AHIMSA. Parola sanscrita che ho imparato da Gandhi. Vuol dire "innocenza" e "non violenza","impegno a non nuocere ad alcun essere vivente". AHIMSA. I miei obiettivi sono la ricerca, la conoscenza, la comunicazione e la condivisione di emozioni, idee, informazioni con altre "persone che cercano". L'altro mio blog è CONVIVIUM, il posto del banchetto.
venerdì 21 febbraio 2020
sabato 16 giugno 2007
Noi, lesbiche, gay, trans e bisessuali, siamo portatori e portatrici di pari dignità civile e sociale. Di fronte all’opinione pubblica italiana rivendichiamo che il Parlamento e il Governo, così come le forze sociali e politiche, riconoscano e garantiscano uguale dignità e pari diritti, nel rispetto della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Costituzione italiana, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nel rispetto del principio della laicità dello Stato italiano e della sua autonomia da ogni ingerenza confessionale.
Le associazioni lgbt riunite a Roma il 1 aprile 2007 per discutere i temi politici e le modalità organizzative del Pride Nazionale di Roma del 9 giugno 2007, ritengono che questa manifestazione debba essere l’occasione per riaffermare che:
– la laicità dello Stato è il fondamento del vivere civile, la garanzia dei diritti di tutte e tutti, è un bene primario da difendere da ogni forma di ingerenza confessionale.
– la pari dignità e i pari diritti per le persone lgbt rimangono centrali e assumono il valore di paradigma del conflitto tra chi vuole uno stato laico e chi cerca di riportare l’Italia nel Medioevo. Le nostre vite sono un fatto dirompente perché svelano che non esiste una famiglia “naturale”, ma che le famiglie sono un fatto culturale. Con serenità e determinazione, con le nostre modalità e tutto l’arcobaleno dei nostri colori, riaffermiamo la necessità che il Parlamento approvi una vera legge che offra una pluralità di istituti giuridici aperti a tutte e tutti. Allo stesso modo, i diritti civili e sociali di tutte e tutti noi vanno garantiti attraverso una legge antidiscriminazione che dia piena realizzazione al principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione.
– vogliamo rappresentare una richiesta diffusa di un’Italia migliore, che si opponga a progetti politici e culturali reazionari che alimentano la violenza sulle donne, sulle lesbiche, sui gay, sulle e sui trans e su ogni altro soggetto non garantito. Questa campagna di odio integralista sta contagiando tutto il paese, raggiungendo picchi di violenza anche politica inediti, in particolare da parte di gruppi neo nazisti e neo fascisti a cui le istituzioni non danno una risposta. Chiediamo che il Parlamento finalmente approvi una legge che sanzioni la violenza e l’istigazione all’odio motivata anche dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, perché non è ammissibile che non vi siano strumenti per difendere il proprio diritto alla vita e all’integrità fisica e personale.
– la lotta per le libertà individuali, l’autodeterminazione dei corpi e delle scelte di vita, deve essere assunta da un ampio e plurale arco di movimenti, gruppi, associazioni. In questo senso le associazioni lgbt lavoreranno fin da subito per costruire reti e relazioni affinché il Pride Nazionale del 9 giugno 2007, sia un grande appuntamento per tutte e tutti coloro che hanno a cuore la libertà, la democrazia, l’antifascismo.
Perché esiste un’altra Italia!
Io parteciperò idealmente e moralmente solo perché impossibilitata a partecipare anche fisicamente. Mi dispiace lasciare un posto vuoto, ma spero che ci siano tantissime persone, tutte diverse. Io sono donna ed eterosessuale. Sostengo i principi e le idee delle associazioni LGBT, ricordando nello stesso tempo anche le discriminazioni di genere contro le donne in tutto il mondo. Copio e incollo qui un articolo esemplare di Michele Serra che richiama l'attenzione sui molti problemi politici di questo oscuro periodo e si rivolge alla sua parte politica, la mia parte politica, la parte politica di sinistra in cui tanti vorrebbero continuare a riconoscersi.
*
La bandiera della laicità
MICHELE SERRA
Se oggi potessi essere a Roma andrei al Gay Pride. E non per solidarietà "da esterno" a una categoria in lotta. Ci andrei perché, da cittadino italiano, riconosco nei diritti degli omosessuali i miei stessi diritti, e nell'isolamento politico degli omosessuali il mio stesso isolamento politico. Ci andrei perché la laicità dello Stato e delle sue leggi mi sta a cuore, in questo momento, più di ogni altra cosa, e ogni piazza che si batta per uno Stato laico è anche la mia piazza. Ci andrei, infine e soprattutto, perché, come tantissimi altri, sono preoccupato e oramai quasi angosciato dalle esitazioni, dalla pavidità, dalla confusione che paralizzano, quasi al completo, la classe dirigente della mia parte politica, la sinistra.
Una parte politica incapace di fare proprio, senza se e senza ma, il più fondante, basilare e perfino elementare dei princìpi repubblicani: quello dell'uguaglianza dei diritti. L'uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dalle differenze di fede, di credo politico, di orientamento sessuale. Ci andrei perché ho il fondato timore che la nuova casa comune dei democratici, il Pd, nasca mettendo tra parentesi questo principio pur di non scontentare la sua componente clericale (non cattolica: clericale. I cattolici sono tutt'altra cosa).
Ci andrei perché gli elettori potenziali del Pd hanno il dovere di far sapere ai Padri Costituenti del partito, chiunque essi siano, che non sono disposti a votare per una classe dirigente che tentenni o peggio litighi già di fronte al primo mattone. Che è quello della laicità dello Stato. Una piazza San Giovanni popolata solamente da persone omosessuali e transessuali, oggi, sarebbe il segno di una sconfitta. Le varie campagne clericali in atto tendono a far passare l'intera questione delle convivenze, della riforma della legislazione familiare, dei Dico, come una questione di nicchia.
Problemi di una minoranza culturalmente difforme e sessualmente non ortodossa, che non riguardano il placido corso della vita civile di maggioranza, quella della "famiglia tradizionale". Ma è vero il contrario. L'intero assetto (culturale, civile, politico, legislativo) dei diritti individuali e dei diritti di relazione riguarda il complesso della nostra comunità nazionale. La sola pretesa di elevare a Modello una sola etica, una sola mentalità, una sola maniera di stringere vincoli tra persone e davanti alla comunità, basta e avanza a farci capire che in discussione non sono i costumi o il destino di una minoranza. Ma i costumi e il destino di tutti.
Ci andrei perché dover sopportare gli eccessi identitari, il surplus folkloristico e le volgarità imbarazzanti di alcuni dei manifestanti è un ben piccolo prezzo di fronte a quello che le stesse persone hanno dovuto pagare alla discriminazione e al silenzio. E i peccati di orgoglio sono comunque meno dannosi e dolorosi delle umiliazioni e dell'autonegazione. E se la piazza dovesse essere dominata soprattutto da questi siparietti, per la gioia di cameraman e cronisti, la colpa sarebbe soprattutto degli assenti, che non hanno capito che piazza San Giovanni, oggi, è di tutti i cittadini. Se ci sono pregiudizi da mettere da parte, e diffidenze "estetiche" da sopire, oggi è il giorno giusto.
Ci andrei, infine, perché in quella piazza romana, oggi, nessuno chiederà di negare diritti altrui in favore dei propri. Nessuno vorrà promuovere un Modello penalizzando gli altri. Non sarà una piazza che lavora per sottrazione, come quella rispettabile ma sotto sotto minacciosa del Family Day. Sarà una piazza che vuole aggiungere qualcosa senza togliere nulla.
Nessuna "famiglia tradizionale" si è mai sentita censurata o impedita o sminuita dalle scelte differenti di altre persone. Nessun eterosessuale ha potuto misurare, nel suo intimo, la violenza di sentirsi definire "contro natura". Chi si sente minacciato dall'omosessualità non ha ben chiaro il concetto di libertà. Che è perfino qualcosa di più del concetto di laicità.
LA REPUBBLICA, 16 giugno 2007 - QUI
mercoledì 30 maggio 2007
OMOFOBIA PERVERSA
Se con perversione si intende uno stravolgimento della norma per volgerla al peggio, una "distorsione mentale e morale" (DIR), un comportamento deviante, allora non si può che definire perversa l'attuale ostilità variamente modulata contro una minoranza di persone definite sulla base dei loro orientamenti sessuali. L'omofobia ha origini antichissime, ma le informazioni che abbiamo sull'omosessualità nella nostra epoca non consentono più le inveterate discriminazioni, e non le consentono soprattutto nelle alte sfere del potere politico e religioso, anche perché ormai l'uguaglianza e la pari dignità delle persone, senza eccezioni di sorta, sono recepite nelle leggi internazionali e nazionali.
Sono amare le riflessioni sulla repressione del Gay Pride a Mosca e sulla diffusione dell'omofobia nell'Europa dell'Est, con inquietanti alleanze tra politici non rispettosi dei diritti umani e capi religiosi di area cristiana. Un esempio: "Ad inizio mese il cardinale Janis Pujats, arcivescovo di Riga, ha invitato i fedeli a scendere in piazza domenica in opposizione alla marcia per i diritti dei gay: «Se ci saranno 1.000 maniaci sessuali che si muovono pazzamente, la popolazione di Riga dovrà essere di almeno 40-50.000: questa proporzione darà al governo sufficienti ragioni per lasciare la perversione sessuale al di fuori della legge». Tra i «maniaci sessuali» indicati dal cardinale ci saranno anche un centinaio di attivisti si Amnesty international e dei deputati svedesi di tutti gli schieramenti politici." Delle idee e leggi islamiche sull'omosessualità non è quasi il caso di parlare tanto è grande la distorsione maniacale che le ispira e che si spinge fino alla pena di morte, assassinio di stato.
L'Unione Europea tace o parla a bassa, bassissima voce. Riguardo alla UE, "la notizia più curiosa arriva dalla Polonia: Ewa Sowinska, garante del governo per i diritti dei bambini, ha affermato ieri che bisogna indagare se i Teletubbies nascondono una propaganda dell'omosessualità. Tutto perché Tinky Winky gira con una borsetta ma sembra un uomo. Con che faccia la Ue andrà a dire a Putin di rispettare i diritti dei gay se ha paura dei Teletubbies?" Questione vecchia ma ancora attuale questa dei Teletubbies. Non è inutile seguirne la storia con qualche link.
Monday, 15 February, 1999, 12:13 GMT
Il Reverendo Jerry Falwell, a former spokesman for America's Moral Majority, ha denunciato lo spettacolo per bambini della BBC TV. Egli dice che non costituisce un buon modello di ruolo per i bambini perché Tinky Winky is gay. ...
... In un articolo chiamato Parents Alert: Tinky Winky viene fuori dal Closet, dice: "Tinky Winky è viola - colore del gay-pride, e la sua antenna ha la forma di un triangolo - simbolo del gay-pride." ...
... Steve Rice, un portavoce di Itsy Bitsy Entertainment, che diffonde i Teletubbies negli USA, ha detto: "Il fatto che porti una borsa magica non fa di lui un gay." ...
Una portavoce della BBC ha detto: "Non è la prima volta che la gente legge del simbolismo nei programmi TV per i bambini e probabilmente non sarà l'ultima. Per quanto ci riguarda, Tinky Winky è semplicemente un dolce, teconologico bambino con una magica borsa."
L'articolo completo si trova in: BBCNews >>> QUI. Ma l'ultima puntata è questa:
Monday, 28 May 2007, 15:49 GMT 16:49 UK
BBC News, Warsaw
The spokesperson for children's rights in Poland, Ewa Sowinska, singled out Tinky Winky, the purple character with a triangular aerial on his head.
"I noticed he was carrying a woman's handbag," she told a magazine. "At first, I didn't realise he was a boy." ... continua QUI
E' chiaro che sto dalla parte delle persone discriminate, ma il mio scopo principale è l'informazione, che pesco qua e là. C'è sempre un lavoro di verifica da fare, e c'è da interpretare, valutare, criticare. Ma senza astio e senza contrapposizioni. A ciascuno il suo giudizio e la possibilità di confronto.
I paragrafi in nero sono tratti dal Manifesto,Prossima tappa, domenica in Lituania, 29 maggio 2007.
In 'convivium': >>> Quiete <<<
sabato 7 aprile 2007
Diversita' e creativita'
“Complete openness of awareness to what exists at the moment is, I believe, an important condition of constructive creativity.”
Carl Rogers
Per Carl Rogers, uno dei maggiori esponenti della psicologia umanistica incentrata sulla persona, "una completa apertura mentale (e mancanza di pregiudizi) nella consapevolezza di cio' che esiste e' al momento una importante condizione di creativita' costruttiva".
L'accettazione e l'affermazione pubblica del valore di ogni singola persona, con le sue multiformi espressioni e orientamenti mentali e sessuali, e' una grande opportunita' per ampliare e potenziare le capacita' creative dei singoli individui e delle societa'. Chiaramente voglio fermare l'attenzione sulla crisi di questo valore nell'infuriare delle polemiche sull'accettazione "pubblica",da parte dello Stato italiano, dell'esistenza delle coppie di "conviventi" e dei loro diritti e doveri. In particolare voglio riferirmi alla "questione omosessuale", che definisco cosi' perche' tale e' diventata o sta diventando.
Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono omosessuali di grande successo, che ci sono omosessuali dovunque nei media, che tutti gli omosessuali lo sono alla luce del sole e parlano liberamente della propria condizione. Sono d'accordo, come e' ovvio. Che cosa non si puo' fare e dire quando si hanno successo e denari? Ancora si potrebbe obiettare che ...
10 aprile 2007
... gli omosessuali e le coppie di fatto non possono comportarsi nelle loro richieste di diritti speciali come se fossero una categoria. Non sono una categoria, infatti, sono una minoranza di cittadini che chiedono un riconoscimento pubblico della loro situazione. E uno Stato democratico si occupa dei bisogni delle minoranze, quindi tutto filerebbe piu' o meno liscio se si lasciasse agire il legislatore serenamente nel rispetto delle leggi vigenti. Leggi che possono anche mutare col mutare del tessuto sociale.
L'obiezione che sembra piu' fondata, infine, e' quella che contempla la possibilita' di risolvere i problemi delle convivenze con dei patti privati. Ma le coppie di fatto, e in particolare le coppie omosessuali che non possono sposarsi, chiedono qualcosa di piu': chiedono il riconoscimento pubblico della loro esistenza. Perche' e in che cosa la famiglia fondata sull'unione di un uomo e una donna dovrebbe essere sminuita e minacciata dall'accettazione "pubblica" della scelta di queste persone che sono cittadini e cittadine come gli altri? Come possono queste famiglie, che gia' esistono e che vogliono solo essere riconosciute come tali, attentare alla vita della famiglia tradizionale? Imbastire un conflitto sproporzionato su una questione come questa che non danneggia nessuno non e' giusto e crea i presupposti per una delle tante deviazioni dallo spirito di tolleranza e di solidarieta' che dovrebbe animare la legislazione e la cittadinanza di un Paese.
Mi fa soffrire quello che sta succedendo in Italia, considero letali le contrapposizioni pesanti quando si parla del benessere comune, mi stupiscono gli egoismi e le offese da qualunque parte vengano. Sui DICO la posizione dei cattolici e' tutt'altro che omogenea e di questo tutti dovremmo tener conto. Lasciando da parte gli eccessi, dalla senatrice col cilicio agli anticlericali per partito preso, ci sara' pure una possibilita' di incontro e di cooperazione sul piano dei diritti umani.
giovedì 5 aprile 2007
DONNE D' AFRICA E DI TUTTO IL MONDO
Bambola della fertilita'
AL BANDO LE MUTILAZIONI GENITALI IN ERITREA
Questa e' una notizia importantissima per tutte le donne e per tutti gli uomini. E' un passo forse ancora soltanto formale, ma e' un passo decisivo e irreversibile. In Africa e nel mondo. Ho conservato alcune testimonianze dei giorni di giugno 2003 in cui si tenne a Il Cairo un Convegno contro le mutilazioni legato alla campagna StopFgm lanciata l'anno precedente a Bruxelles. Da ieri questa pratica criminale, che nessuna rivendicazione identitaria puo' giustificare e nemmeno rendere comprensibile, e' finalmente in evidenza nei giornali italiani ed esteri. Per ricordare, riporto l'articolo dell'Unita'.
L'Eritrea vieta l'infibulazione: nel mondo riguarda 140milioni di donne
Infibulazione al bando in Eritrea. Il governo di Asmara ha dichiarato illegale le mutilazioni genitali femminili e stabilito dure pene per chi la pratica o vi si sottopone. «La circoncisione femminile rappresenta un grave rischio per la salute delle donne e, oltre a metterne in pericolo la vita, causa loro considerevole dolore e sofferenza - si legge in un comunicato pubblicato sul sito dell'esecutivo - chiunque richieda, inciti o promuova la circoncisione femminile sarà punito con una multa o il carcere».
Il provvedimento è entrato in vigore il 31 marzo, ma è difficile dire fino a che punto sarà realmente rispettato. Le mutilazioni genitali femminili sono molto diffuse nel Corno d'Africa e, secondo Secondo l'Unione nazionale delle donne eritree, circa il 90% delle connazionali nel 2002 risultava mutilata, avendo subito una clitoridectomia, escissione o infibulazione.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, in tutto nel mondo sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito l'amputazione della clitoride o delle grandi labbra. E ogni anno sono a rischio circa 2 milioni di bambine. Le conseguenze di queste pratiche per la salute della donna sono estremamente pesanti.
La cosiddetta “circoncisione femminile” è praticata soprattutto in Africa ma non solo. La Somalia ha il triste primato della cosiddetta "infibulazione faraonica" (la più devastante) dove si calcola che il 98% delle donne sia mutilata. Ma anche in Egitto, Sudan settentrionale, Nigeria, Mali, Kenya la pratica, sotto diverse forme, è molto diffusa. La circoncisione femminile, anche in forme più lievi, viene praticata dalle popolazioni musulmane dell´Indonesia, India, Malesia, in alcune zone del Pakistan, nonché in Oman, Yemen e negli Emirati Arabi.
Anche in Italia molte donne migranti sono a rischio mutilazione. Con una legge del gennaio 2006 il Parlamento ha modificato il codice penale per tutelare le donna da queste pratiche: l'articolo 583 bis punisce con la reclusione «da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili».
L'Unita' - Pubblicato il: 05.04.07 - Modificato il: 05.04.07 alle ore 14.40 - >>>QUI<<<
giovedì 29 marzo 2007
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente "approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi" (Statuto C.E.I., art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: "i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana", tra i quali rientra "la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna" (n. 83). "I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato" (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di "un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge" (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non "può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente "approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi" (Statuto C.E.I., art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: "i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana", tra i quali rientra "la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna" (n. 83). "I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato" (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di "un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge" (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non "può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società" (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007
I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.
venerdì 16 marzo 2007
IDENTITA' [senza] VIOLENZA
(terza puntata)
L'identità religiosa è certamente importante, magari molto importante, ma non comporta automaticamente atteggiamenti violenti, anzi. Tra gli appartenenti a una stessa religione possono trovarsi sia portatori di pace e comprensione che fautori di conflitti e intolleranza. Voglio parlare ancora della "identità cattolica" per sostenere ancora una volta che non è una entità monodimensionale e che il "dialogo" fra cattolici e laici è non solo possibile ma doveroso. Se ieri ho citato Enzo Mazzi, sacerdote delle comunità cristiane di base, oggi sono felice di citare il cardinal Martini che continua a dire parole di grande condivisione per credenti cattolici, non cattolici e non credenti.
Intervista al cardinale Martini dopo la messa per i pellegrini milanesi a Gerusalemme
"Bisogna parlare di cose che la gente capisce e ascoltare le sue sofferenze"
"La Chiesa non dia ordini serve il dialogo laici-cattolici"
dal nostro inviato ZITA DAZZI
Il cardinale Carlo Maria Martini
GERUSALEMME - "Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall'alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati. Ma cose che si capiscono perché hanno una ragione, un senso. Prego molto per questo". Raramente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, 80 anni compiuti da poco, ha fatto un accenno così diretto, così esplicito, durante un'omelia pronunciata in chiesa, a temi che agitano anche il dibattito politico nazionale. Ma non lasciavano molti dubbi di interpretazione, le frasi pronunciate ieri sera, durante la messa celebrata nella basilica della Natività di Betlemme, davanti a 1300 pellegrini arrivati al seguito del suo successore, l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Il cardinal Martini, parlando a braccio, fra gli applausi dei fedeli, ha sollecitato la chiesa italiana a credere nel dialogo "fra chi è religioso e chi è non religioso, fra credenti e non credenti" aggiungendo di pregare "perché si raggiunga quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti".
Eminenza, a cosa si riferiva quando parlava della necessità di usare un linguaggio che la gente possa intendere non come un comando ma come una verità quotidiana?
"Credo che la chiesa debba farsi comprendere, innanzitutto ascoltando la gente, le sue sofferenze, le sue necessità, i problemi, lasciando che le parole rimbalzino nel cuore, lasciando che queste sofferenze della gente risuonino nelle nostre parole. In questo modo le nostre parole non sembreranno cadute dall'alto, o da una teoria, ma saranno prese per quel quello che la gente vive. E porteranno la luce del Vangelo, che non porta parole strane, incomprensibili, ma parla in modo che tutti possono intendere. Anche chi non pratica la religione, o chi ha un'altra religione".
Lei ha sempre auspicato la nascita di una pubblica opinione nella chiesa, con la possibilità di discutere, anche di non essere d'accordo.
"Venendo a vivere qui a Gerusalemme io mi sono posto come se fossi in pensione, fuori dai doveri pubblici. Mi sono posto l'impegno di osservare rigorosamente il precetto del vangelo di Matteo, quello che dice non giudicare e non sarai giudicato. Quindi io non giudico, perché con quella misura sarei giudicato. Ma il mio auspicio va in quella direzione".
Molti pensano che la Chiesa sia in difficoltà di fronte ai cambiamenti imposti dalla modernità.
"La modernità non è una cosa astratta. In verità ci siamo dentro, ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente ciò che vive. Non è questione di tempi. Il problema è essere realmente presenti alle situazioni in cui si vive, essere in ascolto, lasciare risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del Vangelo".
Lei ha parlato recentemente della necessità di promuovere la famiglia, un compito che ha definito "più urgente" rispetto alla difesa della famiglia. Con quali azioni si può raggiungere lo scopo?
"Promuovere la famiglia significa sottolineare che si tratta di un'istituzione che ha una forza intrinseca, che non è data dall'esterno, o da chissà dove. La famiglia ha una sua forza e bisogna che questa forza sia messa in rilievo, che quindi appaia la bellezza, la nobiltà, l'utilità, la ricchezza, la pienezza di soddisfazioni di una vera vita di famiglia. Bisognerà che la gente la desideri, la gusti, la ami e faccia sacrifici per essa".
Invece, in questa fase del dibattito politico, della famiglia attuale vengono più facilmente lamentati i modi in cui essa si discosta rispetto al modello ideale.
"Durante l'omelia ho parlato delle comunità che troppo spesso rimangono prigioniere della lamentosità. Il Signore vuole che noi guardiamo alla vita con gratitudine, riconoscenza, fiducia, vedendo le vie che si aprono davanti a noi. Quando andavo nelle parrocchie a Milano, trovavo sempre chi si lamentava delle mancanze, del fatto che non ci sono giovani. E io dicevo di cui ringraziare Dio per i beni che ci ha concesso, non per quelli che mancano. Dicevo che la fede, in una situazione così secolarizzata, è già un miracolo. Bisogna partire dalle cose belle che abbiamo e ampliarle. L'elenco delle cose che mancano è senza fine. E i piani pastorali che partono dall'elenco delle lacune sono destinati a dare frustrazioni e non speranze".
>>>La Repubblica, (16 marzo 2007)<<<
IDENTITA' [senza] VIOLENZA
(terza puntata)
L'identità religiosa è certamente importante, magari molto importante, ma non comporta automaticamente atteggiamenti violenti, anzi. Tra gli appartenenti a una stessa religione possono trovarsi sia portatori di pace e comprensione che fautori di conflitti e intolleranza. Voglio parlare ancora della "identità cattolica" per sostenere ancora una volta che non è una entità monodimensionale e che il "dialogo" fra cattolici e laici è non solo possibile ma doveroso. Se ieri ho citato Enzo Mazzi, sacerdote delle comunità cristiane di base, oggi sono felice di citare il cardinal Martini che continua a dire parole di grande condivisione per credenti cattolici, non cattolici e non credenti.
Intervista al cardinale Martini dopo la messa per i pellegrini milanesi a Gerusalemme
"Bisogna parlare di cose che la gente capisce e ascoltare le sue sofferenze"
"La Chiesa non dia ordini serve il dialogo laici-cattolici"
dal nostro inviato ZITA DAZZI
Il cardinale Carlo Maria Martini
GERUSALEMME - "Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall'alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati. Ma cose che si capiscono perché hanno una ragione, un senso. Prego molto per questo". Raramente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, 80 anni compiuti da poco, ha fatto un accenno così diretto, così esplicito, durante un'omelia pronunciata in chiesa, a temi che agitano anche il dibattito politico nazionale. Ma non lasciavano molti dubbi di interpretazione, le frasi pronunciate ieri sera, durante la messa celebrata nella basilica della Natività di Betlemme, davanti a 1300 pellegrini arrivati al seguito del suo successore, l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Il cardinal Martini, parlando a braccio, fra gli applausi dei fedeli, ha sollecitato la chiesa italiana a credere nel dialogo "fra chi è religioso e chi è non religioso, fra credenti e non credenti" aggiungendo di pregare "perché si raggiunga quel livello di verità delle parole per cui tutti si sentano coinvolti".
Eminenza, a cosa si riferiva quando parlava della necessità di usare un linguaggio che la gente possa intendere non come un comando ma come una verità quotidiana?
"Credo che la chiesa debba farsi comprendere, innanzitutto ascoltando la gente, le sue sofferenze, le sue necessità, i problemi, lasciando che le parole rimbalzino nel cuore, lasciando che queste sofferenze della gente risuonino nelle nostre parole. In questo modo le nostre parole non sembreranno cadute dall'alto, o da una teoria, ma saranno prese per quel quello che la gente vive. E porteranno la luce del Vangelo, che non porta parole strane, incomprensibili, ma parla in modo che tutti possono intendere. Anche chi non pratica la religione, o chi ha un'altra religione".
Lei ha sempre auspicato la nascita di una pubblica opinione nella chiesa, con la possibilità di discutere, anche di non essere d'accordo.
"Venendo a vivere qui a Gerusalemme io mi sono posto come se fossi in pensione, fuori dai doveri pubblici. Mi sono posto l'impegno di osservare rigorosamente il precetto del vangelo di Matteo, quello che dice non giudicare e non sarai giudicato. Quindi io non giudico, perché con quella misura sarei giudicato. Ma il mio auspicio va in quella direzione".
Molti pensano che la Chiesa sia in difficoltà di fronte ai cambiamenti imposti dalla modernità.
"La modernità non è una cosa astratta. In verità ci siamo dentro, ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente ciò che vive. Non è questione di tempi. Il problema è essere realmente presenti alle situazioni in cui si vive, essere in ascolto, lasciare risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del Vangelo".
Lei ha parlato recentemente della necessità di promuovere la famiglia, un compito che ha definito "più urgente" rispetto alla difesa della famiglia. Con quali azioni si può raggiungere lo scopo?
"Promuovere la famiglia significa sottolineare che si tratta di un'istituzione che ha una forza intrinseca, che non è data dall'esterno, o da chissà dove. La famiglia ha una sua forza e bisogna che questa forza sia messa in rilievo, che quindi appaia la bellezza, la nobiltà, l'utilità, la ricchezza, la pienezza di soddisfazioni di una vera vita di famiglia. Bisognerà che la gente la desideri, la gusti, la ami e faccia sacrifici per essa".
Invece, in questa fase del dibattito politico, della famiglia attuale vengono più facilmente lamentati i modi in cui essa si discosta rispetto al modello ideale.
"Durante l'omelia ho parlato delle comunità che troppo spesso rimangono prigioniere della lamentosità. Il Signore vuole che noi guardiamo alla vita con gratitudine, riconoscenza, fiducia, vedendo le vie che si aprono davanti a noi. Quando andavo nelle parrocchie a Milano, trovavo sempre chi si lamentava delle mancanze, del fatto che non ci sono giovani. E io dicevo di cui ringraziare Dio per i beni che ci ha concesso, non per quelli che mancano. Dicevo che la fede, in una situazione così secolarizzata, è già un miracolo. Bisogna partire dalle cose belle che abbiamo e ampliarle. L'elenco delle cose che mancano è senza fine. E i piani pastorali che partono dall'elenco delle lacune sono destinati a dare frustrazioni e non speranze".
>>>La Repubblica, (16 marzo 2007)<<<
martedì 24 giugno 2003
LA MUTILAZIONI DEGLI ORGANI GENITALI FEMMINILI
Agonia - Stella Ubigho Pietra per infibulazione
un'esperienza che non dimenticherò mai Alloysius Osagie
Ogni anno almeno due milioni di bambine africane e orientali subiscono
la mutilazione degli organi genitali.
Nei giorni 21-22-23 Giugno 2003 si è tenuto al Cairo un Convegno contro le mutilazioni
legata alla campagna StopFgm lanciata l'anno scorso a Bruxelles.
NOHA OMARI
IL CAIRO
In alcuni paesi donna non si nasce, lo si diventa con una violenza: ogni anno 2 milioni di bambine
vengono iniziate alla loro femminilità con un rasoio, un coltello o un pezzo di vetro. Ogni strumento
è buono per mutilare gli organi genitali. E restituire al mondo bambine con movenze sensuali frutto
di vere e proprie torture - che lasciano cicatrici profonde - e da un ramo di acacia infilato tra le
gambe per giorni. Prendono coscienza della loro diversità fin da piccole, quando escono di casa
e la mamma urla: «Non giocare a palla, se no ti strappi». Imparano così che essere donna è un
percorso aspro e tutto in salita, fatto di dolore e sottomissione all'uomo, l'unico essere
autorizzato a fare loro raggiungere l'orgasmo. Secondo l'Organizzazione mondiale della
sanità in almeno 28 paesi africani, in Medio Oriente, nell'estremo oriente e ormai, con
le migrazioni, anche in occidente, almeno 130 mila donne sono colpite da 4 diverse forme
di mutilazioni genitali: dalla clitoridectomia all'infibulazione (quasi totale cucitura), dalla
cauterizzazione (sale e limone per impedire lo sviluppo), all'escissione. Ampie casistiche,
pochi numeri certi e un unico risultato: disturbi psicologici, complicazioni sanitarie, sterilità,
alto tasso di mortalità della madre e del bambino durante il parto. «Eppure ci sono dei ginecologi,
all'università, che insegnano ai futuri dottori i (presunti) vantaggi della mutilazione», spiega Mona
al Tobgui, che coordina, per l'Ong egiziana Società per la prevenzione di pratiche dannose, il
convegno internazionale sulle mutilazioni, che si apre oggi (21-22-23 giugno) al Cairo e si collega
alla campagna mondiale StopFgm lanciata nel dicembre scorso all'Unione europea da Emma Bonino.
Fino a oggi hanno aderito più di 3000 persone e numerose associazioni tra le quali, in Italia, l'Unione
donne italiane (Udi), Aidos e Fillea Cgil. «Abbiamo deciso di parlare e agire - è scritto nell'appello -
consce che
il silenzio è il migliore alleato di una pratica terribile
che colpisce milioni di donne
Silence?
Juliet Ezenwa Nze
Chiediamo a tutti di fare
qualsiasi cosa sia in loro potere per abolire
le mutilazioni genitali femminili
The Victim - Emmanuel Ekpeni Midnight Act - Menassah Imonikebe
La mutilazione dei genitali femminili attraverso gli
Occhi degli Artisti Nigeriani
continua su IL MANIFESTO, 21 Giugno 2002, pag. 7
UNA DOMANDA:
QUANTI GIORNALI HANNO LA NOTIZIA DEL CONVEGNO IN PRIMA PAGINA?
QUANTI GIORNALI RICORDANO QUESTI ORRORI ALMENO UNA VOLTA OGNI TANTO?