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lunedì 11 maggio 2009

Aung San Suu Kyi


Anche i potenti cercano di dimenticarsene scrollando le spalle in segno di impotenza


 Aung San Suun Kyi


"E’ di questi giorni l’allarmante notizia che Aung San Suu Kyi ,  tenace e coraggiosa eroina birmana, premio Nobel per la Pace, agli arresti domiciliari ormai dal 30 maggio 2003, che complessivamente dal 1988 ha passato oltre 13 anni privata della sua liberta’ e’ di nuovo gravemente malata, debole, malnutrita e disidratata.  Purtroppo anche il suo medico curante il dottor Tim Myo Win, che puo’ visitare la leader birmana solo alcuni giorni al mese e’ stato arrestato. Il 27 maggio dovrebbero scadere ancora una volta gli  arresti domiciliari della leader birmana, ma l’appello per la sua immediata liberazione, presentato dal suo legale e’ stato respinto ancora una volta dalla giunta militare." ... Cecilia Brighi_Articolo 21, 11/05/2009


* 



Una grande mobilitazione della rete per San Suu Kyi libera


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"... L’informazione e la comunicazione fanno paura ai regimi, ai dittatori e a tutti coloro che non amano la democrazia e la libertà.

Aung San Suu Kyi ha bisogno di noi: usiamo internet per rivolgere appelli e mobilitare l’opinione pubblica chiedendo che venga oggi curata e domani, quando gli arresti domiciliari arriveranno a scadenza- il 27 maggio- venga restituita alla libertà. Mobilitiamoci noi tutti per primi per  trascinare la comunità internazionale a un impegno straordinario. Aung San Suu Kyi torni libera." Sandra Zampa Articolo 21

La prigionia di San Suu Ky, farfalla d'acciaio della Birmania



«Non è il potere che corrompe, ma la paura.


La paura di perdere il potere corrompe quelli che lo detengono.


La paura della frusta, quelli che lo subiscono».


Aung San Suu Kyi


domenica 1 marzo 2009


RADIO RADICALE: NON SPEGNETE QUELLA VOCE



L’ULTIMO ATTACCO
Furio Colombo


I radicali hanno aperto ieri a Chianciano il loro congresso. È un annuncio improvviso e alcuni che avrebbero voluto (è il mio caso) non potranno essere presenti. Vedo alcune ragioni per seguire oggi da vicino le iniziative dei radicali. Alcune sono di assenso e alcune di dissenso ma una prevale su tutte. In un mondo politico che appare esausto, e si richiude, in ripetizione alternativa di poche cose sfuocate per chi sta al governo, e di un senso di smarrimento per chi fa (o dovrebbe fare) opposizione, i radicali hanno una vitalità politica che li motiva ad essere presenti, contemporaneamente, in tanti campi e impegni e problemi, dal Tibet ai rom italiani, dai rumeni pestati in carcere ai detenuti in estenuante attesa di processo, dalle campagne già fatte (il tentativo quasi riuscito di rimuovere Saddam Hussein senza distruggere l’Iraq) al successo mondiale della moratoria sulla pena di morte.


A Chianciano avrei detto il mio disaccordo sul modo in cui i radicali propongono di contribuire a risolvere i problemi della giustizia. Manca - avrei insistito - l’ambientazione di un progetto così importante nell’epoca berlusconiana che ha deliberatamente distorto (o distorto in modo più grave) tutto ciò che si riferisce al mondo e agli operatori della giustizia.


Avrei ripetuto che - in un mondo di padronato che chiede e non dà - trovo punitivo l’atteggiamento nei confronti dei sindacati, benché ogni problema posto sia serio, importante e vada discusso a fondo. Farlo con i radicali vale la pena. Ricordiamoci che sono l’unico gruppo politico italiano ad avere dei caduti, come Antonio Russo, sulcampo deidiritti umani e della libera testimonianza giornalistica di fatti destinati a restare altrimenti ignoti. Questo impegno, mantiene un senso e un punto di riferimento per l’intera politica italiana in un’epoca confusa e conflittuale, condannata alla ripetizione continua di eventi spesso inutili o quasi uguali. Ma c’è un’altra ragione oggi, di essere vicini ai radicali, di partecipare al loro lavoro e soprattutto al loro impegno civile.


Nei giorni scorsi, con frivola e immotivata improvvisazione, il sottosegretario Romani ha dato notizia, in una seduta della Camera dei deputati, della intenzione del governo Berlusconi di chiudere Radio Radicale, la voce del Parlamento italiano, di cui trasmette in diretta tutti gli eventi e sedute, oltre alla cronaca completa di quasi ogni altro evento politico, senza riguardo alle diverse valutazioni di quegli eventi, senza rapporti con le convenienze, i desideri e gli ordini degli uni e degli altri. Se c’è una preferenza, a Radio Radicale, è per i senza potere. Chiudere una radio che riceve contributi pubblici in cambio dell’unico vero servizio pubblico che esista in Italia è un gesto grave, carico di minaccia e pericolo. E anche un gesto odioso, se compiuto da un governo guidato dal capo e proprietario di un impero mediatico. Volete sapere se la Rai sarà in grado di subentrare? Invece di correre via dalla televisione quando i telegiornali di regime introducono gli umilianti minuti della «nota politica», fate lo sforzo di guardare e ascoltare almeno una volta. È chiaro che dovremo prepararci a difendere in ogni modo la sopravvivenza dell’ultima finestra che impedisce all’Italia di soffocare nell’anidride carbonica della non notizia. Perciò gli auguri al Partito Radicale per il suo congresso, che meritava partecipazione e presenza, sono auguri all’Italia.  


Aggiornamento del 2 marzo 2009, ovvero


Intorno all'insaziabilità del potere


Non ho avuto  il tempo ieri di scrivere un paio di cose sulla proposta di soppressione di Radio Radicale, ma inanzitutto ho dovuto fare delle ricerche per capire qualcosa. Ho trovato quanto segue: 


 Paolo Romani , sottosegretario alle Comunicazioni all'interno del Ministero dello Sviluppo Economico (FI), ha risposto a un'interrogazione parlamentare dell'onorevole Alessio Butti.


Alessio Butti, segretario della Presidenza del Senato, autore dell'interrogazione, lo scorso 18 giugno 2008 ha rilasciato il seguente comunicato stampa:


"Ritengo che la spesa di 10 milioni di euro autorizzata dalla Legge Finanziaria 2007 a favore di Radio Radicale per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 sia inutile oltrechè anacronistica. È dal lontano 1994 infatti che lo Stato finanzia questa rete." - È quanto afferma il senatore del PdL Alessio Butti che ha depositato un'interrogazione parlamentare sulla questione.
"Il finanziamento di una rete nazionale privata
deputata a trasmettere le sedute del Parlamento poteva essere giustificato e tollerato soltanto in una fase transitoria, ovvero fino all'entrata in servizio tale finalità." Argomenta Butti: "Queste erano infatti le intenzioni del Legislatore. Nel momento in cui la Rai, nel rispetto della Legge Mammì, e precisamente dal 2 febbraio 1998, ha iniziato a trasmettere le sedute parlamentari e i relativi approfondimenti attraverso
GR Parlamento (quarto canale radiofonico della RAI), Radio Radicale ha perso la sua peculiarità ed indispensabilità."
"Nulla di personale nei confronti dei professionisti di Radio Radicale - prosegue il senatore pdl- però è del tutto evidente come l'importante emittente radiofonica non si limiti alla riproduzione dei dibattiti parlamentari e
infarcisca il proprio palinsesto anche con rubriche e commenti che definire a senso unico risulterebbe un eufemismo."
"Ragione per cui - conclude Butti- credo che oggi sia assolutamente fuori luogo oltrechè dispendioso tenere in essere la convenzione con Radio Radicale." ( testo reperito QUI )


Un contributo dell'amico blogger Masso57




"Lo stato finanzia l’editoria per circa 700 milioni di euro all’anno. A chi, come, e soprattutto a che titolo vengono spesi questi soldi? Poiché in Italia si legge poco e nessun giornale riesce a vivere di sole vendite, nel 1981 fu approvata una legge, pensata proprio per dare sostegno ai giornali di idee, come i giornali di partito, penalizzati dal mercato e non sorretti dalla pubblicità e allegati.
Ma nell’inchiesta di Bernardo Iovene scopriamo che in realtà i giornali considerati di partito oggi, in tutto prendono il 5% degli stanziamenti. E allora il restante 95% a chi va? I lettori dei quotidiani non lo sanno, mentre lo sanno bene gli editori, che incassano corposi contributi su spese telefoniche, elettriche e costo della carta. Una fetta di finanziamenti va poi a una galassia di giornali che hanno ottenuto l’accesso ai finanziamenti grazie alla firma di due deputati, spesso di schieramento opposto, che hanno dichiarato l’appartenenza della testata a un movimento politico. Come il Giornale d’Italia, ‘Organo del movimento unitario pensionati uomini vivi’, che gira parte dei suoi contributi alla Lega. Ma non sono i soli, ci sono anche le Tv locali, per esempio Teleoggi, con i soldi pubblici ha “ringraziato” l’ex ministro Gasparri per l’attenzione dimostrata. Anche Radio Padania e Radio Maria incassano. E anche il quotidiano “Sportsman, Cavalli e Corse”. Alla fine della fiera i giornali prendono un sacco di soldi ma i giornalisti precari e sottopagati sono sempre di più."




Le obiezioni:




  • "...Obiezione numero uno: maggiore è l`offerta di servizio pubblico (ancorché fornita da privati) meglio è per i cittadini e per lo stesso parlamento. Obiezione numero due: la convenzione con Radio Radicale è stata confermata da vari governi di centrodestra  e di centrosinistra, a riprova che si tratta di un servizio oggettivamente utile, non diciamo "imparziale" (concetto che non esiste), diciamo: "utile". Obiezione numero tre: con tutto il rispetto, Gr parlamento specie negli ultimi anni,- sotto le direzione di un amico di partito di Butti, Bruno Socillo, non si è certo mostrata così superiore a Radio Radicale da giustificare la soppressione della convenzione, anzi, ci sembra il contrario. Obiezione numero quattro: risulta che l’onorevole Butti abbia cointeressenze in attività editoriali che forse potrebbero beneficiare di un taglio della convenzione con Radio Radicale: altro che «esigenze di riduzione della spesa pubblica». Considerazione finale: questo governo ogni tanto minaccia di chiudere giornali e radio di partito, cioè di spegnere voci e annichilire idee. Finora non ci è riuscito, scommettiamo che non ci riuscirà neppure stavolta?" ( QUI )




  • LETTERA APERTA ALL'ON. ALESSIO BUTTI


    Lei, Onorevole, propone la soppressione di RADIO RADICALE.


    E allora Le dirò, come premessa, che ritengo un' offesa all'intelligenza, mia e anche Sua on. Butti, l'equiparazione che Lei fa di questa emittente con GR Parlamento. Offesa che, per quanto mi riguarda, non intendo accettare. Da molteplici anni sono ascoltatore di quello che non esito a definire forse, ma senza il forse,  il più importante strumento di conoscenza socio-politica del nostro (martoriato) Paese. E non pensi ch'io sia persona disattenta nei confronti degli altri media: seguo dei telegiornali e acquisto da almeno una ventina di anni, giornalmente, due quotidiani che in buona parte leggo. Se poi con l'ascolto di "Stampa e regime" del bravissimo direttore Massimo Bordin rimango coinvolto e interessato da qualche articolo presente su altri giornali, ne acquisto pure un terzo. Rinunciando non poche volte al caffè della mattinata, data la mia condizione di pensionato... Non posso che portare la mia esperienza (anche se è ragionevole pensare che siano decine di migliaia le persone che potrebbero sottoscrivere), e allora Le dirò che, personalmente, per e con questa Radio sono cresciuto culturalmente come persona e come cittadino. Pensi, caro Onorevole, che, per esempio, ho saputo della Sua esistenza politica proprio grazie a Radio Radicale...Con tutto il rispetto per Lei parlamentare, non sarà poi molto, ma vorrà pur ben dire qualcosa. O no? Anche se a Lei certamente non interesserà, potrà pur capire, comunque, che il sottoscritto avverte nel suo profondo di essere in debito nei confronti di una Radio a cui tutto il Paese consapevole non può non essere riconoscente. Tutti i politici, noti e meno noti, insieme alle più diverse intellettualità mondiali hanno trovato e trovano spazio, non filtrato!, nei suoi microfoni. E Lei vorrebbe sopprimere una voce culturale tanto pregnante e densa di significato? Sta scherzando, vero? Perchè altrimenti dovrei pensare che alla stregua dei più banali dittatori o, più semplicemente, dei più volgari detentori di un illusorio potere, teme che altri cittadini possano, come me, esprimersi nei termini con cui mi sto esplicitando con Lei?


    Non posso ancora e, mi creda davvero, non voglio pensarlo. D'altronde si potrà per il soffio limitato dei nostri più immediati e grossolani interessi, ritardare di un...niente l'avvento di un mondo più consapevole e, quindi, migliore, ma il pensiero e le idee non si possono più di tanto recingere! Non siate, Voi che per la vostra funzione siete delegati a legiferare, strumenti di conservazione, stagnazione e, quindi, cristallizzazione. Altrimenti, avete e abbiamo già perso tutti. Con i miei più distinti saluti,  Renato Patelli









Così, dopo aver faticosamente riscostruito e compreso la vicenda, posso in piena coscienza accodarmi ai difensori di Radio Radicale, di cui anch'io sono indefessa ascoltatrice. Mi dispiace per la RAI, ma i suoi servizi d'informazione non reggono il confronto.

Potrei qui aggiungere il titolo per un altro capitolo per il mio fantomatico libro sull'ideologia berlusconista: "L'insaziabilità".

lunedì 24 marzo 2008



"Il governo lasci entrare l'Onu in Tibet"


Scrittori, professori, giornalisti chiedono trasparenza e inchieste credibili

Dodici idee sulla situazione in Tibet


Al momento, la propaganda che i media ufficiali cinesi stanno diffondendo, senza lasciare spazio a niente altro, sta facendo avvampare sempre più le fiamme dell’odio interetnico e aggravando una situazione già molto tesa. Questo ha effetti estremamente deleteri per la salvaguardia a lungo termine dell’unità nazionale, e noi sottoscritti lanciamo un appello affinché questo tipo di propaganda cessi. Appoggiamo l’appello alla pace del Dalai Lama, e speriamo che il conflitto interetnico possa essere affrontato seguendo i principi della pace e della non violenza.


Condanniamo ogni tipo di azione violenta contro cittadini innocenti, e chiediamo con urgenza al governo cinese di sospendere la violenta repressione in Tibet e lanciamo un appello anche al popolo tibetano perché non si lasci andare ad azioni violente.


Il governo cinese ha affermato che “vi sono chiare prove che quest’incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama”. Speriamo che il governo possa mostrare prove di quest’affermazione, e, per modificare l’atteggiamento di sfiducia e la visione negativa degli attuali incidenti che vi è nella Comunità internazionale, suggeriamo al governo cinese di invitare in Tibet la Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite, affinché possa portare avanti un’inchiesta indipendente delle prove menzionate dal governo, del modo in cui gli incidenti si sono svolti, del numero dei morti e feriti, eccetera. Nella nostra opinione, il linguaggio da Rivoluzione Culturale del tipo “il Dalai Lama è un lupo travestito da monaco buddista, e uno spirito maligno con volto umano e cuore di bestia”, utilizzato dalle autorità del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet non è di nessun aiuto nel risolvere la situazione, e non è nemmeno d’aiuto all’immagine del governo cinese.


Dal momento che il governo cinese è intenzionato ad integrarsi alla Comunità internazionale, siamo dell’opinione che dovrebbe dunque cercare di mostrare uno stile di governo che si conformi agli standard della civiltà moderna. Notiamo che il giorno stesso in cui le violenze sono scoppiate a Lhasa (il 14 marzo), le autorità della Regione Autonoma del Tibet hanno dichiarato che “ci sono chiare prove che mostrano che quest’incidente è stato organizzato, complottato e meticolosamente portato avanti dalla cricca del Dalai Lama”. Questo mostrerebbe che le autorità del Tibet sapevano con anticipo che ci sarebbero stati disordini violenti, e non hanno fatto nulla per prevenirlo. Se vi sono state inadempienze da parte delle autorità, è necessario portare avanti una severa inchiesta, in modo che i responsabili possano essere puniti di conseguenza. Ma se non può essere provato che questi incidenti siano stati “organizzati, premeditati e meticolosamente portati avanti”, ma che si tratta invece di una “rivolta popolare” causata dall’evolversi degli eventi, le autorità dovrebbero lanciare un’inchiesta per determinare chi sia responsabile nell’aver incitato la popolazione alla rivolta e per aver diffuso informazioni false volte a ingannare il governo centrale ed il popolo, e dovrebbero anche riflettere con attenzione su che cosa si possa apprendere da quest’evento in modo da non intraprendere nel futuro lo stesso tipo di azioni.


Chiediamo con la massima forza al governo cinese di non sottomettere ora ogni tibetano all’inquisizione e vendetta politica. I processi delle persone che sono state arrestate devono essere portati avanti seguendo procedure giudiziarie aperte, giuste e trasparenti, in modo da assicurarsi un risultato giusto ed imparziale.


Richiediamo che il governo cinese autorizzi i media nazionali e internazionali a recarsi liberamente in Tibet in modo da poter portare avanti in modo indipendente interviste e inchieste per poter informare il pubblico. Siamo dell’opinione che l’attuale blocco dell’informazione non può servire a far acquistare credibilità alla popolazione cinese e con la comunità internazionale, e che sia dannoso per la credibilità del governo cinese. Se il governo ha davvero una buona comprensione della situazione, non può aver timore della presenza dei giornalisti. Solo adottando un atteggiamento di apertura possiamo sperare di modificare la mancanza di fiducia della Comunità internazionale nei confronti del nostro governo.


Lanciamo un accorato appello al popolo cinese e al popolo cinese all’estero affinché si mantenga calmo e tollerante, e perché sappia riflettere con profondità su quanto sta avvenendo. Adottare atteggiamenti di aggressivo nazionalismo non può fare altro che suscitare l’antipatia della Comunità internazionale, e danneggiare l’immagine internazionale della Cina. Negli anni Ottanta, gli incidenti in Tibet si erano limitati alla città di Lhasa, mentre in quest’occasione notiamo che si estendono a molte aree tibetane. Questo deteriorarsi delle cose mostra che sbagli severi sono stati fatti rispetto al Tibet.


I dipartimenti governativi responsabili devono riflettere coscienziosamente su questa questione, esaminare il loro fallimento, e modificare in modo fondamentale le politiche nei confronti delle minoranze etniche nazionali. Per impedire che simili incidenti possano aver luogo nuovamente in futuro, il governo deve rispettare i principi di libertà religiosa e di libertà di parola esplicitamente garantiti dalla Costituzione cinese, garantendo ai tibetani la piena libertà di esprimere le loro speranze e la loro insoddisfazione, e permettendo ai cittadini di tutte le etnie di criticare e apportare liberamente le loro idee rispetto alle politiche nazionali nei confronti delle minoranze etniche. Siamo dell’opinione che si debba eliminare l’animosità e lavorare per la riconciliazione nazionale, non continuare a rendere più profonda la divisione fra diversi gruppi etnici. Per questo, lanciamo un accorato appello ai leader del nostro paese affinché aprano un dialogo con il Dalai Lama. Ci auguriamo che cinesi e tibetani possano eliminare le incomprensioni che li separano, e sviluppare un tipo di interazione positiva che aiuti a creare maggiore unità. I vari dipartimenti governativi, così come le organizzazioni popolari e i leader religiosi dovrebbero impegnare tutte le loro forze verso quest’obiettivo.


Wang Lixiong (Beijing, scrittore), Liu Xiaobo (Beijing, scrittore indipendente), Zhang Zuhua (Beijing, studioso costituzionalista), Sha Yexin (Shanghai, scrittore, appartenente al gruppo etnico Hui, musulmano), Yu Haocheng (Beijing, giurista), Ding Zilin (Beijing, professoressa), Jiang Peiku(Beijing, professore), Yu Jie (Beijing, scrittore), Sun Wenguang (Shangdong, professore), Ran Yunfei(Sichuan, editore, etnia Tujia), Pu Zhiqiang (Beijing, avvocato), Teng Biao (Beijing, avvocato e studioso), Liao Yiwu (Sichuan, scrittore), Wang Qisheng (Beijing, studioso), Zhang Xianling (Beijing, ingegnere), Xu Jue (Beijing, ricercatore), Li Jun (Gansu, fotografo), Gao Yu (Beijing, giornalista), Wang Debang (Beijing, scrittore freelance), Zhao Dagong (Shenzhen, scrittore freelance), Jiang Danwen (Shanghai, scrittore), Liu Yi (Gansu, pittore), Xu Hui (Beijing, scrittore), Wang Tiancheng (Beijing, studioso), Wen Kejian (Hangzhou, freelance), Li Hai (Beijing, scrittore freelance), Tian Yongde (Mongolia Interna, attivista dei diritti umani delle minoranze), Zan Aizong (Hangzhou, giornalista), Liu Yiming (Hubei, scrittore freelance).


Il Foglio. 24 marzo 2008. Adriano Sofri cede la sua Piccola posta a una lettera di professionisti cinesi alle autorità di Pechino (le sottolineature sono mie)

Tibetans pray for the souls of those who died during protests in China as they urge the Chinese government to resist the use of brute force against Tibetan protesters, in Katmandu, Nepal, Saturday March 22, 2008.


 Petizione al Presidente cinese Hu Jintao:

Come cittadini del mondo le chiediamo di esercitare moderazione e rispetto nell'affrontare le proteste in Tibet e di dialogare in modo costruttivo con il Dalai Lama per risolvere la questione Tibetana. Soltanto dialogo e riforme porteranno a una stabilità duratura. Il futuro della Cina e le sue relazioni con il resto del mondo dipendono da uno sviluppo armonioso, dal dialogo e dal rispetto.


sabato 19 gennaio 2008


Può diventare presidente del CNR il fisico MAIANI firmatario della lettera al Rettore de La Sapienza?


Mentre continuiamo a piangere i morti sul lavoro [ LEGGI PIU' DURE CONTRO LE MORTI BIANCHE. FIRMA L'APPELLO A GOVERNO E CONFINDUSTRIA ], tra sensi di colpa e di impotenza, mentre si consuma il dramma terribile della nostra democrazia tra Mastella e Cuffaro (pur nella diversità delle situazioni), sembra quasi un capriccio occuparsi ancora del confronto fra "laici" e "clericali". Un po' me ne vergogno. L'immedesimazione con i lavoratori morti e le loro famiglie è dolorosa e richiede attenzione e impegno.


Ancora di più, tuttavia, mi sento di continuare ad affermare che sto dalla parte della libertà di parola, di tutti, papi e professori universitari e studenti compresi. E capisco (anche se non condivido i modi della contestazione) l'astio suscitato dalla predicazione di Ratzinger e dei suoi devoti, atei e no. Penso che farebbe bene anche lui, Ratzinger, a porsi il problema, a interrogarsi sulla propria condotta, a valutare la condotta dei suoi vescovi, se si ritiene davvero "mite messaggero di pace" e non "fomentatore di discordia". Propongo la lettura di un documento che mi sembra sia utile venga conosciuto e valutato (le sottolineature sono mie).  



Senato della Repubblica


Legislatura 15º - 7ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 149 del 16/01/2008  


 ISTRUZIONE PUBBLICA, BENI CULTURALI    (7ª) 


 MERCOLEDÌ 16 GENNAIO 2008  - 149ª Seduta 


 Presidenza della Presidente Vittoria FRANCO   - Interviene il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali Marcucci. La seduta inizia alle ore 15,10.


SULLA PROPOSTA DI NOMINA DEL PROFESSOR MAIANI A PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE  


Il senatore ASCIUTTI (FI) chiede che il ministro Mussi sia chiamato in Commissione a confermare la designazione del professor Maiani alla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), anche a seguito dei recenti avvenimenti che hanno interessato l'università La Sapienza di Roma. Nel rammentare che il candidato risulta firmatario della lettera nella quale un esiguo gruppo di docenti ha espresso un orientamento contrario alla presenza del Pontefice in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico, ritiene che tale posizione sia incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico, tanto più che al vertice del CNR occorre una personalità rappresentativa di tutte le opinioni. Rammenta altresì che lo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri ha stigmatizzato il comportamento dei firmatari dell'appello.


La senatrice GAGLIARDI (RC-SE) si dichiara esterrefatta dalla richiesta avanzata, in quanto la designazione del professor Maiani si basa sul prestigioso curriculum posseduto. Le opinioni personali, politiche e religiose non sono a suo avviso parametri valutabili ai fini della nomina a presidente di una istituzione di ricerca; il giudizio sull'appello sottoscritto dai docenti, seppur sottoposto a legittime valutazioni, non può dunque condizionare la designazione. La richiesta avanzata dal senatore Asciutti avrebbe invece l'effetto di sottoporre ad analisi ideologica il professor Maiani per opinioni manifestate in una sede diversa da quella relativa all'incarico che sta per assumere. Ribadisce dunque la sua contrarietà all'istanza sollevata, che non corrisponde a suo giudizio alla logica del confronto democratico, e puntualizza che la Commissione è chiamata ad esprimersi solo sui titoli del candidato.


Il senatore RANIERI (PD-Ulivo) invita a non enfatizzare i fatti di cronaca, tanto più che il professor Maiani ha già esplicitato le proprie posizioni in merito all'appello sottoscritto. Pur dichiarandosi disponibile a rinviare la trattazione della proposta di nomina, reputa quindi sufficiente prendere atto delle affermazioni rese dal candidato senza attendere l'intervento del ministro Mussi. In proposito ricorda che il documento è stato sottoscritto dai docenti a novembre ed era esclusivamente rivolto al Rettore; solo successivamente, con il dissenso del professor Maiani, esso è stato reso pubblico e ha causato una crescente mobilitazione.


Precisa poi che il professor Maiani ha assunto una posizione chiara, rimettendosi alla decisione del Rettore e dissociandosi dall'uso pubblico del documento proprio per ragioni di laicità.


Nell'auspicare che l'esame della proposta di nomina avvenga in un clima di pacatezza analogo a quello di provvedimenti simili, invita altresì a tener conto del percorso innovativo avviato dalla Commissione e imperniato sui comitati di selezione. Al riguardo, giudica sbagliato mettere in discussione il lavoro svolto dai search committee, tanto più che nel caso del CNR la terna di candidati è stata individuata all'unanimità e che l'indicazione del professor Maiani alla presidenza ha registrato il maggiore gradimento; annoverarlo tra coloro che esprimono posizioni intolleranti costituisce dunque a suo avviso un torto e un errore.


Ritiene infine che la richiesta di audire il ministro Mussi sia impropria e si augura che la Commissione ritrovi le condizioni per proseguire in maniera serena.


La senatrice PELLEGATTA (IU-Verdi-Com) giudica irricevibile la richiesta sollevata dal senatore Asciutti, in quanto strumentale, demagogica e arbitraria. Si esprime poi in senso contrario nei confronti del tentativo di collegare l'espressione del parere parlamentare sulla proposta di nomina, basato essenzialmente sulla valutazione dei titoli, con le opinioni che il candidato ha liberamente espresso in altre sedi. Rimarca infine che l'accettazione della richiesta significherebbe creare un pericoloso vulnus.


Il senatore STERPA (FI), in considerazione delle affermazioni emerse nel dibattito, dichiara di abbandonare l'Aula in senso di protesta, giudicando inaccettabile l'accusa di intolleranza da più parti trapelata.


Dopo che il senatore ASCIUTTI (FI) ha brevemente ribadito di aver chiesto la presenza del Ministro al fine di comprendere se intende confermare la scelta già effettuata, prende la parola il senatore MAURO (FI), il quale esprime profonda costernazione atteso che l'istanza avanzata non è affatto motivata da ragioni ideologiche o preconcette.


Dopo aver rammentato che lo stesso Presidente del Consiglio ha censurato l'atteggiamento di coloro i quali hanno impedito la visita del Papa, ritiene opportuno che il Ministro espliciti alla Commissione se l'indicazione del candidato risulta ancora valida a fronte dei fatti sopravvenuti. Reputa poi che il carattere ideologico assunto dalla vicenda rappresenti un maldestro tentativo della sinistra estrema di erigere barricate e di attribuire posizioni oscurantiste all'opposizione.


Coglie indi l'occasione per stigmatizzare l'operato dell'Esecutivo che in vari campi sta smantellando a suo avviso il tessuto connettivo dello Stato e deplora l'atteggiamento ideologico manifestato dalla maggioranza rispetto a legittime richieste di natura istituzionale. Pur apprezzando le affermazioni del senatore Ranieri, giudica indispensabile un chiarimento da parte del Ministro a seguito del quale la Commissione sarà ovviamente chiamata a valutare il curriculum del candidato.


Rimarca altresì che la ricerca rappresenta un argomento delicato nei confronti del quale occorre garantire il pluralismo e a tal fine reputa necessarie le assicurazioni del Governo affinché tutte le posizioni siano ugualmente riconosciute.


Nel giudicare inopportune le dichiarazioni della senatrice Pellegatta, ritiene infine che la candidatura del professor Maiani nasca sotto i peggiori auspici contrariamente a quanto la Commissione aveva ipotizzato con la riforma degli enti di ricerca.


Il senatore FONTANA (PD-Ulivo) esprime rammarico per i toni usati, che si discostano dall'alto grado di collaborazione e consenso che ha solitamente caratterizzato i lavori della Commissione. Giudica indi improprio il dibattito in corso, in quanto il parere sulla proposta di nomina ha per oggetto la congruità professionale del candidato, a prescindere dai suoi orientamenti ideologici e politici.


Pur disapprovando - da laico - il comportamento di chi ha osteggiato la visita del Papa, che contrasta a suo avviso con il laicismo, giudica sbagliata l'intera vicenda a partire dall'invito rivolto dal Rettore al Pontefice, evidentemente deciso senza un indirizzo condiviso tra i docenti. Ritiene comunque imprescindibile assicurare la libera opinione di ciascuno e invita a distinguere il piano professionale dagli orientamenti personali, evitando di rispondere ad atteggiamenti intolleranti con strumenti analoghi.


Afferma poi di non avere ragioni di contrarietà in merito alla convocazione del ministro Mussi, sempre che sia chiara la natura del quesito da rivolgergli, e preannuncia un parere favorevole in merito alla nomina del professor Maiani, che indubbiamente possiede i titoli professionali necessari.


Il senatore MARCONI (UDC), pur convenendo che l'oggetto del parere della Commissione sia il curriculum del candidato, suggerisce di evitare decisioni affrettate basate esclusivamente sulle contingenze della cronaca e si associa all'ipotesi di rinvio del provvedimento all'ordine del giorno.


Concorda comunque con l'esigenza di un chiarimento in ordine alla posizione manifestata dal candidato, che risulta a suo avviso influente anche tenendo conto della ratio ispiratrice della riforma degli enti di ricerca. Al riguardo ritiene che la presidenza del CNR, quale principale istituto di ricerca in Italia, debba essere assunta da una persona trasparente e in grado di assicurare la libertà di opinione.


Quanto ai docenti che hanno sottoscritto l'appello, prende atto che alcune posizioni come quella del professor Maiani possano essere state superate dagli eventi e pertanto occorre che quest'ultimo manifesti espressamente le proprie intenzioni, tanto più che è chiamato a presiedere un ente di notevole importanza. In caso contrario, sarebbe evidentemente opportuno un intervento del Ministro.


Il senatore VALDITARA (AN) ritiene anzitutto che l'elezione del Presidente del CNR debba avvenire in un clima di unità e pertanto si associa alla richiesta di rinviare l'esame della proposta di nomina. Ciò anche al fine di consentire al professor Maiani di chiarire la sua posizione onde poterne valutare la compatibilità rispetto all'incarico da assumere nonché di recuperare un clima più collaborativo.


Il senatore DAVICO (LNP) evidenzia le carenze della politica su numerosi fronti, che destano a suo avviso forti preoccupazioni e rispetto alle quali è necessaria una assunzione di responsabilità; la politica deve infatti intervenire per indirizzare il Paese, senza prevaricazioni o scelte di natura ideologica.


Nel concordare con l'esigenza di valutare la competenza scientifica del candidato, giudica essenziale che quest'ultimo sia inattaccabile dal punto di vista istituzionale atteso che per ricoprire determinati ruoli servono individui non di parte. Sulla base di tali considerazioni, ritiene che la sottoscrizione di un documento - che ha causato un incidente diplomatico - rappresenti una scelta consapevole della quale bisogna tener conto.


Si esprime dunque in senso favorevole in merito alla richiesta del senatore Asciutti rammentando che i lavori della Commissione hanno solitamente luogo senza nette contrapposizioni ideologiche. Auspica pertanto che si svolga una riflessione approfondita per evitare scelte che potrebbero essere considerate faziose.


Il senatore AMATO (FI) ribadisce che la richiesta di audire il ministro Mussi è tesa ad avere conferma in ordine alla proposta di nomina del professor Maiani alla presidenza del CNR, anche alla luce delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, che ha stigmatizzato il comportamento dei docenti firmatari del documento. Si è trattato del resto di un evento drammatico, che ha messo in gioco l'immagine dell'università italiana e del Paese intero anche all'estero.


            Né va dimenticato che la nomina del presidente del più importante ente di ricerca pubblico nazionale riveste da sempre una valenza politica.


            Prende quindi atto dell'interpretazione dei fatti data dal senatore Ranieri, reputando tuttavia necessario acquisire quella del Governo.


Quanto all'esigenza, da taluni sottolineata, di valutare la candidatura del professor Maiani sulla base delle sue capacità professionali e non dei suoi orientamenti ideologici, fa presente che la contestazione al Pontefice ha riguardato proprio il merito delle sue opinioni.


Concorda quindi con il senatore Fontana di non rispondere all'intolleranza con l'intolleranza, ma - da laico convinto - stigmatizza vivamente un laicismo distorto che prende di mira sempre e soltanto una confessione religiosa.


La senatrice BIANCONI (FI) ricorda che in passato le nomine relative ai grandi enti pubblici hanno sempre avuto luogo in un clima di ampia condivisione. Esprime quindi profondo sconcerto per le opinioni manifestate dalla senatrice Gagliardi, che è arrivata a tacciare di dogmatismo l'opposizione per aver richiesto una presenza istituzionale in Commissione, alla luce di vicende che hanno suscitato l'imbarazzo delle più alte cariche della Repubblica.


Si associa quindi pienamente alla richiesta del senatore Asciutti, invitando il ministro Mussi a confermare in Parlamento una scelta compiuta prima che si svolgessero i fatti contestati. Nel frattempo, si augura che lo stesso professor Maiani chiarirsca la sua posizione, anche se ritiene che le dichiarazioni rese finora non siano affatto tranquillizzanti.


La senatrice SOLIANI (PD-Ulivo) prende atto della convergenza sul rinvio dell'esame delle nomina. Osserva peraltro che buona parte del dibattito svoltosi nella seduta odierna avrebbe potuto avere luogo in occasione della nomina stessa. Ritiene comunque opportuno raffreddare gli animi ed in tal senso propone che la convocazione del ministro Mussi abbia ad oggetto le garanzie per il pieno esercizio della libertà di opinione nelle università e negli enti di ricerca.


Successivamente, potrà altresì essere audito il professor Maiani sul governo complessivo della ricerca.


La PRESIDENTE invita la Commissione tutta a recuperare il senso della convivenza nella diversità, quale base di una comunità civile e democratica.


Conviene peraltro che la questione della laicità della società sia divenuta rovente ed imponga quindi una riflessione approfondita.


Nell'esprimere la sua personale amarezza per l'esito della vicenda che ha interessato l'università La Sapienza di Roma, prende indi atto della richiesta avanzata dall'opposizione di convocare il ministro Mussi in Commissione. Al riguardo, condivide la proposta della senatrice Soliani di inquadrare la tematica nella più ampia cornice delle garanzie per il pluralismo nell'università e nella ricerca, procedendo all'audizione del professor Maiani solo dopo l'eventuale nomina. [...]  


La seduta termina alle ore 16.  Nel sito: www.senato.it