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domenica 27 gennaio 2013

PER NON DIMENTICARE NESSUNO


Il numero esatto di persone uccise dal regime nazista è ancora soggetto a ulteriori ricerche.

Recentemente, documenti declassificati di provenienza britannica e sovietica hanno indicato che il totale potrebbe essere ancora superiore a quanto ritenuto in precedenza.[senza fonte].
 
 
 
CategoriaNumero di vittimeFonte del dato
Ebrei5,9 milioni[179][180]
Prigionieri di guerra sovietici2–3 milioni[181]
Polacchi non Ebrei1,8–2 milioni[182]
Rom e Sinti220.000-500.000[183]
Disabili e Pentecostali200.000–250.000[184]
Massoni80.000–200.000[185]
Omosessuali5.000–15.000[186]
Testimoni di Geova2.500–5.000[187]
Dissidenti politici1-1,5 milioni[senza fonte]
Slavi1-2,5 milioni[179][188][189][190]
Totale12,25 - 17,37 milioni

I triangoli [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Simboli dei campi di concentramento nazisti.

 
I prigionieri, al loro arrivo, erano obbligati a indossare dei triangoli colorati sugli abiti, che qualificavano visivamente il tipo di «offesa» per la quale erano stati internati. I più comunemente usati erano:
  • Giallo: ebrei—due triangoli sovrapposti a formare una stella di David, con la parola Jude (Giudeo) scritta sopra
  • Rosso: dissidenti politici
  • Rosso con al centro la lettera S: repubblicani spagnoli
  • Verde: criminali comuni
  • Viola: Testimoni di Geova
  • Blu: immigranti
  • Marrone: zingari
  • Nero: soggetti "antisociali" e lesbiche
  • Rosa: omosessuali maschi
da WIKIPEDIA

venerdì 28 gennaio 2011


da I sommersi e i salvati di Primo Levi
"una guerra senza fine"

Luca Signorelli_Cappella di San Brizio_dannati all'inferno - da WIKIMEDIA. ORG

 




"L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E' compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercirtato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da 'laboratorio': la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l'ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. E' una zona grigia dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare".

I sommersi e i salvati, Einaudi, 2007, pag. 29 - L'immagine compare sulla copertina del libro nell'edizione del 2007

 

giovedì 27 gennaio 2011


"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre"
Primo Levi


 
Locandina della Città di Venezia_2011

Memoria della Shoah e di tutte le sue vittime

 



La memoria si affievolisce se non viene alimentata. La Shoah e i genocidi del XX secolo di riguardano tutti. La memoria, però, per non rimanere un fatto retorico, deve essere corroborata da sguardi attenti sull'OGGI e da riflessioni non di maniera. Lungo l'elenco delle tragedie che richiamano alla mente i caratteri propri dei grandi genocidi. Sono tragedie dei nostri tempi. Non importa se piccole o molto piccole rispetto all'unicità della Shoah. Impedire l'inizio è importante. Venezia è in Veneto, regione leghista. Per questo ho copiato la locandina della città di Venezia. Io rifletto oggi su ....
 





*
 



 Legge 20 luglio 2000, n. 211



"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"



pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000



Art. 1.



1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.



Art. 2.



1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.




 





  


 

martedì 27 gennaio 2009

GIORNO DELLA MEMORIA 2009


La Shoah e tutti gli altri genocidi


Moonlight, Mars, and Milky Way - Credit & Copyright: Barney Magrath


La Via Lattea, il nostro posto nell'Universo


Noi siamo qui, ai margini di una galassia dell'universo sconfinato: bellezza e grandezza sconfinate inimmaginabili, sublimi. Qui sono stati compiuti orrori immensi in tutti i tempi della storia umana. Massimo fra quegli orrori, anche se sciaguratamente non primo e non ultimo, la SHOAH. Orrore unico per le sue specificità di fronte alle quali la mente si rattrappisce con uno sgomento insuperabile. Ma la memoria deve comprendere tutti i genocidi dei secoli passati, in particolare del XX secolo. E deve spingerci oltre, la memoria, con un'attenzione estrema ai possibili genocidi e massacri di questo XXI, verso il superamento definitivo della violenza, di ogni violenza, sul pianeta Terra.



Auschwitz (e altrove), il nostro posto nell'orrore del disumano


Qui, nel nostro mondo, in Europa, in Germania e Italia, esseri umani come noi, nostri concittadini, poterono mettere in atto orrori di dimensioni immani nel peso dei numeri e senza precedenti quanto a manifestazione di un pensiero criminale incarnato dai capi di una grande nazione e dai loro innumerevoli "volenterosi collaboratori". Farci portare oltre dalla memoria significa RICORDARE che in ogni momento potremmo noi stessi, per incoscienza o traviamento, trasformarci ancora una volta in "volenterosi collaboratori".  


Memoria di tutte le vittime della shoah (sterminio)



*


Tempi della memoria nell'era ratzingeriana



Due date importanti:




  • domenica scorsa, il cinquantenario dell'annuncio del Concilio Vaticano II



  • oggi, il 64° anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz e del disvelamento completo di crimini orrendi compiuti in nome di un'ideologia criminale che si poggiò sul secolare antigiudaismo poi trasformatosi nell'antisemitismo.



Un capo di Stato DEVE avere accortezza, prudenza, senso del tempo e dell'opportunità. Difficile credere a un errore di distrazione, Santità, anche perché ne ha già fatti parecchi, sempre in direzione non pacifica, a cominciare dal discorso di Ratisbona. Scegliere questo intervallo temporale per il ritiro della scomunica a un vescovo negazionista è proprio brutto, e per me inaccettabile. E lei, Santità, certo non ha bisogno della mia indulgenza.


Aggiornamento 5 febbraio 2009


Dopo è successo un po' di tutto: critiche, sofferenze dei cattolici e dei non cattolici, dichiarazioni vaticane, miserie dell'ambiguità. Un riassunto nell'articolo che segue:


La Chiesa tentata dal passato di Gian Enrico Rusconi(La Stampa, 5 febbraio 2009)


*


I GIORNI DI OBAMA



U.S. President Barack Obama speaks before signing two executive orders on combating climate change while in the East Room of the White House in Washington, January 26, 2009. From L-R are: Secretary of Transportation Ray LaHood, Obama, and EPA Administrator Lisa Jackson. Obama told the Environmental Protection Agency on Monday to reconsider California's request to regulate greenhouse gas emissions from cars, reversing the climate policies of former President George W. Bush.REUTERS/Larry Downing (UNITED STATES)


In questi giorni quest'uomo tenta di essere un uomo di pace. Speriamo che continui in questo modo, consci comunque delle difficoltà immani del mondo intero. 


*

domenica 27 gennaio 2008

SHOAH


LO STERMINIO



Le vittime


ebrei (stella di David gialla): 6 milioni


rom e sinti (triangolo marrone) - omosessuali (triangolo rosa) - "antisociali" [disabili fisici e mentali, vagabondi, prostitute e lesbiche] (triangolo nero) - testimoni di Geova (triangolo viola) - oppositori politici (triangolo rosso) - apolidi (triangolo blu): 5 milioni ... QUI


Genocidi del Novecento


Il 27 gennaio 1945, a  mezzogiorno circa, la prima pattuglia alleata giunse al lager di Auschwitz. Se ci volgiamo a guardare il Novecento, vediamo un secolo caratterizzato dal ricorrere del crimine di massa che chiamiamo "genocidio": gli armeni in Turchia, le "liquidazioni" genocidarie sovietiche, gli ebrei in Europa, i cambogiani ad opera dei khmer rossi di Pol Pot, la pulizia etnica in Bosnia a opera dei serbi, il genocidio in Ruanda. Se guardiamo a oggi, a questo XXI secolo appena iniziato, vediamo che il pericolo persiste: che cosa sta accadendo in Darfur e in Kenia?


La shoah, evento unico


La singolarità della Shoah è assoluta ed estrema, perché "in essa si trovano riuniti tutti i momenti del processo genocidario, che invece in altri avvenimenti genocidari non sono presenti o comunque non tutti insieme: 1. misure di stigmatizzazione ideologica, 2. procedure di esclusione giuridica, 3. pratiche di lento annientamento con la ghettizzazione, 4. omicidi collettivi in aree ritenute strategiche, 5. e infine omicidio di massa in toto; per questo essa acquisisce facilmente la funzione di 'tipo ideale', che Max Weber definiva innanzitutto come un 'quadro concettuale in sé unitario'. Ciò spiega anche perché la Shoah è al centro della nostra visione generale del genocidio e comunque, racchiudendo in sé i tratti più caratteristici di un fenomeno, essa ci aiuta a capire le altre barbarie del secolo scorso." Bernard Bruneteau, Il secolo dei genocidi, il Mulino, pagg. 169/70 ]


Due domande


1. Come fu possibile il consenso totale e delirante al fascismo e al nazismo? E' doveroso che noi italiani ce lo chiediamo non diversamente dai tedeschi, perché in Italia furono approvate le "leggi razziali" nel 1938, con tanto di firma del re. Aquesto proposito ho letto un articolo di Furio Colombo: Italia contro Italia : "la Shoah è un delitto italiano. L’Italia nel 1938 ha approvato le più crudeli e totalitarie leggi razziali d’Europa, il Parlamento fascista italiano le ha approvate con esultanza. Il Re d’Italia - unico re d’Europa - le ha firmate e rese esecutive."


2. Che cosa si può fare perché queste storie di crimini infami non si ripetano? 



Oggi a Treviso in Piazza dei Signori contro il razzismo 


"davanti al dilagante germe del razzismo che sta infettando il Veneto ... Marco Paolini, Mauro Covacich e la pattuglia di intellettuali delle tre venezie hanno sfidato il «razzismo istituzionale»Il razzismo che alcuni irriducibili leghisti, con alla testa il vice-sindaco «sceriffo» di Treviso Giancarlo Gentilini, stanno spargendo a piene mani, con l’obiettivo di erigere muri, escludere, forgiare una società piramidale con i «bianchi» in cima e tutti gli altri al margini, schiavi. «Se vivi qui - spiega Tiziano Scarpa - ti rendi conto dell’impresentabilità, dell’imbecillità di chi inneggia alle Ss».
L’idea è partita un mese fa quando alcuni esponenti leghisti hanno hanno passato il confine della decenza inneggiando ai nazisti, ai «dieci clandestini uccisi per uno di noi». [...] Per questo gli intellettuali del Nordest hanno deciso di uscire allo scoperto, di rompere il silenzio assordante che circonda il razzismo istituzionale. «Non siamo mai fuggiti di fronte al dilagare di questo germe - prosegue Tiziano Scarpa, mentre si avvicina al porticarto dove saranno letti brani contro il razzismo - nel Veneto vi è un formicolare di iniziative, ci muoviamo in rete, con i blog collettivi, non siamo stati latitanti. Si deve alla sensibilità di Mauro Covacich se abbiamo deciso di andare in piazza dei Signori. Quelle di alcuni amministratori non sono solo “sparate” sbruffonate, loro vogliono “rompere i coglioni” agli immigrati, far sapere che non saranno mai dei nostri, come noi. Vogliono infastidire, intimorire».
Tocca a Mauro Covacich, l’ideatore dell’iniziativa. «Leggerò – ci dice - un breve brano tratto da Sillabario di Goffredo Parise, il racconto di intitola “altri” ed ha per protagonista un bambino che scopre l’esistenza dei suoi coetanei». Mauro appare «autenticamente felice. Se fossimo andati in un altro posto - spiega - avrei potuto dire che la nostra critica è scontata, è ovvio essere contro il razzismo, ma oggi usciamo dalla scontatezza. Treviso è un luogo simbolico, il razzismo viene dalle istituzioni, dall’alto. In un bar di periferia può capitare di sentire una battuta sulle Ss, ma qui, a dire queste cose, sono le istituzioni». [ L'Unità, 27 gennaio 2008. QUI ]

sabato 27 gennaio 2007

27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2007


Memoria di tutte le vittime della shoah (sterminio)



Ci aiuta a ricordare tutte le vittime la maniacale precisione degli aguzzini nazifascisti che avevano organizzato una serie di contrassegni per ciascun gruppo di prigionieri nei campi di concentramento:


ebrei (stella di David gialla) - rom e sinti (triangolo marrone) - omosessuali (triangolo rosa) - "antisociali" [disabili fisici e mentali, vagabondi, prostitute e lesbiche] (triangolo nero) - testimoni di Geova (triangolo viola) - oppositori politici (triangolo rosso) - apolidi (triangolo blu) ...


Sei milioni di ebrei e un altissimo numero (quanti milioni?) di persone non ebree ma ugualmente oggetto di odio discriminatorio, razzista in senso lato. E al ricordo di queste vittime vorrei si aggiungesse quello di tutte le altre vittime di stermini, prima e dopo l'orrore nazifascista, fino a quelle dei nostri tempi, del nostro oggi.


Remember Poem


Vorrei evitare la retorica delle celebrazioni di un giorno, pur importanti, e ricordarmi che ogni giorno è necessario interrogarsi su quello stato mentale, non ancora risolto, che Umberto Eco chiama il "fascismo eterno" e che si presenta sotto le forme più diverse, tanto più subdolo quanto più mascherato.


Lo sterminio nazifascista è stato indiscutibilmente un evento unico per l'eccezionalità dell'ideologia e dei metodi e del numero delle vittime, ma questo non autorizza a sottovalutare eventi "minori" e a non rimanere vigili, a cominciare da noi stessi/e.


"Informarsi soltanto non costa sforzo, la vera fatica è trasformare l'informazione in conoscenza. È anche una fatica implicitamente etica, perché parte sempre da un riconoscimento dell'altro". Elie Wiesel


Ho letto un articolo di Moni Ovadia illuminante ed edificante prorpio in questo senso. Ne riporto un pezzo:


"Se la memoria non è uno strumento di costruzione del futuro, se non viene sottratta alle forme retoriche della routine, rischia di diventare un boomerang. Per evitare una simile pericolosa eventualità, è urgente vivificare il senso ultimo della Shoà nella battaglia contro ogni forma di razzismo, di sopraffazione, di offesa alla dignità e al diritto degli uomini, di ogni uomo. Solo il legame con le grandi battaglie per l’uguaglianza, per la pace, per la giustizia sociale, per la sacralità universale di ogni esistenza umana tiene viva quella memoria e la rilancia eticamente contro l’inaridimento celebrativo e l’isterilirsi nelle forme museali che ne fanno una comoda copertura delle false coscienze." (Memoria e propaganda)




Nota: non ho pretese di acribia storica, perciò metto in conto qualche imprecisione sull'elenco delle vittime, elenco che si trova in vari siti. In questo blog l'ho riportato copiandolo da PeaceReporter <<<QUI<<<. A proposito del  "fascismo eterno": QUI

venerdì 27 gennaio 2006

 



Per non dimenticare
Giorno della memoria 

l'abbattimento dei cancelli di Auschwitz

27 gennaio 1945 




Immagini e servizi



giovedì 10 febbraio 2005

 Il valore della Giornata del ricordo


LA MEMORIA SENZA OSSESSIONE


di Claudio Magris



Nel mito greco Mnemosyne, la memoria, è la madre delle Muse ossia di tutte le arti, di ciò che dà forma e senso alla vita, proteggendola dal nulla e dall’oblio.


Nella tradizione ebraica, uno dei più profondi attributi di Dio è quello di ricordare «fino alla terza, alla quarta, alla centesima generazione». Questa memoria divina è insieme giustizia e carità, rifiuto di lasciar cadere in prescrizione il male e riscatto delle sue vittime. L’atto del ricordo, in tal senso, è carità e giustizia per le vittime del male e del dolore, individui e popoli scomparsi talora anche in silenzio e nell’oscurità, schiacciati dal «terribile potere di annientamento» della Storia universale, come la chiamava Nietzsche.


La memoria è resistenza a questa violenza; essa significa andare alla ricerca dei deboli calpestati e cancellati, di quella «pietra rifiutata dai costruttori» di cui il Signore, come sta scritto, farà la pietra angolare della sua casa, ma che giace sepolta sotto le rovine e i rifiuti e va ritrovata e custodita con amore e rispetto. La memoria è il senso della coralità di tutti gli uomini, anche di quelli in quel momento non visibili, che essa scopre presenti, e dar vita agli assenti, come ha scritto Lorenzo Mondo, è un atto d’amore.


Le persone, i valori, gli affetti, le passioni sono ; anche se legate a un preciso momento temporale, non appartengono soltanto ad esso, così come una poesia scritta in un certo giorno di un certo anno non appartiene soltanto a quella data, bensì al presente della vita e continua a esistere e a crescere. Questo ricordare, strettamente connesso con l’amore, ha ben poco a che vedere con la memoria meccanica, con la capacità di registrare e ritenere molti dati, e con la querula nostalgia sentimentale del passato, trasfigurato e falsificato come se fosse stato migliore del presente, anche se è stato invece così spesso orribile e pieno di sciagure.


La memoria è il fondamento di ogni identità, individuale e collettiva, che si basa sulla libera conoscenza di se stessi, anche delle proprie contraddizioni e carenze, e non sulla rimozione, che crea paura e aggressività. Custode e testimone, il ricordo è pure garanzia di libertà; non a caso le dittature cercano di alterare o distruggere la memoria storica.


I nazionalismi la falsificano e la violentano, il totalitarismo soft di tanti mezzi di comunicazione la cancella, con un’insidiosa violenza che scava paurosi abissi non solo fra le generazioni, ma fra una classe e l’altra di scuola, e crea individui inconsapevoli della complessità della storia, incapaci di essere semplici come colombe e avveduti come serpenti, come vuole il Vangelo, e per ciò esposti all’inganno, alla manipolazione, alla servitù.


Dedicare ufficialmente alcune giornate al ricordo delle vittime di genocidi, massacri, guerre e altre delittuose catastrofi non basta, così come non basta portare un fiore una volta all’anno su una tomba, ma è un gesto simbolico che, se non è svuotato e ridotto a mera convenzione retorica, ha l’autentico valore e significato di esprimere la presa di coscienza di un’intera comunità nazionale e statale.


La proposta di ricordare insieme - ossia di equiparare - tutte le vittime dei diversi totalitarismi e delle violenze perpetrate anche da regimi e governi non totalitari ha destato discussioni e proteste, talora ingiuste e talora giustificate. Ingiuste, se si vuole far differenza tra le vittime, come se alcune avessero più diritto di altre di non morire, di non essere assassinate e dimenticate. Le vittime di Auschwitz esigono, individualmente, di essere ricordate altrettanto quanto le vittime dei gulag staliniani, delle foibe titoiste, del lager di Arbe, in Croazia, e di altri in cui noi italiani abbiamo imitato, contro gli slavi, con zelo i nazisti.


Se qualcuno vuole escludere dalla pietas e dal ricordo l’una o l’altra schiera di vittime, ha torto. E non bisogna scordare che crimini li hanno compiuti non solo i regimi tirannici, ma pure quelli democratici, responsabili di ciniche ecatombi nel passato più lontano e più recente, massacri che - come quelli che anche adesso si svolgono in tanti Paesi, anche non additati quali Stati canaglia e ignorati dalle televisioni - sono tante volte passati e passano sotto silenzio, perché il grido di quelle vittime non ha la forza di giungere fino a noi, soffocato da un accorto rumore mediatico assordante.


Ma l’eguaglianza delle vittime non significa eguaglianza delle cause per cui sono morte. I tedeschi morti nel bestiale bombardamento di Dresda non sono meno degni di memoria e rispetto dei caduti americani e inglesi, ma ciò non può eliminare, in una conciliazione truffaldina in cui come nella notte tutte le vacche sono nere, la sostanziale differenza tra l'Inghilterra di Churchill e la Germania di Hitler.


Le vittime delle foibe - alcune delle quali, antifascisti militanti, sono cadute per mano di coloro che consideravano amici e alleati nella lotta contro il nazifascismo - non valgono meno delle vittime della Shoah. Ma non si possono storicamente equiparare le foibe alla Shoah e non solo e non tanto per il divario numerico, ma perché in un caso si è trattato del pianificato progetto di sterminio di un popolo intero e nell’altro di una violenza nazionalista-sociale-ideologica, simile a tanti altri episodi accaduti in analoghe circostanze di guerra e di collasso civile, ma non per questo certo meno orribile o più giustificabile.


Perché il lungo silenzio sulle foibe? Chiedono molti che avrebbero potuto e dovuto parlarne. Se i comunisti, come si è detto, hanno cercato di soffocare la loro memoria per interesse politico di parte, gli altri, gli anticomunisti - si è osservato qualche giorno fa in una trasmissione televisiva dedicata all’argomento - hanno taciuto anche perché era interesse dell’Occidente, in quegli anni, tenersi buono Tito nella sua opposizione a Mosca e nella sua leadership dei Paesi non allineati. È certo un bene che l’Occidente abbia vinto, ma non era altrettanto cinico, rispetto a quei morti, consegnarli alla violenza dell’oblio in nome del proprio interesse politico?


Ma il silenzio era calato su di loro - come sull’esodo istriano - anche per altre ragioni: per indifferenza, per l’abitudine di concentrare il proprio interesse soltanto sugli argomenti del giorno imposti da un’informazione sempre più concentrata su se stessa, che ha insegnato a parlare solo di ciò di cui si parla, a leggere solo ciò che viene vistosamente imposto e a dimenticare che esistono altri libri e altri giornali, in una crescente gara dei mezzi di comunicazione a diventare sempre più simili e a dire tutti le stesse cose, a parlare tutti dello stesso libro, in un apparente pluralismo che produce gli stessi effetti di un rigido monopolio ideologico.


Come ricordava l’altra sera Anna Maria Mori, capitava, in quegli anni, di incontrare gente, anche di media cultura, che chiedeva se Trieste era in Jugoslavia e diceva «Belgrado» e non «Beograd», ma «Pula» e non «Pola». Non credo fosse colpa dei comunisti, ma dell’andazzo culturale del Paese e dunque della sua classe dirigente, che non era comunista, come, contrariamente a quanto si dice, non lo era la maggior parte dell’editoria, responsabile dei testi scolastici, né dell’informazione. In quegli stessi anni in cui il dramma dell’Istria era dimenticato, gli italiani potevano ascoltare tanta propaganda sui comunisti trinariciuti e autori di ogni nefandezza.


C’è tuttavia pure un ricordo negativo che pretende di legare irreparabilmente gli uomini al passato, di pietrificarli come il volto di Medusa. Una memoria rancorosa che incatena l’animo al ricordo bruciante di tutti i torti subiti, pure lontani, magari vecchi di secoli, e alla necessità di presentare il loro conto anche a eredi o presunti eredi che non ne hanno colpa alcuna, di vendicarli indiscriminatamente, perpetuando così la catena di violenze e vendette, alimentando nuove tragedie.


In quegli anni di oblio, il ricordo delle foibe - e, più in generale, dell’esodo istriano - veniva spesso alimentato (e sfruttato politicamente dall’estrema destra) con uno spirito di risentimento e di vendetta che poteva essere comprensibile in chi aveva subito gravi o gravissimi torti, ma rinfocolava quel generico, indiscriminato odio o disprezzo antislavo che era stato una delle origini del dramma provocato e subito dall’Italia ai suoi confini orientali.


Ricordare, aver sempre presente Auschwitz non significa coltivare l’odio per i tedeschi di oggi.


Ancor più inammissibile e sacrilego sarebbe se gli italiani e gli slavi usassero i loro morti per attizzare odi reciproci, in una terra il cui senso - come hanno visto i grandi scrittori triestini - è la compresenza di culture, l’oppressione o scomparsa di una delle quali significa una mutilazione per tutti.


La rappresentazione più autentica di quel mondo l’hanno data in questo senso, da parte italiana, coloro che - come Tomizza, Madieri, Miglia, per citare solo alcuni - hanno narrato senza titubanza e senza regressivi rancori il dramma che l’ha lacerato, ponendo così le premesse, come altri scrittori da parte slava, per una memoria non più divisa ma condivisa.


Il ricordo creativo è libertà, anche dall’ossessione dei luttuosi eventi ricordati: «Getta dietro di te il tuo dolore e sarai libero», dice Rebecca nel Rosmersholm di Ibsen. La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per portarlo in quella patria, in quella casa natale che ognuno, dice Bloch, crede nella sua nostalgia di vedere nell’infanzia e che si trova invece nel futuro, alla fine del viaggio.


dal Corriere  - 10 febbraio 2005




Claudio Magris mi ha fatto piangere di commozione. Nel suo pensiero ho trovato risonanze profonde del mio sentimento e della mia memoria, e tutte quelle cose che non sarei stata in grado di raccogliere in un discorso di siffatta completezza, lucidità e onestà.


Ha avuto anche il merito di ricordare scrittori di valore che hanno sviscerato quella complessità dolorosa in opere che sarebbe indispensabile conoscere per comprendere come le persone vissero quegli accadimenti. 


Con dolce malinconia ricordo la nobiltà di Fulvio Tomizza che ho conosciuto e avuto per amico. I suoi romanzi sono stati nutrimento essenziale per la mia formazione, e per la memoria storica e per l'analisi introspettiva e per la grandezza letteraria. I suoi romanzi sono stati nutrimento essenziale per la mia formazione, e per la memoria storica e per l'analisi introspettiva e per la grandezza letteraria. "Ciò che ho visto e vissuto" è l'epigrafe che Fulvio Tomizza ha posto all'inizio de "La miglior vita", una delle opere più belle che abbia letto. E non mi fa velo l'immenso affetto per l'amico.



Un altro articolo di Claudio Magris, trovato in PeaceReporter oggi 11 Febbraio 2005.















Italia - 10.2.2005
La giornate delle foibe
Pubblichiamo un intervento di Claudio Magris










































 Le tragedie «usate»


da un intervento di
Claudio Magris* 


La Resistenza e le foibe sono delle realtà, ognuna delle quali va ricordata di per sé, quando è il momento, senza il ridicolo bisogno quasi di correggere il ricordo dell’una col ricordo delle altre o viceversa.
Quando diciamo che i Gulag staliniani erano un orrore, è grottesco precipitarsi a dire, nello stesso momento, che i Lager erano mostruosi o viceversa, come se ciò non fosse ovvio.
Inoltre, c’è differenza fra il disegno sistematico di sterminio propugnato e praticato dal nazismo, del quale la Risiera è un episodio, e orribili violenze nazionalistiche scatenate alla fine di una guerra.
È blasfemo, è indice di cattiva coscienza usare le tragedie delle vittime per fini politici attuali.
Quando, molti anni fa, scrissi sul Corriere dei crimini delle foibe, nessuno dei tanti che oggi se ne sciacquano la bocca vi prestò la minima attenzione, perché in quel momento quei crimini e le loro vittime non servivano ad alcuna propaganda politica.
Una cosa è certa: se oggi possiamo tutti parlare liberamente di Risiera e di foibe, esprimendo le opinioni politiche più diverse e contrastanti, lo dobbiamo al 25 aprile, alla Resistenza, alla Liberazione che ha ridato a tutti i cittadini, di destra, di centro e di sinistra, la democrazia e la libertà.
Deve averlo istintivamente capito, pur forse senza rendersene pienamente conto, anche chi a Trieste ha proposto di dichiarare il 25 aprile festa non della Resistenza, ma della conciliazione di tutti gli italiani: la festa di tutti - del Paese, della nazione, dell’Italia restituita a se stessa e a tutti i suoi cittadini, di centro, di destra e di sinistra - non può certo essere la marcia su Roma, bensì la Resistenza e la Liberazione antifascista.


Claudio Magris, giornalista, ha pubblicato questo intervento  il 5maggio2002




venerdì 28 gennaio 2005

Il giorno della memoria: l'altro sterminio

a cura di PeaceReporter


Oggi ho trovato questo lungo documento che completa il quadro delle vittime dei campi di sterminio. Mi sembra giusto e utile consevarlo integralmente in questo diario in cui raccolgo alcune delle testimonianze che ritengo importante ricordare e poter rileggere in qualsiasi momento. Nelle celebrazioni ufficiali e anche nei normali testi di storia, per quello che ne so io ovviamente, "l'altro sterminio" è un argomento a cui si fa cenno senza molti approfondimenti. Certo è una mia mancanza, perciò ho approfittato del lavoro di PeaceReporter.


Nei campi di sterminio vennero uccisi anche cinque milioni di detenuti non-ebrei: antifascisti di tutta Europa, prigionieri di guerra, rom, omosessuali, testimoni di Geova, malati di mente, emigranti apolidi. Un altro sterminio di cui si parla poco o niente, nonostante le sue tragiche dimensioni. Chi si aggirava tra le baracche di un campo di sterminio nazista non si imbatteva solo nei detenuti ebrei, contraddistinti da una stella di Davide gialla puntata sulle loro divise grigie a righe nere. Era possibile scorgere decine di altri simboli: stelle e triangoli di vari colori, uno per ogni tipologia di internato. C’era il triangolo rosso per gli oppositori politici: socialisti, comunisti, anarchici, e democratici antifascisti di tutta Europa, italiani, tedeschi, francesi ma soprattutto polacchi e cecoslovacchi. La loro nazionalità era segnalata con l’aggiunta di una lettera nera sopra al triangolo.
Sempre rosso, ma con il vertice all’insù, era il triangolo per i prigionieri di guerra catturati dalla Wermacht, l’esercito tedesco. I prigionieri di guerra ‘speciali’ erano marchiati invece con un cerchio rosso dentro uno bianco.



 























 











Il triangolo marrone distingueva i detenuti rom, quello rosa gli omosessuali, quello blu gli emigranti apolidi, che in realtà erano per la maggior parte rifugiati politici spagnoli non riconosciuti dalla Germania hitleriana in quanto in fuga dal regime fascista dell’alleato Franco.

I testimoni di Geova, che furono tra i primi a promuovere l’obiezione di coscienza alla leva nell’esercito della Germania nazista, erano segnati con un triangolo viola.
Quello nero distingueva i cosiddetti ‘antisociali’, una vasta categoria comprendente malati di mente e disabili (già oggetto del tremendo progetto di ‘eutanasia’ T4), vagabondi, mendicanti, venditori ambulanti, prostitute e lesbiche.



Infine un triangolo verde per i criminali abituali e infine una fascia al braccio con la scritta ‘idiota’ per i ritardati mentali.
Se il prigioniero appartenente a una di queste categorie era anche ebreo, il suo triangolo si sovrapponeva alla stella di Davide gialla.

In tutto, secondo l’autorevole centro studi sull’olocausto Simon Wiesenthal, le vittime non ebree della follia hitleriana furono cinque milioni. Un altro sterminio di cui si parla poco o niente, nonostante le sue tragiche dimensioni.

Terese Pencak Schwartz, una ricercatrice di origini ebraiche, scrive sul sito
Olocausto dimenticato dedicato alle vittime non ebree: “Mentre non c’è dubbio che Hitler abbia perseguito le sue politiche di odio nei confronti degli ebrei causando la morte di sei milioni di persone, troppo spesso le vittime non ebree vengono dimenticate. In tutto furono undici milioni le vite preziose perse durante l’olocausto. Sarebbe molto triste dimenticare anche solo una vita. Sarebbe una tragedia dimenticarne cinque milioni”.


Il triangolo viola
Questo colore venne assegnato ai testimoni di Geova internati nei campi di sterminio

In Germania erano poco più di ventimila i Bibelforscher o Studenti Biblici, come erano allora chiamati i testimoni di Geova, quando i nazisti andarono al potere nel ’33.

Da subito furono presi di mira per il loro rifiuto di sostenere l’ideologia nazista. Quasi diecimila testimoni di Geova tedeschi furono internati nelle prigioni o nei campi nazisti, dove duemila di loro trovarono la morte. I testimoni non prendevano parte alla vita politica e soprattutto alle guerre. Dal loro credo religioso discendevano una serie di comportamenti quotidiani che si scontravano con l’ideologia totalizzante del nazismo: il rifiuto di imbracciare le armi e di lavorare per l’industria bellica, il rifiuto di idolatrare il führer (il saluto “Heil Hitler!”) o la svastica, il rifiuto di aderire al partito nazista, nonché l’imparzialità con cui diffondevano il messaggio evangelico non facendo distinzioni tra razze.

Quella dei testimoni fu la prima associazione religiosa ad essere proscritta nella Germania nazista già nella primavera del ’33.

Per uscire dai campi di concentramento o di prigionia ai testimoni internati sarebbe stato sufficiente firmare un’abiura, che recitava: “Ho lasciato completamente l’organizzazione degli Studenti Biblici o testimoni di [ Geova] e mi sono liberato nel modo più assoluto dei [suoi] insegnamenti . . . Con la presente assicuro che mai più prenderò parte all’attività . . . degli Studenti Biblici. Denuncerò immediatamente chiunque mi avvicini con l’insegnamento degli Studenti Biblici o riveli in qualche modo di farne parte. Consegnerò immediatamente al più vicino posto di polizia tutte le pubblicazioni degli Studenti Biblici che dovessero essere inviate al mio indirizzo. In futuro stimerò le leggi dello Stato, specie in caso di guerra difenderò, armi alla mano, la madrepatria e mi unirò in tutto e per tutto alla collettività”.

Dal 1933, bibbie e pubblicazioni bibliche vennero confiscate ai testimoni e date alle fiamme. Singoli testimoni furono picchiati e arrestati perché partecipavano a riunioni di culto. Si moltiplicarono i licenziamenti di coloro che lavoravano nella pubblica amministrazione, nella scuola o in altri impieghi pubblici. I loro figli vennero espulsi da scuola. Centinaia di genitori si videro privati della potestà e i figli furono avviati a centri di rieducazione nazista.

Nel 1936 la Gestapo formò un’unità speciale per dare la caccia ai testimoni che si ostinavano a sfidare il bando nazista e continuavano ad osservare clandestinamente i precetti della loro fede. Nel 1938 erano già circa seimila i testimoni imprigionati o internati per la loro fede, con la loro riconoscibile uniforme completata dal triangolo viola.
Il primo obiettore di coscienza tedesco della II guerra mondiale ad essere passato per le armi fu proprio un testimone di Geova: August Dickmann. Fu fucilato il 15 settembre 1939 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, per ordine di Heinrich Himmler, capo delle SS.


Il triangolo blu
Il colore blu veniva assegnato agli apolidi. Tra di loro i repubblicani spagnoli

Nella storia della deportazione politica in Germania c’è una pagina poco conosciuta di cui sono stati vittime circa dodicimila spagnoli. Malgrado la posizione ambigua tenuta dalla Spagna durante la Seconda Guerra Mondiale, prima favorevole all’Asse Roma-Berlino, poi, quando il vento cambiò, favorevole agli Alleati, alcuni spagnoli pagarono un alto tributo di sangue alla causa della libertà. I deportati spagnoli erano una parte dei cinquecentomila repubblicani, anziani, donne, bambini e militari che tra il gennaio e il febbraio 1939 attraversarono la frontiera della Catalogna per sfuggire alla persecuzione dei franchisti, che uccidevano gli avversari politici compiendo quello che loro chiamavano "limpieza", pulizia. Scapparono per trovare rifugio in Francia.

Le autorità francesi, però, impreparate a fronteggiare un esodo di tali dimensioni, trattennero i profughi appena oltre il confine, sui Pirenei. Poi li trasferirono sulle spiagge del Sud-Est e li rinchiusero fra il mare e il filo spinato. Per giorni rimasero in umide buche scavate nella sabbia, con poco cibo e senza assistenza medica. Donne, bambini e feriti furono quindi trasferiti in strutture più adeguate mentre sulle spiagge del Roussillon furono costruite baracche di legno per dare agli uomini un rifugio meno precario.

Con l’aggravarsi della minaccia di guerra, il governo francese costituì le "Compagnies de Travailleurs Étrangers" (C.T.E.). Ognuna aveva duecentocinquanta internati agli ordini di un ufficiale della riserva, per lavorare alla costruzione delle infrastrutture pubbliche nei dipartimenti e al completamento della linea Maginot. Cinquemila di questi rifugiati, decisi a combattere contro i tedeschi, si arruolarono nei "Battallions de Marche" della Legione Straniera.

Entrambi i gruppi si trovarono coinvolti nella disfatta dell’esercito francese del giugno 1940 e molti caddero prigionieri dei tedeschi. Dietro sollecitazione di Ramon Serrano Suñer, Ministro degli Esteri spagnolo e cognato di Franco, fu loro negato lo status di prigionieri di guerra e furono definiti prigionieri politici.Furono inviati al campo di Mauthausen in Austria, all’epoca riservato agli antinazisti ed ai detenuti comuni tedeschi ed austriaci.

Ma i tedeschi negarono loro anche la qualifica di politici. Ai repubblicani spagnoli, infatti, non fu imposto il triangolo rosso con l’iniziale della nazionalità al centro. I Rotspainier o Spanischer Bolschewik furono messi tra gli apolidi e marchiati dal triangolo blu.

Il documento ufficiale del comando del campo, ora in possesso dell’ Amicale nationale des déportés et familles de disparus de Mauthausen et ses commandos di Parigi elenca 10.350 nominativi internati tra il 6 agosto 1940 ed il 20 dicembre 1941. Altre fonti stimano che gli internati di nazionalità spagnola furono tra i dodici e i quindicimila, per cui – tenuto conto dei 2.398 sopravvissuti - i decessi oscillerebbero tra l’80 e l’84 per cento.

Molti spagnoli furono destinati alla costruzione della recinzione del campo e delle ville per le SS, ma la maggior parte venne destinata al lavoro nella cava di pietra (la "cantera"), di proprietà delle SS.
Tra il ‘41 e il ‘42 ne furono uccisi circa 4.200. Le eliminazioni più feroci avvennero al sottocampo di Gusen, tra il dicembre 1941 ed il gennaio 1942, quando costituirono la maggioranza delle 1.628 persone eliminate con operazioni bagno o iniezioni al cuore.

La disciplina militare, la dura esperienza dei campi francesi e la giovane età media - ventisette anni - consentirono agli spagnoli di adattarsi alle condizioni di vita del campo di concentramento. Impararono un po’ di tedesco dai volontari germanici ed austriaci che avevano militato nelle Brigate Internazionali e organizzarono dei corsi di lingua. Era importante capire gli ordini urlati dai Kapò, era il solo modo per ottenere i lavori meno pesanti o per inserirsi nell’organizzazione amministrativa del campo. Molti di loro, infatti, divennero interpreti, segretari d’infermeria o dell’intendenza, altri fecero i barbieri o gli addetti alle cucine e alle pulizie.

Dal 24 giugno 1941 costituirono il Comitato Spagnolo di Resistenza, prima cellula dell’Apparato Militare Internazionale (A.m.i), organismo militare dei diversi gruppi nazionali, formatosi con l’intermediazione di ex soldati delle Brigate Internazionali. Fu questo Comitato a gestire il campo nel periodo tra la fuga delle SS e l’arrivo delle truppe alleate, accolte dagli spagnoli con un grande striscione: "Los españoles antifascistas saludan a las forzas de liberación".

Furono l’unico gruppo nazionale che immediatamente dopo la liberazione costituì un tribunale straordinario che condannò a morte e fece giustiziare diversi connazionali che erano diventati Kapò agli ordini delle SS.

Il 6 maggio 1962 fu eretta nel campo, a cura del Governo della Repubblica Spagnola in esilio, una stele a ricordo del loro sacrificio, recante la semplice scritta: "Homenaje a los 7.000 Republicanos Españoles muertos por la Libertad".


Il triangolo rosa
Gli omosessuali durante il nazifascismo

Soltanto un mese dopo l'ascesa al potere di Hitler il nuovo governo nazista proibì tutti i periodici della comunità omosessuale e ne mise fuori legge tutte le organizzazioni. Il vice di Hirschfeld, Kurt Hiller, venne arrestato e inviato nove mesi nel campo di concentramento di Oranienburg. Il 6 maggio 1933 la sede dell'Istituto di Sessuologia veniva devastata e i libri della biblioteca sequestrati e bruciati. Hirschfeld - che era impegnato in un ciclo di conferenze all'estero - sfuggì all'arresto ma non poté rientrare in Germania. La principale casa editrice omosessuale, di proprietà di Adolf Brand, venne devastata cinque volte. Tra la primavera e l'estate 1933 vennero sistematicamente chiusi tutti i luoghi pubblici di ritrovo gay, classificandoli come "minacce all'ordine pubblico". L'Eldorado fu il primo locale ad essere chiuso.

Nel 1935, un anno prima della promulgazione delle leggi discriminatorie contro gli ebrei, il governo nazista riprese in mano il "Paragrafo 175" allargandone la casistica e ampliandone la portata. Il nuovo testo della legge era il seguente: "Un uomo che commetta un atto sessuale contro natura con un altro uomo o che permetta ad un altro di commettere su di sé atti sessuali contro natura sarà punito con la prigione.

Qualora una delle due persone non abbia compiuto i ventun'anni di età al momento dell'atto, la Corte può, specialmente nei casi meno gravi, astenersi dall'irrogare la pena". Seguiva un articolo aggiuntivo ed esplicativo, 175a: "I lavori forzati sino a dieci anni o, in caso di circostanze attenuanti, il carcere di durata non inferiore ai tre mesi saranno applicati a: 1) un uomo che con la violenza o la minaccia di violenza costringa un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; 2) un uomo che approfittando del rapporto di dipendenza sia esso servizio, impiego o subordinazione, induca un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; 3) Un uomo maggiore di ventun'anni che seduca un altro uomo minore di ventun'anni per commettere atti contro natura o per far si che vengano commessi su se stesso; 4) Un uomo che pubblicamente compia atti contro natura con altri uomini o offra se stesso per gli stessi atti."

L'omosessualità maschile veniva differenziata da quella femminile. Secondo l’ex Ministro della Giustizia Frick infatti "Considerando gli omosessuali maschi ad essere danneggiata è la fertilità, poiché usualmente costoro non procreano. Ciò non è ugualmente vero per quanto riguarda le donne o almeno non con la medesima ampiezza. Il vizio è più pericoloso tra uomini piuttosto che tra donne". Alla fine del 1936 venne costituito l'Ufficio Centrale per la lotta all'omosessualità e all'aborto. Il decreto che istituiva l'Ufficio recitava: "L'alto numero di aborti ancora commessi provoca considerevoli pericoli alla politica demografica e alla salute della nazione costituendo anche un grave attentato ai fondamenti ideologici del nazionalsocialismo. Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali".

Le più incisive misure ebbero negli anni successivi un nome: campi di concentramento. Le porte dei campi di concentramento si aprirono per gli omosessuali molto presto: nel 1933 abbiamo i primi internamenti a Fuhlsbuttel, nel 1934 a Dachau e Sachsenhausen. Molte centinaia furono internati in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 per "ripulire le strade". Tuttavia le cifre - se confrontate con l'enormità dello sterminio degli ebrei europei - mostrano un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte delle autorità naziste.

Vi è concordanza sulle cifre degli omosessuali morti nei campi di concentramento tra il 1933 ed il 1945: circa settemila. Si trattava per la quasi totalità di omosessuali di nazionalità tedesca, poiché, a differenza degli Ebrei e degli Zingari, i nazisti non perseguitarono o cercarono di perseguitare gli omosessuali non tedeschi. Sempre tra il 1933 ed il 1945 le persone processate per la violazione del Paragrafo 175 furono circa sessantamila, di questi circa diecimila vennero internati nei campi di concentramento. I nazisti distinguevano tra "cause ambientali" che avevano condotto alla omosessualità e "omosessualità abituale". Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece l'omosessualità veniva considerata incurabile.

Il tasso di mortalità degli omosessuali nei campi fu del 60% contro il 41% dei prigionieri politici ed il 35% dei Testimoni di Geova. Un altro dato significativo è dato dal fatto che due terzi degli omosessuali internati morirono durante il primo anno di permanenza nei campi. Questi dati portano a due conclusioni ancorché provvisorie. La prima: tra gli omosessuali internati un considerevole numero doveva essere rappresentato dalla fascia di "omosessualità abituale" più evidente e cioè dalle transessuali. La seconda: l'omosessualità "abituale" veniva considerata una malattia degenerativa della "razza ariana" e, per questo motivo, sugli omosessuali vennero condotti con particolare intensità esperimenti pseudoscientifici quasi sempre - come vedremo - mortali.

In più, come emerge dalle testimonianze, l'accanimento delle SS contro gli omosessuali era particolarmente violento. A questo si aggiunga che i detenuti omosessuali - a differenza delle altre categorie - secondo numerose testimonianze assumevano un atteggiamento di rinuncia alla sopravvivenza con un tasso di suicidi (gettandosi sul filo spinato elettrificato dei campi o rifiutando il cibo) estremamente elevato. Più di altri prigionieri gli omosessuali subivano un crollo psicologico profondissimo. In un primo tempo gli internati in base al Paragrafo 175 erano costretti ad indossare un bracciale giallo con una "A" al centro. La "A" stava per la parola tedesca "Arschficker", sodomita.

Altre varianti furono dei punti neri o il numero "175" in relazione all'articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista venne adottato un triangolo rosa cucito all'altezza del petto. La vita nei campi di concentramento per i "triangoli rosa" fu terribile e seconda soltanto ai prigionieri ebrei. La storia di Heinz Heger in questo senso è illuminante. Heinz Heger era uno studente ventiduenne dell'Università di Vienna senza alcun impegno politico, non era membro dell'associazione studentesca nazista né di qualsiasi altra organizzazione. Cresciuto in una famiglia cattolica osservante, ciononostante trovò in sua madre comprensione e accettazione per la sua omosessualità. Heinz non fece mistero con nessuno della propria omosessualità e gli effetti non tardarono a manifestarsi.

Il padre venne licenziato e intorno alla famiglia si fece il vuoto a causa dell'arresto di Heinz per violazione dell'Articolo 175. A seguito dell'arresto il padre si suicidò lasciando un biglietto per la moglie con queste parole: "E' troppo per me. Perdonami. Dio protegga nostro figlio". Arrestato nel 1939, Heinz venne processato e condannato a sei mesi di prigione. Il partner di Heinz non venne giudicato per "disordini mentali". Trascorsi i sei mesi ad Heinz venne notificato che su richiesta del Dipartimento Centrale di Sicurezza non sarebbe stato scarcerato ma trasferito al campo di concentramento di Sachsenhausen. Qui dopo essere stato malmenato come benvenuto e lasciato ore in piedi nel campo in pieno inverno venne sistemato nel blocco degli omosessuali che all'epoca ospitava 180 persone.

In omaggio all'idea nazista che attraverso il lavoro duro si otteneva la "purificazione" i prigionieri erano adibiti a lavori pesanti senza senso come spazzare la neve a mani nude trasportandola su un lato della strada per poi essere costretti a portarla tutta sul lato opposto. A maggio del 1940 venne trasferito al campo di concentramento di Flossenburg dove rimase sino alla fine della guerra. Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati paradossalmente i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Statunitensi ed Inglesi non considerarono gli omosessuali alla stessa stregua degli altri internati, bensì come criminali comuni. In più non considerarono gli anni passati in campo di concentramento equivalenti agli anni di carcere. Ci fu così chi, condannato a otto anni di prigione, aveva trascorso cinque anni di carcere e tre di campo e per questo venne trasferito in prigione per scontare altri tre anni di carcere.
 


Il lager degli zingari
Il lager per famiglie zingare nacque ufficialmente nel marzo del '43

Il lager per famiglie zingare, noto come Zigeunerlager, nacque ufficialmente nel marzo del '43, per decreto del ministro degli Interni e capo delle SS Heinrich Himmler
Costruito tra il '43 ed il '44 all'interno del settore B2 di Auschwitz-Birkenau, lo Zigeunerlager ospitò circa 23.000 persone: 10.094 uomini, 10.888 donne e bambini e oltre 2.000 deportati non registrati. Erano per lo più di zingari tedeschi e boemi; un numero più esiguo proveniva da Polonia, Ungheria, Russia, Lituania e Francia.

Almeno nei primi tempi, le condizioni di vita e le norme dello Zigeunerlager furono diverse da quelle vigenti in tutta Auschwitz. All'interno dei recinti elettrificati, gli zingari potevano conservare la propria unità familiare e contrariamente agli altri reclusi, riuscirono ad evitare le selezioni e i passaggi nelle famigerate camere a gas. Nei piani del Reich, infatti, la loro reclusione non avrebbe dovuto concludersi con lo sterminio.

Presto, però, lo Zigeunerlager perse le caratteristiche di campo sui generis, per uniformarsi agli standard degli altri lager nazisti. E quando nel luglio del '43 Heinrich Himmler si recò in visita allo Zigeunerlager, il suo accompagnatore Rudolph Höss descrisse così il campo: "Gli feci percorrere in lungo e largo il campo zigano, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche d'abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie. Vide i bambini preda dell'epidemia infantile di noma, che io non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina [...]. [Himmler] si fece dare le cifre della mortalità tra gli zingari, che tuttavia erano relativamente basse rispetto alla media del campo, tranne appunto che per i bambini. [...] dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto della realtà, diede l'ordine di annientarli" .

La fine dello Zigeunerlager iniziò nel maggio 1944, con la liquidazione graduale del campo e l'uccisione dei prigionieri nei forni crematori: 21.000 in tutto. Come recita una canzone zingara, ci fecero entrare dal portone e uscire dai comignoli".


Gli Alleati sapevano?
Roosevelt e Churchill non bombardarono i lager perché dicevano di non avere prove.
Gli Alleati sapevano dei campi di sterminio nazisti, ma decisero di non agire. Questa grave accusa è al centro di un dibattito storiografico che dura da decenni, e che ora si arricchisce di un elemento documentale che nessuno può ignorare. Come accadde invece nel 1944.

Nei giorni scorsi la Royal Air Force britannica ha aperto i suoi archivi fotografici risalenti alla seconda guerra mondiale rendendo di pubblico dominio, tra le altre, foto aeree di Auschwitz, Birkenau  e altri lager nazisti che mostrano i prigionieri in fila per l’appello fuori dalle baracche e addirittura il fumo che esce dai camini dei forni crematori. Immagini come queste, unitamente alle informazioni di intelligence in possesso di Stati Uniti e Gran Bretagna fin dal 1942, costituivano la prova che quelli non erano normali campi di prigionia ma qualcosa di tragicamente diverso.

Quelle foto, così come moltissime altre scattate dai piloti della Raf alla vigilia dello sbarco alleato in Normandia del giugno ‘44, arrivarono sulle scrivanie del presidente americano Franklin Delano Roosvelt e del primo ministro britannico Winston Churchill. E vi arrivarono assieme a ripetute richieste di bombardare le infrastrutture dei lager nazisti (camere a gas, forni crematori, treni e ferrovie). Ma sia Washington che Londra decisero di non agire. E lo fecero proprio adducendo, come motivo principale, la mancanza di documentazione fotografica in merito. Ma non era vero.

Che il problema non fosse la mancanza di immagini è dimostrato anche dal fatto che mai fu ordinato di acquisirle. I comandi alleati non ordinarono missioni di ricognizione sui campi di concentramento, ma solo sugli impianti industriali tedeschi da bombardare. Le testimonianze dei piloti della Raf e dei tecnici militari che analizzavano le immagini (tra tutti, i tecnici della Cia Dino Brugioni e Robert Poirer, che su questo hanno pubblicato anche dei libri) raccontano che le foto di Auschwitz e Birkenau, ad esempio, sono state scattate ‘per caso’ nell’ambito di missioni riguardanti una vicina fabbrica che produceva carburanti sintetici, la I.G. Farben Bunald.

A chi insistette per agire subito, venne detto che una simile azione avrebbe poi messo a rischio la vita di troppi prigionieri e che inoltre le strutture di sterminio sarebbero state presto ricostruite. Un’obiezione cui esperti militari ribatterono dicendo che la distruzione mirata delle infrastrutture dei lager avrebbe causato un numero di vittime di gran lunga inferiore a quello causato dalla prosecuzione della follia nazista; che una simile azione avrebbe diminuito del 75 per cento l’efficienza della macchina di sterminio di Hitler, e che poi, continuando a sorvegliare dall’alto e a bombardare, si sarebbe rallentata o impedita la ricostruzione di camere a gas e binari. Ma nulla accadde e quei camini continuarono a fumare.


Nazisti in sud America
Subito dopo la guerra sono arrivati in America Latina. Con appoggi eccellenti.
Di sicuro non tutte le menti delle strategie criminali naziste sono state confinate nelle carceri dopo il processo di
Norimberga (20 NOVEMBRE 1945-1 OTTOBRE 1946). Molti di loro si sono rifugiati nel sud e nel centro America, con l'appoggio della chiesa cattolica e dei servizi segreti degli Usa.
 
La Costa Rica. Come nel caso della Costa Rica, dove ha vissuto indisturbato dal 1982 al 2003 Bohdan Kozyi (morto appunto nel 2003), un criminale nazista. Kozyi era accusato di aver fatto  parte del Comando Stanislaw, il reparto scelto della  polizia ucraina che appoggiava l’esercito nazista, e che si rese responsabile dell'omicidio di almeno tre persone, tra cui una bimba di tre anni, tutte di origine ebrea. I tre fatti sono tutti documentati da testimoni oculari.
Prima di ottenere la residenza costaricense, Kozyi aveva vissuto negli Stati Uniti.
 
San Carlos de Bariloche, Argentina. Qui è arrivato Erick Priebke nel 1954 (anche se dal 1948 viveva in Sud America). Dopo essere stato uno dei protagonisti più crudeli della storia del nazismo (implicato in diverse eccidi, soprattutto nel massacro delle fosse ardeatine a Roma), è scappato con tutta la famiglia in sud America. Il suo caso è stato (ed è tutt'ora) al centro delle cronache. A San Carlos de Bariloche Priebke divenne famoso, amato e stimato da tutta la popolazione del piccolo e meraviglioso paesino che si trova alle pendici delle Ande argentine. Aveva aperto addirittura un negozio, dove "teneva un ritratto di Hitler nel retrobottega, ma aveva i migliori affettati di tutta la città" ricorda una concittadina.

Ma questo angolo di Argentina cela, fra le casette in stile tirolese, altri tremendi segreti. Il mefistofelico dottor Mengele, conosciuto come  l'Angelo della Morte di Auschwitz, ha vissuto qui prima della sua morte avvenuta in Brasile nel 1979.

Adolf  Eichmann, il principale responsabile dello sterminio di milioni di ebrei europei, che soleva ricordare "all'occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione", trascorreva a Bariloche lunghi periodi di vacanza.
Questo paesino era diventato una piccola Germania,  un luogo tranquillo, dove, si diceva che il compleanno di Hitler veniva festeggiato con uniformi della Gestapo (la polizia segreta dello stato nazista), nelle case ben chiuse ed appartate dei suoi fanatici collaboratori.
 
Guatemala. Questo è l’unico paese fuori dall’Europa che ha visto una parata militare nazista, racconta il cooperante italiano Flavio Tannozzini.

In questa nazione si sono nascosti diversi capi nazisti. Ora sono rimasti i loro eredi, ma pare con la stessa cattiveria razzista. Tannozzini è stato anche testimone di un fatto a dir poco sconcertante. Ha assistito allo sgombero di una comunità indigena da parte della polizia e ha raccolto dalla bocca di una donna questa dichiarazione: “Ci vuole una dittatura di destra dalla mano dura, perché altrimenti gli indios fanno quello che vogliono”. “La terra è degli indigeni” dice Tonnazzini, “agli europei che vengono qui a costruirsi una piscina in mezzo alla giungla non chiedono nemmeno il permesso di soggiorno. Sono sempre più convinto di trovarmi di fronte ad un altro “errore” della storia” 


A cura di Enrico Piovesana, Alessandro Grandi e la redazione di Peacereporter















  Stampa la pagina Invia l'articolo ad un amic* | Giovedì, 27 Gennaio 2005 - 03:46