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sabato 27 settembre 2014

Assalto allo Statuto dei Lavoratori

MARIA MANTELLO – L’assalto allo Statuto dei Lavoratori: verso una Repubblica fondata sul servaggio

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/09/25/maria-mantello-l%e2%80%99assalto-allo-statuto-dei-lavoratori-verso-una-repubblica-fondata-sul-servaggio/


     Lo Statuto dei Lavoratori non è un capriccio, un puntiglio dei Sindacati, un privilegio da abbattere. È un baluardo contro gli assalti di quelle aree imprenditoriali e forze politiche con loro conniventi che vogliono cancellare diritti e tutele nella speranza di riportare i lavoratori a una situazione da medioevo, dove i padroni dell’industria e della finanza tornano a dominare senza Legge né Stato.

Quando infatti, nella grancassa ben orchestrata degli spot mediatici, la Costituzione sarà assoggettata agli interessi di chi comanda, la scuola statale privatizzata, le tutele e i diritti sul lavoro cassati, davvero l’Italia cambierà verso: non sarà più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma sul servaggio.
In questo processo reazionario, lo scalpo della legge 300 ha un valore simbolico altissimo, da sbandierare come rivincita del padronato nella resa di conti antidemocratica.

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori, legge 300 del 20 maggio 1970, non è una delle tante leggi del diritto del lavoro. È la Dichiarazione d’indipendenza dei lavoratori. L’orizzonte di demarcazione che la Repubblica democratica fondata sul lavoro ha voluto sancire come diritto umano alla dignità per una società affrancata da sfruttati e sfruttatori.
Una conquista formidabile, perché la Costituzione è entrata in fabbrica, come si disse giustamente allora, perché le libertà civili e democratiche non possono essere sospese sui posti di lavoro. Non più zone franche per la legge del padrone.

Con lo Statuto dei lavoratori si realizzava una fondamentale conquista di civiltà e di democrazia, che dava al “pane quotidiano” il sapore forte dell’emancipazione individuale e sociale nel lavoro e col lavoro. E proprio con l’art. 18 quell’emancipazione la si salvaguarda contro il ricatto del licenziamento ingiusto, introducendo il principio del reintegro del lavoratore, a cui dovevano essere versate le retribuzioni dalla data dell’illegale licenziamento azzerato dal magistrato.

Un formidabile paletto contro gli abusi di chi licenziava senza “giusta causa” (es. furti o altri reati) e “giustificato motivo” (notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al suo regolare funzionamento): «Il giudice… condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione».

E proteggendo il lavoratore dall’eventualità che possa essere liquidato con una somma sostitutiva del reintegro, l’art. 18 stabiliva che questa eventualità è possibile solo se lo richiede il lavoratore: «al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto».

La riforma Fornero, nel clima di esaltazione per il governo dei bocconiani che aveva contagiato anche la sinistra, riuscì a mettere mani sull’art.18, prevedendo il reintegro solo nei casi di discriminazione del lavoratore (es. appartenenza politica, orientamento religioso, sessuale, ecc.) ma sostituendolo con l’indennizzo in tutti gli altri casi. Insomma una mancia di benservito!

Ma Renzi vuole adesso lo scalpo non solo dell’art.18, ma dell’intero Statuto, additato come un privilegio e impedimento della ripresa occupazionale.
E ci ripropone la vecchia favola per cui solo se c’è più flessibilità (ovvero assenza di stabilità del lavoratore, come pur la Costituzione prevede) le imprese assumerebbero e l’Italia uscirebbe dalla crisi.
La flessibilità l’abbiamo vista, i posti di lavoro no. E neppure la ripresa economica.

Abbiamo visto solo la moltiplicazione pluridecennale delle tipologie di aggiramento del contratto a tempo indeterminato (lavoro a collaborazione, ripartito, intermittente, accessorio, a progetto, ecc.), che dal “pacchetto Treu” alla “legge Biagi al decreto di maggio scorso dell’attuale ministro Poletti hanno reso strutturale la precarietà.

Lo scandalo è questo e non basta per eliminarlo la battuta facile intrisa nella bivalenza renziana delle formule: “togliamo le garanzie dell’art.18, ma garantiamo la sicurezza ai precari”.

Non argomenta il “giovane” Renzi, lui spara twitter-spot. Non vuole neppure essere disturbato a discutere con chi si oppone alla dismissione finale del diritto del lavoro. “O così o decreto”, ripete. Insomma “qui comando io”.
Eppure, all’epoca del governo Monti aveva detto “lo Statuto non si tocca”. Ma doveva conquistarsi il posto di capo-partito e quello di capo di Governo.

Adesso l’obbiettivo finale è avere in mano tutto il partito. E forse, l’attacco all’art. 18 gli serve per sbarazzarsi di quanto in esso resta di sinistra. Così alla fine si compirà l’ultima metabolizzazione del Pd: un partito qualunque. Un partito post ideologico, come usano dire quelli veramente di destra.
Chissà se anche tutto questo non rientri nel patto Berlusconi – Renzi.

Il Cavaliere intanto si gode la sua Resurrezione, e gongola in attesa di riprendersi tutto il palcoscenico della politica, mentre il suo ventriloquo gli fa il lavoro sporco.

Maria Mantello
(24 settembre 2014)



ARTICOLO 18 dello STATUTO dei LAVORATORI: testo






Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. 

Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.
 
Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.
Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.
 
Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
 
L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
 
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

giovedì 24 luglio 2014

Interlocutori Significativi



Intervento del Presidente Napolitano alla cerimonia del Ventaglio

Palazzo del Quirinale, 22/07/2014



XV capoverso:

"E ancora, la già annunciata riforma della giustizia : per condurre a conclusione la quale si delineano forse le condizioni per una condivisione finora mancata :

partendosi finalmente dal riconoscimento che è stato espresso nei giorni scorsi da  

interlocutori significativi

per "l'equilibrio e il rigore ammirevoli" che caratterizzano il silenzioso lavoro della grande maggioranza dei magistrati italiani."



... a patto che, sostengo io povera inutile stupida cittadina, i suddetti magistrati assolvano chi deve essere sempre assolto, anzi nemmeno mai indagato e meno che mai imputato, e, Dio ci salvi!, chi non deve essere MAI condannato. ...

... questa me la segno: "interlocutore significativo": suona bene, è sufficientemente vago, si addice a una sola persona, ma nessuno può dirlo, pena l'accusa di faziosità e dietrologia. ...

... un'altra perla per la democrazia italiana

lunedì 2 settembre 2013


"ma Dike è una dea seria"
 
 
di Franco Cordero, Micromega,
 
 
Non siamo ancora alla fine; i forzaitalioti guardano stupiti la metamorfosi giacobina nel Pd; possibile che, così duttile, d’un colpo diventi inesorabile legalista?
 
Sarà tutto chiaro post 9 settembre, appena la questione della decadenza arrivi all’assemblea: il voto è segreto e fanno precedente i 101 antiprodiani 19 aprile.
 
Sua Maestà dissemina esche: l’ultimatum è anche bluff; che tripudio nella reggia d’Arcore, stile Eliogabalo, se tutto finisse in appeasement.


mercoledì 14 agosto 2013

Dichiarazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


"La preoccupazione fondamentale, comune alla stragrande maggioranza degli italiani, è lo sviluppo di un'azione di governo che, con l'attivo e qualificato sostegno del Parlamento, guidi il paese sulla via di un deciso rilancio dell'economia e dell'occupazione". E' quanto si legge in una dichiarazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

"In questo senso - ha continuato il Capo dello Stato - hanno operato le Camere fino ai giorni scorsi, definendo importanti provvedimenti; ed essenziale è procedere con decisione lungo la strada intrapresa, anche sul terreno delle riforme istituzionali e della rapida ( nei suoi aspetti più urgenti ) revisione della legge elettorale. Solo così si può accrescere la fiducia nell'Italia e nella sua capacità di progresso.


Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell'instabilità e nell'incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione - da parte di tutte le forze di maggioranza - del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.

Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere. Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto. Ciò vale dunque nel caso oggi al centro dell'attenzione pubblica come in ogni altro.

In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi rispetto alle conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione nella scia delle valutazioni già prevalse nei due precedenti gradi di giudizio; ed è comprensibile che emergano - soprattutto nell'area del PdL - turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo ( fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato ) e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza.

Ma nell'esercizio della libertà di opinione e del diritto di critica, non deve mai violarsi il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza. Né è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche. Intervengo oggi --- benché ancora manchino alcuni adempimenti conseguenti alla decisione della Cassazione --- in quanto sono stato, da parecchi giorni, chiamato in causa, come Presidente della Repubblica, e in modo spesso pressante e animoso, per risposte o "soluzioni" che dovrei e potrei dare a garanzia di un normale svolgimento, nel prossimo futuro, della dialettica democratica e della competizione politica.

A proposito della sentenza passata in giudicato, va innanzi tutto ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto. In quanto ad attese alimentate nei miei confronti, va chiarito che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta.

L'articolo 681 del Codice di Procedura Penale, volto a regolare i provvedimenti di clemenza che ai sensi della Costituzione il Presidente della Repubblica può concedere, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. La grazia o la commutazione della pena può essere concessa dal Presidente della Repubblica anche in assenza di domanda. Ma nell'esercizio di quel potere, di cui la Corte costituzionale con sentenza del 2006 gli ha confermato l'esclusiva titolarità, il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza. E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del C.p.p.. Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso --- sulla base dell'istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia --- per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull'esecuzione della pena principale.
Essenziale è che si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese. E mentre toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l'ulteriore svolgimento - nei modi che risulteranno legittimamente possibili - della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l'Italia ha bisogno.

Una prospettiva di serenità e di coesione, per poter affrontare problemi di fondo dello Stato e della società,

compresi quelli di riforma della giustizia da tempo all'ordine del giorno.

Tutte le forze politiche dovrebbero concorrere allo sviluppo di una competizione per l'alternanza nella guida del paese che superi le distorsioni da tempo riconosciute di uno scontro distruttivo, e faciliti quell'ascolto reciproco e quelle possibilità di convergenza che l'interesse generale del paese richiede. Ogni gesto di rispetto dei doveri da osservare in uno Stato di diritto, ogni realistica presa d'atto di esigenze più che mature di distensione e di rinnovamento nei rapporti politici, sarà importante per superare l'attuale difficile momento".
 

sabato 5 gennaio 2013

Il grande deserto dei diritti



 Il grande deserto dei diritti
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Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.

Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti.

Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.
Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito?

Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione

Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. 

Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla 

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. 

Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia

Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

giovedì 1 novembre 2012

Fiat, cieca e violenta lotta di classe - Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano

Fiat, cieca e violenta lotta di classe - Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano


La lotta di classe torna in tutto il suo furore ed è lotta iniziata a freddo dalla ricchezza contro coloro che in due secoli il mondo civile ha imparato a chiamare, garantire, rispettare e trattare come partner dell’impresa, i lavoratori. Sto parlando dell’annuncio di Marchionne. Metterà “in mobilità” 19 operai come risposta alla sentenza della Corte d’appello di Roma che lo obbliga a riassumere 19 operai licenziati perché discriminati, dunque illegalmente. ...
 
...
Forse risulterà impossibile per la Fiat, impresa e azionisti, accettare come normale (giuridicamente, aziendalmente, psichicamente) il potere basato sulla rappresaglia. Ma se i lavoratori subiranno l’umiliazione di lasciarsi dividere, e la politica di tacere, la cieca guerra di classe del potere ricco contro il lavoro segnerebbe la sua prima vittoria importante nel giorno peggiore della vita italiana.

Il Fatto Quotidiano, 1 Novembre 2012

domenica 30 settembre 2012

IL SUCCESSO DI QOHÉLET IL LIBRO SULLA VANITÀ CHE PIACE IN TEMPI DI CRISI
 
di Gustavo Zagrebelsky

                               
Il figlio di Davide, re in Gerusalemme, non è un sistematico. Il suo linguaggio è a salti, pezzi e bocconi, aggiunte e contraddizioni. Tale composizione ha permesso agli interpreti di Qohélet di rispecchiare se stessi nel testo con molta libertà, piuttosto che rispecchiarlo. In quanto sfogo d'uno spirito radicalmente sfiduciato o deluso circa il vero, il giusto, il buono, circa tutto ciò che ha valore in sé, si è considerato questo piccolo libro (chiamato anche Ecclesiaste) un precursore dell'arte di vivere senza eccessi («non essere né troppo giusto né troppo malvagio»: 7,16) à la Montaigne o la testimonianza d'un disperato della vita ("voglio provare la gioia, ma a che giova?: 2, 2) à la Leopardi, per fare solo due nomi.
 
Si è visto in lui un padre dello scetticismo, del nichilismo, della disperazione e, alla fine, dell'edonismo egoistico, come farmaco e rimedio al taedium vitae di Lucrezio e Seneca o allo spleen di Baudelaire. Ma l'esaltazione della vita, soprattutto giovanile, ha fatto pensare anche a un'apologia della gioia di vivere. Altri, nella denigrazione dei beni del mondo hanno visto un "antidoto all'idolatria" delle cose vane e brevi (E. Bianchi): oggi, il successo, il denaro, i prodotti della tecnologia.

Queste sono più o meno arbitrarie interpretazioni attualizzanti. Qualcuno, seguendo Renan, vi ha perfino visto tratteggiato il profilo psicologico dell' Ebreo moderno, completamente secolarizzato e assimilato al mondo: una visione che può facilmente essere generalizzata. Ma, in fondo, ogni interpretazione è attualizzazione e riflette il volto dell'interprete nelle condizioni del tempo che è il suo.

In quanto testo privo di certezze "ontologiche", che colloca l'essere umano in uno spazio non governato dalla dura verità dell'essere divino che si rivela o che è rivelata, lo si è considerato espressione di "spirito laico": lo spirito della ricerca e dalla sperimentazione pragmatica di "tecniche di sopravvivenza" materiale e spirituale.

Oppure, infine, s'è parlato di "spirito d'attesa", soggiacente all'esaltazione della vanità del mondo. Nel vuoto della vita e nell'insignificanza in cui siamo immersi, Qohélet ci fa sentire l'urgente bisogno di uno svelamento, di una "rivelazione".

Sarebbe un libro dell'attesa, quasi un'invocazione messianica. Finalmente, la denigrazione del mondo si può intendere come una spinta, una preparazione all'accoglienza di un mondo che verrà, un "mettersi sulla soglia" di qualche evento o avvento portatore di senso (P.De Benedetti). Questa è la pia interpretazione cristiana, già a partire dall'orazione "Vanitas vanitatum" di Giovanni Crisostomo: un'interpretazione che la svalutazione luterana del mondo e l'attesa della salvezza solo "per grazia" accentueranno.
 
Qui, non c'è da prendere posizione. Il testo è fisso, le parole sono ricche di significati e le interpretazioni sono libere. L'unica cosa che non si può negare è l'esistenza del filo conduttore, la vanità delle vanità che lega tutto il discorso, dall'inizio alla fine, in un moto circolare, che riproduce letterariamente la legge universale che muove in un circolo chiuso le cose del mondo, sotto il sole.

Un libro attuale? All'epoca in cui fu il libro fu scritto (tra il III e il II secolo a. C.) dovette esserlo. Non mancano accenni polemici, oggi quasi incomprensibili, a vicende contemporanee. In generale, Qohélet è figlio del suo tempo, un tempo d'incertezze rispetto ai valori della tradizione, insidiati da influenze scettiche provenienti dalla cultura ellenistica, dal sorgere di sette fanatiche come quella degli Esseni, e da movimenti politico-radicali per la restaurazione della pura fede dei padri, senza che valori nuovi apparissero all'orizzonte: un tempo del "non più" e del "non ancora". Qohélet reagisce con distaccata indifferenza, come i grandi scettici che additano nei piccoli piaceri l'efficace lenimento dei dolori d'una vita senza speranza.

E oggi? Se guardiamo al successo che il nostro testo incontra, e in misura crescente, nella letteratura esegetica, nella poesia, nel teatro, nella musica, nel senso comune che si è appropriato di tante espressioni di Qohélet, facendole sue e dimenticando la fonte; se diamo al giovanilismo odierno, alla paura dell'invecchiamento e agli esorcismi contro la morte il significato d'un marchio del tempo, al di là del loro aspetto grottescoe disperato, possiamo forse credere in Qohélet come filosofo per i nostri giorni, e fare nostra la parola di Ceronetti: qohéletite. Anche questo odierno incontro potrebbe essere un sintomo di qualcosa, come un'infezione dello spirito.

Oppure, potrebbe essere il segno della speranza in qualcosa che deve nascere. Per capirne di più, occorrerebbe l'interrogazione, niente di meno, sui caratteri profondi dello spirito dell'epoca attuale, nel confronto con lo spirito cui Qohélet, ventidue secoli fa, diede voce.

Anche la saggezza di Qohélet è vana? Di qohéletite si può morire. E anche morire percorrendo una strada di piacevolezze. Chi non ha sentito il fascino poetico delle potenti immagini che descrivono l'insignificanza dei giorni della vita "sotto il sole"? Chi non direbbe: è proprio così, so anch'io che è così?

Le parole di Qohélet cadono su un terreno predisposto ad accoglierle. E chi non ha detto: prendiamo dalla vita, momento per momento, il piacere effimero che può dare, senza pensare al futuro? Anche a questo, il terreno è predisposto. E se poi Dio "ti convocherà in giudizio" (11,9), gli si potrà dire: ma proprio tu mi hai messo nella disperata condizione mortale e non mi hai detto come uscirne. Devo sì ricordarmi del mio creatore (12, 1), ma proprio perché me ne ricordo e so d'essere quello che hai voluto ch'io fossi, procedo così. Condannami, se puoi! Dunque, la voce di Qohélet è seducente.
 
Ma è anche convincente? Egli si presenta spoglio d'ogni orgoglio e anche in questo consiste il suo potere seduttivo. Ma la sua è modestia solo apparente. Non dice: questo o quello è vanità, ma tutto, veramente tutto, è vanità, anzi è vanità delle vanità.

In verità, qui non c'è modestia, ma massima prova d'orgoglio. È un mettersi al di sopra di tutto e di tutti. Ma quest'atto d'orgoglio troppo s'innalza e rovina su se stesso. Se tutto è vano, infatti, lo sono anche, e specialmente, le parole di Qohélet stesso. Se non sono vane, allora non è vero che tutto è vano e altro ci può essere che contraddice "non vanamente" quelle parole.

Del resto, Qohélet, sulla sua "vanità" costruisce addirittura un'etica, l'etica del vano godimento della vita. In base a quale principio o autorità preminente può egli dire che tutto è senza valore, salvo ciò che viene detto da lui stesso?

Si uscirebbe dalla difficoltà se si dicesse che il nostro testo non parla della "vanità" della vita, ma solo dei "vanitosi" che incontriamo nella vita: questi sì sarebbero vani e vuoti, ma tra questi potrebbe non esserci Qohélet stesso in quanto egli prenda le distanze (come in 7, 8) dalla vanità dei vanitosi. La vanità e la vuotaggine, allora, potrebbero non riguardarlo. Ma, per quanto le interpretazioni possano spaziare, una come questa varrebbe ad appianare le impervie vette del testo in una visione banalizzatrice, ma trascurerebbe il dato più evidente: Qohélet non si professa affatto diverso da tutti gli altri mortali; non si dichiara esente dalla legge generale della vanità della vita.

Al contrario, anch'egli è completamente irretito nella vanità del mondo, nell'assurdità di tutte le vite che si svolgono sotto il sole, destinate a essere ugualizzate nella morte. Si considera un "pezzo" della generale insensatezza; anzi, un testimone autorevole di questa generale condizione.

Non dobbiamo considerare quelle che precedono vane esercitazioni logiche.
Dobbiamo invece respingere, come fallaci e tentatrici, tutte le affermazioni autoriflessive circa il valore (vero o falso, vano o non vano) delle affermazioni medesime. Esse sì sono insensate. Una proposizione nonè vera o falsa perché tale è detta da chi la pronuncia. Occorrerebbe un fondamento, un criterio esterno. Orbene, potrebbe essere tanto che Qohélet abbia ragione quanto che abbia torto. Ma, per poter dire una cosa o l'altra, dobbiamo cercare la verità fuori delle sue parole. Non c'è verità in Qohélet.

C'è molta suggestione e poesia, autocompiacimento d'un animo depresso, ideologia - qohéletite - tipica d'un tempo di crisi.

C'è nelle sue parole "fame di vento". O, forse, c'è la generalizzazione d'un'esistenza individuale di fallimenti. Ma perché dovremmo concedergli l'autorità di parlare per tutti e per sempre, e condannare come insensata in generale la ricerca di qualcosa che vale, e come illusoria l'azione rivolta a costruire, nella vita individuale e in quella collettiva, qualcosa che vana non sia?

GUSTAVO ZAGREBELSKY

lunedì 13 febbraio 2012

In Nome del Popolo Italiano

e non in nome del profitto

"Colpevoli dei reati a loro contestati".

Un elenco di nomi che il giudice Giuseppe Casalbore ha letto ieri in un'aula del Tribunale di Torino. 
La lettura ha richiesto più di tre ore. Erano i nomi delle vittime di un lungo periodo di omicidi (colposi? non ho capito).
Movente: l'avidità di profitto.
Armi del delitto: "omissione dolosa di misure antinfortunistiche" amianto e indifferenza per le vite umane.


La cronca precisa la prendo da La Stampa di Torino del 13 febbraio 2012:


"Per i due imputati, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, convertitosi all'ecologia e alla filantropia, e il barone belga Jean Louis De Cartier De Marchienne, titolari dell'azienda in Italia dal 1966 al suo fallimento 20 anni dopo, la condanna era stata già pronunciata: 16 anni di reclusione per entrambi. Il pm ne aveva chiesti 20. Erano accusati di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche per aver provocato attraverso la lavorazione dell'amianto negli stabilimenti del gruppo la morte o la malattia di quasi 3000 persone."  

sabato 15 ottobre 2011


LA PENA DI MORTE NEGLI STATI UNITI
Un'abolizione de facto?

 
 
Raffaello Sanzio_La Giustizia_Stanza della Segnatura_Vaticano_da Wikipedia 

The Death Penalty’s De Facto Abolition




 



A new Gallup poll reports that support for the death penalty is at its lowest level since 1972. In fact, though, the decline, from a high of 80 percent in 1994 to 61 percent now, masks both Americans’ ambivalence about capital punishment and the country’s de facto abolition of the penalty in most places.



When Gallup gave people a choice a year ago between sentencing a murderer to death or life without parole, an option in each of the 34 states that have the death penalty, only 49 percent chose capital punishment.
 



That striking difference suggests that more Americans are recognizing that killing a prisoner is not the only way to make sure he is never released, that the death penalty cannot be made to comply with the Constitution and that it is in every way indefensible. But there are other numbers that tell a more compelling story about the national discomfort with executions.



From their annual high points since the penalty was reinstated 35 years ago, the number executed has dropped by half, and the number sentenced to death has dropped by almost two-thirds. Sixteen states don’t allow the penalty, and eight of the states that do have not carried out an execution in 12 years or more. There is more.



Only one-seventh of the nation’s 3,147 counties have carried out an execution since 1976. Counties with one-eighth of the American population produce two-thirds of the sentences. As a result, the death penalty is the embodiment of arbitrariness. Texas, for example, in the past generation, has executed five times as many people as Virginia, the next closest state. But the penalty is used heavily in just four of Texas’s 254 counties.



Opposition to capital punishment has built from the ground up. It is evident in the greater part of America’s counties where people realize that, in addition to being barbaric, capricious and prohibitively expensive, the death penalty does not reflect their values.   
 




 



A new Gallup poll reports that support for the death penalty is at its lowest level since 1972. In fact, though, the decline, from a high of 80 percent in 1994 to 61 percent now, masks both Americans’ ambivalence about capital punishment and the country’s de facto abolition of the penalty in most places.



When Gallup gave people a choice a year ago between sentencing a murderer to death or life without parole, an option in each of the 34 states that have the death penalty, only 49 percent chose capital punishment.  



 


domenica 26 giugno 2011


NO!!!

 LEGGE-BAVAGLIO

 



NO, D'Alema! Proprio a te dico, D'Alema. NO, collaboratori del PD, proprio a voi dico.

lunedì 13 giugno 2011


FORZA, ITALIA!



Quorum, ora servono 5 milioni di voti
Alle 22 l'affluenza supera il 41 per cento

  

 



Comunque vada, riappropriamoci del nostro grido nazionale, che ci fu sottratto 20 anni fa. Come ci stiamo riappropriando del nostro italianissimo "Va pensiero sull'ali dorate", che la Lega ha tentato e continua a tentare di sottrarci, servendosi dello strumento determinante dell'ignoranza.
Comunque vada, è già un successo, nonostante l'esproprio dei nostri mezzi di comunicazione:

 




  1. Il quorum al 50%  + 1 del 100% degli aventi diritto è tecnicamente ma non realisticamente giusto. A prescindere da queste considerazioni, il risveglio di una buona parte del "popolo sovrano" è finalmente avvenuto.


  2. La mancanza  di informazione e, addirittura, la disinformzione non hanno avuto presa su molti di coloro che detengono il diritto e il "dovere" civico di esprimere la propria volontà con il voto. L'astensione è una scelta che democraticamente rispetto ma mi permetto di non condividere. Saranno la maggioranza quei "coloro"?


  3. I quesiti sono assolutamente staccati dagli interessi partitici, anche se i partiti hanno fatto di tutto per appropriarsene. Chi delegherebbe ai partiti la decisione su argomenti come questi del referendum 2011? Come si fa ad astenersi se si pensa ai figli, ai nipoti, ai bisnipoti e così via fino all'ennesima prossima generazione?


Forse non si vincerà. Ma allora qualcuno potrebbe spiegarmi che cosa potrà mai smuovere i non votanti, se l'interesse personale più personale non è riuscito a farlo?



 

venerdì 10 giugno 2011

 


 

L'ecologia umana
è una necessità imperativa
per l'Europa 



 


 




"Responsabilità dell'uomo per evitare disastri sociali e ambientali"

 



  Così parlò il Pontefice romano. Infine ha parlato. Sembra un sostegno al quesito sul "nucleare", ma anche l'acqua fa parte dell'ecologia umana. Farei osservare al Papa che "l'uomo...non può essere dominato dalla tecnica" , certo, ma nemmeno può essere schiavo del mercato. La privatizzazione coatta della gestione dell'acqua, che non è proprietà ma tecnicamente lo diventa, non porta forse verso questa forma occulta di dipendenza dell'uomo dal potere del mercato rispetto a un elemento fondamentale della vita che di diritto appartiene a tutti? Esseri umani ed esseri viventi, perché senz'acqua non si dà vita sul nostro pianeta.

Le affermazioni del Papa faranno riflettere le sue pecorelle indecise o distratte? Forse è troppo tardi, forse è troppo poco. Ripenso al martellamento sul referendum che riguardava aspetti della Legge 40, per la quale fu sfruttato il tema della tecnica disumanizzante. Non che io sia favorevole a intrusioni e martellamenti delle gerarchie cattoliche, anzi, ma in questa occasione non posso che accettare qualsiasi correttivo ai soprusi e abusi del potere imperante in Italia che ha impedito la corretta informazione dovuta per legge.

 



*



"... I primi sei mesi di quest'anno sono stati caratterizzati da innumerevoli tragedie che hanno riguardato la natura, la tecnica e i popoli. L'entità di tali catastrofi ci interpella. È l'uomo che viene per primo, ed è bene ricordarlo. L'uomo, al quale Dio ha affidato la buona gestione della natura, non può essere dominato dalla tecnica e divenirne il soggetto. Una tale presa di coscienza deve portare gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve termine del pianeta, di fronte alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie. L'ecologia umana è una necessità imperativa. Adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell'ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l'uomo devono essere priorità politiche ed economiche. In questo senso, appare necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura. Essa non è soltanto uno spazio sfruttabile o ludico. È il luogo in cui nasce l'uomo, la sua "casa", in qualche modo. Essa è fondamentale per noi. Il cambiamento di mentalità in questo ambito, anzi gli obblighi che ciò comporta, deve permettere di giungere rapidamente a un'arte di vivere insieme che rispetti l'alleanza tra l'uomo e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Occorre quindi compiere una riflessione seria e proporre soluzioni precise e sostenibili. Tutti i governanti devono impegnarsi a proteggere la natura e ad aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell'umanità. Le Nazioni Unite mi sembrano essere il quadro naturale per una tale riflessione, che non dovrà essere offuscata da interessi politici ed economici ciecamente di parte, così da privilegiare la solidarietà rispetto all'interesse particolare.
 



Occorre inoltre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici. Estendendo l'aspetto relazionale del lavoro al pianeta, la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato. Ora, il fondamento del dinamismo del progresso corrisponde all'uomo che lavora e non alla tecnica, che non è altro che una creazione umana. Puntare tutto su di essa o credere che sia l'agente esclusivo del progresso o della felicità comporta una reificazione dell'uomo, che sfocia nell'accecamento e nell'infelicità quando quest'ultimo le attribuisce e le delega poteri che essa non ha. Basta constatare i "danni" del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all'umanità. La tecnica che domina l'uomo lo priva della sua umanità. L'orgoglio che essa genera ha fatto sorgere nelle nostre società un economismo intrattabile e un certo edonismo, che determina i comportamenti in modo soggettivo ed egoistico. L'affievolirsi del primato dell'umano comporta uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Infatti, la visione dell'uomo e delle cose senza riferimento alla trascendenza sradica l'uomo dalla terra e, fondamentalmente, ne impoverisce l'identità stessa. È dunque urgente arrivare a coniugare la tecnica con una forte dimensione etica, poiché la capacità che ha l'uomo di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo per mezzo del suo lavoro, si compie sempre a partire dal primo dono originale delle cose fatto da Dio (Giovanni Paolo II, Centesimus annus n. 37). La tecnica deve aiutare la natura a sbocciare secondo la volontà del Creatore. Lavorando in questo modo, il ricercatore e lo scienziato aderiscono al disegno di Dio, che ha voluto che l'uomo sia il culmine e il gestore della creazione. Le soluzioni basate su questo fondamento proteggeranno la vita dell'uomo e la sua vulnerabilità, come pure i diritti delle generazioni presenti e future. E l'umanità potrà continuare a beneficiare dei progressi che l'uomo, per mezzo della sua intelligenza, riesce a realizzare."
 



 



 


 

martedì 10 maggio 2011


Come degli sprovveduti
al seguito di una "persona tragica"?


ma non lasciamoci distrarre come fossimo
la "media berlusconista" degli italiani
segue post sui referendum





foto copiata da Il Fatto Quotidiano_10 maggio 2011


"La media degli Italiani è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco... È a loro che devo parlare.
(dal Corriere della sera, 10 dicembre 2004)"

 



E' molto applaudito dal suo pubblico, che ride - risponde - reagisce a comando. Il suo pubblico, appunto. Ma per fortuna non è la media degli italiani.
Comincio la giornata con l'ormai consueto doloroso senso di incredulità e desolazione per l'affievolirsi dei poteri della democrazia disegnata dalla nostra Costituzione.

La fotografia, che è simile a molte altre del genere, questa volta ha colpito il mio immaginario riportando alla memoria una fabula di Fedro, letta in seconda media.
Ricordo che non sedevo al primo banco, perché ero troppo alta e il primo banco era riservato agli allievi più piccolini o ai più bisognosi di attenzione e cure didattiche.  
Ricordo bene, però, che eravamo molto critici a quei tempi e ci dedicavamo con feroce infantile precisione al rilievo delle contraddizioni degli adulti, in particolare gli insegnanti. Non ricordo punizioni, uniche regole era la buona educazione e l'argomentazione delle nostre affermazioni.
Nel caso in questione la sicurezza ci viene dalle regole democratiche, ancorché indebolite dalla violenta continua unilaterale rissa del "premier", che ritiene (a ragione finora) di piacere così. E non solo. Manca anche la bellezza della maschera. Absit iniuria verbis, è proprio tanto brutto, e non per la sua inesorabile vecchiezza. Tragico voler nascondere l'inoccultabile.
 
    degli adulti

 



Personam tragicam forte vulpes viderat:
«O quanta species, inquit, cerebrum  non habet!»
Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam
fortuna tribuit, sensum communem abstulit. 

Ghirlandaio_Maschera_Firenze Uffizi

Ghirlandaio, Maschera_Firenze_Uffizi

Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica:
«Oh quanta bellezza, disse, ma non ha cervello!».
Ciò è stato detto per coloro ai quali onore e gloria
la sorte ha concesso, ma ha tolto la comune intelligenza.

Fedro, Fabulae, Libro I, VII 

domenica 24 aprile 2011


Risorgere

PASQUA 


 nella discordia berlusconista-leghista-fascista

Libera nos a malo, Domine!

 



 



Dal premierato alla Giustizia gli assalti alla Costituzione



Un solo disegno: piegare la Carta ai bisogni del Cavaliere



di Massimo Giannini
 



La campagna di de-strutturazione della Costituzione non conosce tregua. Gli operosi "picconatori" del Pdl assestano colpi quotidiani alle fondamenta della "casa comune" costruita nel '48. Vignali e Sardelli, Ceroni e Alfano, La Russa e Tremonti: è una rincorsa dissennata a sfasciare gli istituti e svalorizzare i principi che unirono i padri costituenti. La sub-cultura della destra berlusconiana sta snaturando le basi della civiltà repubblicana.

In questa manovra di decomposizione sistemica, quello che colpisce non è la frequenza, quanto l'incoerenza. Quello che atterrisce non è la volontà di "mettere mano" alla Costituzione per un'esigenza politica collettiva (quella del popolo italiano), quanto l'irresponsabilità di "manomettere" le sue regole in funzione di una biografia politica individuale (quella di Silvio Berlusconi). Rivedere e aggiornare la Carta è legittimo. Quello che spaventa, nelle modifiche estemporanee sfornate dalla coalizione forzaleghista, è la totale assenza di un quadro d'insieme, di un impianto di norme coordinate e coerenti, e soprattutto destinate a durare nel tempo. Un'unica "ratio" guida le proposte di pseudo-riforma della maggioranza: saldare qualche conto sospeso, consumare qualche vendetta postuma. Cioè piegare anche la Costituzione (e non più solo la legge ordinaria) ai bisogni attuali e potenziali del Cavaliere. Siamo alla
"personalizzazione" della Costituzione. Per valutarne i danni, basta ripercorrerne le tappe.

La "Grande Riforma" del 2005

La perversa "filosofia" del berlusconismo costituzionale si evince dalle origini. La legge 269 viene approvata il 18 novembre 2005: già quella è un Frankenstein giuridico, che contiene tutto e il suo contrario. Oltre alla devolution, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla fine del bicameralismo perfetto, la "riforma" introduce un anomalo "premierato forte", sconosciuto alle democrazie occidentali. Il Primo Ministro può revocare i ministri e sciogliere direttamente la Camera, sottraendo questa prerogativa al presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato diventa meno che un notaio: nomina Primo Ministro chi risulta candidato dalla maggioranza uscita dalle elezioni, senza più la libertà di scelta contemplata dall'articolo 92. Il senso dell'operazione, in quel momento, è chiarissimo: Berlusconi si prepara alle nuove elezioni del 2006, non può ancora puntare al Quirinale. Per questo, con una "revisione ad personam" della Carta, depotenzia il ruolo del presidente della Repubblica, rafforzando quello del premier. Ma gli va male. Il 25 giugno 2006, al referendum, gli italiani bocciano la legge: il "pacchetto" si rivela un "pacco".

 
La "Riforma epocale della Giustizia"

Dopo il trionfo elettorale del 13 aprile 2008, il Cavaliere accantona momentaneamente le velleità presidenzialiste. La priorità diventa la giustizia. Il 10 marzo 2011 il Guardasigilli Alfano presenta la sua "riforma epocale". In realtà, un pasticcio totale: l'unica logica che lo tiene insieme è la "punizione" dei magistrati. C'è la separazione delle carriere, c'è la scissione del Csm, c'è la sottomissione del potere giudiziario al potere legislativo, persino nell'esercizio dell'azione penale: "L'ufficio del pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge". Il giudice e il pm dispongono della polizia giudiziaria "secondo le modalità stabilite dalla legge", e al ministro della Giustizia spettano "la funzione ispettiva, l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia". L'obiettivo è palese: non c'è alcuna intenzione di migliorare l'efficienza della macchina giudiziaria, nell'interesse dei cittadini. C'è solo l'urgenza del potere politico di mettere sotto controllo il potere giudiziario, nell'interesse di Berlusconi.

La "Riforma storica" dell'articolo 41

Nel patchwork costituzionale della destra c'è spazio anche per l'economia. Il 9 febbraio il ministro Tremonti presenta il disegno di legge di riforma dell'articolo 41. "L'attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, con gli altri principi fondamentali della Costituzione o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Una "riforma storica", la definisce dopo il varo un entusiasta ministro Sacconi. Piuttosto, una riforma "strabica": da una parte si professa il liberismo, dall'altra si pratica il colbertismo. Ci ha pensato il presidente emerito della Consulta Ugo De Siervo, a spiegare in un'intervista al "Sole 24 Ore" che "il governo vuole cambiare l'articolo 41, senza rendersi conto che la legge sul salvataggio dell'Alitalia è stata salvata proprio grazie all'articolo 41: abbiamo salvato una legge del governo in base a una norma che il governo considera sentina di tutti i mali". Un bel cortocircuito: da Popolo delle false libertà.

La riforma dell'articolo 1

Siamo all'attualità di questi giorni. All'apice dell'aggressione del premier contro il "brigatismo giudiziario" dei pm e i manifesti vergognosi di Lassini sulle "Br in procura", il pidiellino Remigio Ceroni presenta il 20 aprile un ddl che riscrive l'articolo 1 della Carta: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento, quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale". Dunque, dopo anni di prediche presidenzialiste, la destra berlusconiana si lascia folgorare dalla "centralità del Parlamento". Un Parlamento per mesi umiliato dal Cavaliere. Con i fatti. Gli ha imposto già 31 voti di fiducia. Con le parole. Il 26 marzo 2009 dice ad Acerra: "Il voto in Parlamento dovrebbe essere consentito solo ai capigruppo... gli altri se ne stanno lì a perdere tempo, con due dita, a votare emendamenti di cui non sanno nulla...". Il 28 febbraio scorso rincara la dose in Confcommercio: "Quando il governo presenta una legge, questa deve passare al vaglio di tutto l'enorme staff del Capo dello Stato... Se una legge non gli piace, deve tornare in Parlamento, e lì lavorano solo in 50 o 60, tutti gli altri perdono tempo...". Un Parlamento che ora viene invece "elevato": diventa fonte suprema della sovranità del premier, che se ne serve per eludere il principio di legalità. L'antinomia costituzionale è stridente: l'assemblea degli eletti del popolo, strumentalmente "riabilitata" dopo accuse devastanti e pratiche frustranti, deve consegnare al presidente del Consiglio, ora e per sempre, un potere gerarchicamente sovraordinato a tutti gli altri, dal Capo dello Stato alla Consulta. Una rivalutazione del parlamentarismo, a scapito del presidenzialismo? Niente affatto. Un banale delirio costituzionale, tagliato ancora una volta a misura del Sovrano.

La "sfiducia" di Sardelli e il presidenzialismo di La Russa

Al rovinoso "picconamento" del sistema non poteva mancare il contributo dei cosiddetti "Responsabili". Luciano Sardelli, capogruppo della tribù scilipotiana alla Camera, presenta venerdì scorso la sua riforma costituzionale. Vuole cambiare l'articolo 94, e introdurre la cosiddetta "sfiducia costruttiva". Un solo articolo prevede che il presidente del Consiglio possa cessare dalla carica se il Parlamento in seduta comune approva "una mozione di sfiducia motivata, contenente l'indicazione del successore, con votazione per appello nominale a maggioranza dei suoi componenti". Dunque, contrordine: niente chiacchiere parlamentariste, riemergono i rigurgiti da premierato forte. O addirittura da presidenzialismo, come si evince dalla sortita di due giorni fa del ministro La Russa su "Affaritaliani. it": "Le forme di governo e quelle costituzionali non cambiano con le mode  -  dice il responsabile della Difesa - e quindi il presidenzialismo rimane sicuramente la forma migliore". Ma sul modello di presidenzialismo da adottare, il luogotenente del Pdl ha le idee chiare: "All'italiana", risponde. Appunto: Costituzione "a la carte", secondo convenienza del momento.

La riforma dell'articolo 136 e il declassamento della Consulta

L'ultima trovata è di Raffaello Vignali, che usa i padri costituenti per giustificare la sua nefandezza. Il deputato pidiellino presenta un ddl di modifica dell'articolo 136, che limita l'intervento della Consulta ad una funzione "meramente dichiarativa" dell'illegittimità costituzionale delle leggi. Se bocciate dalla Corte, cioè, queste non saranno più abrogate, ma dovranno tornare in Parlamento per le eventuali modifiche del governo. Spiega Vignali, con sprezzo del ridicolo: "Ci troviamo in presenza di una Corte costituzionale che potrebbe realizzare quella eccessiva ingerenza politica del giudice temuta dai costituenti". Tradotto in volgare: il Pdl vuole declassare la Consulta, perché non può più rischiare che gli vengano respinti i Lodi Schifani-Alfano o le leggi sulle prescrizioni brevi e i processi lunghi. Del resto il Cavaliere non ripete da anni che la Corte è "un covo di comunisti"?

Questo accade, dunque, nella "macelleria costituzionale" berlusconiana. Dov'è il disegno complessivo che questa destra persegue sulla Repubblica, sulle sue istituzioni, sulla sua forma di governo? Non esiste. Esiste solo il calcio nei denti, il ribellismo costituzionale. Oggi più che mai vale la lezione di Piero Calamandrei: "E' un errore formulare gli articoli della Costituzione con lo sguardo fisso agli eventi vicini, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali dell'immediato... La Costituzione non deve essere miope, ma presbite: deve vedere lontano...". Esattamente quello che non può e non sa fare Berlusconi. Così lo Stato di diritto si sta trasformando in Stato d'assedio.
m. gianninirepubblica. it  

La Repubblica, 24 aprile 2011 © Riproduzione riservata
 



*



Pasqua, lo spirito risorge per tutti
di Eugenio Scalfari



  IL MALE non esiste. Dio decise di incarnarsi, di assumere natura umana e assumere su di sé tutti i peccati del mondo. Ripristinò l'alleanza tra l'umanità e il suo creatore e indicò la via della salvezza lasciando agli uomini la libertà e la responsabilità di scegliere.

Nel giorno del giovedì cenò con i suoi apostoli. La sera si ritirò con loro nell'orto del Getsemani. Nella notte fu arrestato. Il venerdì fu processato, torturato e crocifisso. Sepolto. Dopo tre giorni (ma il sabato secondo la liturgia) resuscitò da morte, apparve alle donne e poi agli apostoli. Così raccontano i Vangeli.

Un altro racconto, pur sempre condotto sui testi della Scrittura ma diversamente interpretati, narra la storia di un uomo, figlio di Giuseppe e della giovane Maria, nato a Betlemme nei giorni del censimento, ma residente a Nazaret. Di lui, dopo la nascita ed una fuggitiva presenza al Tempio, i Vangeli non dicono più nulla, non esiste alcun racconto della sua infanzia e della sua adolescenza. Non sappiamo nulla del suo lavoro, dei suoi studi, della sua famiglia, della sua vita.

Lo ritroviamo a trent'anni, quando inizia la sua predicazione in Galilea e in Tiberiade. Va al Giordano a farsi battezzare dal Battista, raduna un gruppo di discepoli, pescatori, artigiani, mendicanti. La sua predicazione ha all'inizio contenuti soprattutto sociali; sostiene che nel regno di Dio gli ultimi saranno i primi, i deboli, i poveri, gli ammalati, saranno confortati, i giusti avranno giustizia, gli ingiusti saranno castigati.Ma intanto quell'uomo sente crescere dentro di sé una potenza misteriosa, connessa a capacità medianiche e taumaturgiche. Ed è allora che domanda: "Voi chi credete che io sia?". Alcuni dei discepoli rispondono: "Tu sei il "rabbi", il Maestro". Altri: "Tu porti in te lo spirito di Mosè". Ed altri: "Un grande profeta, più grande di Ezechiele e di Geremia". Altri ancora: "Tu sei il Messia, discendente dalla stirpe di David e sei venuto ad annunciare la fine dei tempi". Gesù ascolta, si chiude in sé. Si ritira nel deserto passando dalle terre dove vive la comunità degli Esseni, rimane quaranta giorni solo con le sue tentazioni, ode la voce del Tentatore e ne respinge le impure proposte. Torna tra i suoi. Ora è convinto di essere il Figlio di Dio, il solo tramite attraverso il quale l'unico Dio manifesta il suo amore per gli uomini e la sua sconfinata misericordia.

Questi due racconti, pur svolgendosi nello stesso modo e configurando lo stesso percorso, sono però profondamente diversi, ma convergono nella stessa conclusione: quell'uomo dà inizio ad un'epoca che si ispira al principio dell'amore e della carità, del perdono e della misericordia. Il peccato è una caduta dalla quale ci si può rialzare. Il male è soltanto l'eccezionale assenza del bene. Il bene è il regno dei giusti che godono la beatitudine di poter contemplare Dio nelle sue tre consustanziali epifanie di Padre, di Figlio e di Spirito Santo.
In questa fine del viaggio e della storia il male avrà cessato di esistere, non ci sono né purgatorio né inferno, ma soltanto paradiso, senza tempo e senza luogo.
 * * *
Ma c'è un terzo racconto, quello che caratterizza l'epoca della modernità. In esso non esistono né il male né il bene, non esiste il peccato. Ogni essere vivente è dominato dalla natura dei suoi istinti e vive in perfetta innocenza. Ma noi, unica specie dotata di mente riflessiva e capace di pensiero, noi ci vediamo vivere, invecchiare e morire; noi siamo animati da due forme di amore: quello verso se stessi e quello verso gli altri. Nessuno di questi due amori riesce a cancellare l'altro e la nostra vita non è che la dialettica convivenza di essi che si confrontano nella caverna dove abitano i nostri istinti, le nostre più segrete pulsioni e la nostra energia vitale.

In questo terzo racconto non esiste metafisica, nulla è divino oppure tutto è divino, due modi per significare la stessa cosa: "Deus sive natura".

Il terzo amore che tutto sovrasta è quello verso la vita e il solo peccato pensabile è quello contro la vita, la sua dignità, la sua libertà. Non una vita idealizzata, ma una vita storicamente determinata dagli istinti che si misurano, si combattono, si trascendono, si trasfigurano, diventando passioni e sentimenti analizzati dalla lente della ragione, cioè del pensiero che pensa se stesso e che si vede vivere.
Questo pensiero è capace di inventarsi e di raccontarsi molti mondi, è una fabbrica di illusioni che ci aiutano durante il viaggio, di speranze che alimentano la nostra energia vitale, di architetture morali indispensabili a tutelare la nostra socievolezza.

Noi siamo una specie pensante e socievole, perciò costruiamo regole morali che consentono la convivenza in quel dato contesto storico. Ecco perché non esistono peccati ma esistono reati.
Quando finisce un'epoca, finisce anche una morale, si verifica una rivoluzione che smantella la vecchia architettura per costruirne un'altra affinché la vita possa proseguire alimentata e incanalata da nuovi limiti, da nuove correnti, da nuove sorgenti.
* * *
Ognuno di questi racconti ha una sua Pasqua, ognuno raffigura un'epifania, una morte apparente e una resurrezione. Non c'è fine perché non c'è principio. Non c'è altro senso fuorché la vita che la nostra specie è in grado di raccontare, interpretare, trasfigurare, inventare. Abbiamo perfino inventato il tempo.
Il tempo morirà con noi. La morale morirà con noi. Purtroppo stanno già morendo e questo non è buon segno.
Quando si rifiuta di ricordare il passato non si può costruire il futuro, si vive schiacciati da un eterno presente come gli animali che vivono infatti fuori del tempo.

Quando si smonta un'architettura morale senza costruirne un'altra il fiume della vita cessa di scorrere diventando imputridita palude. A questa sorte dobbiamo ribellarci, questo pericolo dobbiamo scongiurare.
"Resurrexit" suoneranno oggi le campane. La Pasqua è di tutti ed è lo spirito di tutti che deve risorgere.

 



(24 aprile 2011) © Riproduzione riservata  




  i saranno i primi




   
La "Grande Riforma" del 2005
La perversa "filosofia" del berlusconismo costituzionale si evince dalle origini. La legge 269 viene approvata il 18 novembre 2005: già quella è un Frankenstein giuridico, che contiene tutto e il suo contrario. Oltre alla devolution, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla fine del bicameralismo perfetto, la "riforma" introduce un anomalo "premierato forte", sconosciuto alle democrazie occidentali. Il Primo Ministro può revocare i ministri e sciogliere direttamente la Camera, sottraendo questa prerogativa al presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato diventa meno che un notaio: nomina Primo Ministro  La "Grande Riforma" del 2005
La perversa "filosofia" del berlusconismo costituzionale si evince dalle origini. La legge 269 viene approvata il 18 novembre 2005: già quella è un Frankenstein giuridico, che contiene tutto e il suo contrario. Oltre alla devolution, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla fine del bicameralismo perfetto, la "riforma" introduce un anomalo "premierato forte", sconosciuto alle democrazie occidentali. Il Primo Ministro può revocare i ministri e sciogliere direttamente la Camera, sottraendo questa prerogativa al presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato diventa meno che un notaio: nomina Primo Ministro   Pasqua, lo spirito
risorge per tuttidi EUGENIO SCALFARI IL MALE non esiste. Dio decise di incarnarsi, di assumere natura umana e assumere su di sé tutti i peccati del mondo. Ripristinò l'alleanza tra l'umanità e il suo creatore e indicò la via della salvezza lasciando agli uomini la libertà e la responsabilità di scegliere.

Nel giorno del giovedì cenò con i suoi apostoli. La sera si ritirò con loro nell'orto del Getsemani. Nella notte fu arrestato. Il venerdì fu processato, torturato e crocifisso. Sepolto. Dopo tre giorni (ma il sabato secondo la liturgia) resuscitò da morte, apparve alle donne e poi agli apostoli. Così raccontano i Vangeli.

Un altro racconto, pur sempre condotto sui testi della Scrittura ma diversamente interpretati, narra la storia di un uomo, figlio di Giuseppe e della giovane Maria, nato a Betlemme nei giorni del censimento, ma residente a Nazaret. Di lui, dopo la nascita ed una fuggitiva presenza al Tempio, i Vangeli non dicono più nulla, non esiste alcun racconto della sua infanzia e della sua adolescenza. Non sappiamo nulla del suo lavoro, dei suoi studi, della sua famiglia, della sua vita.

Lo ritroviamo a trent'anni, quando inizia la sua predicazione in Galilea e in Tiberiade. Va al Giordano a farsi battezzare dal Battista, raduna un gruppo di discepoli, pescatori, artigiani, mendicanti. La sua predicazione ha all'inizio contenuti soprattutto sociali; sostiene che nel regno di Dio gli ultim