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giovedì 7 aprile 2011


Il lamento dell'altro

rete neurale



"Sentire il lamento dell'altro".  
Anche quando è lontano, debole, impercettibile. 

 
 6 aprile 2011_L'aquila due anni dopo il terremoto 6 aprile 2011_Tragedia nel Canale di Sicilia
L'Aquila      6 aprile 2011      Lampedusa

 

Un dolore  senza nome
di Claudio Magris
 

giovedì 17 settembre 2009

BERLUSCONISMO

VARIAZIONI SUL TEMA DEL LODO ALFANO



La legge del pirata di Franco Cordero

IL CANONE d'una vecchia fisiologia politica distinguetre tre poteri, in mani diverse perché ogni confusione inclina l'asse in senso autocratico (regime organicamente cattivo, notava Montesquieu 261 anni fa), ma la storia corre. L'osservatore contemporaneo ne conta altri due: il quarto soverchia i tre operando nei cervelli, potere mediatico, e il denaro, quinto, li compra tutti. L'Italia 2009 espone scenari davanti ai quali il mondo evoluto rimane senza fiato... La Repubblica, 17 settembre 2009, qui.

Antonio Baldassarre "Osservazioni poco pertinenti" - Intervista
, La Stampa 17 settembre 2009, qui .

Inutili toni apocalittici di Michele Ainis
, La Stampa 17 settembre 2009, qui .

Gaetano Pecorella
"Tesi giuste, chi fa il premier non può difendersi come gli altri" - 
 Intervista,  Corriere della Sera 17 settembre 2009, qui



martedì 3 luglio 2007

AFRICA


blog africainblog afrique



Un afriblog s'écrit à la première personne : créez votre propre site internet en textes et en images pour partager avec tous votre carnet de bord, votre journal intime, le récit de vos voyages, de vos tournées, vos contributions à un débat, votre action, vos coups de coeur !
... en savoir plus


 Les Afriblogeurs ...


                     ...




Fonte: Retour à la page d'accueil
Le site et la revue de référence des cultures africaines 


Ho scoperto or ora questi siti che mi affretterò a esplorare. Prevedo estese e sorprendenti ramificazioni. Magari riesco a venir fuori dalle mie ignoranze diffuse sul continente di Lucy, la nostra nonna australopitecina. Ritrovarsi e riconoscersi in quelle relzioni particolarissime che si intrecciano fra blogger. Che bello!

domenica 24 giugno 2007

DARFUR



Profughi del Darfur


©UNICEF/2006/S. Noorani




"Io studierò e ce la farò"

E' il canto di un bambino del Darfur, un canto che vale per tutti i bambini e le bambine del mondo. E' possibile ascoltarlo nel sito de La Repubblica: QUI.


BARBIANA



Parole e pensieri che collegano questo bambino a don Lorenzo Milani che in questi giorni viene celebrato per la sua vita dedicata all'insegnamento e alla "liberazione" dei bambini di Barbiana. L'accostamento rende giustizia all'opera di don Lorenzo. Io l'ho conosciuto leggendo "Lettera a una professoressa", che ha educato e formato la mia forma mentis e la mia anima.. Di don Lorenzo si stanno scrivendo moltissime cose in questi giorni, ma qualcosa di straordinario io l'ho trovato in alcuni post che ho avuto la fortuna di leggere:


 Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. nel blog ilvecchio.splinder.com/  >>>QUI<<< Maître - Maître II - Maître III . nel blog independance.splinder.com/


giovedì 21 giugno 2007

   DARFUR


Facciamo rumore per il Darfur



La campagna di Amnesty International per il Darfur
Un doppio cd con oltre 20 brani di John Lennon interpretati da artisti di fama mondiale



Oltre 50 artisti di fama mondiale e 30 etichette discografiche hanno unito le forze per Make Some Noise, la campagna lanciata da Amnesty International per porre fine alle violazioni dei diritti umani nella regione sudanese del Darfur. [...] Il doppio cd verrà pubblicato il 22 giugno e vedrà la partecipazione di 28 tra i migliori artisti al mondo, che daranno una loro personale interpretazione dei brani composti da John Lennon nella sua lunga carriera da solista. [...]  www.amnesty.it

CAMPAGNA DI AMNESTY INTERNATIONAL. INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA SEZIONE ITALIA



Facciamo rumore per il Darfur

di Stefano Corradino
Settantamila morti dal 2003. Quasi due milioni di profughi. Oggi ne muoiono circa diecimila al mese. E’ il Darfur, un’area grande due volte in cui e’ in corso un drammatico conflitto. A parte le solite sparute eccezioni non ne parla nessuno. Buio mediatico. Ma 50 artisti di fama mondiale hanno unito le loro forze per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragica vicenda. Esce nei negozi Make Some – Save Darfur progetto di Amnesty International con oltre 20 brani di John Lennon interpretati da artisti di fama mondiale dagli U2 ai Green Day, dai Rem a Christina Aguilera. “E' un massacro dimenticato e pensiamo che la
musica possa essere uno strumento importante per dare informazione su questo tema”. Ad affermarlo e’ Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty che spiega ad Articolo21 i contenuti di questo progetto presentato oggi a Milano. [...] Articolo 21


Per saperne di piu': www.amnesty.it - amnesty international.org



AGGIORNAMENTO DEL 22 GIUGNO 2007


Appello ai bloggers per Padre Bossi


Manila (Filippine) - Le difficoltà operative sono nettamente superiori alle aspettative. Oggi pomeriggio ho intervistato l'ambasciatore Fedele appena tornato dal sud. Purtroppo mi ha confermato che ancora non c'è neppure lo straccio di una trattativa per padre Giancarlo. (Pino Scaccia, Silenzio Assoluto, 21 Giugno 2007)



Esistono ostaggi di ‘serie A’ e ostaggi di ‘serie B’ ?


Sembrerebbe proprio di sì…


Questo Appello è rivolto proprio a voi, amici bloggers: FATEVI SENTIRE !!


FIRMATE E DIFFONDETE L'APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI PADRE GIANCARLO BOSSI !  - dal blog di Vegekuu  >>> QUI

lunedì 11 giugno 2007

     Il Ruanda abolisce la pena di morte


 


"La notizia dell'abolizione della pena di morte in Ruanda e quella del 58% di americani favorevoli alla moratoria delle esecuzioni, dichiarano in un comunicato Sergio D'Elia ed Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino, sono "segnali eccezionali che confermano la certezza di una maggioranza assoluta alla Assemblea Generale dell'Onu, una maggioranza a cui l'Unione Europea impedisce da tredici anni di esprimersi". [ La Repubblica, 10 giugno 2007 ]

Se è irrinunciabile che i responsabili dei crimini vengano puniti, è un grande avanzamento civile e umano che il Ruanda abbia deciso di non ricorrere alla pena di morte per fare giustizia.




Ricordiamo bene i massacri di enormi proporzioni in Ruanda, un vero e proprio genocidio perpetrato in brevissimo tempo, dall'aprile al luglio del 1994. Le vittime furono in massima parte di etnia Tutsi, in minoranza rispetto all'etnia Hutu.


Parlando del concetto di Ubuntu, Desmond Tutu, scrive: "Noi  siamo intessuti in una fitta rete di interdipendenze: come diciamo con un'espressione africana, una persona è una persona attraverso altre persone. Disumanizzare l'altro significa inevitabilmente disumanizzare se stessi." Ma, sul genocidio in Ruanda, non può fare a meno di domandarsi: "Come mai i ruandesi non hanno dato prova della qualità dell'unbuntou, distruggendosi invece l'un l'altro nel più cruento genocidio che mai si ricordi nella storia di quel bellissimo paese? Non so come mai. Posso soltanto dire che chiaramente non sitratta di un processo automatico, che si verifica invariabilmente; e che neppure si tratta di una qualità specifica dei neri, perché il Sudafrica ha avuto la grazia di annoverare tra i suoi cittadini persone eccezionali di tutte le razze, non solo neri ma anche bianchi." [ D. Tutu, Non c'è futuro senza perdono, Feltrinelli, pag. 33 ]


Questa importantissima cancellazione del crimine di stato detto "pena di morte" significa per il Ruanda un ritorno all'Ubuntu. E intanto va avanti la lotta a suon di digiuni di Pannella e degli altri. Non è positivo che si sia resa necessaria questa forma di lotta nerll'Italia e nell'Europa di oggi. E' degna di biasimo la mancanza di interesse del nostro servizio pubblico televisivo, a parte qualche eccezione di non grande peso (ieri però ho visto un buon servizio su RAI 3). E' insopportabile l'ambiguità della Germania e di parte della UE nel portare avanti la moratoria in un momento che sembra quanto mai favorevole. Ma di chi o di che cosa hanno paura. Mica della solita Cina, o dei gemelli polacchi, tanto per fare un paio di nomi?


Aggiornamento del 12 giugno 2007, 09:35


"Il tribunale del Ruanda assume spesso decisioni di portata storica: non posso dimenticare che fu il primo al mondo, nei primi anni 90, a considerare lo stupro, durante le guerre, come crimine contro l'umanità. In Ruanda il ricorso allo stupro puntava a cancellare l'altra etnia: accompagnato da mutilazioni di genitali, femminili e maschili, come per eliminare un'intera stirpe, ben oltre il confine tra misoginia e razzismo.
La nostra Europa ha avuto bisogno del conflitto nella ex Jugoslavia per accettare, anni dopo, questa nuda realtà." dal commento di Masso57


Sono interessanti queste lezioni che arrivano dal Ruanda, il posto dal quale meno te le aspetteresti. Sarei grata a Massimo se mi ripescasse la fonte della notizia, perché è stupefacente il contrasto con le vicende ruandesi dei primi anni '90 e in particolare dei terribili mesi del 1994. Comunque l'Unione Europea fa una ben strana politica. Ora c'è il problema del sostegno alla richiesta di moratoria della pena di morte. Moratoria, attenzione, non abolizione.


Link forniti da  Masso57: 1. International Criminal Tribunal for Rwanda - 2. IL GENOCIDIO IN RWANDA - 3. Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda


*****


Ho scoperto e firmato poco fa un appello di "Nessuno tocchi Caino" al governo italiano per la moratoria ONU delle esecuzioni capitali.  APPELLO QUI



Noi sottoscritti:


conosciamo fin dal 1994, e riconosciamo in queste ultime settimane, la leadership dei Governi e del Movimento Pro-Moratoria italiani a favore della proclamazione di una Moratoria universale della pena di morte alle Nazioni unite. Riteniamo che, dopo anni di rinvii e ricerche di consensi dell'Unione europea in quanto tale non richiesti né necessari, il tempo per l'azione al Palazzo di Vetro sia dunque arrivato.


Ci appelliamo quindi al Presidente del Consiglio Romano Prodi, dando seguito alle delibere del Parlamento italiano e agli inviti e riconoscimenti del Parlamento europeo, affinché depositi nelle prossime ore, assieme al gruppo di paesi di tutti i continenti che si sono già manifestati, il progetto di risoluzione definito sulla base della Dichiarazione di associazione del dicembre scorso già sottoscritta da 93 paesi, per la Moratoria universale della pena di morte, al fine di porlo al voto entro la sessione in corso dell'Assemblea generale.


venerdì 8 giugno 2007

OCCHI su INFORMAZIONE e DIRITTI UMANI


Parafraso con questo titolo un progetto di Amnesty International volto a prevenire atrocità e massacri in Darfur:


EYES ON DARFUR


La grande regione del Darfur, nel Sudan occidentale, ha una popolazione di circa sei milioni di persone.


Occhi sul Darfur


"Un occhio potentissimo scruterà il Darfur contro le violazioni dei diritti umani: è quello dei satelliti da oggi a disposizione di Amnesty International che, avvalendosi per la prima volta di queste potenti tecnologie, potrà proteggere 24 ore su 24 12 villaggi sudanesi, per prevenire ogni nuova violazione e permettere interventi tempestivi in caso di violenze in una regione dal 2003 scenario di terribili atrocità.

L’associazione umanitaria, che durante il 5/o Simposio Internazionale sulla Terra Digitale in corso all’Università di Berkeley in California ha presentato il progetto ’Eyes on Darfur’ finanziato dalla coalizione ’Save Darfur’, lavora in stretto rapporto con l’Associazione Americana per l’Avanzamento Scientifico - American Association for the Advancement of Science (AAAS), che ha offerto la propria esperienza nell’uso di satelliti e altre tecnologie geospaziali. Con questa iniziativa Amnesty vuole far pressione affinchè cessino definitivamente le violenze nella martoriata regione. «Nonostante quattro anni di morte e distruzione in Darfur, il Governo Sudanese ha rifiutato le richieste internazionali e la risoluzione delle Nazioni Unite (ONU) di inviare forze di pace sul luogo - denuncia Larry Cox, direttore esecutivo di Amnesty-America. Il Darfur ha bisogno di queste forze di pace, nel frattempo useremo le tecnologie satellitari per vigilare, avvertiamo quindi il presidente sudanese Omar al-Bashir che è in atto un controllo continuo per scoprire eventuali nuove violazioni»."
continua su La Stampa,
"Occhi sul Darfur", Amnesty vigila con satelliti. 7 giugno 2007.


Ma non solo Darfur, attenzione, occhi aperti praticamente su tutto, compresa l'acqua che beviamo, non esclusa l'aria che respiriamo, e compresa perfino, forse innanzitutto la RETE.



Amnesty: la censura
sta cambiando Internet


Ieri sera nella conferenza globale in webcast contro la censura su Internet che rischia di trasformarla in qualcosa di molto diverso dalla sua forma originaria. Su www.amnesty.org Irene Khan, segretaria generale di Amnesty, ha dichiarato: "Nell'era della tecnologia, Internet è diventato la nuova frontiera nella lotta per i diritti dei dissidenti. Con l'aiuto di alcune tra le più grandi compagnie mondiali, alcuni governi come quello della Bielorussia, della Cina, dell'Egitto, dell'Iran, dell'Arabia Saudita e della Tunisia monitorano le chat room, chiudono i blog, pongono dei limiti nella ricerca sul web e bloccano siti. Persone sono state imprigionate in Cina, Egitto, Siria Uzbekistan e Vietnam per aver postato e condiviso informazioni online. Ogni persona ha il diritto di inviare e ricevere informazioni ed esprimere la propria opinione senza paura o interferenze”.
Nel suo rapporto 2007 Amnesty International
ha reso noto di aver iniziato a monitorare, inserendole su Internet, le immagini raccolte dal satellite su villaggi del Sudan devastati dalle violenze nella regione del Darfur, per far pressione su Khartoum affinchè consenta di inviare nella regione truppe di pace dell'Onu.
L'appello invita a registrarsi all'indirizzo
www.eyesondarfur.org, che verrà aggiornato regolarmente con nuove immagini, per aiutarli a tenere sotto controllo 12 villaggi in posizioni delicate e informare Khartoum che queste zone sono strettamente monitorate per registrare ogni segnale di violenza. Oltre 200.000 persone sono morte e due milioni hanno abbandonato le proprie case da quando è iniziato nel 2003 il conflitto nel Sudan occidentale tra le etnie africane che si ribellano al governo, sostenuto dalla milizia araba Janjaweed. Khartoum afferma che i morti sono stati 9.000 e rigetta le accuse di genocidio. ... continua su La Stampa, 7 giugno 2007   <<< QUI >>>.


*


In "Convivium": Babilonia centro del mondo   >>> QUI <<< 


lunedì 4 giugno 2007


UBUNTU





 “Ubuntu” è una parola africana del gruppo linguistico nguni, alla quale corrisponde “botho” nelle lingue sotho. L’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu spiega che il significato riguarda “un tratto fondamentale della visione africana del mondo”.



 “Ubuntu è molto difficile da rendere in una lingua occidentale. E’ una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo. Quando vogliamo lodare grandemente qualcuno, diciamo: ‘Yu, u nobuntu’ – ‘il tale ha ubuntu’. Ciò significa che la persona in questione è generosa, accogliente, benevola, sollecita, compassionevole; che condivide quello che ha. E’ come dire: ‘La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua’. Facciamo parte dello stesso fascio di vita.



Noi diciamo: ‘Una persona è tale attraverso altre persone’. Non ci concepiamo nei termini ‘penso dunque sono’, bensì ‘Io sono umano perché appartengo, partecipo, condivido’. Una persona che ha ubuntu è aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni e bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere a un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati, e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono.



L’armonia, la benevolenza, la solidarietà sono beni preziosi. E per noi il bene più grande è l’armonia sociale. Tutto quello che mina, che intacca questo bene a cui aspiriamo deve essere evitato come la peste. La rabbia, il risentimento, la sete di vendetta, la competizione aggressiva per il successo corrodono questo bene. Perdonare non significa soltanto essere altruisti, è il modo migliore di agire nel proprio interesse: tutto ciò che rende gli altri meno umani rende meno umani anche noi. Perdonare rende le persone più flessibili, più capaci di sopravvivere mantenendo la propria umanità malgrado tutti gli sforzi per disumanizzarle.” [da Desmond Tutu, Non c’è futuro senza perdono, Feltrinelli, pag. 32]

 



Il significato di Ubuntu… | Generazione Web





 





Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, ha guidato la Commissione per la verità e la riconciliazione, che fu istituita da Mandela per superare il passaggio dall’apartheid alla democrazia con spirito di trasparenza e conciliazione, senza ingiuste rimozioni, ma con lo sguardo alla costruzione di un futuro pacificato.



Ubuntu Linux



Ubuntu è il nome dato a un sistema operativo basato su GNU/Linux libero e gratuito appunto per indicarne il carattere cooperativo: Ubuntu prende il nome da un'antica parola africana che significa umanità agli altri, oppure io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti. La distribuzione Ubuntu migra lo spirito di Ubuntu nel mondo del software. >>> UBUNTU - IT <<<



Aggiornamento del 5 giugno 2007 - 9:00



Gli Anglicani 'ossessionati' dalla questione gay


 


 


  L'arcivescovo Desmond Tutu ha invitato la chiesa Anglicana d'Africa a superare la sua "ossessione" sulla questione dei preti gay e dei matrimoni omosessuali.


Ha detto che bisognerebbe spendere tempo su argomenti più pressanti nella regione.  Parlando al BBC World Service, il vescovo sudafricano ha detto che lo Zimbabwe, l'HIV/Aids e la crisi nel Darfur non stanno avendo sufficiente attenzione. Alla chiesa Anglicana dello Zimbabwe è anche mancato il coraggio di fronteggiare il regime del presidente Robert Mugabe, ha detto. coninua nel sito della BBCNews, 26 maggio 2007: >>> QUI <<<



Un episodio che mette in luce le priorità di Desmond Tutu  e la sua coerenza nell'attività pastorale evidentemente rivolta all'umanità sofferente e discriminata.



Che cosa fa, invece, Letizia Moratti, sindaco di Milano e molto Cattolica? Quali sono le sue priorità? Quali sono i suoi valori umani, civili e morali? Combatte anche lei le discriminazioni tra cittadini/e o le favorisce? Leggete qui.



  Cinefestival gay a Milano: il sindaco ritira il patrocinio e i finanziamenti alla rassegna



Il clima politico del Family day si diffonde nel tempo e nello spazio fino a tracimare nella laica, democratica, riformista Milano. Il sindaco Moratti, dopo aver guidato masse arrabbiate nelle strade della città a tutela dell’ordine pubblico, ha deciso di togliere il patrocinio, sempre concesso da tutte le amministrazioni precedenti comprese quelle di destra, al Festival del cinema Gay, un’iniziativa culturale che si è affermata è consolidata nel corso degli anni. La signora Moratti ha preso la decisione da sola e, come se fosse una novella Margaret Thatcher in salsa meneghina, si è dimenticata di discuterla in giunta e tra i suoi assessori non tutti sono d’accordo con questo gesto che rompe una lunga tradizione di rispetto e di confronto in città. L’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi adesso vuole chiedere che la sua delibera comunale per dare il patrocinio al festival internazionale del cinema gaylesbico di Milano sia messo all'ordine del giorno della prossima seduta della Giunta. continua su L'Unità, 4 giugno 2007 >>> QUI <<<


giovedì 3 maggio 2007

AFRICA



Ogni volta che mi accingo a dire qualcosa dell'Africa e sull'Africa mi accorgo che so poco quasi o nulla di ciò che è al di fuori delle consuete informazioni sui suoi disastri e sulle sue difficoltà economiche che spesso si configurano come tragedie. Ma qualche tempo fa ho avuto l'occasione di conoscere un blog interamente dedicato all'Africa e alla decostruzione di molti nefasti stereotipi che ne falsano la conoscenza. Voglio segnalarlo perché mi sembra un luogo a cui attingere notizie e conoscenze che raramente si trovano nei media ufficiali. Nel primo post del gennaio 2004 l'autore, Daniele Mezzana, spiega il suo progetto e i suoi intenti.


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Immagine dell'Africa


Uno spazio per osservare, e se serve criticare, le rappresentazioni del continente africano


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Perché questo blog


postato da Daniele Mezzana  [domenica 18 gennaio 2004 ore 21:16:13]


Per troppo tempo l’Africa “è stata guardata” dai non africani in un modo distorto e insoddisfacente (e continua ad esserlo). Molti africani hanno in qualche modo subito - o addirittura rafforzato involontariamente - gli effetti negativi di tale sguardo esterno. Tutto ciò produce effetti gravissimi sul piano dello sviluppo e delle relazioni tra i popoli, anche se le cose stanno pian piano cambiando  » 


Aggiornamento del 4 maggio 2007


Vorrei segnalare un altro blog che si occupa dei "discendenti della diaspora africana, i bambini e giovani figli di coppia nera o mista, ma culturalmente italiani, perchè nati e cresciuti in Italia. In una parola gli "afroitaliani/e"."


Afroitaliani/e


giovedì 5 aprile 2007

DONNE D' AFRICA E DI TUTTO IL MONDO



Bambola della fertilita'


AL BANDO LE MUTILAZIONI GENITALI IN ERITREA


A girl undergoing circumcision


Questa e' una notizia importantissima per tutte le donne e per tutti gli uomini. E' un passo forse ancora soltanto formale, ma e' un passo decisivo e irreversibile. In Africa e nel mondo. Ho conservato alcune testimonianze dei giorni di giugno 2003 in cui si tenne a Il Cairo un Convegno contro le mutilazioni  legato alla campagna StopFgm lanciata l'anno precedente a Bruxelles. Da ieri questa pratica criminale, che nessuna rivendicazione identitaria puo' giustificare e nemmeno rendere comprensibile, e' finalmente in evidenza nei giornali italiani ed esteri. Per ricordare, riporto l'articolo dell'Unita'.



L'Eritrea vieta l'infibulazione: nel mondo riguarda 140milioni di donne


 



 donna (ap)

Infibulazione al bando in Eritrea. Il governo di Asmara ha dichiarato illegale le mutilazioni genitali femminili e stabilito dure pene per chi la pratica o vi si sottopone. «La circoncisione femminile rappresenta un grave rischio per la salute delle donne e, oltre a metterne in pericolo la vita, causa loro considerevole dolore e sofferenza - si legge in un comunicato pubblicato sul sito dell'esecutivo - chiunque richieda, inciti o promuova la circoncisione femminile sarà punito con una multa o il carcere».

Il provvedimento è entrato in vigore il 31 marzo, ma è difficile dire fino a che punto sarà realmente rispettato. Le mutilazioni genitali femminili sono molto diffuse nel Corno d'Africa e, secondo Secondo l'Unione nazionale delle donne eritree, circa il 90% delle connazionali nel 2002 risultava mutilata, avendo subito una clitoridectomia, escissione o infibulazione.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, in tutto nel mondo sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito l'amputazione della clitoride o delle grandi labbra. E ogni anno sono a rischio circa 2 milioni di bambine. Le conseguenze di queste pratiche per la salute della donna sono estremamente pesanti.

La cosiddetta “circoncisione femminile” è praticata soprattutto in Africa ma non solo. La Somalia ha il triste primato della cosiddetta "infibulazione faraonica" (la più devastante) dove si calcola che il 98% delle donne sia mutilata. Ma anche in Egitto, Sudan settentrionale, Nigeria, Mali, Kenya la pratica, sotto diverse forme, è molto diffusa. La circoncisione femminile, anche in forme più lievi, viene praticata dalle popolazioni musulmane dell´Indonesia, India, Malesia, in alcune zone del Pakistan, nonché in Oman, Yemen e negli Emirati Arabi.


Anche in Italia molte donne migranti sono a rischio mutilazione. Con una legge del gennaio 2006 il Parlamento ha modificato il codice penale per tutelare le donna da queste pratiche: l'articolo 583 bis punisce con la reclusione «da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili».  


L'Unita' - Pubblicato il: 05.04.07 - Modificato il: 05.04.07 alle ore 14.40 - >>>QUI<<<



lunedì 26 febbraio 2007

Nyeleni 2007



Forum per la Sovranità Alimentare Mali


villaggio di Sélingué, 140 chilometri a sud della capitale Bamako, 23 - 24 febbraio 2007


Un altro mondo con altri sistemi di produzione del cibo e di accesso all'acqua deve esistere. Un altro mondo in cui la creatività locale non sia brutalmente schiacciata dalla commercializzazione globale è possibile, almeno finché non sarà sradicato dalla violenza di un capitalismo cieco e senza volti. Un altro mondo in cui donne e uomini, soprattutto donne, si dedichino alle meraviglie della diversità alimentare è possibile, DEVE essere possibile, sarà possibile, anche se riusciremo a venir fuori dalla gabbia degli stereotipi sull'Africa, sulla povertà e sulle sue cause, sulla ineluttabilità dei processi economici in corso.


Questo Forum in Mali, subito dopo il World Social Forum di Nairobi, mi riempie di speranza e conferma le mie aspettative sulla forza generativa dei movimenti tesi alla riappropriazione dei diritti degli uomini e dei popoli. E il diritto a politiche alimentari locali è un diritto primario che non è comunque in contrasto con l'inarresatbile globalizzazione. Conservare, proteggere la biodiversità, poi, conviene a tutti i popoli della Terra.


LINK: Nyéléni 2007 - Forum pour la Souverainté Alimentaire. 23 - 27 Février 2007. Sélingué. Mali



Immagine: statua Nyéléni  

martedì 30 gennaio 2007

DARFUR



©UNICEF


dal Vertice dell'Unione Africana



"Il Darfour ci chiama in causa", ha dichiarato il presidente della Commissione dell'UA, Alpha Oumar Konaré. "Noi lanciamo un appello ardente ai nostri amici sudanesi (...): fermate i vostri attacchi, fermate i vostri bombardamenti! (...) La pace in Sudan è la pace nel Ciàd, nella Repubblica Centrafricana", ha aggiunto, evocando "una guerra che noi non vogliamo vedere". [continua su Le Monde: QUI]



Ecco, il Darfur! C'è un genocidio nel Darfur? La risposta dell'ONU, risoluzione 1564/2004, è quella che segue: 


"La crisi in Sudan deve considerarsi a tutti gli effetti una crisi umanitaria. Il tasso di mortalità "crude mortality rate" usato per definire l’esistenza di tale crisi è di un morto ogni 10.000 persone ogni giorno. Una recente stima dell’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che il tasso per quel che concerne il Darfur settentrionale è di 1,5 morti mentre nella regione meridionale è addirittura di 2,9 morti. Ciò significa che in Darfur, dove vive una popolazione di un milione e 200 mila persone, almeno 10000 muoiono ogni mese." [ da La crisi nel Darfur: la Risoluzione 1564 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ]


Ammetto che non riesco a seguire la "crisi" del Darfur. Le notizie non sono molte e gli sviluppi di questa immane tragedia non vengono seguiti quotidianamente dai nostri media, ma non è di questo che voglio parlare. Voglio piuttosto proseguire il discorso del post precedente sulla giornata della memoria, il cui scopo principale è quello di onorare le vittime di quel genocidio con un impegno costante su diversi fronti. Innanzitutto l'impegno volto a evitare ogni sua possibile ripetizione, sia pure in scala ridotta. Sappiamo che purtroppo questo non è stato sufficiente: altri "genocidi" sono stati perpetrati anche negli ultimi tempi. Sappiamo anche che c'è un altro problema da non sottovalutare: il negazionismo. Un problema da non sottovalutare, soprattutto nella prospettiva di tragici eventi futuri.


In che cosa può consistere l'impegno di una persona "comune, semplice" come me? Certo non può bastare il raccoglimento di un giorno o anche di più giorni. Ci sono i movimenti di protesta che hanno la forza delle molte voci, c'è il voto a sostegno dei politici che hanno i diritti umani tra le loro priorità, c'è l'impegno personale nel volontariato e innumerevoli altre cose che ora non mi vengono in mente. Quanto al negazionismo, infine, penso che l'impegno possa esprimersi nello studio e nella riflessione personale. Comincerei subito con una domanda su cui molti studiosi si sono arrovellati: che cosa si intende per genocidio? E continuerei con l'informazione sugli altri genocidi.


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Foto: bbc.co.uk >>> QUI


martedì 27 aprile 2004

Giorno della libertà in South Africa


Dancers from Venda Former President Nelson Mandela and his wife, Graca Machel


South Africans singing and dancing felicità riconquistata


South Africans in Pretoria dieci anni dopo la fine dell'apartheid


Un quasi sogno realizzato per sognare stanotte placidi mondi .

sabato 17 aprile 2004

Con l' Africa  nel Cuore



 «L’Africa è un immenso continente, nel quale oggi si sta giocando una buona parte del destino del nostro pianeta. In Africa la comunità internazionale è chiamata ad affrontare problemi e situazioni intollerabili, per qualsiasi persona abbia a cuore le sorti di tutta l’umanità. La fame, le guerre, le malattie fanno molte più vittime di quante hanno fatto, in Europa, le due guerre mondiali del secolo appena trascorso, e questo perché non c’è risposta a bisogni fondamentali e primari dell’uomo: un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un semplice medicinale».



Inizia così l’appello che lancia la manifestazione nazionale Italia Africa 2004, tre giorni di dibattiti e impegno a Roma che culmineranno in un grande concerto in piazza del Popolo, immenso e prezioso salotto della città.


Il programma della manifestazione può essere trovato a questo indirizzo o scaricato qui in formato RTF, che può essere letto con qualsiasi programma di scrittura. Il momento clou è il grande corteo che partirà sabato 17 alle ore 15 da piazza Barberini a Roma, per concludersi a piazza del Popolo dove si terrà il concerto al quale parteciperanno, tra gli altri, Youssou N'dour, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Paola Turci, Riccardo Sinigallia.





papekanoute.jpg (12747 byte) pape siriman kanoute e la sua Kora offrono una musica bellissima


Sudan/ Un milione in fuga dal Darfur
di Toni Fontana

 «Per il presidente Bush è tempo di dire un parola per fermare la strage, quanto sta accadendo in Sudan rappresenta un test morale per la comunità internazionale che deve decidere se accettare, come dieci anni fa, un altro genocidio». Per parlare della nuova e drammatica emergenza che si è affacciata in Africa, nelle regioni del Sudan che confinano con il Ciad, occorre partire da Washington. In una corrispondenza dal Ciad, pubblicata dal New York Times, Nicholas Kristof, si chiede e chiede e Bush se la Casa Bianca intende far qualcosa per bloccare i massacri attuati dall’esercito sudanese e dalle milizie Janjaweed nella regione del Darfur dove un milione di profughi, cacciati dai villaggi attaccati e incendiati dai soldati di Khartoum, sta fuggendo attraversando regioni desertiche dove la morte per fame è in agguato.



Nel vicino Ciad, meta di molte carovane di sfollati, vi sono già 110-120mila sudanesi che hanno trovato assistenza solo grazie all’arrivo di coraggiosi team di Medici senza frontiere. Molti osservatori ed autorevoli commentatori evocano lo spettro del genocidio avvenuto dieci anni fa in Ruanda e si rivolgono a Bush che pochi giorni fa, ricorda il New York Times, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente sudanese Omar Bashir.


Da allora però la Casa Bianca ha evitato di commentare pubblicamente quanto accade nella regione occidentale del Sudan. Ma sul fatto che gli Stati Uniti abbiano il potere di intervenire non vi sono dubbi. La guerra affligge da moltissimi anni questo paese africano, produttore di petrolio e, almeno fino ad alcuni anni fa, santuario del terrorismo internazionale. Il conflitto tra il nord arabo e musulmano e le regioni del sud animiste e cristiane, dura dalla fine degli anni ottanta.


Il regime di Khartoum, sostenuto dalle predicazioni di Hassan al-Tourabi, poi caduto in disgrazia, ha fatto della sharia la legge dello stato e attuato feroci repressioni in special modo contro le popolazioni Nuba che popolano le regioni
centro-orientali del paese.
La guerra con i movimenti del sud, in particolare l’Spla, hanno provocato centinaia di migliaia di morti e la fuga di milioni di profughi. Negli ultimi anni, anche grazie all’azione diplomatica degli Stati Uniti, la guerriglia del sud ed il governo hanno negoziato un accordo per porre fine al conflitto, anche John Garang, uno dei principali leader della ribellione cristiano-animista, si è seduto ad un tavolo con i capi di Khartoum per negoziare la spartizione delle grandi ricchezze del paese.


Ma, mentre si affacciava la conclusione di una guerra pluridecennale, è scoppiata la ribellione nel Darfur popolata da musulmani. Il Sudan Liberation Movement ed il Justice and Equality Movement, animano la guerriglia nella regione di frontiera dove sono state conquistate alcune enclaves. La risposta del regime islamico sudanese è stata durissima. Su ordine del presidente Omar Bashir i caccia bombardieri hanno sganciato un diluvio di bombe sui villaggi. Centinaia di migliaia di persone sono state obbligate alla fuga. Le testimonianze dei pochi volontari che hanno raggiunto il Darfur sono drammatiche. «La prima volta che siamo arrivati a Mornay - dicono un logista ed un’infermiera di Medici senza frontiere appena rientrati da questa città del Darfur - abbiano visto villaggi bruciati, molte persone che cercavano di fuggire lungo la strada. Alcuni, in particolare gli anziani ed i più giovani che non riuscivano a camminare, venivano lasciati indietro». «Abbiamo accolto 80 feriti - raccontano i volontari di Msf - tra cui bambini ai quali abbiamo dovuto prestare cure di urgenza. Molti presentavano ferite da arma da fuoco».


Secondo il New York Times sono almeno mille ogni settimana le vittime dell’esplosione di violenza nel Sudan occidentale. I destini di questa grande massa di sfollati appaiono nella mani di Bush. La Casa Bianca ha stretto patti segreti con i capi di Khartoum. Dopo aver abbandonato i bombardamenti mirati (1998, attacco missilistico dopo gli attentati anti-Usa in Africa) Bush ha cercato di ammorbidire il regime islamico sudanese con promesse e aperture di credito. Per questo il New York Times invita il presidente a rivelare il contenuto della conversazione telefonica con Bashir. Ma il capo della Casa Bianca «non ha detto nulla pubblicamente» facendo nascere il sospetto che, per ragioni geopolitiche, abbia più o meno tacitamente approvato il programma del suo omologo sudanese: «schiacciare la ribellione». (da L' UNITA', 17 Aprile 2004)


A dire il vero, questa chiamata in causa di Bush non l'ho capita, anche se sembra che lui dovrebbe avere qualche carta vincente, con facilità. Cercherò di informarmi. Ma davvero assisteremo ancora una volta, praticamente in diretta a un genocidio o comunque a un enorme massacro? h


venerdì 16 aprile 2004




L'ombra di un genocidio

 

Sudan, i massacri della popolazione nera nel Darfur pongono una serie di quesiti cui le Nazioni Unite per prime hanno il compito di rispondere. Per non ripetere gli errori commessi in Ruanda


Mentre il mondo riflette sui massacri che dieci anni fa ridussero il Ruanda a un lago di sangue tra l’indifferenza delle Nazioni Unite e dei media internazionali, lo spettro dello sterminio torna minaccioso in una regione situata qualche centinaio di chilometri più a nord: il Darfur.


Voci, testimonianze, storie e denunce provenienti dalle lande sabbiose tra Sudan e Ciad sembrano voler enunciare una sola, inquietante parola: genocidio.
Ne parlano i profughi neri costretti ad abbandonare le loro abitazioni nelle regioni occidentali del Sudan, i dissidenti del governo islamico e filo-arabo della capitale Khartoum, gli attivisti e i giornalisti locali.
Ne parlano gli organi di stampa internazionale e le organizzazioni non-governative, che rilasciano a getto continuo comunicati e dossier gonfi di accuse contro il presidente Omar al-Bashir e il suo Fronte nazionale islamico.

Ne parla il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, cosciente del fatto che questa volta non può sbagliare, come fece nel 1994 il suo predecessore Boutrous Ghali con il Ruanda.


Da oltre vent’anni una spirale di odio e violenza avvolge il Sudan. Prima, nel 1983, il sud cristiano-animista si era ribellato ai tentativi di Khartoum di imporre il proprio dominio politico, religioso e culturale nella zona. La reazione governativa fu feroce e ne nacque un conflitto in cui si stima siano morte almeno due milioni di persone.


Poi, negli ultimi anni, le popolazioni della regione occidentale del Darfur si sono opposte all’indifferenza e al disinteresse dimostrato dal regime nei confronti delle loro infrastrutture, e hanno formato due gruppi ribelli, lo Spla/m (Sudanese peoples’ liberation army/movement) e il Jem (Justice and equality movement). Anche questa volta, il governo ha reagito sparando su guerriglieri e civili e provocandone la reazione spesso ugualmente violenta.


I tentativi da parte della comunità africana e internazionale di mediare fra governo e ribelli sono stati diversi. L’ultimo di una serie infinita di cessate il fuoco siglati tra il governo di Khartoum e lo Spla/m e Jem è stato proclamato domenica per i prossimi 45 giorni.
Ma mentre i delegati delle due fazioni si stringono la mano e mettono firme su firme di fronte a giornalisti ed osservatori compiaciuti, una milizia di predoni arabi appoggiati dal governo – la Janjaweed - scorazza per il Darfur commettendo atrocità di ogni genere sulla popolazione civile nera. Lontano da sguardi indiscreti.


Da diverse settimane decine di migliaia di profughi (si parla di oltre centomila) stanno tentando di entrare in Ciad per sfuggire alle persecuzioni e ai saccheggi ad opera di queste milizie, che si muovono a cavallo o sul dorso di cammelli. I loro attacchi sono rapidi e letali. Sono tante le persone, prese e poi rilasciate, che tornano a casa segnate nel corpo e nella psiche da torture di ogni tipo. E tutto questo con la partecipazione o il tacito consenso delle autorità.


Un recente rapporto rilasciato dall’associazione Soat (Sudanese organisation against torture) racconta dettagliatamente le torture subite da molti membri delle popolazioni Fur, Zaghawa e Massalit. La lista è lunghissima.
Cinque agricoltori Ta’aisha, (una minoranza del Darfur, ndr) sono stati arrestati e accusati dalle autorità di omicidio senza alcuna prova. Adam Yasseen Mohammad, Abdel Kaream Ahmed Haydo, Burmma Abdel Rahman Masar, Saed Ahmed Mohamed e Dirima Bushra Datala sono stati presi a pugni e calci nei testicoli e torturati con coltelli e frammenti di vetro di bottiglia. Poi sono stati trasferiti nel carcere di Nyala.


Centocinquanta miliziani armati hanno compiuto un’incursione nel mercato del villaggio di Mulli, frequentato abitualmente da persone di origine Massalit. Hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 53. Poi hanno rubato alcuni cavalli e cammelli, ma non prima di aver massacrato diverse centinaia di muli.


Le autorità hanno arrestato 24 persone di origine Fur. Alcune sono state portate nella prigione di Nyala, altre in quella di Kass. Sono stati tutti torturati e cinque di loro versano in gravi condizioni.


L’elenco riporta un centinaio di casi simili.


Pulizia etnica? Genocidio nascosto in Darfur?
Gli ufficiali di Khartoum si affrettano a smentire l’idea sempre più insistente che l’elite araba del Sudan stia cercando di liberarsi della popolazione nera.
Ma le Nazioni Unite ci stanno pensando, preoccupate di non tornare ad essere semplici spettatrici di un massacro. Così, dopo Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo e Costa d’Avorio, anche il Sudan potrebbe presto rientrare tra i Paesi africani a cui sono stati assegnati contingenti di pace che tamponino ulteriori emorragie di sangue e profughi dal Paese.


Ma anche per questo ci vorrà tempo. Pochi credono che la pace si faccia da un giorno all’altro in una terra che vanta il primato della guerra più lunga dell’ultimo secolo, dove le persone nate dopo il 1955 hanno conosciuto pochi intervalli di tregua.


Pablo Trincia - PeaceReporter






07.04.2004 Quella che era stata annunciata come una "catastrofe umanitaria" si sta trasfomando in un genocidio. Lo affermano funzionari dell'Onu presenti nel Darfur la zona occidentale del Sudan. Il Segretario generale dell'Onu Kofi Annan annuncia che la comunità internazionale "deve essere pronta ad agire rapidamente, anche con mezzi militari se necessario" per permettere l'accesso degli aiuti umanitari. L'allarme era già stato lanciato da varie Ong internazionali. Continua
Fonte: MISNA

sabato 27 settembre 2003

'THE BLUES'



David Katzenstein/Sony Music, from PBS


"The Blues," a seven-part PBS series masterminded by Martin Scorsese, traces the genre's long path from Africa to the suburbs.


A History, an Homage
By ELVIS MITCHELL
New York Times - 27 Settembre 2003


*


Le trombe hanno bisogno di mani


Le trombe hanno bisogno di mani.
La lussuria ha bisogno di mani.
Anche i morbidi vasi di Tiffany, gli iridescenti,
hanno bisogno di mani.

La cera, i detriti, i decreti, le chiavi
hanno bisogno di mani.
I cartelli che voi inalberate
contro noi, contro tutto, hanno bisogno di mani.
La vecchiezza ha bisogno di un groppo di mani,
e i congedi, congegni squamosi di lacrime,
esigono sempre stantuffi di mani,
piccoli scialli di diafane dita.




Mani che smaniano, mani irriducibili,
mani offese da guanti, mani flaccide:
infrenabili trottole, nibbi,
e un giorno teatralmente ghiacce.


Angelo Maria Ripellino - da Notizie dal diluvio



martedì 24 giugno 2003

LA MUTILAZIONI DEGLI ORGANI GENITALI FEMMINILI




Agonia - Stella Ubigho                       Pietra per infibulazione



un'esperienza che non dimenticherò mai       Alloysius Osagie




 





Ogni anno almeno due milioni di bambine africane e orientali subiscono


la mutilazione degli organi genitali.


Nei giorni 21-22-23 Giugno 2003 si è tenuto al Cairo un Convegno contro le mutilazioni


legata alla campagna StopFgm lanciata l'anno scorso a Bruxelles.


NOHA OMARI
IL CAIRO
In alcuni paesi donna non si nasce, lo si diventa con una violenza: ogni anno 2 milioni di bambine


vengono iniziate alla loro femminilità con un rasoio, un coltello o un pezzo di vetro. Ogni strumento


è buono per mutilare gli organi genitali. E restituire al mondo bambine con movenze sensuali frutto


di vere e proprie torture - che lasciano cicatrici profonde - e da un ramo di acacia infilato tra le


gambe per giorni. Prendono coscienza della loro diversità fin da piccole, quando escono di casa


e la mamma urla: «Non giocare a palla, se no ti strappi». Imparano così che essere donna è un


percorso aspro e tutto in salita, fatto di dolore e sottomissione all'uomo, l'unico essere


autorizzato a fare loro raggiungere l'orgasmo. Secondo l'Organizzazione mondiale della


sanità in almeno 28 paesi africani, in Medio Oriente, nell'estremo oriente e ormai, con


le migrazioni, anche in occidente, almeno 130 mila donne sono colpite da 4 diverse forme


di mutilazioni genitali: dalla clitoridectomia all'infibulazione (quasi totale cucitura), dalla


cauterizzazione (sale e limone per impedire lo sviluppo), all'escissione. Ampie casistiche,


pochi numeri certi e un unico risultato: disturbi psicologici, complicazioni sanitarie, sterilità,


alto tasso di mortalità della madre e del bambino durante il parto. «Eppure ci sono dei ginecologi,


all'università, che insegnano ai futuri dottori i (presunti) vantaggi della mutilazione», spiega Mona


al Tobgui, che coordina, per l'Ong egiziana Società per la prevenzione di pratiche dannose, il


convegno internazionale sulle mutilazioni, che si apre oggi (21-22-23 giugno) al Cairo e si collega


alla campagna mondiale StopFgm lanciata nel dicembre scorso all'Unione europea da Emma Bonino.


Fino a oggi hanno aderito più di 3000 persone e numerose associazioni tra le quali, in Italia, l'Unione


donne italiane (Udi), Aidos e Fillea Cgil. «Abbiamo deciso di parlare e agire - è scritto nell'appello -


consce che


il silenzio è il migliore alleato di una pratica terribile


che colpisce milioni di donne



Silence?


Juliet Ezenwa Nze


Chiediamo a tutti di fare


qualsiasi cosa sia in loro potere per abolire


le mutilazioni genitali femminili



The Victim  -  Emmanuel Ekpeni                 Midnight Act  - Menassah Imonikebe


 


La mutilazione dei genitali femminili attraverso gli


              Occhi degli Artisti Nigeriani


continua su IL MANIFESTO, 21 Giugno 2002, pag. 7


UNA DOMANDA:


QUANTI GIORNALI HANNO LA NOTIZIA DEL CONVEGNO IN PRIMA PAGINA?


QUANTI GIORNALI RICORDANO QUESTI ORRORI ALMENO UNA VOLTA OGNI TANTO?





lunedì 3 marzo 2003

Nigeria - Appello in favore di Amina Lawal, Ahmadu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda


Amnesty International è estremamente preoccupata per la decisione della corte d'appello della sharia di Funtua, nello stato nigeriano di Katsina, di confermare la condanna a morte per lapidazione per Amina Lawal, la giovane donna che avrebbe avuto un figlio al di fuori del matrimonio.


Questa decisione è incompatibile con la costituzione nigeriana, con gli impegni internazionali per la difesa dei diritti umani firmati dalla Nigeria stessa e con la Carta africana dei diritti umani e dei popoli. La pratica della condanna a morte per lapidazione è una delle peggiori forme di punizione ed è proibita dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.


http://www.amnesty.it/primopiano/nigeria.php3

All'altra ragazza nigeriana (Safiya) per cui era stata fatta la stessa campagna, la vita è stata salvata. Tentar non nuoce neanche ora.