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lunedì 9 marzo 2009

BERLUSCONISMO


Contro due fondamenti della civiltà democratica occidentale:


incisività delle indagini penali e libertà di stampa.


Posto un articolo di Carlo Federico Grosso per conservarlo qui. Comunque non  saprei trattare l'argomento con informazioni e conoscenze di questo livello. Quest'ennesimo attacco berlusconista a quella che io considero una società equa e libera grava nell'ennesima pagina di un diario che mai avrei voluto tenere. Di seguito, poi, posto un articolo di Vito Mancuso su libertà della ragione e fede. Pur nella diversità degli argomenti e dei contesti, il cardine è sempre il concetto di libertà. Ho suddiviso l'intero post in due spazi che corrispondono alle due ideologie imperanti oggi in Italia: berlusconismo e vaticanismo (come le chiamo io ormai da un po' di tempo).


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Intercettazioni, con la scusa degli abusi di C. F. Grosso


Domani la Camera dovrebbe iniziare la discussione in aula del disegno di legge sulle intercettazioni. Dopo una travagliata incubazione, nel corso della quale la stessa maggioranza si è divisa, sembra che sia stato raggiunto un accordo. Dovrebbe essere eliminato il previsto divieto di pubblicare ogni notizia sul contenuto delle indagini, anche di quelle nei confronti delle quali sia caduto il segreto. Le intercettazioni dovrebbero diventare possibili quando siano emersi «rilevanti» o «evidenti» indizi di colpevolezza a carico di qualcuno, senza che sia più necessario che essi siano addirittura «gravi».

Tali modificazioni migliorative sono, in realtà, briciole di fronte a ciò che il Parlamento si appresta a votare nel suo complesso. Perché, se davvero la riforma dovesse diventare legge, si determinerebbe un’involuzione grave nella qualità del nostro ordinamento. Risulterebbero intaccati quantomeno due capisaldi di civiltà: l’incisività delle indagini penali e la libertà di stampa.

Vediamo di riassumere i termini della questione, concentrando l’attenzione sui profili di maggiore impatto. Da un lato, la possibilità d’intercettare soltanto quando siano già emersi indizi di colpevolezza a carico di qualcuno (sono esenti da tale limitazione soltanto i reati di mafia e terrorismo).

Dall’altro, la previsione del carcere per i giornalisti rei di pubblicazioni vietate e la configurazione di pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli editori dei giornali.

Il primo profilo interessa l’efficienza delle indagini penali. È noto che le intercettazioni costituiscono uno strumento importante di acquisizione probatoria. Esse sono, d’altronde, soprattutto utili all’inizio delle inchieste, quando gli autori non sono ancora stati individuati, si è aperto un processo contro ignoti e ci si deve orientare fra le diverse ipotesi investigative. La riforma prescrive, invece, di rinunciare al loro utilizzo fino a quando qualcuno risulti attinto da indizi di colpevolezza. Ma se sono già stati acquisiti tali indizi, che bisogno c’è più, molte volte, d’intercettare? D’altronde, quando le intercettazioni potranno essere finalmente disposte perché sono emersi presupposti di colpevolezza, che senso ha obbligare a interromperle, salvo casi assolutamente eccezionali, dopo soli due mesi? Il rischio di vanificare gli accertamenti in corso è, anche qui, evidente.

Il paradosso è che le forze politiche che hanno progettato questa caduta nell’incisività delle indagini sono le stesse che hanno posto a livello alto, nel loro programma, ordine e sicurezza. Nessuna di esse ha pensato che, così facendo, la sicurezza dei cittadini, invece, s’indebolisce fortemente anche con riferimento a delitti che li interessano direttamente, come lo stupro, il furto, la rapina?

Ma veniamo al secondo dei menzionati profili. L’accordo di maggioranza ha eliminato, quantomeno, l’ipotesi più clamorosa di attentato alla libertà di stampa originariamente previsto. Il ripristino della possibilità d’informare i cittadini quantomeno sull’essenzialità delle inchieste in corso non garantirà, certo, una informazione sempre dettagliata, o una spiegazione sempre esauriente di ciò che sta accadendo nei Palazzi di Giustizia. Quantomeno, l’informazione non sarà, peraltro, del tutto oscurata e un minimo di controllo sociale sull’attività della magistratura in fase di indagine sarà ancora possibile.

Sono rimasti, tuttavia, sostanzialmente intatti due diversi aspetti di potenziale impatto sul libero esercizio della stampa. Da un lato l’incremento del carcere previsto per i giornalisti che pubblicano notizie non pubblicabili, dall’altro la previsione di pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli editori. L’incremento della previsione del carcere per i giornalisti possiede un’evidente finalità intimidatoria: attento, giornalista, a ciò che scrivi, è il messaggio, perché, prima o poi, finirai in galera. Le sanzioni pecuniarie che si vogliono introdurre a carico degli editori costituiscono una novità della quale, fino ad ora, pochi hanno denunciato i rischi.

Il disegno di legge introduce la responsabilità diretta dell’impresa editrice con riferimento al reato di pubblicazione arbitraria. Questa previsione determinerà costi rilevanti di organizzazione, imponendo la predisposizione di «modelli organizzativi» idonei a prevenire le infrazioni. Ma, soprattutto, renderà gli editori molto attenti a ciò che avviene nelle redazioni. Allo scopo di evitare che il direttore si lasci prendere la mano dall’ansia di pubblicare comunque la notizia, e li costringa a pagare esose sanzioni, useranno modi forti. Ma chi ci garantisce, a questo punto, che tali modi non serviranno, nella prassi, anche a coartare direttori e giornalisti sul terreno dell’indirizzo del giornale, della selezione dei servizi, della scelta dei temi da trattare? Risulterebbe intaccato, a questo punto, un altro dei principi sui quali si fonda la libertà di stampa, cioè l’autonomia del giornalista.

Si dirà, a questo punto, che le restrizioni delle intercettazioni e della stampa sono comunque necessarie di fronte agli abusi, gravi e ricorrenti, di magistratura e giornalismo. Troppi sono stati, nel passato, i privati intercettati, le violazioni della privatezza, le intercettazioni pubblicate, i mostri sbattuti sui giornali.

La mia idea è che gli abusi commessi, non discutibili, vengano comunque oggi enfatizzati a tutt’altro scopo. Che, con la scusa degli abusi (che è possibile rimuovere, si badi, con una ragionevole disciplina di accantonamento e distruzione delle intercettazioni che non interessano le indagini e di divieto di ogni loro divulgazione), qualcuno intenda, in realtà, perseguire l’obiettivo di indebolire, con un colpo solo, potere giudiziario e libera stampa. Due fastidi talvolta insopportabili per molti politici, dell’uno e dell’altro schieramento. (La Stampa, 9 marzo 2009)


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VATICANISMO


LA CHIESA E LA BIOETICA
NON C'E' FEDE SENZA LIBERTA'
di Vito Mancuso


LE GERARCHIE cattoliche sottolineano spesso che i loro interventi sui temi bioetici sono condotti sulla base della ragione e riguardano temi di pertinenza della ragione, legati alla vita di ognuno, non dei soli cristiani. Per questo, aggiungono, tali interventi non costituiscono un`ingerenza negli affari dello stato laico. Scrive per esempio il recente documento Dignitas personae che la sua-affermazione a proposito dello statuto dell`embrione è «riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione» e che quindi, in quanto tale, «dovrebbe essere alla base di ogni ordinamento giuridico».


Allo stesso modo molti politici cattolici rimarcano nei loro interventi sulle questioni bioetiche che parlano non in quanto cattolici ma in quanto cittadini. Va quindi preso atto che le posizioni cattoliche sulla bioetica, sia nel metodo sia nel contenuto, si propongono all`insegna della razionalità.


Se questo è vero, se si tratta davvero di argomenti di ragione per i quali «mestier non era parturir Maria» (Purgatorio 111,39), allora le posizioni della Chiesa gerarchica sulla bioetica sono perfettamente criticabili da ogni credente. L`esercizio della ragione è per definizione laico, non ha a che fare con l`obbedienza della fede e il principio di autorità.


Chi ragiona, convince o non convince per la forza delle argomentazioni, non per altro. Per questo vi sono non-credenti che approvano gli argomenti razionali delle gerarchie convinti dalla coerenza del ragionamento, per esempio gli atei devoti.


Ma sempre per questo vi sono credenti che, non convinti dal ragionamento, non approvano tutti gli argomenti razionali delle gerarchie ìn materia di bioetica. Deve essere chiaro quindi (se davvero la base dell`argomentazione magistenale è la ragione) che la posizione critica di alcuni credenti verso il magistero bioetico è del tutto legittima.


Se la gerarchia gradisce la convergenza degli atei devoti in base alla sola ragione, allo stesso modo, sempre in base alla sola ragione, deve accettare (se non proprio gradire) la divergenza di alcuni credenti, peraltro non così pochi e privi di autorevolezza.


Sempre che, ovviamente, le gerarchie non pensino che la razionalità valga solo "fuori" dalla Chiesa e non anche al suo interno, dove vale invece solo l`autorità, istituendo una specie di disciplina della doppia verità. E sempre che le medesime gerarchie amino davvero la razionalità e che il richiamarsi ad essa non sia invece un trucco tattico (come io credo non sia).


In realtà nessuno può chiedere obbedienza sugli argomenti di ragione perché l`obbedienza viene da sé, come di fronte a un risultato di aritmetica o a una norma morale fondamentale. Per questo io penso che agli argomenti di ragione occorrerebbe lasciare maggiore duttilità, visto che la ragione, da che mondo è mondo, esercita il dubbio, soppesai pro e i contro, e per questo vede grigio laddove invece altri (che non amano la calma della ragione ma forme più nervose di autorità) vedono solo bianco o solo nero. Intendo dire che proprio il richiamo alla ragione da parte delle gerarchie cattoliche dovrebbe indurre a una maggiore relatività del proprio punto di vista di fronte alla complessità dell`inizio e della fine della vita alle prese con le possibilità aperte dal progresso scientifico.


La cautela è tanto più auspicabile se si prende atto della storia. La Chiesa dei secoli scorsi infatti non è stata in grado di interpretare sapientemente l`evoluzione sociale e politica dell`occidente, finendo per condannare pressoché tutte quelle libertà democratiche che ora, invece, essa stessa riconosce: libertà di stampa, libertà dì coscienza, libertà religiosa e in genere i diritti delle democrazie liberali. Allo stesso modo, a mio avviso, le odierne posizioni della gerarchia corrono il rischio di non capire la rivoluzione in atto a livello biologico, respinta con una serie di intransigenti no, pericolosamente simili a quelli pronunciati in epoca preconciliare contro le libertà democratiche.


Ora io mi chiedo se tra cento anni i principi bioetici affermati oggi con granitica sicurezza dalla Chiesa saranno i medesimi, o se invece finiranno per essere rivisti comelo sono stati i princìpi della morale sociale.


Siamo sicuri che la fecondazione assistita (grazie alla quale sono venuti al mondo fino ad oggi più di 3 milionidîbambini, dicui centomilainltalia) sia contraria al volere di Dio? Siamo sicuri che l`uso del preservativo (grazie al quale ci si protegge dalle malattie infettive e si evitano aborti) sia contrario al volere di Dio? Siamo sicuri che il voler morire in modo naturale senza prolungate dipendenze da macchinari, compresi sondini nasogastrico, sia contrario al volere di Dio? E per fare due esempi concreti legati a precise persone: siamo sicuri che si sia interpretato bene il volere di Dio negando i funerali religiosi a Piergiorgio Welby perché rifiutatosi di continuare a vivere dopo anni legato a una macchina? E siamo sicuri che si sia interpretato il volere di Dio chiamando "boia" e "assassino" il signor Englaro, salvo poi aggiungere, non so con quale dignità, di pregare per lui? Mi chiedo se tra cento anni (espero anche prima) ipapi difenderanno il principio di autodeterminazione del singolo sullapropriavitabíologica, così come oggi difendono il principio di autodeterminazìonedel singolo sulla propria vita di fe de (la quale peraltro perla dottrina cattolica è sempre stata più importante della vita biologica). Se si riconosce alla persona la libertà di autodeterminarsi nel rapporto con Dio, come fa la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II, quale altro ambito si sottrae legittimamente al principio di autodeterminazione? Non ci possono essere dubb i a mio avviso che questo principio vada esteso anche al rapporto del singolo con la sua biologia.


I cattolici intransigenti che oggi parlano della libertà di autodeterminazione definendola "relativismo cristiano" dovrebbero estendere l`accusa al Vaticano II il quale afferma che «l`uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà» (Gaudium et spes 17). La realtà è che non è possibile nessuna adesione alla verìtà se non passando per la libertà. È del tutto chiaro per ogni credente che la libertà non è fine a se stessa, ma all`adesione al bene e al vero; ma è altrettanto chiaro che non si può dare adesione umana se non libera. Dalla libertà che decide non è possibile esimersi, e questo non è relativismo, ma è il cuore del giudizio morale. (La Repubblica, 9 marzo 2009)


 

domenica 8 febbraio 2009

CONTRO LA DIGNITA' DEL VIVERE E DEL MORIRE


(AFP/File/Andreas Solaro)  ....................   (AP Photo/Pier Paolo Cito)


Benedetto XVI, il sovrano straniero. Silvio Berlusconi, il Premier italiano.


Questi due uomini di potere, il vecchio e il meno vecchio, li sento invadere la mia vita personale, la mia unica vita, dall'inizio alla fine. Li sento mentre frugano nelle pieghe intime della mia persona, senza rispetto e senza pietà, li sento mentre m'impongono con la forza le loro idee, li sento mentre attaccano la mia dignità e il mio senso del sacro. E tutto questo fanno a me, inerme e rispettosa delle loro credenze, dei loro diritti umani e civili, delle loro scelte. E' troppo pretendere la reciprocità? A questi due uomini di potere io grido:




 "Giù  le mani dalla  mia  persona!  Giù  le mani dalla mia mente e dal mio corpo! Giù le mani dalla mia dignità e dai miei diritti civili!"


A chi sceglie di prolungare indefinitamente lo spazio grigio tra il vivere e il morire, affidandosi alla tecnica, sia data tutta l'assistenza possibile, compresi i necessari supporti per i familiari. A chi sceglie di rifiutare le cure e le tecniche mediche, anche a costo della vita, già ora il diritto permette di farlo in virtù del "consenso informato"Quel diritto non può andare perduto nel caso la persona si trovi in stato di incoscienza. Il testamento biologico serve a preservare la pienezza della cittadinanza  con le disposizioni anticipate di trattamento. E vale solo ed esclusivamente per la persona che quelle disposizioni decide di stilare, quando è pienamente cosciente di sé, delle proprie idee sul vivere e il morire e delle proprie scelte. E' troppo chiedere che anche queste persone vengano rispettate, soprattutto in una scelta fondamentale che riguarda solo loro?


Dalla parte delle regole


di Carlo Federico Grosso


Ciò che sta accadendo attorno alla vicenda Englaro suscita perplessità e tormenti. Non intendo affrontare il problema etico. Non sarei titolato a farlo. Soprattutto, sono convinto che sui temi dell’inizio e della fine della vita ciascuno deve fare, in silenzio, soltanto i conti con la propria coscienza e non imporre agli altri le proprie eventuali certezze. Intendo invece porre alcuni interrogativi concernenti le questioni di diritto. ... La Stampa, 9 febbraio 2009


Lo tsunami costituzionale di STEFANO RODOTA'


Il veleno nichilista che anima il regime di GUSTAVO ZAGREBELSKY



Questa è una pagina di diario che continuerò ad aggiornare...



venerdì 6 febbraio 2009


ELUANA: CDM APPROVA DECRETO


ANSA-2009-02-06 14:01




Così l'hanno fatto. Berlusconisti e vaticanisti, coalizzati nella loro politica di appropriazione della vita e della morte di cittadine e cittadini, come fossero cose loro. L'hanno fatto. Ora tutto dipende dalla costituzionalità o incostituzionalità "più o meno manifesta".


Mi dispiace per Eluana e per i suoi genitori. Ma sono spaventata per me stessa. E sono arrabbiata per la privazione di un mio diritto costituzionale preciso a opera di un esecutivo ormai specializzato nelle leggi ad personam e nella confezione di decreti legge atti a scavalcare gli altri due poteri dello Stato: il potere legislativo e il potere giudiziario.


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La Repubblica:14:28.   Decreto approvato all'unanimità - Il decreto del governo è stato approvato all'unanimità; 14:19.   Cdm vara decreto - Il Consiglio dei ministri emana il decreto...continua, minuto dopo minuto, QUI .


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domenica 5 ottobre 2008

Laicità all'italiana e alla francese



"Il presidente della Repubblica interviene poi sul rapporto fra Stato e chiesa. L’Italia e la Santa Sede hanno un rapporto contraddistinto da «reciproco rispetto e feconda collaborazione». Così Giorgio Napolitano ha iniziato il suo discorso. E ancora: «Ci onora, ci emoziona e sollecita la nostra riflessione e la visita che ella ci rende in questo palazzo che ha conosciuto le ferite della storia, ma che vede oggi, e già da lungo tempo, la Repubblica italiana e la Chiesa cattolica incontrarsi in un rapporto di reciproco rispetto e di feconda collaborazione».

Il Papa da parte sua, nel corso del suo discorso pubblico al Quirinale, lancia invece un forte appello: «La Chiesa cattolica non compie prevaricazioni ai danni della libertà del resto della società, ma rivendica per i suoi membri la libertà di non tradire la propria coscienza illuminata dal Vangelo». «Mi auguro - ha scandito Benedetto XVI - che l'apporto della Comunità cattolica venga da tutti accolto con lo stesso spirito di disponibilità con il quale viene offerto. Non vi è ragione - ha sottolineato il Papa - di temere una prevaricazione ai danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi membri, i quali peraltro si attendono che venga loro riconosciuta la libertà di non tradire la propria coscienza illuminata dal Vangelo. Ciò sarà ancor più agevole - ha aggiunto Ratzinger - se mai verrà dimenticato che tutte le componenti della società devono impegnarsi, con rispetto reciproco, a conseguire nella comunità quel vero bene dell'uomo di cui i cuori e le menti della gente italiana, nutriti da venti secoli di cultura impregnata di Cristianesimo, sono ben consapevoli»." (La Stampa, 4 ottobre 2008)



A Sarkozy e ai francesi Benedetto XVI, nella sua recente visita in Francia, ha detto:


«Sul problema delle relazioni tra sfera politica e sfera religiosa - dice Ratzinger - Cristo aveva già offerto il criterio di fondo in base al quale trovare una giusta soluzione», ovvero «quando affermò: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Entrando nello specifico del caso francese, il Papa sottolinea come «la Chiesa in Francia gode attualmente di un regime di libertà». «La diffidenza del passato - prosegue - si è trasformata poco a poco in un dialogo sereno e positivo, che si consolida sempre di più. Un nuovo strumento di dialogo esiste dal 2002 ed io ho grande fiducia nel suo lavoro, perché la buona volontà è reciproca. Sappiamo che restano ancora aperti certi territori di dialogo che dovremo percorrere e bonificare poco a poco con determinazione e pazienza».

Benedetto XVI ricorda il passaggio in cui Sarkozy parlò di «laicità positiva». «In questo momento storico in cui le culture si incrociano tra loro sempre di più - sottolinea il Papa - sono profondamente convinto che una nuova riflessione sul vero significato e sull’importanza della laicità è divenuta necessaria. È fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte - conclude Benedetto XVI - prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società». (La Stampa, 12 settembre 2008)


La Costituzione Italiana recita:



Art. 67.


Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.


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Per completezza:



venerdì 3 ottobre 2008



TESTAMENTO BIOLOGICO


sole buio


Abiura di una cristiana laica


“Questo è un addio. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla Chiesa italiana. Monsignor Betori nega la coscienza e la libertà ultima di essere una persona. Si rende conto?”

Questo è un addio. A molti cari amici – in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, ...


Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta. La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.


E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E’ la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani. Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.


Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? “Non siamo per il principio di autodeterminazione”, dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E’ possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai – lo dico con dolore – infamia.


di Roberta de Monticelli (Il Foglio, 2 ottobre 2008)


Una testimonianza senza pari per tensione morale e valore delle argomentazioni. Da parte di una persona che vive nella fede cattolica. Laici, agnostici, atei e quanti non si riconoscono nella chiesa di Roma, tutti sostengono le medesime cose. E io con loro. Sono stata educata anch'io, con buon rigore, nella chiesa cattolica. Conservo il buono di quegli insegnamenti e di quelle riflessioni sulla vita e sulla morte, e anche sul rapporto con la divinità, sebbene abbia "abiurato" anch'io molto tempo fa. Un processo lento di allontamento e di ribellione a tante idee e a tanti comportamenti che mi sembravano e mi sembrano assurdi. Non ho mai smesso, però, di continuare a cercare un senso e a vivere almeno come se un senso alto e splendente l'avesse questa nostra vita misteriosa in ogni suo aspetto. Una vita che, lo impariamo presto, non è infinita. E, mentre viviamo, dobbiamo contemplare la morte, ognuno/a con ciò che ha nel cuore e nella mente, ma senza certezza alcuna. Ora ci tocca anche contemplare quella zona sconosciuta tra la vita/non vita e la morte, una zona che immagino come il sole buio di un tramonto di maggio che mi è capitato di fotografare in una giornata comunque felice.


Per completezza: 


Testamento biologico: Bagnasco apre uno spiraglio, Ruini chiude un portone. in Adista.


Immagine 766


Aggiornamento del 4 ottobre 2008


Mi sembra giusto indicare le risposte date a Roberta de Monticelli da Mons. Betori, direttamente chiamato in causa, e di Ferrara, direttore del giornale che ha ospitato l'abiura pubblica della stessa. I miei riferimenti filosofici ed etici sono altri, tuttavia m'interessa ascoltare le voci di chi è più lontano dalle mie posizioni. Ferrara lo sento lontano anche nel metodo, che consiste nel mescolare abilmente argomenti e argomentazioni impressionando benevolmente. A prima vista. Ma, se qualcuno si prendesse la briga di precisare ogni enunciato, ogni concetto, sarebbe facile scoprire dov'è l'imbroglio. Non ho voglia di discutere, però, e poi l'hanno già fatto in tanti. Se potrò, andrò avanti con la pubblicazione di altre testimonianze e, magari, dei testi degli autori che quasi sempre vengono citati senza citazioni, in tal modo piegandoli al proprio punto di vista. Nel frattempo non è inutile accostarsi al Betori-pensiero e al Ferrara-pensiero per farsi un'idea delle posizioni del Vaticano e dei cosiddetti atei-devoti.



  • La risposta di Giuseppe Betori a Roberta de Monticelli: Chiedo anch’io la libertà di coscienza. Altra cosa dall’auto-determinazione. (L'avvenire, 3 ottobre 2008) 

  • La risposta di Giuliano Ferrara a Roberta de Monticelli: La coscienza libera di De Monticelli è abissale fino a diventare un’incognita. (Il Foglio, 3 ottobre 2008


  • La Chiesa gerarchica contro i cattolici. Il teologo Mancuso: Spetta alla persona decidere sulla sua vita. Sulla sospensione delle cure e il testamento biologico la Chiesa non riconosce il primato della libertà di coscienza di Vito Mancuso. QUI .





lunedì 25 febbraio 2008

VALORI E DIRITTI [3]



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      La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la sua mancata realizzazione



LA SFERA DEI PRINCIPI TRADITA DALL’OCCIDENTE


di Roberto Esposito


 


 


   Che rapporto passa tra diritto e valore? Possono, i diritti, i  quanto prodotti storici, incarnare un valore universale, oppure sono destinati a restare in un ambito, appunto giuridico, diverso e distante da quello dell’etica e, tanto più, della teologia?


   Il diritto è interno, confinante o esterno, alla sfera della giustizia? Domande, queste, cui l’intera tradizione filosofica da sempre cerca di rispondere, senza mai pervenire a una conclusione univoca. Se la scuola giusnaturalista - nata nella prima età moderna, ma ripresa da autori anche contemporanei come Leo Strauss - ha individuato nella natura la fonte di diritti universali forniti di valore eterno, la concezione positivistica ha ricondotto la creazione del diritto alla sola legislazione statale. E tuttavia, nonostante questa profonda differenza di principio, le due linee interpretative hanno conosciuto più di un punto di intreccio e di sovrapposizione - a dimostrazione del fatto che la questione del valore permanente della norma giuridica non poteva essere risolta nel flusso del processo storico. Anzi si può dire che il diritto positivo, come ancora lo concepiamo, recepisca al suo interno – secolarizzandole - le esigenze di universalismo implicite nella tradizione giusnaturalistica.


   La Dichiarazione del 1789, estendendo a ogni cittadino i diritti politici, traduce sul piano reale i principi di libertà e uguaglianza presupposti dai teorici del diritto naturale. Successivamente, già dalla metà del XIX secolo, vengono proclamati altri diritti fondamentali indisponibili, cioè vincolanti per lo stesso Stato che li pone in essere.


   Ultima tappa di questo processo di universalizzazione giuridica è segnata dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, formulata alla fine della seconda guerra mondiale, che assegna a ogni persona, a prezia scindere da ogni altra qualificazione, diritti non soltanto civili e politici, ma anche sociali, includendo all’interno della sfera protetta tutte le minoranze prima discriminate. Il concetto, sempre più esteso e ormai accettato in tutti i paesi democratici, di “diritti umani” sembra concludere questo lungo percorso, portando il diritto positivo allo stesso obiettivo etico presupposto dal giusnaturalismo: quelle medesime prerogative che lì erano desunte da un ordine naturale non soggetto a mutamento storico appaiono adesso prodotte da una storia che ha cancellato ogni differenza pregiudiziale, di tipo etico, sessuale, religioso, tra tutti gli esseri umani. La saggezza della storia ha così eguagliato le promesse della natura. Il diritto può finalmente ambire a farsi giusti- prezia, a realizzare il più universale dei valori - quello dell’uguaglianza tra tutti gli uomini della terra.


   Questo, almeno, è il racconto autolegittimante ampiamente diffuso in tutto il mondo occidentale.  Basta uno sguardo al quadrante internazionale per accorgersi che le cose non stanno affatto così. Che il diritto umano primario - quello alla vita - è continuamente smentito da infinite morti per fame, malattia, guerra. Per non parlare di libertà e di uguaglianza.


   Da dove origina questo scarto scandaloso tra dichiarazioni e realtà, tra proclami umanitari e violenza omicida, tra ricchezze senza pudore e povertà senza fondo? La prima risposta a tale domanda fa capo alla inesistenza di un’istituzione internazionale dotata di capacità coattiva – cioè in grado di imporre attraverso la forza il rispetto dei diritti umani laddove vengano violati. Ma una contraddizione ancora più cospicua, perché interna allo stesso dispositivo giuridico moderno, risiede proprio nella astrattezza di termini come “soggetto” o “persona” - incapaci di dare forma e voce alla realtà materiale, corporea, di individui inassimilabili nella identità di uno stesso genere, irriducibili a una categoria generale.


   Perché, al contrario di quanto si poteva pensare, con la crisi profonda degli Stati nazionali - che hanno funzionato da involucri immunitari almeno per larghe fasce di popolazione - le dinamiche di globalizzazione hanno reso ancora più sensibili quelle differenze di carattere biologico che l’universalizzazione del diritto ha immaginato di ingabbiare nelle sue paratie formali.


   Una ulteriore scossa all’edificio giuridico moderno è venuta dallo sviluppo incontenibile della tecnica, ormai penetrata profondamente nella vita umana, capace di influire potentemente sui processi della nascita, della morte e della salute, e dunque incontenibile nelle griglie necessariamente generali della legge. Da qui il conflitto frequente tra soggetti di diritto contrapposti come possono essere madri e figli, giovani e anziani, uomini e donne. Rispetto ai quali è difficile - e forse controproducente - immaginare una legislazione senza falle, capace di risolvere, in nome di una legge naturale, rivelata o anche positiva, casi drammatici o altamente problematici, sui quali non esistono criteri validi per sempre, prontuari di etica, convinzioni inconcusse. In questo orizzonte complesso - in cui la sofferenza dell’uno, o dell’una, può doversi misurare con quella dell’altro - l’unico atteggiamento possibile è quello dell’attenzione e della comprensione, come ha scritto con grande sensibilità Francesco Merlo su questo giornale.    


   Probabilmente il diritto può accostarsi al valore, può approssimarsi alla Giustizia, solo sapendo di non poterlo fare mai del tutto. Ammettendo, e accettando, la propria imperfezione etica – manifestando il proprio limite e il proprio punto cieco. Anche questa - diceva Max Weber - è una scelta. La più difficile delle scelte. [ La Repubblica, venerdì 22 febbraio 2008 ]

domenica 24 febbraio 2008


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VALORI E DIRITTI [2]


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     Valori e diritti di Norberto Bobbio


 


Presso gli antichi gran parte dell’etica si risolveva in una trattazione delle virtù. Basti ricordare l’Etica nicomachea di Aristotele, che ha fatto testo per secoli. Nel nostro tempo un simile tipo di trattazione è quasi del tutto scomparso. I filosofi morali oggi discutono, sia sul piano analitico sia su quello propositivo, di valori e di scelte, e della loro maggiore o minore razionalità, nonché di regole o norme, e, conseguentemente, di diritti e doveri


Il tema delle virtù e quello delle leggi sono continuamente intrecciati, anche nell’etica antica. Alle radici della nostra tradizione morale, e come fondamento della nostra educazione civile, ci sono tanto l’ostensione delle virtù come tipi o modelli di azioni buone, quanto la predicazione dei Dieci Comandamenti, in cui l’azione buona non è additata ma prescritta


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È destino dell’epoca nostra che proprio i valori supremi e sublimi sian divenuti estranei al grande pubblico per rifugiarsi nel regno extramondano della vita mistica.  Max Weber. Il lavoro intellettuale come professione 1919



Chi dice valore, vuole far valere e imporre. Le virtù vengono praticate; le norme applicate; i comandi eseguiti; ma i valori vengono posti e imposti. Carl Schmitt. La tirannia dei valori 1967



Trasformare i diritti fondamentali in valori fondamentali significa mascherare teleologicamente i diritti, fino al punto di mistificare il ruolo diverso. Jurgen Habermas. Fatti e norme 1992



La dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. Joseph Ratzinger. Senza radici 2004



[ La Repubblica, venerdì 22 febbraio 2008 ]


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Continuo a postare parti della sezione dedicata dalla Repubblica alla distinzione tra valori, principi e diritti, e virtù. Bobbio dice il vero quando afferma che la trattazione delle virtù, oggi, è quasi scomparsa. Non del tutto, appunto. Nella sezione "virtù" di questo blog ho indicato due trattati sulle virtù, secondo me pregevoli: qui .

giovedì 21 febbraio 2008

LAICITA'  [6]


En Italie, la science humilie le pape

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Robert Maggiori professeur de philosophie, journaliste à Libération.


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Il y a mille raisons, ... ci sono mille ragioni, politiche, morali, perfino psicologiche, per stabilire un legame tra Silvio Berlusconi et Nicolas Sarkozy. Stesso populismo, stesso "autocratismo", stesso istrionismo, stesso gusto immoderato per la scena, stesso modo di trattare in piccolo personale collaboratori e alleati, stessa incultura letteraria e filosofica - lo si immagina con un libro in mano? -, stessa abilità retorica, stesso modo di esibire la ricchezza... Ma un punto in comune merita di essere sottolineato in special modo: entrambi divorziati e padri di bambini nati da madri diverse - situazione che la Santa Chiesa romana approva pochissimo -, mettono il medesimo ardore nell’affermare le virtù della religione e nello squalificare la laicità.



In Francia - «République indivisible, laïque, démocratique et sociale»,  non si sono avuti milioni di persone nelle strade dopo che il loro presidente ha dichiarato che l'educatore non potrà mai sostituire il pastore o il curato, indicando con ciò che non c'è morale se non religiosa. In Italia, si sono avuti dei manifestanti, un vero baccano, con petizioni, dibattiti burrascosi in televisione, interventi in Parlamento, centinaia di articoli, migliaia di post sui blog... Per difendere la licità? No. Per garantire la libertà di parola del... papa, terribilmente minacciato! In Francia, ci sono ragioni per preoccuparsi delle parole del Presidente. In Italia, ci si domanda se dichiararsi atei o laici non sarà piuttosto passibile di sanzioni penali. [ ... continua QUI ]

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Avevo voglia di parlare di Sarkozy da un po' di tempo. Non mi piace il suo modo di fare politica. La Francia non è l'Italia, certo, ma è legittimo che i cittadini/e dell'Unione Europea si interessino alle diverse politiche nazionali. In particolar modo di Sarkozy non mi è piaciuto il discorso tenuto a San Giovanni in Laterano in occasione della sua visita al Papa di Roma nel lontano dicembre 2007. Il testo integrale lo offre, meritoriamente, Papa Ratzinger blog:

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Dalla lettura diretta ognuno/a potrà farsi un'idea personale. Io sono preoccupata, perché non vorrei che la chiarissima iperbole del giornalista di Libération diventase meno iperbole e più realtà. Tempi duri per la separazione tra Stato e Chiesa, ahimè!


Aggiornamento 22 febbraio 2008. Ma c'è dell'altro sul novello Enrico IV, o Napoleone (a scelta), e sul suo modo di fare le leggi, peraltro sottoscritte dal Parlamento francese. Non so, giudichi ognuno, dopo attenta lettura.

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Parigi. Una legge copiata dalla Germania di Hitler prolunga le pene all'infinito e retroattivamente. Oggi il Consiglio costituzionale decide


Anna Maria Merlo - Il Manifesto, 21 febbraio 2008


Il Consiglio costituzionale bloccherà la promulgazione, nella Francia di Sarkozy, di una legge copiata dalla Germania di Hitler? Oggi, il Consiglio costituzionale esamina la nuova legge - votata dal parlamento il 6 febbraio scorso - sulla «pena dopo la pena».
I condannati ad almeno quindici anni di carcere per reati considerati particolarmente feroci, come la pedofilia, dopo aver scontato la pena non saranno più rimessi in libertà, ma «per ragioni di sicurezza» rinchiusi in centri «socio-medico-giudiziari». La ministra della giustizia, Rachida Dati, vuole che questa legge sia reatroattiva, cioè venga applicata a persone che stanno scontando adesso pene di più di quindici anni. Sarà questo aspetto della legge di cui l'alta corte esaminerà la costituzionalità. [...]

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Le Conseil constitutionnel a partiellement validé la loi sur la rétention de sûreté [La Corte Costituzionale ha parzialmente convalidato la legge sulla ritenzione di sicurezza]


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Les "Sages" ont validé le principe de l'enfermement pour une durée indéterminée de criminels dangereux après l'exécution de leur peine. Il ont aussi écarté le principe de non rétroactivité. Néanmoins, il ont réduit le champ d'application de la loi. 22.02 à 08h51 - Nouvel Observateur


La décision du Conseil constitutionnel (format pdf) Le texte de loi (pdf) Une référence hasardeuse du député Fenech Edition spéciale "La justice sous pression(s)"


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Rétention de sûreté : une référence hasardeuse [Ritenzione di sicurezza: una referenza azzardata]


Extrait du Journal Officiel allemand daté du 27 novembre 1933. La loi "contre les récidivistes dangereux, et sur les mesures disciplinaires pour améliorer la sécurisation" est paraphée par Adolf Hitler

Le Canard Enchaîné égratigne le député UMP et rapporteur de la commission des lois, Georges Fenech, à propos du texte adopté le 6 février au Parlement. Fenech avait évoqué une loi allemande comparable, paraphée en 1933 par... Adolf Hitler. 20.02 à 17:16


3 questions à... Georges Fenech : "Pourquoi devrais-je regretter ?" Le texte de loi (pdf) Les socialistes saisissent le Conseil constitutionnel


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La psychiatrisation de la justice une bonne chose ? [La psichiatrizzazione della giustizia è una buona cosa?]


(AFP)<br/>

De la loi sur la rétention de sûreté à la volonté de Rachida Dati qu'il y ait un psychologue dans le jury de sélection au concours d'entrée de l'Ecole nationale de la magistrature, la psychiatrie prend une place de plus en plus grande dans le domaine judiciaire. Est-ce une bonne chose ? Nouvelobs.com a interrogé des personnalités de tous bords sur le sujet. 17.02 à 11:12



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Clericalismo in Spagna


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Spagna L'offensiva della destra clericale in vista del voto del 9 marzo



Madrid. La chiesa all'attacco di tutto quello che il governo socialista ha fatto in quattro anni. È una crociata dai toni tardo-franchisti, un assordante «frusciare di sottane» che invade la scena politica


Maurizio Matteuzzi - Il Manifesto, 21 febbraio 2008




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Madrid. L'emittente radiofonica della Conferenza episcopale spagnola, la seconda del paese per ascolti, guida la strategia dei cattolici oltranzisti contro gay e «rossi». E Zapatero? È il diavolo in persona. Ora le intemperanze verbali di Jiménez de Losantos, star dell'etere, fanno arrabbiare anche il re Juan Carlos

Oscar Guisoni - Il Manifesto, 21 febbraio 2008

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Ci sono campagne elettorali più o meno odiose di altre. Non penso che i toni violenti e ingiuriosi diventino accettabili in virtù della libertà di parola, che non è ipso facto libertà di offendere e vilipendere chicchessia, ancor meno sotto l'ombrello protettivo di una religione (che in casi del genere, ovviamente, è usata come strumento improprio di battaglia politica).

martedì 12 febbraio 2008

LAICITA'  [5]



La vignetta di Giannelli - Dal Corriere della Sera di martedì 12 febbraio


Quando si dice la sintesi!


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Primissimo pomeriggio



L'Inferno visto da Sandro Botticelli (ca. 14801495).


Una notizia per la Sapienza di Roma. Ben gli sta. Così imparano quei professoracci terribili. Chiedo scusa, ma mi viene da ridere, perché sto pensando a Dante Alighieri e alla considerazione in cui teneva Bonifacio VIII. Me lo vedo perplesso e col sopracciglio alzato.


Lo principe d'i novi Farisei,                         85
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,                87
ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano;               90
né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.              93


Dante Alighieri, Inferno, XXVII, 85 segg. (ottavo cerchio, ottava bolgia: consiglieri fraudolenti)


Papa: Alla Sapienza Sara' Revocato Premio Bonifacio VIII


(AGI) - CdV, 12 feb. - A seguito delle contestazioni al Pontefice che hanno portato all'annullamento della prevista visita dello scorso gennaio, l'Universita' La Sapienza dovra' presto restituire il premio Internazionale "Bonifacio VIII", un riconoscimento prestigioso intitolato proprio al Papa che fondo' l'ateneo. Lo afferma una nota dell' Accademia Bonifaciana di Anagni, che definisce "culturalmente inaccettabile e pretestuoso l'atteggiamento di coloro che dall'autorita' della cattedra, hanno esercitato il pur legittimo diritto di critica con tempi e modalita' assolutamente discutibili, manifestando ostilita' preconcette verso un intervento non ancora pronunciato, ed in tal modo istigando una faziosa e minoritaria ma prepotente assemblea ad annunciare condotte imprevedibili". "Nei confronti dell'Universita' La Sapienza di Roma - spiega il presidente Sante De Angelis in un'intervista al sito 'papanews.it' - e' stato emanato il provvedimento ufficiale di biasimo". Ci sono dunque "gli estremi per una eventuale revoca del Premio Internazionale 'Bonifacio VIII' assegnato all'Universita', nella persona del magnifico rettore Renato Guarini, nella edizione 2005, per decadimento della motivazione stilata". [ qui ]

domenica 10 febbraio 2008


LAICITA'  [4]



Ancora un articolo che per me ha lo scopo di presentare fatti e problemi su cui occorre fare il massimo di chiarezza per "metterci in cammino insieme verso il territorio del rispetto laico, dove credere non vuol dire prevalere, dove non essere credenti o cattolici non diminuisce i diritti di nessuno, mai."


Il giorno delle svastiche


di Furio Colombo


Nel giorno in cui ci avvertono che i nomi di docenti ebrei o ritenuti ebrei vengono indicati in un elenco su un misterioso sito antisemita, presumibilmente a cura del vasto rigurgito di destra che è rimasto tra le rovine del passato e i tentativi - sempre incompleti, a volte disastrati - di costruire una vera civiltà democratica, in un giorno così minaccioso abbiamo il dovere di allargare la brutta scena che stiamo osservando. Cercare tra i fascisti è un esercizio ovvio e però marginale, se si considera che solo pochi giorni fa abbiamo dovuto difendere gli scrittori israeliani che saranno onorati a maggio al Salone del Libro di Torino, dalla minaccia di boicottaggio (ovvero di un atto di disprezzo verso lo Stato di Israele, che di tutto ciò è simbolo, imperfetto ma pieno), e se si tiene conto che quelle minacce venivano da alcuni che sono o ritengono davvero di essere di sinistra, cioè dalla parte che ha combattuto e pagato con la vita per ridare la libertà e la dignità all’Europa senza il fascismo.

Non c’è bisogno di conferme: l’antisemitismo è vivo, sa come nascondersi, spostarsi e rinascere. E questo spiega perché alcuni di noi si sono battuti perché ci fosse un “Giorno della Memoria”; per ripensare a uno dei momenti più spaventosi di quel male, che è stato sul punto di riuscire nel progetto di sterminio di un popolo e di una cultura. Propongo che sia necessario notare un fatto che aiuta non tanto le grida di scandalo quanto la riflessione. Fatti del genere accadono in coincidenza con un espandersi, niente affatto mistico, ma esclusivamente terreno, della Chiesa cattolica come potere politico, capace di dare regole, di dettare leggi, di impartire ordini, di punire e premiare, per esempio con il voto. Qui importa notare l’intreccio fra l’allargarsi - nei fatti - di un potere temporale della Chiesa, che torna a parlare con una volontà di controllo su tutto, pensieri inclusi. E il ritorno di un atteggiamento di potenza, di intervento, di arbitrio, di coloro che colgono - nel loro modo distorto però già noto nella storia - il messaggio: si può dare la caccia, cominciando con il disprezzo, a chi non è nella Chiesa.

Dopotutto veniamo a sapere che chi non è nella Chiesa è portatore di una cultura di morte. Ripeto: si intende che il messaggio è distorto e non è la prosecuzione, ma la deformazione di un clima. Però quel clima di dominio del religioso (un unico “religioso”, il cattolico, il resto è “relativismo”) esiste davvero. E davvero sfiora i confini dell’area oscura che stiamo descrivendo quando avverte, in una nuova preghiera, che gli ebrei è bene che siano convertiti. È una preghiera terribile, perché stabilisce un’unica classe di esseri umani accettabili, i battezzati. Per gli altri c’è chi avrà pazienza come la Chiesa (che - nei secoli - non eseguiva la condanna a morte di un condannato ebreo prima di averlo convertito) e c’è chi, tra i battezzati, coglierà il senso del privilegio di essere dalla parte giusta, dunque la superiorità, dunque il diritto di purificare gli ambienti (università o saloni del libro) da presenze nemiche e pericolose.

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Io credo che gli amici credenti, che forse sentiranno queste parole come una offesa (invece è, io credo, una descrizione dei fatti), coglieranno il punto politico che riguarda questa campagna elettorale e che è la difesa piena e totale dello Stato laico, per ricostruire una comunità che si fondi su quella naturale amicizia, volontà di comprensione e di collaborazione reciproca che è tipica di chi, con onestà e buona fede, crede davvero e di chi chiede solo che sia rispettata la sua rispettabile dichiarazione di non credente.

Ecco perché mi dispiace che i Radicali italiani, che hanno dato nei decenni della rinata e imperfetta democrazia italiana un contributo molto grande alla costruzione del rispetto (opponendosi, per esempio, alle continue messe in scena dei finti credenti, che ricostruiscono in politica le più colorite processioni del Sud italiano) non siano parte del dibattito nella politica italiana che ha come programma di ridare un futuro all’Italia. Non mi sognerei mai di immaginare che la presenza di tanti credenti dichiarati e, come dire, professionali, nel Partito democratico siano una sorta di freno a mano tirato. Ci sono e ne hanno diritto. Ed è naturale che almeno i più “professionali” fra i credenti di cui stiamo parlando (quelli, cioè che non escono mai senza divisa) siano irritati da Bonino e Pannella, quando propongono di tracciare chiare linee di reciproco rispetto fra ambiti e responsabilità diverse. Ma non credo che quella irritazione ci debba riguardare tutti al punto da rifiutare un rapporto attivo di lavoro politico con i Radicali nel timore di offendere qualcuno.

Sono sicuro che possiamo porre fine al carnevale dei finti credenti (che, un giorno si ammetterà, sta facendo non poco danno alla religiosità, al sentimento di fede) e al carnevale degli atei devoti (rispetto al quale una giornata di Gay Pride non è che un pacato corteo). Soltanto unendo le forze di persone che si rispettano e rispettano il diritto di credere e non credere, e di ottenere certi servizi indipendentemente dalle prescrizioni religiose, si possono ottenere certi servizi indipendentemente dalle prescrizioni religiose da parte delle istituzioni a favore dei cittadini. Sono sicuro anche che soltanto insieme credenti e non credenti potranno fare muro - come nella Resistenza - per impedire l’espandersi di gruppi che credono di trovare conforto nel nuovo piglio autoritario della Chiesa e provano di nuovo a tracciare i confini fra terra benedetta e terra sconsacrata. Nella terra sconsacrata sono ammesse, più o meno in nome di Dio, le scorrerie punitive, le umiliazioni, le prove di caccia, i tentativi di negazione.

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Sto parlando al Partito democratico, che ha deciso di giocare con coraggio le due carte più rischiose e più importanti nella vita e nel futuro di questa Repubblica: la carta del «correre da soli», un ricominciare da capo con tutte le persone di buona volontà, affinché si diradi almeno un poco l’aria velenosa che tanti in Italia sono costretti a respirare. E infatti questa decisione ha creato un bel tumulto nella ex Casa delle Libertà. E la reale possibilità di governare bene un Paese nel quale ci si è abituati a promettere tutto e a non rendere conto di nulla. È ciò che è stato in questi mesi il tentativo di Romano Prodi. Intorno a quel tentativo si è stretta, durante due anni, senza alcuna pausa o interruzione e senza alcun riguardo per gli interessi del Paese, la garrota di un pesante ostruzionismo che ha preso il posto della normale opposizione democratica. Sappiamo anche che in quei mesi la continuità di buon lavoro dei Radicali dentro quel governo ha evitato teatro, dispute ed esibizioni, e portato risultati.

Il più importante è una ragione di orgoglio per tutto il Paese: la “moratoria contro la pena di morte”, accettata come appello a tutto il mondo dalle Nazioni Unite. Come si ricorderà, la “moratoria” radicale è stata copiata, in modo un po’ penoso, usando la stessa parola in senso rovesciato, non come liberazione ma come divieto assoluto di decidere per le donne.

È interessante che questa copiatura a destra di un’idea originale che appartiene al mondo che non concepisce divieti religiosi, corrisponda alla copiatura della sfida di «correre da soli» lanciata da Veltroni per il Partito democratico e subito adottata (ma di nuovo male e rovesciandone il senso: correre da soli non per chiarezza ma per sottomettere almeno uno dei riottosi alleati) da quella nuova cosa detta orwellianamente “Popolo della libertà”. La coincidenza dovrebbe richiamare una naturale affinità di questa nuova avventura con chi ci aiuterebbe a tenere ben vivo il senso laico della politica e dello Stato, senza porre alcun problema di rispetto, attenzione e lavoro insieme con le persone che sono credenti in politica, e non politici del credere.

Tutto ciò è giusto e utile ripeterlo nel “giorno delle svastiche” e degli elenchi di docenti ebrei. Diciamo che c’è qualcuno che più o meno deliberatamente capisce male il messaggio di egemonia della Chiesa. Ma quella pretesa di egemonia c’è, dunque il pericolo. Dirlo significa rispettare la Chiesa quanto lo Stato. Chi ha fiducia in quello che sarà e riuscirà a fare, anche in queste elezioni, il Partito democratico di Veltroni vorrebbe porre qui, adesso, le basi quella ariosa civiltà laica in cui vivono i nostri concittadini dell’Unione Europea e quelli americani a cui abbiamo chiesto di prestarci le parole «si può».

Sì, è vero, «si può». Cominciando con il metterci in cammino insieme verso il territorio del rispetto laico, dove credere non vuol dire prevalere, dove non essere credenti o cattolici non diminuisce i diritti di nessuno, mai.

furiocolombo@unita.it
Pubblicato il: 10.02.08-Modificato il: 10.02.08 alle ore 8.02


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Documenti nel blog Papa Ratzinger blog :


1. Il Papa modifica la Preghiera per gli Ebrei, della Liturgia del Venerdì Santo, contenuta nel Missale Romanum del 1962 (Radio Vaticana) - 2. SPECIALE: IL MOTU PROPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM" -