birmania". [
RAINews24
]



La Ruota della Vita


Appelli per il Popolo Birmano


An appeal to the UN Security Council to protect the people of Burma


  Myanmar: appello per cessare la repressione  di Amnesty International


Avaaz.org - The World in Action - Stand with the Burmese Protesters


giovedì 27 settembre 2007


Una maglietta rossa per la Birmania
"In tutto il mondo, venerdì 28"


Un messaggio sta circolando in queste ore per sms e sui blog per chiedere a tutti un segno di solidarietà per i monaci buddisti e per il popolo birmano. (La Repubblica)


Ricordiamoci di collegarci con i blogger birmani (i link sono un po' su tutti i giornali online). Nel sito BBCNews ho trovato questo: Ko Htike's blog .


Il sito di notizie dal punto di vista dei birmani:  "The Irrawaddy News Magazine [Covering Burma and Southeast Asia] . Un altro sito suggerito da Linodigianni : http://www.mizzima.com/





"L'intera popolazione guidata dai monaci attua una protesta pacifica per la liberazione dalle generali crisi politiche economiche e sociali recitando la Metta Sutta". Questa è la frase con cui si apre la dichiarazione dell'Alleanza dei Monaci Birmani e degli Studenti della generazione del 1988.


Metta Sutta



Parole del Buddha sulla gentilezza amorevole



.


Questo dovrebbe fare
chi pratica il bene
e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
chiaro nel parlare,
gentile e non vanitoso,
contento e facilmente appagato;
non oppresso da impegni e di modi frugali,
calmo e discreto, non altero o esigente;
incapace di fare
ciò che il saggio poi disapprova
ciò che il saggio poi disapprova.
continua qui



.




Sulla Metta Sutta: La pratica di "Metta" nella meditazione di visione profonda [ ivi ] nel sito Santacittarama . La maglietta dal blog di Rosalba.


lunedì 24 settembre 2007

Il Dalai Lama e Angela Merkel



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I Monaci Buddhisti del Myanmar



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Aung San Suu Kyi sulla soglia della sua casa, sabato, e poi in fotografia durante le proteste a Roma oggi.



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Quattro fotografie per ricordare queste giornate eccezionali. Il destino del Tibet e della cultura tibetana sembra segnato, la Cina ha i mezzi per mantenere l'invasione ma non ha i mezzi per capire che è fuori di ogni diritto umano e internazionale. Rifulgono nella loro tragedia il popolo del Tibet e il Dalai Lama. Per il Myanmar so solo sperare.

mercoledì 7 febbraio 2007


Medicine Buddha
Seed Syllable
and Mantra Garland


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Riprendo dal mio convivium il tema di singolare bellezza e potenza del Buddha della Medicina e della medicina tibetana, come auspicio di salvezza nel mezzo delle tragedie che incessantemente funestano i nostri giorni. Le violenze di Catania, e non solo, sono violenze del tutto gratuite e diffuse a diversi livelli più di quanto si possa immaginare. Le guerre e gli eccidi, i progetti bellicosi imperanti, la conflittualità nella nostra vita quotidiana, tolgono il fiato. La visione buddhista della vita per me è stata sempre un rimedio per il corpo, la mente e lo spirito.

sabato 26 marzo 2005

Il silenzio


 



 


«Vi è mai capitato quel momento di grazia in cui, stando nel profondo silenzio, si avverte una specie di sinfonia o di coro dalle innumerevoli voci? Il silenzio non è sempre, come sembra, una assenza di eloquio, potrebbe anche essere un modo di accogliere, tramite le vibrazioni della nostra struttura umana le voci dell'infinito cosmo. 'Vogliamo un tuo discorso', dissero un giorno a Buddha i suoi discepoli. Buddha prese un fiore e si alzò tenendolo in mano in silenzio. Fu quello il famoso 'sermone dei fiori' da cui trasse origine il buddhismo zen, questa grande scuola del silenzio, che prima o poi, in una forma o in un'altra, l'uomo occidentale dovrà decidersi a frequentare.
La parola che illumina nasce dal silenzio come il fulmine nasce dalla nube. Il senso della parola infatti non è di trasmettere, è di comunicare, e cioè di rilevare ciò che sta oltre la parola. Le parole occultano o svelano, trasmettono comandi o comunicano amore. Esse hanno una storia in cui si riflette l'ambivalenza dell'uomo governato da due pulsioni, quella dell'aggressività e quella della comunione.
"In principio era il logos, la parola", sta scritto. Ma si potrebbe dire altrettanto bene che in principio era il sighé, il silenzio, che è l'altro nome di Dio. Ma anche parlando dell'uomo si può dire che in lui il principio è, insieme, la parola e il silenzio. "Noi siamo doppi a noi stessi", scriveva Montaigne, nel senso che noi portiamo in noi stessi una doppia identità; siamo, come io amo dire, editi ed inediti. L'uomo inedito è l'uomo come insieme di possibilità in attesa di adempimento, di trasformarsi cioè in realtà, diventando così dicibili a tutti. Perché come Dio è un Deus abscunditus, così anche l'uomo è a se stesso abscunditus. Nascosto, ma non del tutto, perché, come dice etimologicamente la parola coscienza (con-scientia), c'è una presenza dell'io a se stesso che ha l'unico limite di non potersi esprimere con parole, ma appunto perché le parole sono gli strumenti forgiati dall'uomo edito. L'uomo edito è quello che si ritaglia nella cultura in cui si è svolta la sua formazione, che è sempre una cultura governata dalle esigenze del gruppo di appartenenza. L'uomo inedito predilige il silenzio e, anche quando parla, le sue parole si caricano dell'ispirazione alla totalità, come dire a un mondo che non è quello della cultura espressa dai vocabolari, è la vera patria dell'essere. Diceva ancora Montaigne che per quanto l'uomo perlustri il suo perimetro "non si dà comunicazione all'essere". Se mi chiedi chi è Dio, diceva Agostino, non lo so, ma se non me lo chiedi, lo so. Restare fedeli a questo versante inedito della nostra realtà umana vuol dire, poi, saper entrare nella conversazione degli uomini senza alterigia, con umiltà, accettandone le regole, ma restando in qualche modo estranei, capaci, proprio per questo, di svegliare negli altri le segrete affinità elettive e cioè la dimensione inedita che resta repressa e soffocata nella chiassosa convivenza della piazza.
La parola veramente comunicativa fiorisce ai confini dell'uomo nascosto. Solo chi ha orecchi da intendere intende e ha orecchi da intendere chi a sua volta abita nel silenzio. Nel silenzio fioriscono le immagini in cui si riflettono le nostre possibilità che non hanno né possono avere cittadinanza nella città comune, la cui legge più severa è la discriminazione tra il possibile e l'impossibile. I sogni ad occhi aperti, quelli che nascono dal silenzio in cui lo spirito si concentra al massimo in se stesso, sono le traduzioni immaginative delle possibilità che fervono in noi in attesa del loro tempo.
Ma anche Dio è, a sua volta, edito ed inedito, conosciuto e sconosciuto. Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando diventa dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e garanzia di ogni potere. L'uomo inedito lo sa e non ama nominarlo. Il vero Dio è un Deus abscunditus, l'estremo corrispettivo dell'homo abscunditus. La preghiera è, nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza tra l'uomo sconosciuto e il Dio sconosciuto. Non si parla di Dio, dunque, si parla a Dio, e parlando di lui le parole sono di inciampo. Nominare significa possedere, e un Dio posseduto è un idolo fatto a immagine e somiglianza dell'uomo. Il limite dell'ateo è di essere a suo modo del tutto conforme alle misure dell'uomo edito, il corrispettivo dialettico del bigotto o del clericale che fanno di Dio un punto di sostegno delle loro sicurezze pubbliche e delle loro aspettative maturate sulle pulsioni della società in cui si sono integrati. La religione è loquace e scrive il nome di Dio sui muri, la fede silenziosa lo cancella: la verità di Dio è nel momento in cui il suo nome si cancella. La preghiera è il respiro dell'uomo nascosto che si protende verso Colui che è nascosto: l'incontro, se c'è, non è dicibile. Dio non si dimostra, Dio si mostra e si mostra a chi, rinunciando a quella sottile forma di potere che è la parola, si mostra a sua volta».


Padre Ernesto Balducci, 1992


Fonte: http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_10295.html


Dal caro amico Alain (zenblog.splinder.com) mi arriva questa splendida testimonianza:


 




"Il Buddha dichiarò: “Possiedo l’occhio del tesoro della vera legge, dell’autentico dharma, lo spirito sereno del nirvana, ed ora è trasmesso a Mahakasyapa”. Fu la prima trasmissione i shin den shin (da cuore a cuore) di questa “saggezza del Risveglio assolutamente pura, che non contiene nulla sul quale appoggiarsi". Appunto nulla, tantomeno le parole.

martedì 5 ottobre 2004

L'Albero dei Maestri dell'Ordine Gelugpa





 



 


 


L'albero dei Maestri dell'Ordine Gelugpa si erge da un 'oceano' che ha intorno una rappresentazione del mondo. E' un'immagine di grande armoniosa complessità, evocatrice di serena spiritualità.


 


L'albero è un simbolo antico: ha le sue radici nelle acque primordiali generatrici di vita e si eleva dalla terra verso più alti strati dell'aria, mentre la sua chioma si estende nell'universo.


Al centro si trova Tsong Khapa, il fondatore dell'Ordine Gelugpa, guida dei credenti sul sentiero spirituale. Due raggi di luce si diffondono dalla figura di Tsong Khapa e vanno a sorreggere i venerabili maestri che rappresentano le scuole Madhyamika e Yogacara. Negli angoli in alto: Buddha Shakyamuni e Buddha Maitreya, il Buddha del Futuro.

giovedì 23 settembre 2004

Yang chen ma - Tara Bianca



Tara Bianca, la Grande Pacificatrice, spesso associata alla Dea Hindu Saraswati.


Considerata come Madre di tutti i Buddha, rappresenta l'Aspetto Materno della Compassione.


Il Colore Bianco rappresenta l'Emanazione della Purezza della Compassione


e della Completa Indifferenziata Verità del Dharma.


la mano destra - la mano sinistra



L'elaborato fiore di loto blu nella mano sinistra è chiamato Utpala. Contiene tre fiori: il primo, con semi, simbolizza il Buddha Kashyapa (del passato); il secondo, nel pieno della fioritura, simbolizza il Buddha Shakyamuni (del presente); e il terzo, pronto a fiorire, simbolizza il Buddhas Maitreya (del futuro). Questo significa che Tara Bianca è l'essenza di tutti e tre i Buddha, del passato, del presente e del futuro.


E' seduta nella posizione del vajra (folgore) su un disco di luna bianca e un fiore di loto completamente aperto.Ha sette occhi: tre sul viso, compreso quello sulla fronte, e uno su ogni palmo della mano e su ogni pianta dei piedi. I sette occhi di Tara Bianca possano vedere chiaramente tutte le cose in tutti i reami dell'esistenza.


Tutto in Tara Bianca è espressione di sconfinata compassione e di pace profonda.


 


Post su Tara: mercoledì, settembre 15, 2004

mercoledì 15 settembre 2004

“Om Taré Tutarré Turiyé Soha”


Wrathful Green Tara (Central Mandala Deity) - Click for Enlargement

  Tara Verde nelle sue Ventuno Emanazioni


Il Mantra di Tara che si apre con il suono cosmico OM e continua con l'invocazione del nome di Tara e si chiude con SOHA (Amen)


Tara Verde è il Principio Femminile dell'Illuminazione


Tara in Sanscrito significa 'Stella', in Tibetano suona 'Dolma'


 


























































































































Tara (nome in tibetano)



colore



significato



Getsun Dolma



Tara Verde



Salvatrice incomparabile



Niurma Pamo



rossa



La veloce eroina



Yan Cenma



bianca



Sarasvati



Sonam Ciò Terma



gialla



Colei che dona la suprema virtù



Nam Ghielma



gialla



Usnishavijaya - completamente vittoriosa



Ri Gema



rosso corallo



Colei che dona l’intelligenza



Gi Gema



bordeaux



La terrifica



Scenki Mi Tumma



nera



L’invincibile



Scenle Nampar Ghielma



bordeaux



La conquistatrice degli altri



Senden Na Dolma



bianca



La salvatrice della foresta profumata



Gigten Sunle Ghielma



rossa



La conquistatrice dei tre regni mondani



Nor Terma



arancione



Colei che dona la ricchezza



Tasci Dongema



arancione



Di buon auspicio



Dapun Sonzema



rosso fuoco



Colei che distrugge le forze ostili



Tonier Cen



nera



L’irata



Rabscima



bianca



La molto pacifica



Barue Ocenma



rossa



La luce che risplende



Panme Nonma



arancione



Soggioga le innumerevoli forze negative



Magiama



bianca



Il pavone



Mipam Ghielma



bianca



L’invincibile regina



Ri Tuma



arancione



La mendicante che dimora in montagna



Oser Cenma



bianca



Raggi di luce






Ventuno qualità inconcepibili


1. Meriti inconcepibili


2. Sapere


3. Saggezza


4. Abili mezzi di salvezza


5. Eloquenza


6. Splendore del sapere


7. Formule (dharani)


8. Esposizioni del Dharma


9. Memoria e intelligenza conformi alla verità


10. Forza dei poteri soprannaturali


11. Penetrazione del linguaggio di tutti gli esseri


12. Penetrazione delle pratiche e delle aspirazioni di tutti gli esseri


13. Visione di tutti i Buddha


14. Erudizione


15. Maturazione degli esseri


16. Potere sulle concentrazioni


17. Creazione di terre pure


18. Bellezza di figure e colori


19. Qualità e sovranità


20. Pratica delle perfezioni


21. Ruota del Dharma senza retrocessione




Nomi delle Ventuno Tara (da: Lodi a Tara, Ist. Lama Tzong Khapa). Elenco delle 21 qualità inconcepibili. Dal sito: http://www.vajra.it/gocce/21.htm  Tangka