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venerdì 11 luglio 2014

Immunità, uguaglianza menzogne


IMMUNITA' DEI POLITICI E UGUAGLIANZA DEI CITTADINI 

secondo il nuovissimo Renzi, politico con 20 anni di esperienza "politica" (un enfant prodige, ça va sans dire), e la sua ministra Boschi, menzogne comprese, rivelate da Calderoli e Finocchiaro (vicenda lunga riportata dai media cartacei e telematici, un po' meno o punto dalla TV)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/11/immunita-il-report-ue-italia-garantista-come-albania-bielorussia-georgia-e-russia/1056401/

Immunità, il Consiglio d’Europa: “Italia garantista come Albania e Bielorussia”

Lo dice uno studio della "Commission de Venise", organo consultivo sulle questioni costituzionali, pubblicato a marzo. Come funziona l'istituto negli altri Paesi? Ovunque è tutelata la libertà di opinione, ma ci sono forti differenze: Regno Unito e Paesi Bassi non prevedono garanzie in caso di reati comuni; in Germania l'immunità c'è, ma come prassi viene revocata a inizio legislatura; in Svezia cade se il crimine prevede una pena superiore a 2 anni ... continua



domenica 26 giugno 2011


NO!!!

 LEGGE-BAVAGLIO

 



NO, D'Alema! Proprio a te dico, D'Alema. NO, collaboratori del PD, proprio a voi dico.

venerdì 10 giugno 2011

 


 

L'ecologia umana
è una necessità imperativa
per l'Europa 



 


 




"Responsabilità dell'uomo per evitare disastri sociali e ambientali"

 



  Così parlò il Pontefice romano. Infine ha parlato. Sembra un sostegno al quesito sul "nucleare", ma anche l'acqua fa parte dell'ecologia umana. Farei osservare al Papa che "l'uomo...non può essere dominato dalla tecnica" , certo, ma nemmeno può essere schiavo del mercato. La privatizzazione coatta della gestione dell'acqua, che non è proprietà ma tecnicamente lo diventa, non porta forse verso questa forma occulta di dipendenza dell'uomo dal potere del mercato rispetto a un elemento fondamentale della vita che di diritto appartiene a tutti? Esseri umani ed esseri viventi, perché senz'acqua non si dà vita sul nostro pianeta.

Le affermazioni del Papa faranno riflettere le sue pecorelle indecise o distratte? Forse è troppo tardi, forse è troppo poco. Ripenso al martellamento sul referendum che riguardava aspetti della Legge 40, per la quale fu sfruttato il tema della tecnica disumanizzante. Non che io sia favorevole a intrusioni e martellamenti delle gerarchie cattoliche, anzi, ma in questa occasione non posso che accettare qualsiasi correttivo ai soprusi e abusi del potere imperante in Italia che ha impedito la corretta informazione dovuta per legge.

 



*



"... I primi sei mesi di quest'anno sono stati caratterizzati da innumerevoli tragedie che hanno riguardato la natura, la tecnica e i popoli. L'entità di tali catastrofi ci interpella. È l'uomo che viene per primo, ed è bene ricordarlo. L'uomo, al quale Dio ha affidato la buona gestione della natura, non può essere dominato dalla tecnica e divenirne il soggetto. Una tale presa di coscienza deve portare gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve termine del pianeta, di fronte alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie. L'ecologia umana è una necessità imperativa. Adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell'ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l'uomo devono essere priorità politiche ed economiche. In questo senso, appare necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura. Essa non è soltanto uno spazio sfruttabile o ludico. È il luogo in cui nasce l'uomo, la sua "casa", in qualche modo. Essa è fondamentale per noi. Il cambiamento di mentalità in questo ambito, anzi gli obblighi che ciò comporta, deve permettere di giungere rapidamente a un'arte di vivere insieme che rispetti l'alleanza tra l'uomo e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Occorre quindi compiere una riflessione seria e proporre soluzioni precise e sostenibili. Tutti i governanti devono impegnarsi a proteggere la natura e ad aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell'umanità. Le Nazioni Unite mi sembrano essere il quadro naturale per una tale riflessione, che non dovrà essere offuscata da interessi politici ed economici ciecamente di parte, così da privilegiare la solidarietà rispetto all'interesse particolare.
 



Occorre inoltre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici. Estendendo l'aspetto relazionale del lavoro al pianeta, la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato. Ora, il fondamento del dinamismo del progresso corrisponde all'uomo che lavora e non alla tecnica, che non è altro che una creazione umana. Puntare tutto su di essa o credere che sia l'agente esclusivo del progresso o della felicità comporta una reificazione dell'uomo, che sfocia nell'accecamento e nell'infelicità quando quest'ultimo le attribuisce e le delega poteri che essa non ha. Basta constatare i "danni" del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all'umanità. La tecnica che domina l'uomo lo priva della sua umanità. L'orgoglio che essa genera ha fatto sorgere nelle nostre società un economismo intrattabile e un certo edonismo, che determina i comportamenti in modo soggettivo ed egoistico. L'affievolirsi del primato dell'umano comporta uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Infatti, la visione dell'uomo e delle cose senza riferimento alla trascendenza sradica l'uomo dalla terra e, fondamentalmente, ne impoverisce l'identità stessa. È dunque urgente arrivare a coniugare la tecnica con una forte dimensione etica, poiché la capacità che ha l'uomo di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo per mezzo del suo lavoro, si compie sempre a partire dal primo dono originale delle cose fatto da Dio (Giovanni Paolo II, Centesimus annus n. 37). La tecnica deve aiutare la natura a sbocciare secondo la volontà del Creatore. Lavorando in questo modo, il ricercatore e lo scienziato aderiscono al disegno di Dio, che ha voluto che l'uomo sia il culmine e il gestore della creazione. Le soluzioni basate su questo fondamento proteggeranno la vita dell'uomo e la sua vulnerabilità, come pure i diritti delle generazioni presenti e future. E l'umanità potrà continuare a beneficiare dei progressi che l'uomo, per mezzo della sua intelligenza, riesce a realizzare."
 



 



 


 

mercoledì 8 giugno 2011

  Quesito n. 4 Referendum 12 e 13 Giugno 2011
 


"Volete voi che siano abrogati l’articolo 1, commi 1, 2, 3, 5 e 6, nonché l’articolo 2, della legge 7 aprile 2010, n. 51, recante “Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza?".

Quanto tempo, quanti sacrifici, quanti morti ci sono voluti per arrivare a sancire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge? Molti millenni e molti sforzi e molte persone che hanno lottato fino alla morte.
Quanto tempo ha impiegato B. per cancellare tutto questo in Italia? E non solo con il "legittimo impedimento"? Meno di un soffio. Con quali sforzi e con quali forze? Sforzi pochi e qualche manipolo. E l'acquiescenza dei suoi elettori ed elettrici, ovviamente. Critico i miei concittadini che l'hanno eletto? Sì, li critico, perché sostenere la non uguaglianza di fronte alla legge non è+ cosa buona e giusta. Di conseguenza:

 



Sì, voglio assolutamente l'abrogazione di quegli articoli di legge,
ci mancherebbe altro.

 



 




 

giovedì 2 giugno 2011


FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA

2 GIUGNO 1946 - 2 GIUGNO 2011

 

*


Il 2 giugno 1946 un nuovo inizio di Libertà e Giustizia 

Il 2 giugno 1946 il primo "voto politico" delle donne italiane sul
Referendum Monarchia-Repubblica e Costituente

Il 2 giugno 2011 sia festa per un nuovo Risorgimento

lunedì 8 marzo 2010



Il senso dello Stato per l'iracondo egoarca

Fra Cristoforo e don Rodrigo

E IL PREMIER DISSE AL COLLE: SCATENO LA PIAZZA  (CONTI MARCO) 
Il Messaggero, sabato 6 marzo 2010

"...il Cavaliere, sbollita l'ira nei confronti del partito .../ "...La discussione è stata breve anche perché la pattuglia dei ministri presenti aveva sperimentato nei giorni scorsi la furia del presidente del Consiglio." ...

La Serajevo disinnescata di Bruno Vespa
Il Mattino 6.3.10


Scontro duro, poi le scuse del premier  di Marzio Breda
Corriere della Sera, 7 marzo 2010

"È durato un’ora il confronto più duro mai avvenuto tra Berlusconi e Napolitano. Il capo del governo si è espresso «con brutalità» e si è poi scusato con una telefonata."

*

dal sito RADICALI.IT
Staderini a Napolitano: avevamo indicato una soluzione radicale e ragionevole

Pannella: c'è una soluzione radicale e ragionevolissima per uscire da questa situazione di "basso impero" nella quale il regime partitocratico si è cacciato














dal Corriere della Sera_7 marzo 2010

La vignetta sul Riso degli Angeli: manovra interpretativa

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Zagrebelsky: "Violate uguaglianza e imparzialità" di LIANA MILELLA
Il governo, la forma e la sostanza di BARBARA SPINELLI
Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi
di EUGENIO SCALFARI 
Nostalgia dei vecchi partiti di ILVO DIAMANTI


*

La satira in rete
Le proteste a Roma e a Milano

martedì 16 giugno 2009

INTERCETTAZIONI di ECCLESIASTICI o RELIGIOSI del CULTO CATTOLICO


Istruzioni per l'uso


* ? *


«2. Quando l'azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un


 


Pag. 27




religioso del culto cattolico, l'informazione è inviata all'autorità ecclesiastica di cui ai commi 2-ter e 2-quater»;

          c) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:


      «2-bis. Il pubblico ministero invia l'informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato arrestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l'informazione quando è stata applicata nei suoi confronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all'invio dell'informazione di garanzia di cui all'articolo 369 del codice.
      2-ter. Quando risulta indagato o imputato un vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un ordinario di luogo equiparato a un vescovo diocesano, abate di un'abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l'ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l'informazione al cardinale Segretario di Stato.
      2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l'informazione all'ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente»; [ Progetto di legge: 1415 (Fase iter Camera: 1^ lettura) pagg. 26-27 ]


* ??? *


... così, spulciando il celeberrimo urgentissimo vitale DDL 1415 "Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche" , testè approvato dalla Camera dei Deputati, ho trovato questa chicca ... non capisco e non mi capacito ... urge spiegazione


che cos'è?  


un lodo Alfano per le gerarchie cattoliche? altri culti e diversamente credenti astenersi? sempre in nome dell'Art. 3 della Costituzione Italiana?


*


Aggiornamento pomeridiano.


Masso57 mi ha cortesemente indicato l'editoriale che poteva farmi capire questa vicenda di ulteriore non uguaglianza. Eccolo:


Intercettazioni telefoniche


Caro dottor Letta, no grazie


F C E I - Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, 18 giugno 2008


*


Aggiornamento del 18 giugno 2009


Gli ultimi accadimenti stanno rendendo sempre più chiara l'urgenza della legge sulle intercettazioni...abbandono l'argomento, limitandomi a qualche link:




martedì 2 giugno 2009

Buon Compleanno, Repubblica Italiana, e buona fortuna!


*


3 giugno 2009


Sonnellino senile di un povero vecchio ridicolo



 


"Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana." ( TIMES )


Molto peggio, egregio Times, di gran lunga peggio: il disprezzo per gli italiani che non fanno parte del suo popolo è reso ancor più vile dal disprezzo per le istituzioni, a cominciare dalla Repuibblica Italiana a cui tutto deve, l'ingrato vecchio clown. Le immagini del suo intimo sentire sono da conservare nel libro buio delle memorie politiche più dolorose:


FOTO Le facce del Cavaliere alla sfilata.



Vignetta da Micromega. E. Baraldi


La maschera è caduta da tempo, illustre Times, anzi il clown non s'è mai curato di indossarla. E il disprezzo per il popolo italiano, la Repubblica e la sua Costituzione è cosa antica e variamente praticata. Complice, ovviamente, la cosiddetta maggioranza degli elettori, che per lui si sono espressi a meno del 40%, (magra consolazione). "E poiché malgrado prescrizioni e proscrizioni, cavilli e azzeccagarbugli di cui a dozzine egli si circonda, inviandoli pure in Parlamento o direttamente assumendoli come ministri ad personam, malgrado un sistema mediatico diciamo “benevolo”, per non dire completamente prono ai voleri di Sua Emittenza, qualche processo gli capita direttamente o indirettamente fra capo e collo, ecco allora che la Repubblica, la sua stessa dignità, viene offesa con il “lodo Alfano”. Con una norma di cui non si ha l’eguale nel mondo civile e neppure in quello incivile, ma forse soltanto in qualche testo della letteratura distopica, e sul quale aspettiamo fiduciosi la pronuncia della Suprema Corte, chiamata a discuterne la dubbia costituzionalità." ( Il Caimano furioso di Angelo d'Orsi, professore di Storia del pensiero politico presso l'Università di Torino )


LA STAMPA INTERNAZIONALE SUL CASO BERLUSCONI

lunedì 1 giugno 2009

“Italia, cronaca di un paese senza”


di Stefano Rodotà


Ricordate il titolo di un libro bello e premonitore di Alberto Arbasino, Un Paese senza? “Senza memoria, senza storia, senza passato, senza esperienza, senza grandezza, senza dignità”, e via continuando. In questi anni il catalogo si è allungato in maniera inquietante, persino drammatica, e il Presidente del Consiglio, con una accelerazione impressionante negli ultimi mesi, ce la mette tutta nel dire quel che dobbiamo aspettarci.


Ecco, allora, un Paese senza Parlamento e senza magistratura (perché queste istituzioni saranno gusci vuoti se si realizzeranno i progetti tante volte annunciati). Un Paese senza eguaglianza e senza diritti fondamentali (perché questa è la deriva indicata dagli ultimi provvedimenti in materia di sicurezza). Un Paese senza rispetto per se stesso (perché è sbalorditivo che tutti i giornalisti rimangano disciplinatamente seduti quando, in una conferenza stampa, il Presidente del Consiglio intima a una loro collega “o via lei o via io”). Un Paese senza opinione pubblica, senza lavoro


Ma vi è un “senza” che campeggia su tutti gli altri. Nell´articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789, uno dei testi fondativi della moderna democrazia, si legge: “Una società, nella quale non è assicurata la garanzia dei diritti e non è determinata la separazione dei poteri, non ha Costituzione”. Quando il Presidente del Consiglio attacca frontalmente Parlamento e magistratura, quando cancella o rende labili i confini tra i diversi poteri dello Stato, quando pone la fiducia su provvedimenti lesivi di diritti fondamentali delle persone, il risultato è proprio quello deprecato dalla Dichiarazione del 1789. Un Paese senza Costituzione.


Con una mossa per lui abituale, Berlusconi ha accusato opposizione e stampa di aver falsificato le sue opinioni sulla riforma delle Camere. Ma quelle tre definizioni del Parlamentopletorico, inutile, controproducente – gli sono sfuggite, vanno lette insieme e sono rivelatrici. Pletoriche le Camere lo sono certamente, ed è colpa non piccola della sinistra l´aver trascurato in passato i suggerimenti provenienti dal suo interno sulla riduzione del numero dei parlamentari, lasciando così incancrenirsi un problema che sarebbe poi finito nelle polemiche sulla “casta” e avrebbe alimentato l´antipolitica. Ma vi sono due modi per pensare e attuare questa riduzione. Avere meno parlamentari può rispondere all´obiettivo di avere un lavoro più serrato, di poter rendere più incisivi i controlli, attribuendo ai parlamentari poteri e risorse adeguati. Un Parlamento non indebolito dalla diminuzione dei suoi componenti, ma sostanzialmente rafforzato nelle sue prerogative.


Quando, però, la riduzione è invocata da chi ha detto di volere in Parlamento una pattuglia di competenti e una folla di docili gregari, che ha proposto di far votare solo i capigruppo, che pretende di avere le mani libere nella decretazione d´urgenza, emerge clamorosamente proprio l´immagine di una istituzione ritenuta inutile, che intralcia e ritarda, dunque controproducente. Quando Berlusconi richiama il numero di 100 parlamentari, riferendosi al Senato degli Stati Uniti (dimenticando, però, i 432 membri della Camera dei rappresentanti), parla di un modello dove il potere di quei cento è grandissimo, può bloccare anche iniziative essenziali del Presidente, si concreta in fortissime possibilità di controllo, è basato su risorse umane e finanziarie cospicue. Questo modello fa a pugni con la richiesta berlusconiana di maggiori poteri al Presidente del Consiglio, che eccede le esigenze di un´azione di governo più spedita, si concreta in una espropriazione di competenze del Parlamento e dello stesso Presidente della Repubblica, alterando così la forma di governo repubblicana.


Non a caso la riforma invocata da Berlusconi dovrebbe passare attraverso una ulteriore e radicale mortificazione del Parlamento. Non disegni di legge del governo, non iniziative di senatori e deputati dovrebbero contenere le ipotesi di riforma. Queste sarebbero affidate ad una proposta di legge di iniziativa popolare sulla quale raccogliere milioni di firme. Come sarebbe condotta la campagna per la raccolta delle firme? Dicendo che un Parlamento inetto e recalcitrante, incapace di riformarsi, deve essere obbligato a farlo dalla forza del popolo. Quali sarebbero gli effetti di questa scelta? La definitiva legittimazione del rapporto esclusivo tra Capo e Popolo. Berlusconi lo aveva già annunciato qualche tempo fa. Di fronte al rifiuto del Presidente della Repubblica di firmare il decreto riguardante Eluana Englaro, aveva reagito dicendo di avere il diritto di seguire la via della decretazione d´urgenza senza alcun controllo, aggiungendo proprio che avrebbe fatto modificare la Costituzione da parte dei cittadini. Un Paese senza democrazia, allora, perché questa assumerebbe le forme della democrazia plebiscitaria.


Proprio questa linea è stata ribadita dal Presidente del Consiglio quando, rivolgendosi non a caso all´assemblea degli industriali, ha detto che il suo governo funziona come un consiglio d´amministrazione. In questa affermazione, peraltro non nuova, non si manifesta soltanto una idea autocratica e aziendalistica della politica. Si ritrova una visione della società che si esprimeva senza mezzi termini nella vecchia formula “la democrazia si arresta alle porte dell´impresa”. Considerato appunto come un´impresa con il suo consiglio d´amministrazione, il governo vede come inammissibile intralcio ogni forma di controllo. Da questa visione generale, e non da singoli episodi, nasce l´assalto al Parlamento, alla magistratura, al sistema dell´informazione, sul quale si esercita un potere di normalizzazione (vedi le nomine Rai) e al quale si rifiuta ogni risposta.


Che cosa dire di questa continua pulsione verso un Paese senza democrazia, alla quale il Capo sostituisce i suoi riti, i suoi fedelissimi, i suoi bagni di folla? Non credo che gli anticorpi democratici siano del tutto scomparsi, e per ciò ritengo indispensabile che i politici d´opposizione guardino con rispetto e attenzione non strumentale a tutti quei cittadini che non si rassegnano a esser parte di un Paese senza. Questo, nell´immediato, significa che si possono certo presentare proposte di riforma istituzionale, ma essendo ben consapevoli del quadro politico del quale fanno parte. La riduzione del numero dei parlamentari, ha senso se non si presenta come una imbarazzata risposta all´appello berlusconiano, ma come l´occasione per ridare al Parlamento il ruolo che ha perduto, senza cadere in trappole come la concessione di ingannevoli statuti dell´opposizione. Altrimenti, il cerchio si chiuderebbe davvero, con una opposizione destituita della sua permanente funzione democratica, legittimata solo a pensare a una possibile rivincita alle prossime elezioni, alla quale viene elargita solo qualche minima possibilità di emendamento. [ La Repubblica 1 giugno 2009 ]


*


Stefano Rodotà ha compilato l'elenco degli orrori antidemocratici che il berlusconismo ci sta ammannendo giorno dopo giorno, un elenco che si arricchisce di elementi grandi e piccoli, quasi inavvertitamente in mancanza di una sensibilità democratica e libertaria. L'abilità dell'uomo sta in varie trovate linguistiche ingannevoli: i comunisti, l'odio, l'invidia e, ultimamente, il gossip. Da un po' non parla più dei "comunisti" e l'opposizione la nomina come "la sinistra". Di Berlusconi posso sopportare perfino il cattivo governo della res publica per il tempo che gli elettori gli hanno dato. Non posso sopportare, invece, la demolizione sistematica dei fondamenti della nostra democrazia, dai principi della Costituzione al Parlamento, alla Magistratura, alla libertà di informazione, alla libertà di opinione, all'eguaglianza di tutti i cittadini/e di fronte alla legge (LUI COMPRESO).


*


LA STAMPA INTERNAZIONALE SUL CASO BERLUSCONI

giovedì 21 maggio 2009

Il sogno a occhi aperti di


DIONIGI TETTAMANZI




Cristianesimo


"Vorrei declinare il comandamento 'Non nominare il nome di Dio invano' in questo modo: 'Non nominare il nome di cristiano invano'. Non si tratta di nominare un nome, si tratta di viverne il contenuto, il significato, la bellezza. In questo senso mi pare si possa stabilire una perfetta corrispondenza tra il comandamento che riguarda Dio e il comandamento che riguarda chi da Dio ha ricevuto la fede, cioè il cristiano".



Politica e morale


"Chi è impegnato a guidare una comunità ha il dovere di presentarsi non secondo una doppia morale, ma secondo un’unica morale. Questo riguarda tutti, ma per chi ha una responsabilità nei confronti degli altri diventa un’esigenza ancora più forte."



Politica ed emergenza


''Penso che, soprattutto la politica, debba senz'altro interessarsi del momento - certo piu' difficile e delicato - dell'emergenza, ma ad essa non puo' arrestarsi. La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro e' possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose, perche' solo in un quadro progettuale e' possibile risolvere anche il momento puntuale dell'emergenza.''


''Il nostro tempo e' caratterizzato dall'azione di emergenza. E l'emergenza si accompagna con la paura. E la paura non e' la consigliera piu' saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondita'. A partire da un vero e proprio progetto.''


"Dobbiamo pensare a queste sofferenze attuali con analogia alle doglie del parto. C’è un momento di estrema sofferenza, ma è una sofferenza che chiede di guardare più avanti, di guardare al domani, alla vita. Se noi affrontiamo la sofferenza di oggi come uno stimolo non soltanto per risolvere i problemi contingenti, immediati, complicati, ma elaborando un progetto".


Semi di speranza


"Questo domani io lo intravedo già perché semi e frutti di speranza già ci sono - ha detto -. Penso ai bambini e ai ragazzi che nella scuola si trovano naturalmente amici tra loro, è un segnale che gli adulti dovrebbero considerare con molta più attenzione, ricaricandosi di fiducia".


Esigenze e doveri


''Di fronte alle esigenze mi domando: non ci troviamo forse di fronte a delle attese, a delle aspettative, a delle speranze vere? Quanto poi ai diritti, penso che non esistano da soli, isolati, ma esistano intimamente connessi con dei doveri." 


Sobrietà e identificazione


"Con grande forza devo dire, in riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, quindi in riferimento a una esemplarità umile, ma nello stesso tempo schietta e forte, che la comunità cristiana può e deve diventare molto più sobria. Ogni comunità cristiana, a cominciare da quella più piccola". "Da questo punto di vista ritengo che solo nella sobrietà è possibile mostrare uno dei volti più belli e più necessari oggi della Chiesa, e cioè il volto di una Chiesa che agisce come il Signore Gesù, che si identifica in tutte le persone, ma in maniera privilegiata nella persona povera, bisognosa, dimenticata, emarginata, disperata".


Libertà religiosa


"La libertà religiosa è uno di qui valori essenziali, fondamentali che sono di aiuto, di stimolo, di dialogo. La libertà religiosa è antidoto all'aggressività, che è sempre anti evangelica e contro la razionalità, è segno di mancanza di sincerità nel rapporto".


La persona


«Personalmente ritengo che esiste una regola delle regole e una governance delle governance. Perché la regola, in ultima analisi, è una sola, ed è la persona, la dignità della persona, i valori e le esigenze della persona. C'è solo un principio che dobbiamo onorare con fatica, e questo principio è il rimettere al centro l'uomo, la sua dignità. Potrei dire che bisogna avere il coraggio di parlare dell'etica. Dove l'etica non è qualcosa che blocca, o frena, o ostacola, ma al contrario qualcosa che libera, perché ci dà la possibilità di affrontare tutto e sempre in chiave umana e umanizzante».

sabato 27 dicembre 2008

La separazione dei poteri dello Stato e il pericolo del berlusconismo



E' evidente dalle poche cose che scrivo e dai molti articoli che copio e incollo che ho paura del berlusconismo, inteso non tanto come autorealizzazione di una persona singola, il Berlusconi appunto, quanto come sistema ideologico con principi e strumenti volti a cambiare fortemente l'assetto democratico parlamentare dello Stato italiano. Io ho paura di un "capo" che parla come Berlusconi, ne avrei paura in ogni caso, chiunque fosse il "capo": «Per quanto mi riguarda sarà un anno terribile quello che ho davanti per il governo del Paese: dovremo fare le riforme a cominciare da quelle delle intercettazioni e della giustizia che ci occuperanno molto». Queste le priorità espresse dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante un collegamento telefonico da Milano con la comunità «Incontro» di Amelia, di Don Gelmini. Il premier ha però sottolineato di essere «sereno» e «ottimista» sull'iter delle riforme in quanto il Pdl dispone di «due gruppi, alla Camera e al Senato, che ci garantiscono la vittoria». (Corriere della Sera, 27 dicembre 2008 ).


Lui, il capo, ha "due gruppi parlamentari che gli garantiscono la vittoria", due gruppi parlamentari granitici da cui il capo si attende un sicuro consenso, senza dubbi e critiche. La vittoria su chi o che cosa? Sul nostro assetto costituzionale, suppongo, vista l'inadegatezza, non solo numerica, dell'opposizione.


Oggi l'opposizione si esprime così: "Quello che è avvenuto a Pescara è gravissimo. Esprimo a D'Alfonso che torna pienamente libero la mia soddisfazione. Ma la vicenda ha dentro di sé gravi implicazioni che meritano una riflessione più compiuta che ci riserviamo di fare fin dalle prossime ore". (Walter Veltroni)  - "E' sconcertante che il giudice abbia appena nove giorni fa firmato una ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di D'Alfonso, sconfessate ora dallo stesso giudice, con una nuova ordinanza che capovolge la precedente" attacca Massimo Brutti commissario del Pd in Abruzzo.


Non so che cosa pensare. Garantismo, eccesso di garantismo, attacco alla magistratura anche da parte del PD? Ma i due politici del PD dicono una verità incompleta, perché dimenticano che il GIP ha revocato gli arresti domiciliari in seguito alle dimissioni del sindaco e, quindi, alla conseguente impossibilità di inquinare le prove. Vista così, la contraddizione appare molto meno stridente. Continuo ad avere molti dubbi, anche perché so di non essere esperta della materia e poco m'intendo di giochi politici. Dalle dichiarazioni di Veltroni e Brutti trapela il sospetto che il GIP abbia agito male per errore o addirittura in malafede. Chi ha ragione? Di chi deve fidarsi una cittadina "comune" come me? Non è inquietante quell'aggettivo "comune" che tutti aggiungono al sostantivo "cittadino/a"? Esistono, forse, cittadini/e non comuni o superiori o eccezionali? A questo proposito, oggi, condivido analisi e tesi di Carlo Federico Grosso nel suo articolo:


Riequilibrio dei poteri


Catanzaro, Salerno, Pescara: tre pagine poco esaltanti di esercizio del potere giudiziario, tre Procure che, con modalità diverse, hanno reso un servizio pessimo all’immagine dell’ordine giudiziario. Poiché non si tratta di casi isolati di scarsa avvedutezza, un problema «magistratura» nel nostro Paese indubbiamente esiste. Si tratta di stabilire come affrontarlo.

Da tempo una parte della politica sta affilando le armi contro i magistrati poiché, sostiene, occorre riequilibrare i rapporti di potere fra giustizia e politica, sbilanciati a favore della prima. È ora di farla finita, si precisa, con una magistratura senza controlli, in grado d’interferire pesantemente sulla politica e capace di fare e disfare amministrazioni e governi con il gioco delle inchieste giudiziarie. È accaduto ai tempi di Mani pulite, ora basta. Quest’idea affiora oggi, talvolta, anche tra le file della sinistra. Non si tratta, ancora, di linee politiche ufficiali. Tutt’altro: ufficialmente a sinistra si nega e si rifiuta. Il rischio, peraltro, è che in un quadro politico contraddistinto da una maggioranza apparentemente granitica e da una minoranza divisa e disorientata, la prospettiva di un’ampia impunità degli atti politici attraverso il parziale controllo di indagini e indagatori possa fare improvvisamente breccia e trovare il suo sbocco in una sorta di autoassoluzione collettiva.

La posta in gioco è rilevante. Sono in discussione le fondamenta dello Stato di diritto, la divisione dei poteri, l’eguaglianza dei cittadini. Essa appare, d’altronde, tanto più rilevante ove si consideri che, contemporaneamente, si vocifera di modificazioni dei regolamenti parlamentari o di riforme costituzionali destinate a rafforzare l’esecutivo rispetto a un Parlamento giudicato un intralcio per un’efficiente azione di governo. Già oggi, d’altronde, attraverso l’impiego ripetuto del voto di fiducia, l’esecutivo cerca di troncare il dibattito parlamentare eludendo la normale dialettica con l’opposizione, mentre soltanto la resistenza del Presidente della Repubblica evita che la decretazione d’urgenza diventi strumento sistematico di produzione legislativa. Qualcuno, giorni fa, ha parlato di tenace ricerca di un potere sostanzialmente unico, del governo e del suo capo.

Ma torniamo al tema giustizia. C’è un nodo fondamentale attorno al quale occorre riflettere: che il politico, come ogni altro cittadino, deve essere soggetto alla legge e non può godere di odiosi privilegi. Un ministro che ruba, un presidente di Regione che prevarica, un sindaco che accetta indebitamente denaro deve essere punito, come deve essere punito chi scippa, rapina, violenta. Anzi, se una ruberia è commessa da un eletto, la giustizia dovrebbe essere inflessibile, in quanto l’autore ha tradito la fiducia che gli è stata riconosciuta con il voto.

In questa prospettiva, parlare di riequilibrio dei poteri tra politica e magistratura, di conseguente limitazione delle indagini nei confronti degli eletti, di selezione politica dei reati annualmente perseguibili, di sottrazione ai pubblici ministeri del controllo della polizia, di limitazione nell’uso di strumenti fondamentali come le intercettazioni in materia di reati contro la pubblica amministrazione è del tutto privo di senso. In realtà, occorrerebbe rivedere la stessa disciplina dell’autorizzazione alle misure cautelari nei confronti dei parlamentari, che una prassi lassista tende a dilatare rispetto ai limiti stabiliti del fumus persecutionis.

Per altro verso, occorre invece reprimere gli arbitrii, gli eccessi, gli errori, le arroganze dei magistrati. Non è tollerabile che l’incapacità, l’inadeguatezza, la scarsa avvedutezza di qualcuno, la sua sicumera, la ricerca di visibilità, magari la stupidità, consentano eventuali aperture improprie di indagini penali, una loro prosecuzione non giustificata, iniziative improvvide sul terreno cautelare. Questo problema non concerne tuttavia, specificamente, il rapporto fra giustizia e politica; interessa tutti i cittadini, che, appunto tutti, hanno il diritto di non essere trascinati in procedimenti penali avventati, in giudizi non sufficientemente ponderati, in iniziative esorbitanti.

Ecco, allora, l’indubbia necessità di un intervento riequilibratore. Esso non deve essere, tuttavia, riequilibrio fra giustizia e politica, bensì fra esercizio del potere giudiziario e diritto di tutti i cittadini a una valutazione giudiziaria seria e serena. Esso non può, per altro verso, incidere sul contenuto del controllo di legalità, che in uno Stato bene ordinato deve essere libero e indipendente, ma riguardare la verifica di correttezza dell’attività di pubblici ministeri e giudici e la conseguente attività disciplinare. Su questo piano il Parlamento dovrebbe essere finalmente drastico. Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, serie valutazioni attitudinali, controlli periodici, magari a campione ma penetranti, riorganizzazione manageriale degli uffici e della loro dirigenza, monitoraggio sull’attività compiuta da ciascun magistrato dell’ufficio, inflessibilità nella repressione disciplinare degli abusi, delle inerzie, degli errori. Tutto ciò che oggi non avviene, o che avviene poco o malamente, ma che, a garanzia di tutti i cittadini, dovrebbe invece inflessibilmente accadere. ( La Stampa, 27 dicembre 2008 )


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Memorandum




Il filosofo Montesquieu, nello Spirito delle leggi ( 1748 ), così ragionò contro il potere assoluto dei sovrani del suo tempo:
"Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere".
Individuò, quindi, i poteri dello Stato che svolgono le funzioni fondamentali in un vicendevole rapporto di interazione/integrazione e di controllo: potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
"In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati".

domenica 21 dicembre 2008

Il berlusconismo nella conferenza stampa 2008


Pagina di diario con alcune cose che ho notato con stupore e spavento. Dichiarazioni virgolettate prese da giornali online, qualche commento esperto, qualche commento mio. Sono passaggi di cui voglio serbare il ricordo. Ho notato in tutta la conferenza, seguita in diretta, che ogni domanda, compresa quella della giornalista dell'Unità, si è trasformata in battuta d'appoggio all'esposizione del pensiero berlusconista, tra forti riverberi piduisti e irrefrenabili autocratismi tipici del personaggio. Lui parla da padrone, considera le elezioni democratiche una investitura feudale che ogni atto di potere consente, dimentica che la nostra è una democrazia parlamentare (meno male che Bossi c'è, e Fini anche...) Ben venga il parlar chiaro, però, almeno nessuno potrà dire che non sapeva, che non aveva capito, che era distratto.


Presidenzialismo/cesarismo


«Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare il migliore risultato per il governo del Paese: sono assolutamente convinto che l'architettura costituzionale attuale ci pone dietro gli altri Paesi perché non conferisce i poteri necessari al premier per essere incisivo. Auspico che nel corso della legislatura ci sia un ampio dibattito, spero condiviso da maggioranza e opposizione e forte dell'opinione popolare, per arrivare a una riforma presidenzialista», Silvio Berlusconi, conferenza stampa 20 dicembre 2008


L'ossessione del Cavaliere tra statue, cipressi e fontane
di FILIPPO CECCARELLI


E' una monarchia presidenziale, prima che una Repubblica, quella che Silvio Berlusconi ha delineato al termine dell'interminabile conferenza stampa di fine anno. Un principato elettivo, ha lasciato capire l'aspirante unico sventolando un paio di volte il 72 per cento dei consensi di cui già disporrebbe

O meglio, considerata la necessaria unanimità che pure ha voluto evocare, si tratterebbe di una signoria plebiscitaria: questo è l'esito dichiarato del prossimo quadriennio che del resto era ben inscritto, visioni e simboli, nella maestosa ambientazione di villa Madama, fra statue, cipressi, fontane e amorini, scenografia affidata a Raffaello Sanzio, Sangallo, Giulio
Romano e Baldassarre Peruzzi, oltre s'intende al fidatissimo Gasparotti, regista d'ogni prestazione scenica del Cavaliere.

Certo faceva impressione veder questo imminente (forse) sovrano presidenziale, collocato comunque in quello scenario di magnificenza; e non per accarezzare profezie o indulgere a vetero catastrofismi penitenziali, ma un po' veniva anche da pensare al vecchio Giuseppe Dossetti, il professorino democristiano della Costituente poi divenuto monaco, che nel 1994 fece a tempo a prevedere, "verificandosi certe condizioni oggettive e attraverso una manipolazione mediatica dell'opinione", come il berlusconismo, che traeva origine da "una grande casa economica finanziaria fattasi Signoria politica", ecco, il berlusconismo si sarebbe potuto evolvere per l'appunto "in un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea" aggiungeva preziosamente don Pippo Dossetti.
... continua qui .


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Il silenzio delle sentinelle di GIUSEPPE D'AVANZO


Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l'abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini.

Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l'autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell'Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto "avvocati dell'accusa". Andranno in aula "con il cappello in mano" davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge"); l'indipendenza della magistratura (art. 104, "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); l'unicità dell'ordine giudiziario (art. 107, "I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni"); l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria").
... continua ... La Repubblica, 22 dicembre 2008: QUI .


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Giustizia e Magistratura


«Io ho il 72 per cento del consenso, e questo la dice lunga sulla fiducia che hanno gli italiani di questi magistrati politicizzati».


Il consenso popolare come lavacro d'ogni colpa o responsabilità, come ordalia o giudizio di Dio. Coerente con un'idea barbaricofeudale del potere. E, per giunta, il regime può continuare ad avere una parvenza di democrazia.


«Quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui esistevano indagini o procedimenti della magistratura lo abbiamo fatto sempre a ragion veduta. Cioè ascoltando e conoscendo queste persone».


Sul leader maximo l'assoluzione discende dal giudizio del popolo/Dio, sui leader minori discende dal leader maximo in grazia del suo ascolto e della conoscenza che lui ha delle persone. Coerente con un'idea personalistica, egotista, autoritaria del potere. Ma è pur sempre una democrazia, visto che il leader maximo ha il 72% del consenso popolare. Logica e coerenza intaccabili, se non si ha il lume della ragione o si arretra nel tempo per sprofondare nell'arbitrio dei sovrani assoluti. Complimenti, mister Berlusconi! Complimenti a lei e al suo popolo sovrano così avveduto nell'affidarle i tre poteri dello Stato tutti insieme. E vada pure al diavolo quel Montesquieu, illuminista e relativista, che strologava di divisione e controllo vicendevole dei poteri!


«Al primo Consiglio dei ministri di gennaio porteremo la riforma della giustizia che poi andrà in Parlamento e lì ascolteremo le suggestioni di chi, anche dell'opposizione, vorrà darci suggerimenti. Fulcro della riforma sarà la separazione degli ordini, con un avvocato dell'accusa che avrà nei confronti dei giudici gli stessi doveri e diritti degli avvocati».


Intercettazioni: limitazione della lotta alla corruzione


«La situazione delle intercettazioni è inaccettabile. Devono essere fatte solo per i reati più gravi». «In Parlamento in un emendamento è stata inserita la possibilità di fare intercettazioni anche nelle indagini su reati contro la Pubblica amministrazione. Un disegno di legge così fatto, sul quale mi sono detto subito insoddisfatto, non cambierebbe di molto una situazione inaccettabile. I cittadini non devono essere intercettati rispettando il loro diritto alla privacy. Ho la certezza che questo mio convincimento sia condiviso da tutta la maggioranza».


Le intercettazioni e le menzogne sulla privacy dei cittadini


23 dicembre 2008


Lascio la parola a un articolo che tratta l'argomento con una competenza superiore alla mia.


Macché privacy di BRUNO TINTI


Ormai è un riflesso pavloviano: si apre un’indagine su qualche esponente politico e parte la campagna antintercettazioni.

Che vanno abolite o al massimo consentite solo per reati di terrorismo e mafia; concesse solo da un collegio di tre (al momento ma non si sa mai, magari cinque o forse sette sarebbe meglio) giudici che possano valutare con imparzialità la richiesta del PM, che non sia persecutoria; e che assolutamente non finiscano sui giornali, nemmeno quando siano diventate pubbliche e ne sia legittima la conoscenza.

La novità di questi giorni è che la linea dura, anzi durissima, è sostenuta solo dal Presidente del Consiglio, che in effetti di queste cose se ne intende; i suoi alleati (e anche l’opposizione) qualche distinguo sui reati per i quali le intercettazioni possono essere consentite lo propongono. Ancora una volta, nessuno si chiede quali sono i veri motivi per i quali ai politici viene la schiuma alla bocca quando si parla di intercettazioni. Nessuno ha sostenuto che le intercettazioni non servono per scoprire i reati. Ed è ovvio: si tratta dell’unico strumento di indagine possibile quando vi è una convergenza di interessi tra il cittadino (che corrompe) e il politico (che si fa corrompere), sicché confidare nel pentimento dell’uno o dell’altro è come credere a Babbo Natale. Durante l'estate hanno raccontato la storiella dell’eccessivo costo e dell’eccessivo numero delle intercettazioni. Ma si trattava di informazioni false: i 300 milioni (su 7 miliardi del bilancio della Giustizia) comprendevano le somme pagate ai periti e consulenti del PM, per le missioni della polizia giudiziaria, le trascrizioni degli interrogatori e via dicendo. E comunque, se le intercettazioni si pagano troppo, è colpa del legislatore che non prevede per i gestori telefonici il solo rimborso del costo sostenuto. Quanto al numero, è stato necessario informare il ministro della Giustizia che le persone intercettate sono poche centinaia e non migliaia. Alla fine si sono attestati sulla linea della riservatezza violata: non è giusto che, per scoprire qualche reato in più, venga violata la privacy dei cittadini italiani. E questa, al momento, è la tesi prevalente.

Anche questa tesi è falsa. La privacy dei cittadini italiani non corre alcun rischio. Prima di tutto per la maggior parte dei reati le intercettazioni non sono possibili oppure non sono utili; chi ruba al supermercato, chi picchia la moglie, chi lascia la macchina in sosta con il tagliando falsificato non viene intercettato. E poi l’interesse a rendere note le intercettazioni che riguardano il comune cittadino è pari a zero. Non si spreca spazio e carta per raccontare i fatti di una persona qualunque. La «privacy violata» è quella di un paio di migliaia di politici. E allora chiediamoci: sapere che qualche politico appoggia qualche banchiere, che qualche amministratore pubblico favorisce qualche imprenditore, che qualche dirigente pubblico deve la sua nomina all’amicizia di qualche ministro; non è necessario in uno Stato democratico? E, attenzione, saperlo oggi, quando il fatto risulta dalle stesse parole dei protagonisti, e non fra 10 anni, quando ci sarà la sentenza di prescrizione della Corte di Cassazione e il colpevole (prescritto) potrà consegnare ai giornali la sua proterva dichiarazione di innocenza «finalmente» accertata. Ma chiediamoci anche: se si trattasse di fatti che non costituiscono reato e che però danno la misura della statura etica e politica di chi appartiene alla classe dirigente, non sarebbe bene conoscerli? Io facevo il Procuratore della Repubblica; se si fossero intercettate mie telefonate con qualche mafioso che mi invitava con regolarità nella sua riserva di caccia e che mi ospitava a casa sua, non avreste voluto saperlo? Non avreste voluto sapere che tipo era quel magistrato che aveva il potere di avviare un processo nei vostri confronti? E non è, allo stesso modo, necessario che i cittadini sappiano che razza di gente li governa?

E infine. Se anche la risposta a queste domande fosse: no, non è necessario, anzi non è giusto; davvero pensate che la tutela di questa presunta privacy valga la certezza dell’impunità per i reati commessi abitualmente da una classe politica per cui etica e legge sono solo fastidiose astrazioni?


La Stampa, 23 dicembre 2008: QUI .



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Disuguaglianza sociale


Scelta riformista o cesarismo autoritario
di EUGENIO SCALFARI


... "Disuguaglianza sociale. Il dramma che l'Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. È questa la grande, moderna questione che si pone oggi di fronte a noi. Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà".
Le cronache dei giornali di ieri non riportano queste parole o ne fanno un cenno distratto, eppure esse aprono la relazione di Veltroni all'assise del Partito democratico e il fatto che non si tratti d'uno slogan ma di una drammatica constatazione è documentato da un lungo elenco di cifre e di situazioni che occupano la prima parte del discorso del segretario del Pd.

Sono cifre e situazioni che conosciamo, che provengono da fonti ufficiali e che non raccontano soltanto quanto avviene in Italia ma in tutto l'Occidente e in tutto il pianeta. La settimana scorsa citammo il pensiero di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell'economia che individuava anche lui nella distribuzione malformata della ricchezza la piaga del mondo intero.
... continua qui .


Conferenza stampa Berlusconi 2008


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22 dicembre 2008


Improvvisazione al potere di TITO BOERI


QUI






 

venerdì 28 novembre 2008


Senza uguaglianza la democrazia è un regime
di GUSTAVO ZAGREBELSKY


Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un' associazione di idee.


Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c' è un regime significa se c' è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c' è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc. Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si presta all' analisi, della demonizzazione politica, funzionale all' isteria e allo scontro. Ma "regime" è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime", di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per l' appunto, di regime fascista.


Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere posizione, perché l' essenziale sta nell' aggettivo. Così, assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"?


Che l' Italia viva un' esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e dall' esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l' ha preceduta: almeno di questo non c' è da dubitare. Lo pensano, e talora lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste. Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell' incubazione. La covata è a mezzo. L' esito non è scritto.


La Costituzione del ' 48 non è abolita e, perciò, accredita l' impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l' esito. Forze potenti sono all' opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico. Che cosa significa "costituzione in bilico"? Innanzitutto, che non si vive in una legittimità costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano.


Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu, trattando delle forme di governo nell' Esprit des lois. Quando questo principio essenziale è in consonanza con l' esprit général di un popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima e, perciò, solida e accettata. Quando è dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e dunque non esiste un esprit che possa dirsi général, questo è il momento dell' incertezza costituzionale, il momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia. Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni di una diversa legittimità. Così, si resta inerti. L' accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi. 


Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall' uno all' altro, è l'atteggiamento di fronte all' uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall' uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario.



Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione.


Nell' essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest' ultima (il voto, i partiti, l' informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale.


Ciò vale a iniziare dalla parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l' etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l' integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all' uguaglianza.


Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell' uguaglianza. In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell' uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una legge "ferrea". E' la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l' uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell' azione politica.


La costituzione - questa costituzione che assume l' uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto. Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c' è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d' interesse, per i quali, anche, non c' è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d' ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall' intervento privato, dove chi più ha, più può. Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato.


Analogamente, anche l' organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L'oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l' allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall' alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso. E' una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico. L' indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle società, è minacciata.


Ma il tema delle incompatibilità, cioè del conflitto di interessi, a destra come a sinistra, è stato accantonato. La causa è sempre e solo una: l' appannamento, per non dire di più, dell' uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici. Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall' arbitrio di uno solo, kahn, califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno, il più "orientale" dei signori dell' Occidente, perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici, «si comportava con i barbari come con animali o piante», cioè meri oggetti di dominio, «così riempiendo il suo regno di esìli, destinati a produrre guerre e sedizioni». Sarà pur vero che comportamenti di quest'ultimo genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al folklore. - GUSTAVO ZAGREBELSKY - La Repubblica, 26 novembre 2008 - QUI


Aggiornamento del 29 novembre 2008


Berlusconismo (3)


Il mancato rispetto dell'uguaglianza così com'è declinata nella nostra Costituzione è il grande error che riscontro nella politica berlusconista e, in parte, addirittura nella politica della "sinistra". A sinistra, tuttavia, il principio dell' "uguaglianza dei cittadini davanti alla legge" non è disconosciuto nella teoria e nella prassi come dal leader massimo del berlusconismo.


Il partito politico fondato da Berlusconi proprio sulla disuguaglianza si fonda, a cominciare dalle posizioni e dalle azioni, in Parlamento e fuori, del grande capo unico, non eletto ma acclamato in ogni circostanza più o meno decisiva.


Sto pensando, in campo legislativo, a tutta le serie delle leggi ad personam e ad personas, e in particolare alla peggiore in assoluto: il lodo Alfano. Se la Corte Costituzionale dovesse ritenerlo costituzionale, per me sarebbe un momento di gravissimo sconforto, perché nulla impedirebbe poi di allargare la disuguaglianza proclamata dal lodo Alfano a un numero imprevedibile di altri personaggi (ministri, parlamentari e quant'altro) fino a creare una casta di intoccabili dalla legge per legge.


Se non vale il principio "della pari dignità sociale e dell'uguaglianza davanti alla legge" (art. 39), si rafforazano le gerarchie di potere, le famigerate caste che prosperano sul mantenimento di piccoli, grandi e grandissimi conflitti d'interessi. Senza eccessive distinzioni, purtroppo, tra destra e sinistra, ma è il caso di sottolineare che il massimo conflitto d'interessi, quello che stupisce il mondo intero, è concentrato nel leader massimo del berlusconismo: Berlusconi stesso. E così via, quasi questa fosse una "fatalità" caduta sul popolo italiano, una parte del quale sembra contento di questa situazione. Mi domando come sia possibile. e sulla crisi spaventosa provocata da una dottrina economia disumana, recepisco qui l'analisi di Massimo Giannini su La Repubblica di oggi: Una manovra da 10 minuti, a proposito dei rimedi messi in atto dal ministro Tremonti e da un velocissimo Consiglio dei ministri. Ma, tant'è, per dire sì al leader massimo, dieci minuti sono anche troppi. Basta la fiducia. A occhi chiusi, perinde ac cadaver.



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Dalai Lama - Photograph: Murdo MacLeod


«Esiste il male ed esistono i cattivi, certo, ma la maggior parte dei sei miliardi di persone che abitano questo pianeta sono capaci di compassione e gentilezza. Se pensiamo questo, ci sarà futuro per il pianeta». Dalai Lama


Un pensiero del Dalai Lama per dare respiro all'anima e far volare la mente con l'ottimismo della saggezza.