66 ANNI
HIROSHIMA
*
20 ANNI
«WorldWideWeb»
AHIMSA. Parola sanscrita che ho imparato da Gandhi. Vuol dire "innocenza" e "non violenza","impegno a non nuocere ad alcun essere vivente". AHIMSA. I miei obiettivi sono la ricerca, la conoscenza, la comunicazione e la condivisione di emozioni, idee, informazioni con altre "persone che cercano". L'altro mio blog è CONVIVIUM, il posto del banchetto.
sabato 6 agosto 2011
lunedì 21 marzo 2011
"Così va la vita"
"Harrison Starr ... mi chiese:
« E' un libro contro la guerra?» .
« Sì,» dissi, « credo» .
« Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?»
« No. Cosa dice, Harrison Starr?»
« Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?»
Quello che voleva dire, naturalmente, era che ci saranno sempre guerre, che impedire una guerra è facile come fermare un ghiacciaio. E lo credo anch'io."
da MATTATOIO N. 5 di Kurt Vonnegut, Feltrinelli, pag. 13
So che non posso cambiare l'uso della guerra, ma non posso accettarlo con serenità. Non credo che il coraggio abbia il potere di cambiare questa tragica forma di coazione a ripetere. So che ci vuole una invenzione del tutto nuova e spero che molti validi cervelli siano al lavoro: come si farà a cancellare la guerra dal nostro mondo, senza fare la guerra?
domenica 18 aprile 2010
LIBERI!
Liberi i volontari italiani
"Gli avvocati di Emergency continuano a seguire la situazione dei collaboratori afgani ancora trattenuti dai servizi di sicurezza, dei quali non abbiamo notizie né in merito alle loro condizioni di salute, né alla loro condizione giuridica, né al luogo presso il quale sono tuttora trattenuti."
domenica 11 gennaio 2009
Intorno a Gaza e Israele
Oggi copio e incollo due articoli in cui due persone perbene espongono i problemi, ricercano responsabilità e cause dei massacri in corso, prevedono soluzioni possibili in un dilemma apparentemente senza soluzioni. Ho sempre pensato che due fossero le date importanti nella questione palestinese: il 1948 e il 1967. Moni Ovadia mi fa capire che ce n'è una terza: il 1995, anno dell'uccisione di Yitzhak Rabin . I palestinesi hanno bisogno di un leader amato ed autorevole. Gli stessi israeliani hanno pensato a Marwan Barghouti, condannato in Israele a cinque ergastoli: Liberare Barghouti. Un ministro israeliano rompe il tabù (Panorama, Martedì 19 Giugno 2007 ). Non so nulla di preciso su Barghouti, ma l'ho sentito spesso nominare come un possibile mediatore, nonostante le accuse per le quali è in prigione.
Rischio pacificazione senza pace
di Moni Ovadia
L'orrore che viene dalla "terrasanta" ha il corpo tecnologico di armi micidiali, ci pietrifica, ci carica di colpa, ci ferisce con l'insulto dei corpicini inerti, con la brutalità degli occhi terrorizzati di un'infanzia la cui vita è sospesa, ma ha anche il volto di un missile di "scarsa" efficienza che demolisce un ospizio per vecchi. La litania della violenza non deve tuttavia paralizzare la nostra capacità di pensare in termini politici. Se ciò accadesse la deriva dell'odio e della morte sarebbe inarrestabile.
Le responsabilità del tragico status quo non sono univoche, ci sono responsabilità dei paesi arabi, di parte della dirigenza palestinese, ma è mia persuasione che il bandolo della matassa stia nella classe politica israeliana che governa da quasi tre lustri. Da che Rabin è stato assassinato, nessun politico israeliano al potere ha creduto nella soluzione dei due stati sovrani sulla base delle risoluzioni dell'Onu. Tutti i leader, ciascuno a suo modo, hanno optato per il mantenimento dello status quo, con lo strumento della deterrenza militare al fine di logorare ogni prospettiva di soluzione definitiva. La propaganda ha sempre cercato il colpevole nell'altro campo. Prima era Arafat, adesso è Hamas. Sharon ha abilmente preparato il piano per disgregare ogni possibilità di uno stato palestinese sovrano. Il ritiro unilaterale da Gaza non concordato con Abu Mazen ha umiliato il presidente dell'Autorità e gli ha fatto perdere le elezioni. La riduzione di Gaza ad una prigione a cielo aperto ha rinforzato Hamas e spaccato la società palestinese già in gravissime difficoltà.
Ho l'impressione che questi politici israeliani miopi mirino alla "two Bantustan solution": uno in Cisgiordania federato con la Giordania e uno a Gaza sotto tutela egiziana.
Ovvero una pacificazione senza pace.
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Il fardello dell'uomo israeliano
di Barbara Spinelli
Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.
Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.
Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul «proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».
Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel che Israele terrà per sé». Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.
Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas «perché la capacità di sopportazione e resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani». La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato».
Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (...). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.
Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». La domanda è tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è accaduto per il blocco.
Questo è il «fardello di colpe» israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire. Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).
Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): «Posso certificare che proprio in queste ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un avamposto presso Kedumim». In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.
domenica 4 gennaio 2009
GUERRA, VITA, MORTE
«Per il nuovo anno vorrei che Israele si rendesse conto che il conflitto non può essere risolto con mezzi militari. E che Hamas capisse che non è suo interesse servirsi della violenza». Daniel Barenboim, direttore d'orchestra, ha semplicemente evidenziato il carattere irresolvibile del conflitto armato che dura dal 1948. Più di sessant'anni. Una guerra che richiama quella dei Cento anni: quanti ne ricordano i motivi? Immane stupidità. Annidata nel nostro cervello, come sostiene Rita Levi Montalcini: "Il cervello spiega tutto. Bisogna partire da qui. Il nostro modo di comportarci è più emotivo che cognitivo. Esiste un centro arcaico del cervello, limbico: non ha avuto nessuno sviluppo dall’australopiteco ad oggi, è identico. È la sede dell’aggressività. Il cervello limbico ha salvato l’uomo quando è sceso dagli alberi, gli ha consentito di difendersi e combattere. Oggi può essere la causa della sua estinzione."
Continua la tragedia di Gaza e, in generale, dei due popoli costretti a convivere. Già la parola "striscia" mi provoca una sindrome claustrofobica. Se al dato geografico e politico aggiungo l'odio e l'impossibilità di una vita pacifica di due popoli l'uno accanto all'altro, sfioro la follia dell'animale in gabbia. Quando tento di immedesimarmi ora in un israeliano ora in un palestinese, non riesco a uscire dal mio schema mentale che rifiuta la guerra: rifiuterei tanto la logica del governo israeliano quanto quella di Hamas e vorrei costringerli a ragionare. Ma sarei sicuramente fuori della realtà umana che ancora contempla ancora la guerra come "soluzione" più o meno finale dei conflitti.
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Riporto con orrore un breve pezzo di un lungo e complicato libro di psicoanalisi della guerra. Con orrore perché la guerra appare inscritta nei nostri archetipi e con speranza perché il progresso culturale ci consentirebbe di eliminarla dalla nostra storia.
"Non esiste una soluzione pratica alla guerra perché la guerra non è un problema risolvibile con la mente pratica, la quale è più attrezzata per la sua conduzione che per la sua elusione o conclusione. La guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. E' un'opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. Possiamo aprire gli occhi su questa terribile verità e, prendendone coscienza, dedicare tutta la nostra appassionata intensità a minare la messa in atto della uerra, forti del coraggio che la cultura possiede, anche nei secoli bui, di continuare a cantare mentre resiste alla guerra. Possiamo comprenderla meglio, differirla più a lungo, lavorare per sottrarla via via al sostegno di una religione ipocrita." (James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, pag. 259)
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La guerra e l'etica della morte e della vita di Eugenio Scalfari (La Repubblica, 4 gennaio 2009)
sabato 1 marzo 2008
BAMBINI A GAZA
Saturday, March 1, 2008
What we have feared most is happening
For 4 days there has been ongoing escalation. Israel has continued to bomb from the air as rockets continued falling on Sderot and on Ashkelon. ... We need a quick cease fire to first stop the blood shed, then calm down for a few days from the situation, then think again of new ways to solve the situation. A cease fire will happen eventually. It always does. Why not now before even more pain and more hatred are created?
We need a cease fire now!
Since the killing of an Israeli in Sederot, Israel began shelling Gaza.
The total number of Palestinians killed was 17, including six children, and one baby seven months old. ... continua qui - Peace man
Wednesday, February 27, 2008
Endless senssless circle of blood
This morning 5 Palestinians were killed by an Israeli air strike.
Associated Press wrote: "An Israeli aircraft blew up a minivan carrying Hamas gunmen in southern Gaza on Wednesday, killing five militants including two key commanders involved rocket attacks on Israel, the militant group said."... continua qui - Hope man
Aggiornamento in tarda serata
Bambini Palestinesi ad Amman. 1 marzo 2008. (Reuters)
Altre fotografie, molte altre, si trovano qui: Mideast Conflict . Penso che sia giusto guardare per sapere e per condividere. Ci sono orrori immani, e tuttavia bisogna attaccarsi a esperienze altre, come questa dei blogger che intrecciano amicizia su sponde opposte e nemiche, lungo i confini dell'odio e della follia.
La politica criminale e sbagliata di Hamas rientra in uno scenario di cui la maggior responsabilità ricade sul mio paese - Israele - e sul mio governo, con una politica non meno - anzi più - criminale e sbagliata che provoca decine di morti e immense distruzioni a Gaza. Con l'aiuto degli Stati uniti, la politica di strangolamento di Hamas continua, e palestinesi e israeliani pagano prezzi durissimi.
Qualche settimana fa una delegazione del parlamento europeo guidata da Luisa Morgantini ha visitato la regione. Luisa mi ha chiamato, mi ha detto che sarebbe andata a Gaza e che sarebbe stata interessata anche a una visita a Sderot. Allora l'ho invitata ufficialmente al nostro college e lei ha accettato l'invito.
Perché mi sembrava così importante invitare una delegazione dell'euro-parlamento guidata da Luisa Morgantini? Per la stessa ragione per cui il 64% degli israeliani pensa che si debba negoziare con Hamas.
Sia Hamas, sia la leadership israeliana - con il pieno appoggio dell'America - ci stanno portando su una strada senza uscita, colma di sangue e dolore. Ogni voce che possa aprire nuovi orizzonti deve essere la benvenuta.
Io sono altrettanto israeliano di molti altri e deploro la politica del mio governo. Insieme a tanti altri israeliani dopo la guerra del '67, mi oppongo all'occupazione di territori palestinesi e credo che i nostri leader ci stiano portando al disastro. Questo non fa di noi degli anti-semiti né ci porta a negare l'esistenza di Israele.
I miei primi incontri con Luisa, quando era nella Fiom, furono durante la prima intifada. L'Arci - con Tom Benetollo -, Chiara Ingrao e Luisa Morgantini della Fiom mi aiutarono a instaurare il dialogo con Peace Now e nell'89 furono il fondamento di «Time for Peace». Time for Peace aprì a Peace Now le porte del dialogo con i palestinesi ed ebbe una grande importanza nella ricerca di strade per la pace.
Il tentativo di screditare Peace Now o noi che siamo su posizioni più radicali, sono una costante. Siamo traditori, per qualcuno siamo ebrei che odiano se stessi.
La manipolazione demagogica dell'Olocausto, la storia, l'anti-semitismo e il resto non possono farci dimenticare che il diritto alla critica a qualsiasi governo - italiano o israeliano - è elemento fondamentale non solo di un'ideologia di sinistra ma anche delle conquiste dello stato liberale negli ultimi 200 anni.
Ho incontrato Luisa in un'infinità di manifestazioni pacifiste a Gerusalemme o in altri luoghi d'Israele, e la sua presenza era una prova ulteriore di solidarietà con il pacifismo israeliano. Luisa - vice-presidente dell'europarlamento - è arrivata al nostro college per ascoltare la voce, per tre ore, di chi come noi si trova sotto l'attacco dei missili. Gli abitanti di Sderot e di un kibbutz della zona hanno spiegato bene che noi non vogliamo essere né vittime né eroi. E' Luisa che ha reso possibile ascoltare queste voci. Gli europarlamentari hanno ascoltato le nostre voci grazie alla sua disponibilità e le nostre voci hanno parlato chiaro: l'alternativa non è più fuoco ma più negoziati, è una politica europea più attiva per il dialogo.
I tentativi di far tacere Morgantini e altri critici della politica israeliana non sono altro che un modo sbagliato di servire una propaganda israeliana che ci porta a una via senza uscita. Luisa, come tanti israeliani, non critica «lo stato di Israele» ma la politica sbagliata dei suoi governi. Una politica non solo disastrosa per i palestinesi ma enormemente dannosa anche per gli israeliani. E sarebbe assai consigliabile che gli ebrei italiani, che si preoccupano per il nostro futuro in Israele, cominciassero ad aprire gli occhi e le menti per immaginare un'altra strada e un altro futuro. zvi schuldiner [Il Manifesto, 1 marzo 2008]
martedì 28 agosto 2007
Alberto Gonzales si è dimesso.
Bush e Gonzales, amici dai tempi in cui lui era governatore del Texas. Gonzales allora era l'avvocato di Bush. Poi è stato consigliere legale della Casa Bianca. Infine è stato chiamato, primo ispanico nella storia, a fare il ministro della Giustizia. Questa è una fotografia storica con quel presiedente sfocato in secondo piano che guarda il suo pupillo, l'ultimo del suo giro di amici a dimettersi, dopo il ministro della difesa Donald Rumsfeld e il cervello consigliere Karl Rove. Il nome di Alberto Gonzales, al di là degli altri scandali, sarà per sempre collegato alla vergogna di Guantanamo . Peccato per un uomo che ha detto: "Ho vissuto il sogno americano". E sarebbe stato bello se l'avesse vissuto senza trasformarlo in incubo con le sue idee nefaste sulla giustizia, sui diritti umani e sul trattamento dei prigionieri.
"Mr. Gonzales has been a controversial figure in Washington since shortly after the terrorist attacks on Sept. 11, 2001, when, as White House counsel, he supported legal policies that broadly expanded the powers of the executive branch and allowed for the imprisonment and interrogation of terrorism suspects in conditions that human rights groups said amounted to torture. He became attorney general in February 2005, succeeding John Ashcroft." (The New York Times )
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lunedì 6 agosto 2007
HIROSHIMA e NAGASAKI
little boy...................................................................................fat man
.............
Hiroshima................................................................Nagasaki
6 agosto 1945 .................................. 9 agosto 1945, ore 12
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Ricordare non basta. Bisogna mantenere vigile la coscienza dell'orrore e non dimenticare che è ancora possibile che si ripeta. Oggi più che nel passato. Il "terribile amore per la guerra" (Hillman) è vivo e operante e la teconologia della morte atomica è largamente disponibile sul nostro pianeta.
giovedì 21 giugno 2007
DARFUR
Un doppio cd con oltre 20 brani di John Lennon interpretati da artisti di fama mondiale
CAMPAGNA DI AMNESTY INTERNATIONAL. INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA SEZIONE ITALIA
Facciamo rumore per il Darfurdi Stefano Corradino
Settantamila morti dal 2003. Quasi due milioni di profughi. Oggi ne muoiono circa diecimila al mese. E’ il Darfur, un’area grande due volte in cui e’ in corso un drammatico conflitto. A parte le solite sparute eccezioni non ne parla nessuno. Buio mediatico. Ma 50 artisti di fama mondiale hanno unito le loro forze per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragica vicenda. Esce nei negozi Make Some – Save Darfur progetto di Amnesty International con oltre 20 brani di John Lennon interpretati da artisti di fama mondiale dagli U2 ai Green Day, dai Rem a Christina Aguilera. “E' un massacro dimenticato e pensiamo che la musica possa essere uno strumento importante per dare informazione su questo tema”. Ad affermarlo e’ Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty che spiega ad Articolo21 i contenuti di questo progetto presentato oggi a Milano. [...] Articolo 21
Per saperne di piu': www.amnesty.it - amnesty international.org
AGGIORNAMENTO DEL 22 GIUGNO 2007
Appello ai bloggers per Padre Bossi
Manila (Filippine) - Le difficoltà operative sono nettamente superiori alle aspettative. Oggi pomeriggio ho intervistato l'ambasciatore Fedele appena tornato dal sud. Purtroppo mi ha confermato che ancora non c'è neppure lo straccio di una trattativa per padre Giancarlo. (Pino Scaccia, Silenzio Assoluto, 21 Giugno 2007)
Esistono ostaggi di ‘serie A’ e ostaggi di ‘serie B’ ?
Sembrerebbe proprio di sì…
Questo Appello è rivolto proprio a voi, amici bloggers: FATEVI SENTIRE !!
FIRMATE E DIFFONDETE L'APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI PADRE GIANCARLO BOSSI ! - dal blog di Vegekuu >>> QUI
mercoledì 6 giugno 2007
TIBET E CINA - BELGIO E DALAI LAMA
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In ritardo, solo oggi, dal sito dell' Associazione Italia - Tibet ho appreso la notizia che copio e incollo. E' doloroso che anche nell'Unione Europea sia così radicata la tendenza che chiamerei "mercato e profitto ueber alles". E' disumano che continui il genocidio del popolo tibetano con la compressione della sua cultura e dei suoi diritti, dopo i decenni di massacri. E' indegno che se ne parli molto raramente, quasi mai esaustivamente. Eppure la storia dell'invasione cinese del Tibet è esemplare come storia di conquista e genocidio. Eppure esemplare, nobilissima è la resistenza non violenta dei tibetani e del Dalai Lama, stupefacente lotta pacifica tra gli sciagurati fatti che testimoniano ancora oggi il "terribile amore per la guerra" ( James Hillman ) della specie umana.
SU RICHIESTA DEL GOVERNO BELGA IL DALAI LAMA CANCELLA LA SUA VISITA A BRUXELLES
Bruxelles, 9 maggio 2007. (Phayul/TibetNet)
Cedendo alle ripetute pressioni cinesi, il governo belga ha chiesto al Dalai Lama di cancellare la sua visita a Bruxelles dove, i giorni 11 e 12 maggio, il leader tibetano avrebbe partecipato alla sessione inaugurale della quinta conferenza mondiale dei Gruppi di Sostegno al Tibet e incontrato alcuni parlamentari europei. Il governo belga, nel motivare la sua richiesta, ha messo in relazione la visita del Dalai Lama a Bruxelles con la prossima visita (16 – 26 giugno 2007) di una delegazione commerciale, guidata dal Principe Filippo del Belgio, a Pechino ed ha ammesso di aver ricevuto ripetute sollecitazioni dal governo cinese affinché il capo dei tibetani non effettuasse il suo viaggio.
Il Dalai Lama, non volendo creare problemi al paese che ospiterà la conferenza, ha acconsentito alla cancellazione della visita. In un comunicato diramato il 7 maggio 2007, Tempa Tsering, Ministro degli esteri del governo tibetano in esilio, afferma:
“La decisione di Sua Santità il Dalai Lama è in sintonia con la convinzione che, in quanto cittadino del mondo, è suo primo dovere essere di aiuto all’umanità. In quanto monaco buddista, è suo secondo dovere fare da ponte tra le religioni. Infine, come tibetano, il suo terzo dovere è quello di servire la causa del Tibet e dei tibetani”.
La richiesta del governo belga ha un precedente: nel 2005 il Dalai Lama fu costretto a posporre una sua visita a Bruxelles, programmata per il giugno di quell’anno, a causa della concomitanza con la visita in Cina del Re Alberto II.
Quest’anno il governo belga si è spinto oltre e, piegandosi alla caparbia intromissione di Pechino, ha fatto sì che il leader tibetano rinunciasse a presenziare alla conferenza mondiale dei Gruppi di Sostegno.
“È vergognoso che il Belgio, uno stato membro dell’Unione Europea e un paese con una lunga tradizione democratica rinneghi i propri valori e prenda ordini da un regime repressivo”, ha dichiarato Yael Weisz-Rind, direttore di Free Tibet Campaign.
Sullo stesso tono anche le parole di Tsering Jampa, direttore di International Campaign – Europa: “Siamo molto dispiaciuti che il Belgio, uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, si sia piegato alle maniere forti di Pechino ed abbia impedito al Dalai Lama di parlare. L’UE dovrà ora riflettere sulle implicazioni e sul significato di questa cancellazione a una settimana dall’inizio del dialogo UE – Cina sui diritti umani, in programma a Berlino i giorni 15 e 16 maggio”.
Anche l’Associazione Italia-Tibet esprime il proprio stupore e il proprio rammarico per l’accaduto. A un anno dalle Olimpiadi del 2008, è evidente che la Cina non ha alcuna intenzione di risolvere il problema tibetano né di aprirsi ad alcuna riforma. L’arroganza di Pechino e la facilità con cui, in nome di interessi economici, ottiene la compiacenza di paesi sovrani e democratici devono essere motivo di profonda riflessione. [ Associazione Italia-Tibet - QUI ]
IL PARLAMENTO EUROPEO APPROVA UNA RISOLUZIONE SUL TIBET Strasburgo, 15 febbraio 2007. (ICT/Phayul)
Con un’astensione e settantuno voti a favore su un totale di settantadue eurodeputati presenti, il Parlamento Europeo ha approvato una “Risoluzione sul Dialogo tra il Governo Cinese e gli Inviati del Dalai Lama”. Il documento, nei primi tre punti, afferma che il Parlamento Europeo:
- Chiede al Governo della Repubblica Popolare Cinese e al Dalai Lama di riprendere e continuare il dialogo senza precondizioni e in modo lungimirante tale da consentire una soluzione pratica che rispetti l’integrità territoriale della Cina e soddisfi le aspirazioni del popolo tibetano
- Si dichiara soddisfatto delle leggi e dei regolamenti sull’autonomia etnica regionale adottati dal Governo della Repubblica Popolare ma teme che molte di queste leggi contengano condizioni che ne impediscono o ne rendono difficile l’applicazione
- Chiede alla Commissione Europea, al Consiglio d’Europa e agli Stati Membri di sostenere attivamente il consolidarsi del dialogo e, in assenza di tangibili risultati su questioni di fondo e dopo aver consultato entrambe le parti, definiscano il futuro ruolo che l’Unione Europea potrà svolgere per facilitare una soluzione negoziata del problema tibetano, compresa la nomina di uno Speciale Rappresentante dell’Unione Europea per il Tibet. continua
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In Convivium "Allegorie dell'Amore" <<<QUI>>>
- QUI
giovedì 1 marzo 2007
Donne Afghane
Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA)
C'è anche una sezione italiana del sito di RAWA, Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan. L'ho scoperta per caso, leggendo il Manifesto di ieri. Esiste da trent'anni, ma io non ne ho mai sentito parlare, forse per distrazione, forse perché è poco visibile. Eppure è un'associazione straordinaria, considerato il contesto sociale e politico dell'Afghanistan. E queste donne, oltre ad avere un coraggio senza pari, dimostrano una grande lucidità politica.
"RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne d'Afghanistan, nacque nel 1977 a Kabul, in Afghanistan, come organizzazione socio-politica indipendente di donne afghane in lotta per i diritti umani e la giustizia sociale in Afghanistan. Fu fondata da un gruppo di donne intellettuali afghane guidate da Meena, assassinata nel 1987 a Quetta, in Pakistan, dagli agenti afghani dell'allora KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyar. L'obiettivo di RAWA era coinvolgere un crescente numero di donne afghane in attività politiche e sociali volte ad ottenere diritti umani per le donne e contribuire alla lotta per la recostituzione in Afghanistan di un governo basato su valori democratici e secolari. Nonostante l'opprimente atmosfera politica, RAWA fu ben presto coinvolta in molteplici attività in ambito socio-politico, comprendenti sia istruzione, sanità ed economia, che attività politica." continua QUI.
Partendo da questi link ho trovato una grande quantità di documenti e informazioni sulla "questione afghana". Un eccezionale mondo di donne, al di là del burqa e delle disumane tradizioni del fondamentalismo islamico. E al di là delle nostre esportazioni di democrazia. In Afghanistan c'è un groviglio inestricabile di cui dobbiamo occuparci, cominciando col sostenere questo tipo di movimenti popolari autoctoni e col porre rimedio ai tragici "errori" di questi anni di guerra.
3 marzo 2007 - Un suggerimento di linodigianni:
" Il libraio di Kabul " ci apre la porta di una casa, ci fa penetrare nell'intimità di una famiglia afgana; una famiglia reale, non immaginata da uno scrittore che ha ricostruito ciò che deve essere ricostruito da segni rubati. No, Asne Seierstad, l'autrice - una giornalista norvegese - ha vissuto per un lungo anno nella famiglia di quel libraio, condividendo giorno dopo giorno la quotidianità della sua famiglia per poterne scrivere. Il libro ti prende subito; e quanto mai imperdibile è l'occasione di poter, attraverso gli occhi e le orecchie dell'autrice, vedere e udire ciò che lei ha visto e udito!" ... Qui
Donne Afghane
Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA)
C'è anche una sezione italiana del sito di RAWA, Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan. L'ho scoperta per caso, leggendo il Manifesto di ieri. Esiste da trent'anni, ma io non ne ho mai sentito parlare, forse per distrazione, forse perché è poco visibile. Eppure è un'associazione straordinaria, considerato il contesto sociale e politico dell'Afghanistan. E queste donne, oltre ad avere un coraggio senza pari, dimostrano una grande lucidità politica.
"RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne d'Afghanistan, nacque nel 1977 a Kabul, in Afghanistan, come organizzazione socio-politica indipendente di donne afghane in lotta per i diritti umani e la giustizia sociale in Afghanistan. Fu fondata da un gruppo di donne intellettuali afghane guidate da Meena, assassinata nel 1987 a Quetta, in Pakistan, dagli agenti afghani dell'allora KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyar. L'obiettivo di RAWA era coinvolgere un crescente numero di donne afghane in attività politiche e sociali volte ad ottenere diritti umani per le donne e contribuire alla lotta per la recostituzione in Afghanistan di un governo basato su valori democratici e secolari. Nonostante l'opprimente atmosfera politica, RAWA fu ben presto coinvolta in molteplici attività in ambito socio-politico, comprendenti sia istruzione, sanità ed economia, che attività politica." continua QUI.
Partendo da questi link ho trovato una grande quantità di documenti e informazioni sulla "questione afghana". Un eccezionale mondo di donne, al di là del burqa e delle disumane tradizioni del fondamentalismo islamico. E al di là delle nostre esportazioni di democrazia. In Afghanistan c'è un groviglio inestricabile di cui dobbiamo occuparci, cominciando col sostenere questo tipo di movimenti popolari autoctoni e col porre rimedio ai tragici "errori" di questi anni di guerra.
3 marzo 2007 - Un suggerimento di linodigianni:
" Il libraio di Kabul " ci apre la porta di una casa, ci fa penetrare nell'intimità di una famiglia afgana; una famiglia reale, non immaginata da uno scrittore che ha ricostruito ciò che deve essere ricostruito da segni rubati. No, Asne Seierstad, l'autrice - una giornalista norvegese - ha vissuto per un lungo anno nella famiglia di quel libraio, condividendo giorno dopo giorno la quotidianità della sua famiglia per poterne scrivere. Il libro ti prende subito; e quanto mai imperdibile è l'occasione di poter, attraverso gli occhi e le orecchie dell'autrice, vedere e udire ciò che lei ha visto e udito!" ... Qui
giovedì 11 gennaio 2007
dall'Antigone di Sofocle
CANTO DELL’ UOMO
Coro
Molte ha la vita forze
tremende; eppure più dell’uomo nulla, vedi, è tremendo.
Va sul mare canuto
nell’umido aspro vento,
solcando turgidezze che s’affondano
in gorghi sonori.
E la suprema fra gli dèi, la Terra,
d’anno in anno affatica egli d’aratri
sovvertitori e di cavalli preme
tutta sommovendola.
E la famiglia lieve
degli uccelli sereni insidia, insegue
come le stirpi
ferine, come il popolo
subacqueo del mare,
scaltro, spiegando le sue reti, l’uomo:
e vince, con frodi,
vaghe pei monti le fiere del bosco:
stringe nel giogo, folta di criniera
la nuca del cavallo e il toro piega
montano, infaticabile.
Diede a sé la parola
il pensiero ch’è come il vento, il vivere
civile, e i modi
d’evitare gli assalti
dei cieli aperti e l’umide tempeste
nell’inospite gelo, a tutto armato
l’uomo: che nulla inerme
attende dal futuro. Ade soltanto
non saprà mai fuggire,
se pur medita sempre
nuovi rifugi a non domati mali.
Con ingegno che supera
sempre l’immaginabile, ad ogni arte
vigile, industre,
egli si volge al male
ora, ora al bene. Se le leggi osserva
della sua terra e la fede giurata
agli dèi di sua gente,
sé con la patria esalta; un senza-patria
è chi s’accosta, per sua folle audacia,
al male. E non mi sieda mai vicino,
al focolare, e in nulla abbia comuni
suoi pensieri coi miei
chi così vive ed opera.
Sofocle, Antigone, vv. 332-375
Ho copiato questo "Canto dell'uomo" da un post del 24 marzo 2003. Erano i giorni dell'inizio della guerra in Iraq. Sono passati quasi quattro anni da allora. Ieri il cristiano rinato Bush, detentore di un potere immenso, ha parlato alla sua nazione. Di nuovo, dopo molti disastri. Ma per confermare il peggio della sua politica tragicamente cristallizzata in una sola idea fissa, impermeabile a qualsiasi ragionamento, contro ogni principio democratico di civiltà. Nessuna sorpresa, certo, soprattutto dopo i raid aerei sulla Somalia.
Eppure è sorprendente. Sono passati quattro anni, centinaia di migliaia di persone morte, e lui non è cambiato. Nemmeno il suo amico di Londra deve essere cambiato, anche se non lo si sente più tanto. Questo dobbiamo ricordarcelo: la collaborazione di alcuni della vecchia Europa, divisa e impotente. Blair, Aznar, Berlusconi, un polacco (non so chi)...Ma è Blair che giganteggia sui complici europei, lui il fedele servitore e spacciatore di menzogne, come apertamente riconosciuto.
E l'Europa di oggi? E' un grande superstato, circa mezzo miliardo di cittadine e cittadini, una potenza politica. Peccato che non abbia una politica, non ha nemmeno una Costituzione approvata, grazie alla grande Francia e all'Olanda, tremebonde di fronte all'eventuale arrivo dell'idraulico polacco. Le responsabilità vanno distribuite. L'Unione Europea, 27 Stati, non ha una politica estera unitaria e ha consegnato la nostra privacy al cristiano rinato, senza riservarsi nemmeno il diritto di reciprocità.
martedì 1 agosto 2006
Quando è cominciato tutto questo?
"Quando e dove è iniziata questa guerra? Poco dopo le nove ora locale, mercoledì 12 luglio, quando i militanti di hezbollah hanno sequestrato Ehud Goldwasser e Eldad Regev, riservisti israeliani all'ultimo giorno del loro periodo di richiamo, durante un'incursione oltre confine, nel nord di israele? Venerdì 9 giugno, quando bombe israeliane hanno ucciso almeno sette civili palestinesi su una spiaggia nella striscia di gaza? A gennaio di quest'anno quando Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi, trionfo a doppio taglio della politica americana di democratizzazione? Nel 1982, quando Israele invase il Libano? Nel 1979, con la rivoluzione islamica in Iran? Nel 1948, con la creazione dello stato di israele? O si va alla Russia della primavera del 1881?".
Sono queste le domande che si pone Timothy Garton Ash nell'articolo "I doveri che nascono dalle colpe europee". Per continuare così:
"Che risposte complicate esigono le domande semplici. Pur concordando sui fatti fondamentali, si discute su ogni termine: militanti, soldati o terroristi? Sequestrati, catturati o rapiti? Ogni volta che si prende in esame un avvenimento lo si interpreta. E in storie come questa ogni orrore verrà spiegato o giustificato in riferimento a qualche orrore precedente.
Di tirannia in tirannia alla guerra
Di dinastia in dinastia all´odio
Di infamia in infamia alla morte
Di scelta politica in scelta politica alla tomba...
La canzone è vostra. Arrangiatela come volete", scrive il poeta James Fenton, nella sua Ballata dell´Imam e dello Shah. Tuttavia osservando le reazioni europee al conflitto in atto voglio ribadire la tesi secondo cui l´Europa ne è tra le prime cause, come essa stessa sostiene con forza. I pogrom russi del 1881, la folla in Francia che gridava "a´ bas les juifs" mentre al Capitano Dreyfus venivano strappate le mostrine all´École Militaire, la piaga dell´antisemitismo in Austria attorno al 1900 che plasmò Adolf Hitler fino ad arrivare all´Olocausto degli ebrei europei e alle ondate di antisemitismo che sconvolsero parte dell´Europa nel periodo immediatamente seguente.
Fu questa storia di rifiuto sempre più radicale da parte europea, dagli anni ´80 dell´ottocento agli anni ´40 del novecento a fare da volano al sionismo politico, all´emigrazione degli ebrei in Palestina e infine alla creazione dello stato di Israele. "Fu il processo Dreyfus a fare di me un sionista", disse Theodor Herzl, padre del moderno sionismo. Dato che l´Europa decise che ciascuna nazione dovesse avere un proprio stato, non avrebbe accettato come membri a pieno titolo della nazione francese o tedesca neppure gli ebrei emancipati e infine divenne scenario del tentativo di sterminio di tutti gli ebrei, questi ultimi dovevano necessariamente trovare la loro patria nazionale da qualche altra parte.
La patria, nella definizione amata da Isaiah Berlin, è il luogo in cui, se devi andarci, sono tenuti ad accoglierti. E mai più gli ebrei andranno come agnelli al macello. Da israeliani combatteranno per la vita di ogni singolo ebreo. Gli stereotipi del diciannovesimo secolo dei tedeschi Helden e degli ebrei Händler si sono invertiti. I tedeschi e con loro gran parte degli europei borghesi di oggi, sono diventati gli eterni commercianti, gli ebrei in Israele gli eterni guerrieri.
Ovviamente questo è solo un filo in quello che è forse l´arazzo più complesso del mondo, ma un filo importantissimo. Credo che tutti gli europei dovrebbero parlare o scrivere del conflitto odierno in medio oriente facendo mostra di una certa consapevolezza della nostra responsabilità storica. Temo che alcuni oggi non lo facciano, e non mi riferisco solo agli estremisti di destra tedeschi che hanno sfilato a Verden in bassa Sassonia sabato sorso agitando bandiere iraniane e gridando "Isralele, centro di genocidio internazionale". Mi riferisco anche a persone riflessive di sinistra, che partecipano ai forum di discussione del Guardian e simili. Pur criticando il modo in cui i militari israeliani uccidono i civili libanesi e gli operatori Onu per riprendersi Ehud Goldwasser (e distruggere le infrastrutture militari di Hezbollah) dobbiamo ricordare che tutto questo con quasi assoluta certezza non sarebbe accaduto se alcuni europei non avessero tentato, qualche decennio fa, di cancellare chiunque portasse il nome Goldwasser dalla faccia dell´Europa, se non della terra.
Voglio essere estremamente chiaro. Da questa terribile vicenda europea non consegue che gli europei debbano manifestare acriticamente solidarietà a qualunque scelta dell´attuale governo israeliano, per quanto violenta o sconsiderata. Al contrario, un vero amico ti dice in faccia quando sbagli.
Non ne consegue che dobbiamo sottoscrivere le più recenti pericolose semplificazioni riguardo ad una "terza guerra mondiale" contro "un´alleanza terrorista tra Iran, Siria, Hezbollah e Hamas" (come afferma il repubblicano statunitense Newt Gingrich) o un "movimento totalitario coerente" dell´islamismo politico (nelle parole del parlamentare conservatore e giornalista britannico Michael Gove).
Non ne consegue che tutti gli europei che criticano Israele siano tacitamente antisemiti, come danno a intendere alcuni commentatori negli Usa.
E di certo non ne consegue che dovremmo essere meno attenti alle sofferenze degli arabi, inclusi gli arabi palestinesi fuggiti o scacciati dalle loro case al momento della fondazione dello stato di Israele. E i loro discendenti cresciuti nei campi profughi. La vita di ogni singolo libanese ucciso o ferito dalle bombe israeliane vale esattamente quanto quella di ogni israeliano ucciso o ferito dai razzi lanciati da Hezbollah.
Ne consegue invece che gli europei hanno un obbligo speciale a impegnarsi per cercare di garantire un accordo di pace in cui lo stato di Israele possa vivere entro frontiere sicure a fianco di uno stato palestinese vitale? Secondo me sì. Di certo dato che gli europei in un modo o nell´altro hanno esercitato un´influenza su quasi ogni angolo della terra, una tesi storica del genere potrebbe in teoria condurci ovunque, adducendo l´eredità dell´imperialismo europeo a giustificazione morale universale del neo-imperialismo europeo. Ma la storia degli ebrei scacciati dalle loro patrie europee che a loro volta hanno scacciato gli arabi palestinesi dalla loro patria non ha equivalenti. Pur non accettando questa tesi di responsabilità storica e morale, è palese che sono in gioco interessi vitali per l´Europa: petrolio, proliferazione nucleare e le potenziali reazioni all´interno delle nostre alienate minoranze musulmane, per citarne solo tre. Meno chiaro è quale genere di coinvolgimento sia opportuno.
Una proposta è che le forze europee partecipino ad una forza multinazionale di pace nel sud del Libano, ma ha senso solo se si stabiliscono i parametri di una missione trasparente, realizzabile e circoscritta. Di questi parametri non si vede ancora traccia. Né è in vista un cessate il fuoco. Il vertice di Roma si è chiuso ieri pomeriggio camuffando semplicemente la netta divergenza tra Usa e Israele da un lato e gran parte del resto del mondo, Ue e Onu inclusi, dall´altro, su come arrivare ad un cessate il fuoco. La verità è che oggi più che mai la soluzione diplomatica sta nell´impegno totale degli Usa, sfruttando il rapporto esclusivo di influenza con Israele e avviando negoziati il più possibile diretti con tutte le parti in causa nel conflitto, per quanto sgradite. Finché ciò non accadrà l´Europa, da sola, può far poco. Eppure il punto non è solo cambiare le realtà in campo in medio oriente. Per gli europei parlare e scrivere riguardo alla posizione degli ebrei nella regione in cui li cacciarono significa anche autodefinirsi. Faremmo bene a misurare ogni parola.
La Repubblica, 28 luglio 2006. Traduzione di Emilia Benghi www. timothygartonash. com
Collego questo articolo di Timothy Garton Ash a quello di Eduardo Galeano: "Fino a quando?", che ho postato QUI.
E' da poco passato il mezzogiorno e le ultime notizie (TG3) sono terrificanti: Israele sta invadendo il Libano, senza freni e senza remore, in profondità. Nonostante la necessità di capire, non ho dubbi: questa invasione non ha alcuna giustificazione e deve essere fermata. Dalla forza di dissuasione che spero l'Unione Europea voglia mettere in campo.
Fotografia: La Repubblica, 1 agosto 2006
giovedì 27 luglio 2006
Fino a quando?
Eduardo Galeano
Un paese ne bombarda due. L'impunità potrebbe meravigliare se non fosse costume normale. Qualche timida protesta in cui si dice di errori. Fino a quando gli orrori continueranno a chiamarsi errori? Questo macello di civili si è scatenato a partire dal sequestro di un soldato. Fino a quando il sequestro di un soldato israeliano potrà giustificare il sequestro della sovranità palestinese? Fino a quando il sequestro di due soldati israeliani potrà giustificare il sequestro del Libano intero? La caccia all'ebreo è stata, per secoli, lo sport preferito degli europei. Sboccò ad Auschwitz un vecchio fiume di terrori, che aveva attraversato tutta Europa. Fino a quando i palestinesi e altri arabi continueranno a pagare per delitti che non hanno commesso?
Quando Israele spianò il Libano nelle sue precedenti invasioni, Hezbollah non esisteva.
Fino a quando continueremo a credere alla favola dell'aggressore aggredito, che pratica il terrorismo perché ha diritto a difendersi dal terrorismo? Iraq, Afghanistan, Palestina, Libano... Fino a quando si potrà continuare a sterminare paesi impunemente? Le torture di Abu Ghraib, che hanno sollevato un qual certo malessere universale, non sono niente di nuovo per noi latinoamericani. I nostri militari hanno appreso quelle tecniche di interrogatorio nella School of Americas, che oggi ha perso il nome ma non il vizio.
Fino a quando continueremo ad accettare che la tortura continui a legittimarsi, come ha fatto la corte suprema di Israele, in nome della legittima difesa della patria? Israele ha ignorato quarantasei raccomandazioni dell'Assemblea generale e di altri organismi delle Nazioni unite.
Fino a quando il governo israeliano continuerà a esercitare il privilegio d'essere sordo? Le Nazioni unite raccomandano, però non decidono. Quando decidono, la Casa Bianca impedisce che decidano, perché ha diritto di veto. La Casa Bianca ha posto il veto, nel consiglio di sicurezza, a quaranta risoluzioni che condannavano Israele.
Fino a quando le Nazioni unite continueranno a comportarsi come se fossero uno pseudonimo degli Stati uniti? Da quando i palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e spogliati della loro terra, è corso molto sangue.
Fino a quando continuerà a correre il sangue perché la forza giustifichi ciò che il diritto nega? La storia si ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e muore un israeliano ogni dieci arabi morti.
Fino a quando la vita di ogni israeliano continuerà a valere dieci volte di più? In proporzione alla popolazione, i cinquantamila civili, in maggioranza donne e bambini, morti in Iraq equivalgono a ottocentomila statunitensi.
Fino a quando accetteremo, come se fosse normale, la mattanza degli iracheni in una guerra cieca che ha ormai dimenticato i suoi pretesti?
Fino a quando continuerà ad essere normale che i vivi e i morti siano di prima, seconda, terza o quarta categoria? L'Iran sta sviluppando l'energia nucleare.
Fino a quando continueremo a credere che ciò basta a provare che un paese è un pericolo per l'umanità? La cosiddetta comunità internazionale non è per nulla angustiata dal fatto che Israele possieda 250 bombe atomiche, nonostante sia un paese che vive sull'orlo di una crisi di nervi. Chi maneggia il pericolosimetro universale? Sarà stato l'Iran il paese che buttò le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki? Nell'era della globalizzazione, il diritto di pressione è più forte di quello di espressione. Per giustificare l'occupazione illegale di terre palestinesi, la guerra viene chiamata pace. Gli israeliani sono patrioti e i palestinesi terroristi, e i terroristi seminano allarme universale.
Fino a quando i mezzi di comunicazione continueranno a seminare paura? Questa mattanza, che non è la prima e temo non sarà l'ultima, accade in silenzio. Il mondo è diventato muto?
Fino a quando le voci dell'indignazione continueranno a suonare come campane di legno? Questi bombardamenti uccidono bambini: più di un terzo delle vittime, non meno della metà. Chi si azzarda a denunciarlo è accusato di antisemitismo.
Fino a quando continueremo ad essere antisemiti, noi che critichiamo il terrorismo di stato?
Fino a quando accetteremo questa estorsione? Sono antisemiti gli ebrei che inorridiscono per quanto viene fatto in loro nome? Sono antisemiti gli arabi, tanto semiti quanto gli ebrei? Per caso non ci sono voci arabe che difendono la patria palestinese e ripudiano il manicomio fondamentalista? I terroristi si somigliano tra loro: i terroristi di stato, rispettabili uomini di governo, e i terroristi privati, che sono matti singoli e matti organizzati dai tempi della guerra fredda al totalitarismo comunista. E tutti agiscono in nome di dio, si chiami Dio, Allah o Jahvé.
Fino a quando continueremo a ignorare che tutti i terrorismi disprezzano la vita umana e che tutti si alimentano tra loro? Non è evidente che in questa guerra tra Israele e Hezbollah sono i civili - libanesi, palestinesi, israeliani - quelli che ci mettono i morti? Non è evidente che le guerre di Afghanistan e Iraq e le invasioni di Gaza e del Libano sono incubatrici di odio, fabbriche di fanatici in serie? Siamo l'unica specie animale specializzata nello sterminio reciproco. Destiniamo duemila e cinquecento milioni di dollari, ogni giorno, alle spese militari. La miseria e la guerra sono figlie dello stesso padre: come qualche dio crudele, mangia i vivi e anche i morti.
Fino a quando continueremo ad accettare che questo mondo innamorato della morte è il nostro unico mondo possibile?
Copyright Ips/il manifesto - 26 luglio 2006 - >>>>> --- Foto: <<<<<
Non sembra questo articolo di Galeano una tragica dimostrazione, atroce punto per atroce punto, di quello che Hillman chiama "un terribile amore per la guerra" e del fatto che ancora "la guerra è normale" nella storia umana?
Non è questa realistica analisi di Galeano, sulla scia dell'analisi di Hillman dall'interno e dal profondo della nostra struttura psichica, una spinta a capire che la pulsione di morte è dentro di noi e che dobbiamo liberarcene a partire da questa consapevolezza? E non è la guerra l'acme sciagurata della pulsione di morte, all'infinito ripetuta, come folle coazione a ripetere?
Nel frattempo si sono moltiplicate le persone coscienti della necessità etica e pratica, comunque imprescindibile, di cancellare la guerra dalla nostra vita e dalla nostra storia. E il loro numero continua a crescere. E' la prospettiva di una rivoluzione radicale, di una svolta a U della storia, come altre volte è accaduto nel corso dell'evoluzione.
La rivoluzione più grande e più attesa. Una vera e propria mutazione psicologica e, direi, anche genetica.
giovedì 20 luglio 2006
Un terribile amore per la guerra
di James Hillman
Il Signore è un gran guerriero;
il suo Nome è il Signore.
Esodo, 15, 3
La guerra è normale
C'è una battuta in una scena del film Patton, generale d'acciaio, che da sola riassume ciò che questo libro si propone di capire. Il generale Pattonispeziona il campo dopo una battaglia. Terra sconvolta, carri armati distrutti dal fuoco, cadaveri. Il generale solleva tra le braccia un ufficiale morente, lo bacia e, volgendo lo sguardo su quella devastazione, esclama: "Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita".
Se non entriamo dentro questo amore per la guerra non riusciremo mai a prevenirla né a parlare in modo sensato di pace e disarmo. Se non spingiamo l'immaginazione dentro lo stato marziale dell'anima, non potremo comprenderne la forza di attrazione. In altre parole, occorre "andare alla guerra", e questo libro vuole essere una chiamata alle armi per la nostra mente. E non andremo alla guerra "in nome della pace", come tanto spesso una retorica ipocrita proclama, ci andremo in nome della guerra; per comprendere la follìa del suo amore.
Dovremo accantonare il nostro disprezzo di civili e il nostro orrore di pacifisti, la legittima intima avversione per tutto ciò che riguarda eserciti e guerrieri. Questo perché il primo principio del metodo psicologico dice che qualsiasi fenomeno, per essere compreso, va immaginato entrando in sintonia con esso. Nessuna sindrome può veramente essere strappata alla sua tragica fissità se prima non spingiamo l'immaginazione fin dentro il suo cuore. [pagg. 11-13]
Così l'incipit di un libro davvero "terribile" di James Hillman, psicologo analista junghiano, che vi affronta l'argomento principe di questi giorni e di tutti i giorni della storia umana. Per quanto spingiamo indietro lo sguardo, la guerra appare inseparabile dalla nostra dimensione mentale. Utile, allora, guardare in profondità nell'abisso della massima manifestazione di inumanità, soprattutto se questo può servire a rompere un archetipo fossilizzato al punto da essere invincibile, almeno fino a oggi.
La guerra è innanzitutto una sfida per la psicologia, forse la prima delle sfide a cui la psicologia deve rispondere, perché minaccia direttamente la vita - la mia, la vostra -, nonché l'esistenza di tutti gli esseri viventi. La campana suona per te, e per tutti. Niente può sfuggire alla furia termonucleare e se il fuoco distruttore e le sue conseguenza sono inimmaginabili, non lo è la loro origine, la guerra.
La guerra chiama in causa la psicologia anche perché la filosofia e la teologia, gli ambiti cui spetterebbe produrre pensieri forti per conto della nostra specie, hanno trascurato la prioritaria importanza della guerra. "Polemos di tutte le cose è padre" disse Eraclito [fr. 22B53DK; Colli A19] agli albori del pensiero occidentale, e Emmanuel Lévinas, nella fase attuale del pensiero occidentale, ha riformulato così la stessa idea: "... l'essere si rivela al pensiero filosofico come guerra". Se è una componente primordiale dell'essere, allora la guerra genera la struttura stessa dell'esistenza e del nostro pensiero su di essa: le nostre idee di universo, di religione, di etica; ... Noi pensiamo secondo la categoria della guerra, ci sentiamo in dissidio con noi stessi e senza rendercene conto siamo convinti che la predazione, la difesa del territorio, la conquista e la battagila di forze opposte siano le leggi fondamentali dell'esistenza. [pagg. 12-13]
Nell'ingenuità delle mie immaginazioni mi figuro la fine della guerra come una svolta evolutiva radicale quali furono per gli ominidi l'acquisizione della stazione eretta, l'uso degli strumenti, il linguaggio. Hillman, con la competenza dello psicologo, vede la possibilità del prossimo "salto" nella capacità immaginativa e nell'invenzione di nuovi attrezzi mentali:
La guerra esige un salto immaginativo non meno straordinario e formidabile del fenomeno stesso. Le nostre consuete categorie non sono abbastanza capienti, perché riducono il significato della guerra alla spiegazione delle sue cause. [pag. 18]
James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, 2005
Col pensiero inorridito e paralizzato agli ultimi eventi in Medioriente, ultimi solo in ordine cronologico, sventuratamente.