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giovedì 22 maggio 2014

DILEMMI e ANGOSCE




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"Le elites dominanti nella Ue, delle quali Renzi aspira con buone possibilità fare parte, si sono infatti accorte da tempo che la finzione della “austerità espansiva” era diventata uno slogan molto logoro e niente affatto convincente. 

Ci hanno pensato le varie statistiche ufficiali a seppellirlo. Sono cresciute disoccupazione, precarietà e diseguaglianze e contemporaneamente il debito pubblico. Per questo dal cilindro hanno estratto una nuova illusionistica parola d’ordine, quella della

 “precarietà espansiva” 

Si tratterebbe di dare un colpo definitivo a ciò che resta dei diritti e dei vincoli - a seconda del punto di vista dal quale li si guarda - esistenti e resistenti sul mercato del lavoro e questo darebbe per incanto forza a quei borbottii di fondo che alcuni economisti compiacenti scambiano per segnali di un’imminente ripresa. Gli “spiriti animali” del capitalismo imprenditoriale tornerebbero ad animarsi e una nuova “distruzione creatrice” sarebbe alle porte. Questa sarebbe la riforma strutturale che più o meno direttamente ci chiede l’Europa e su cui indubbiamente il governo Renzi ha mostrato di porsi con spavalderia alla avanguardia."

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martedì 4 marzo 2014

Gli invisibili d’Europa di Barbara Spinelli

"Il dolore sta producendo risultati"

 



Il neoministro dell’Economia, Padoan


Lo scorso anno il neoministro dell’Economia, Padoan, giustificava le politiche di austerity: "Il dolore sta producendo risultati". Per tali parole dovrebbe ora scusarsi. La rivista scientifica Lancet racconta nell’ultimo numero come le politiche della troika abbiano distrutto la sanità pubblica in Grecia, usata come cavia dall’Ue: il risanamento, così inteso, riduce malthusianamente le popolazioni, cominciando da bambini e anziani. 

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 26 febbraio 2014

"Il dolore sta producendo risultati": fa impressione, proprio ora che è divenuto ministro dell’Economia, rileggere quel che Pier Carlo Padoan disse il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse.

Già allora i dati sull’economia reale smentivano una così impudente glorificazione dell’austerità - e addirittura dei patimenti sociali che infliggeva - ma l’ultimo numero di Lancet, dedicato alla sanità pubblica in Grecia dopo sei anni di Grande Depressione, va oltre la semplice smentita

Più che correggersi, il ministro farebbe bene a scusarsi di una frase atroce che irresistibilmente ricorda Pangloss, quando imperterrito rassicura Candide mentre Lisbona è inghiottita dal terremoto raccontato da Voltaire: "Queste cose sono il meglio che possa accadere. La caduta dell’uomo e la maledizione entrano necessariamente nel migliore dei mondi possibili".

Lancet non è un giornale di parte: è tra le prime cinque riviste mediche mondiali. Il suo giudizio sulla situazione ellenica, pubblicato sabato in un ampio dossier (lo ha ripreso Andrea Tarquini sul sito di Repubblica), è funesto: la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo.

"Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica", constata la rivista, "ma nonostante l’evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista". Qualcuno deve spiegare a chi agonizza come sia possibile che il dolore e la morte siano "efficaci", e salvifiche per questo le riforme strutturali fin qui adottate.

Né è solo "questione di comunicazione" sbagliata, come sosteneva nell’intervista Padoan: sottolineare gli esiti promettenti del consolidamento fiscale, ammorbidendo magari qualche dettaglio tecnico, non toglie la vittoria al pungiglione della morte. Trasforma solo un’improvvida teoria economica in legge naturale, perfino divina. Moriremo, certo, ma in cambio il Paradiso ci aspetta. Soprattutto ci aspetta se non cadremo nel vizio disinvoltamente rinfacciato agli indebitati-impoveriti: la "fatica delle riforme" (reform fatigue), peccato sempre in agguato quando i governi "sono alle prese con resistenze sociali molto forti". Quando siamo ingrati, come Atene, alle iniezioni di liquidità che l’Unione offre a chi fa bancarotta: nel caso greco, due bailout tardivi, legati a pacchetti deflazionistici monitorati dalla trojka. I contribuenti tedeschi hanno già dato troppo, dicono in Germania. Non è vero, i contribuenti non hanno pagato alcunché perché di prestiti si tratta, anche se a tassi agevolati e destinati in primis alle banche.

Difficile dar torto alle "forti resistenze sociali", se solo guardiamo le cifre fornite su Lancet dai ricercatori delle università britanniche di Cambridge, Oxford e Londra. A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell’accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (specie per le madri prima del parto) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20. 

Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l’incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s’estende l’Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (quest’ultima assente da 40 anni. Mancano soldi per debellare le zanzare infette).

La rivista inglese accusa governi e autorità europee, ed elogia i paesi, come Islanda e Finlandia, che hanno respinto i diktat del Fondo Monetario o dell’Unione. Dopo la crisi acuta del 2008, Reykjavik disse no alle misure che insidiavano sanità pubblica e servizi sociali, tagliando altre spese scelte col consenso popolare. Non solo: capì che la crisi minacciava la sovranità del popolo, e nel 2010-2011 ridiscusse la propria Costituzione mescolando alla democrazia rappresentativa una vasta sperimentazione di democrazia diretta.

Non così in Grecia. L’Unione l’ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un’ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro. Il popolo sopravvive grazie all’eroismo di Ong e medici volontari (tra cui Médecins du Monde, fin qui attivi tra gli immigrati): i greci che cercano soccorso negli ospedali "di strada" son passati dal 3-4% al 30%. S’aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l’aumento è del 45%. In principio s’ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne.

Lancet non è ottimista sugli altri paesi in crisi. La Spagna, cui andrebbe assommata l’Italia, è vicina all’inferno greco. Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma.

La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. Anche in Italia esistono ospedali di volontari, come Emergency. La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente. Senza denunciarla, Renzi ha intronizzato ieri la banalità: "L’Europa non dà speranza se fatta solo di virgole e percentuali" - "l’Italia non va a prendere la linea per sapere che fare, ma dà un contributo fondamentale". Nessuno sa quale contributo.

Scrive l’economista Emiliano Brancaccio che i nostri governi "interpretano il risanamento come fattore di disciplinamento sociale". Ma forse le cose stanno messe peggio: il risanamento riduce malthusianamente le popolazioni, cominciando da bambini e anziani.  

Regna l’oblio storico di quel che è stata l’Europa, del perché s’è unita. Dimentica anche la Germania, che pure vive di memoria. Dopo il ‘14-18 fu trattata come oggi la Grecia: sconfitto, il paese doveva soffrire per redimersi. Solo Keynes insorse, indignato. Nel 1919 scrisse: "Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell’indigenza [...], se miriamo deliberatamente all’umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà".

La vendetta non tardò a farsi viva, ed è il motivo per cui ben diversa e più saggia fu la risposta nel secondo dopoguerra. Quella via andrebbe ripercorsa e potrebbe sfociare in una Conferenza europea sul debito, che condoni ai paesi in difficoltà parte dei debiti, connetta i rimborsi alla crescita, dia all’Unione poteri politici e risorse per lanciare un New Deal di ripresa collettiva e ecosostenibile. È già accaduto, in una conferenza a Londra che nel 1953 ridusse quasi a zero i debiti di guerra della Germania. I risultati non produssero morte, ma vita. Fecero rinascere la democrazia tedesca. Non c’era spazio, a quei tempi, per i Pangloss che oggi tornano ad affollare le scene.

da Micromega. (26 febbraio 2014)



sabato 5 gennaio 2013

Il grande deserto dei diritti



 Il grande deserto dei diritti
micromega-online - micromega



Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.

Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti.

Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.
Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito?

Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione

Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. 

Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla 

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. 

Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia

Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

domenica 1 aprile 2012

Le cose che non sappiamo

La torta mondiale




La torta mondiale è stata fino a non molto tempo fa riservata, sia pure in misura ineguale, quasi esclusivamente a noi, i famosi "occidentali della storia".


Ora al banchetto hanno cominciato a partecipare altri terrestri, anche loro in misura molto diseguale.


E' questo il problema?


La reale situazione delle nostre vite da italiani, insieme al resto del mondo ora stranamente "globale", ci sfugge quasi completamente. Si parla di art. 18, di debiti sovrani, di credit crunch, di titoli tossici e altre simili cose, ma non del quadro d'insieme e di taluni elementi molto inquietanti (eufemismo). Ci sono dei libri che rivelano qualcosa del sistema economico imperante con i protagonisti dei conflitti economici che non ci vengono raccontati praticamente mai.

sabato 31 marzo 2012

Le cose che non sappiamo [2]

La lotta di classe dopo la lotta di classe

Luciano Gallino e Paola Borgna


La classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori – termine molto apprezzato da chi ritiene che l'umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti – sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti.
Questa classe dominante globale esiste in tutti i paesi del mondo, sia pure con differenti proporzioni e peso. Essa ha tra i suoi principali interessi quello di limitare o contrastare lo sviluppo di classi sociali – quali la classe operaia e le classi medieche possano in qualche misura intaccare il suo potere di decidere che cosa convenga fare del capitale che controlla allo scopo di continuare ad accumularlo.Caso la lettrice o il lettore non lo sapessero:

il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico.
Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi.
Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato.
Agevolare i licenziamenti crea occupazione.
La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi.
I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva.
Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità.
È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.

Quanto sopra sembrerebbe un primo elenco compilato alla buona da qualcuno che colleziona idee ricevute, in preparazione di un dizionario delle medesime curato da imitatori contemporanei di Bouvard e Pécuchet. Purtroppo non si tratta di un esercizio per scapoli solitari, come nell’opera di Flaubert. In forma più o meno strutturata, quelle idee vengono ogni giorno presentate come essenza della modernità, ovvero del mondo che è cambiato ma finora non ce n’eravamo accorti. Nell’esporle si cimentano quotidiani di ogni stazza, grandi medi e piccoli, e ovviamente la tv (ma al riguardo parlare di idee strutturate sarebbe troppo); quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento; un buon numero di sindacalisti; migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché innumerevoli persone comuni.

Dinanzi a una simile totalitaria unanimità, mai rilevata nella storia dell’ultimo secolo, viene da chiedersi anzitutto per quali vie abbia potuto svilupparsi.

In cerca di una spiegazione, si potrebbero mobilitare illustri teorie della falsa conoscenza, dalla caverna platonica agli idola di Bacone, dal velo dell’ideologia di Marx al concetto di egemonia di Gramsci. Oppure, per stare più sull’ordinario, si potrebbe rinviare al fiume di pubblicazioni, convegni e dossier che, muovendo dai serbatoi del pensiero, dai think tanks internazionali del neoliberalismo, diffondono quotidianamente le sue mitologie: economica, politica, monetaria, educativa. Le quali, a differenza dei miti, diventano pratiche di governo e di amministrazione a tutti i livelli della società. Chissà se Foucault sarebbe contento, oppure atterrito, nel vedere come la sua teoria del governo diffuso, della governamentalità, appaia sempre più confermata.

In secondo luogo bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni.

Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale.

Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio rosa che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: "sei fuori".

Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel  Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti. Con un impegno per il lettore: trovare almeno un effetto che non sia negativo, tra produttività e disuguaglianze di reddito, costi di un dato servizio e qualità del medesimo.

...

Abbiamo quindi tentato di limitarci ad un solo tema, provando a dire che
  • le classi sociali esistono ancora, sebbene siano scomparse dalla mente di quasi tutti noi;
  • hanno come testimonianza della loro realtà lo stato del mondo in cui viviamo;
  • e il futuro dipende da come l’interazione tra di esse si evolverà, tra le tante potenzialità di conflitto, compromesso, forme di egemonia vincenti o perdenti che essa nel fondo contiene. Alla fine abbiamo dovuto constatare che, ad onta della scelta monotematica iniziale, ci siamo inevitabilmente occupati di parecchi dei temi che avevamo pensato di lasciare da parte.
  Luciano Gallino e Paola Borgna


sabato 11 febbraio 2012

I bond, i vecchi e la morte

“Se le banche lanciano i bond della morte”



Giotto_Allegoria della Povertà_Assisi_Basilica Inferiore 

dal sito: https://giovannitaurasi.wordpress.com/

*

La Matematica finanziaria e il Moralismo dei Bond della Morte

di  


Paolo Manasse (la voce.info) è molto critico nei confronti di Rodotà e del suo moralismo. Ho letto con interesse il suo articolo, perché non lo condivido, ma le sue argomentazioni mi hanno fatto vedere più chiaramente la questione.


domenica 8 gennaio 2012

Keynes aveva ragione

"E' L'espansione e non la recessione, il momento giusto per l'austerità fiscale."


Così dichiarò John Maynard Keynes nel 1937, proprio mentre Franklin Delano Roosvelt stava per dargli ragione cercando, troppo di fretta, di pareggiare il bilancio e spingendo l'economia degli Stati Uniti — che stava costantemente recuperando fino a quel punto — in una grave recessione. Ridurre la spesa pubblica in un'economia depressa, deprime ulteriormente l'economia; l'austerità dovrebbe essere rimandata fino a che una forte ripresa dell'economia è ben avviata.


Purtroppo, a fine 2010 e inizio 2011, politici e istituzioni in gran parte del mondo occidentale credevano di saperla lunga, dicendo che dovremmo concentrarci sul deficit, non sul lavoro, anche se le nostre economie avevano appena iniziato a recuperare dal crollo che seguì alla crisi finanziaria. E facendo leva su tale credenza anti-Keynesiana, hanno finito per dimostrare ancora una volta che Keynes aveva ragione.


Nel rivendicare l'economia keynesiana io sono, naturalmente, in contrasto con la vulgata convenzionale. A Washington, in particolare, il fallimento del pacchetto di incentivi di Obama per produrre un boom occupazionale viene generalmente visto come la prova che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro. Ma chi ha fatto i calcoli ha realizzato, fin dall'inizio, che il recupero e il reinvestimento del 2009 (più di un terzo dei quali, tra l'altro, ha preso la forma relativamente inefficace dei tagli fiscali) erano troppo ridotti data la profondità della crisi economica. E abbiamo anche previsto il contraccolpo politico risultante.


Così la vera conferma dell'economia keynesiana non è venuta dagli sforzi timidi del governo federale degli Stati Uniti per rilanciare l'economia, che sono stati ampiamente compensati dai tagli a livello statale e locale. E', invece, venuta dai casi di nazioni europee come la Grecia e Irlanda che ha dovuto imporre una selvaggia austerità fiscale come condizione per ricevere prestiti d'emergenza — e hanno sofferto del crollo economico passando alla depressiva, con il prodotto interno lorod reale di entrambi i paesi giù di due cifre.


Questo non si supponeva che accadesse, secondo l'ideologia che domina gran parte del nostro discorso politico. Nel marzo 2011, il personale repubblicano della Commissione economica mista del Congresso ha pubblicato un rapporto dal titolo 'Meno spesa, meno debiti, rilancio dell'economia'. In questo documento venivano ridicolizzate le preoccupazioni che tagliando la spesa in una fase di depressione si peggiorerebbe la crisi economica, sostenendo che i tagli alla spesa aumenterebbero la fiducia dei consumatori e delle imprese, e che questo potrebbe portare ad una più rapida, e non ad una più lenta crescita...


Lo avrebbero dovuto sapere meglio anche al momento: i presunti esempi storici di 'austerità espansiva' che hanno usato per sostenere questa teoria sono già stati accuratamente ridimensionati. E c'era anche il fatto imbarazzante che molti esponenti di destra avevano affrettatamente parlato dell'Irlanda come di una storia di successo che provava le virtù dei tagli alla spesa, , nell'anno 2010, salvo poi vedere il crollo dell'economia irlandese approfondirsi ulteriormente facendo evaporare qualunque fiducia degli investitori.
Sorprendentemente, tra l'altro, è successo tutto quest'anno. Ci sono state diffuse dichiarazioni che l'Irlanda aveva superato la crisi, a dimostrazione che l'austerità funzionava — poi si sono guardati i numeri ed erano tanto impietosi come prima.


Eppure l'insistenza sulla necessità di tagli di spesa immediati continua a dominare il panorama politico, con dannosi effetti sull'economia degli Stati Uniti. Certo, non c'erano grandi nuove misure di austerità a livello federale, ma c'era un sacco di austerità 'passiva' come i flebili incentivi di Obama e la scarsa liquidità, cosicchè i governi locali hanno continuato a tagliare.


Ora, si potrebbe sostenere che Grecia e Irlanda non ebbero altra scelta che 'imporre di austerità, o, in ogni caso, non avessero altra scelta che dichiarare l'insolvensa nel pagare il loro debito e abbandonare l'euro. Ma un'altra lezione che traiamo dal 2011 era che l'America ha fatto e sta facendo una scelta; Washington potrebbe essere ossessionata con il deficit, ma i mercati finanziari, al contrario, ci stanno segnalando che noi dovremmo chiedere più prestiti.


Ancora una volta, questo non doveva per accadere. Siamo entrati nel 2011 in mezzo a terribili avvisi relativi a una crisi del debito in stile greco che sarebbero accaduti appena la Federal Reserve avesse smesso di comprare obbligazioni, o le agenzie di rating avesserero chiuso il nostro status di tripla A, o il superdupercommittee non fosse riuscito a raggiungere un accordo, o qualcosa del genere. Ma la Fed ha finito il suo programma di acquisto di obbligazioni in giugno; Standard's and Poors ha declassato l'America nel mese di agosto; il supercommittee deadlock nel mese di novembre; e gli oneri finanziari cominciavano allora a cadere. Infatti, a questo punto, i bond statunitensi indicizzati all'inflazione pagano interessi negativi: gli investitori sono disposti a pagare l'America per tenere i loro soldi.


In sostanza il 2011 è stato l'anno in cui la nostra élite politica si è ossessionata sui deficit a breve termine che non sono in realtà un problema e, nel processo, hanno diventati — un'economia depressa e la disoccupazione di massa — il vero problema peggiore.


La buona notizia, come è, è che il Presidente Obama è finalmente tornato alla lotta contro l'austerità prematura — e sembra che sia vincendo tale battaglia politica. E uno di questi anni potremmo in realtà finire per accogliere il consiglio di Keynes, che è valido oggi come lo era 75 anni fa.


Keynes Was Right  by Paul Krugman - New York Times, December 30, 2011