sabato 15 novembre 2003

Parole armate
di Bruno Gravagnuolo

È proprio vero, come diceva il «destro» Jonesco: «La parola è ciò che conta, tutto il resto è chiacchiera».


Per questo la destra italiana, all’indomani della tragedia di Nassiriya, si lancia a capofitto nella guerra di parole. Guerra senza esclusione di colpi, e guerriglia semiologica. Implacabile contro il dubbio, la ragione, il dissenso. E contro il Nemico demoniaco che nel dubbio si cela. Contro ogni tentativo di fare un bilancio politico di quel che è accaduto in Iraq. Anche quando il ragionamento va di pari passo con la solidarietà verso militari e civili italiani.



  1. Apre il fuoco «Libero», con una prima pagina da manifesto bellico, tipo quelli che saturavano di retorica e veleni il clima nazionale, al tempo delle «radiose giornate di maggio» nel 1914, al tempo di Caporetto, o del giugno 1940: «Coraggio Soldati». E sotto: «È l’11 settembre italiano. Gli avvoltoi stiano alla larga». Un bollettino guerresco. Con la comparsa di una parola chiave: «Avvoltoi». […]

  2. Paolo Guzzanti sul «Giornale»: il Nemico che ci attacca è «globale». Ha come scopo «quello di minacciare il nostro mondo. E quella che si combatte è ormai una guera mondiale». Torna in Guzzanti il refrain della «viltà»: «Ritirarsi, scappare a gambe levate, come vorrebbe la parte più stracciona della sinistra italiana? Ma neanche per sogno». […]

  3. … senatore Cè della Lega: «Sinistra cinica e indegna: fa polemica sui cadaveri», come da titolo in scatola della «Padania». […]

  4. …Gustavo Selva sul «Secolo d’Italia». Che ha di mira Diliberto e il Correntone Ds, ma non va per il sottile e spara a raffica: «Si ha la sensazione che tutto sia buono per fare una politica da “sciacalli” e che per questo scopo possano essere usati drammi come questo». E così il bestiario polemico si amplia. Con variazioni sul tema: da avvoltoi a «sciacalli». […]

  5. … Mario Cervi. Sempre sul «Giornale»: «Inutile e anche un po’ vile riavviare adesso sui cadaveri dei nostri ragazzi il dibattito sull’Iraq». Laddove invece, le esortazioni ad un immediato rientro che «da certe parti sono venute aggiungono un pizzico di codardia all’insensatezza». Martirologica, in senso funerario e dannunziano, la chiusa di Cervi: «La ragionevolezza assoluta di una presenza di un contingente, che è diventata a questo punto un impegno sacro». E poi: «Un paese che si china commosso sulle bare dei suoi ultimi caduti, per promettere che non li dimenticherà e che non tradirà il loro sacrificio...».
    Sì, le «bare», il «tradimento», la «codardia», il «sacrificio». Siamo in piena atmosfera da «vittoria mutilata», da «Leoni del Carnaro». E ritornelli mortuari e bellico-religiosi. Simili a quelli che invasero la Germania «tradita» a Versailles. E che, come racconta lo storico George Mosse, nutrirono la cultura di massa conservatrice negli anni di Weimer. Stesso delirio, ma con movenze «sciite», nell’editoriale di Franco Bechis sul «Tempo»: «Martirio è una parola che viene dagli antichi greci e significa testimonianza. La testimonianza estrema...». Dove, di là del citato etimo greco, l’isteria si carica di significati mimetici. Presi a prestito proprio dalla mistica dei kamikaze. Fino al supremo giuramento. Dove il concetto è reiterato al diapason: «Ci hanno dichiarato guerra. Combattiamola come ci hanno testimoniato i nostri martiri di Nassyria».
    Tracima la destra di governo e di opinione. E si inonda da sola di retorica guerresca, inondando il paese di ricatti vittimari. È un richiamo della foresta che viene dai precordi. Autentica «character’s assasination», che criminalizza in anticipo chi dà segno di rifiutare l’union sacrèe della Guerra dei Mondi.

  6. La Russa che tenta di tenere i nervi a posto - ammettendo che «non è stato il giorno dello sciacallo ma del cordoglio»

  7. Gianni Baget Bozzo. Che esalta il «nostro plurisecolare destino di popolo in lotta contro la guerra santa degli altri». E chiosa in crescendo tra gli incensi: «Chi muore per la causa della libertà degli uomini vive nella casa di Dio». […]

  8. Carlo Pelanda, sempre sul quotidiano di Paolo Berlusconi. Al Qaeda e gli islamici - scrive - vogliono «ipnotizzarci», spingerci a desistere. Perciò la guerra è «simbolica«, «subdola», preparata com’è da «elites educate nelle migliori università». Achtung! Il Nemico è tra di noi, si nasconde nei nostri pori, tra gli anfratti del «manierismo» e dei ragionamenti. Di qui il training autogeno pelandiano: «Tocca ai forti d’animo ricordare ai deboli che la missione deve continuare».

  9. Di qui l’autodafè delle parole, con la riforma del linguaggio, a cominciare dalla parola «resistenza». «Va bandita per l’Iraq saddamita!», dicono all’unisono Frattini e Ferrara con istruzioni da Minculpop. Altrimenti si è «complici» con «le iene del deserto» (e qui compare l’altra bestia, dopo «avvoltoi» e «sciacalli»).

  10. Chiude il cerchio della «guerra semiologica», Ernesto Galli della Loggia a «8 e mezzo», su «la 7»: «Abbiamo smarrito il senso della morte per la patria, a differenza di altre nazioni per le quali il motivo è fondante».

E il «pro patria mori» etico è il degno finale teologico da stato di potenza ottocentesco dell’intera polifonia


della destra. Polifonia di parole armate.


(L’Unità – 15 Novembre 2003)



Da queste citazioni ho appreso di essere


“un avvoltoio”, “uno sciacallo”, “una stracciona della sinistra”,


“una iena”, “una debole”, “una traditrice”, un essere “privo del


senso etico della morte per la patria”, …


La sostanza è che queste parole sono “parole contro”,


“parole di guerra e di incitazione all’odio” nei confronti di


chi ha opinioni diverse. Queste parole sono in


completo contrasto col


senso della missione di pacificazione


che i nostri soldati


SOLO PER LORO MERITO PERSONALE


stanno svolgendo in Iraq.


In effetti sono stati mandati per far piacere a Bush in un


Paese dove la guerra non è mai finita e, anzi, si sta intensificando.


Come moltissimi Italiani e Cittadini del Mondo intero ero contraria


alla guerra di Bush. Tanto più ero contraria alla partecipazione


nostra al conflitto contro l’Iraq, e lo sono tuttora.


Questo, però, rende ancora più grande e profonda la mia


ammirazione e la mia solidarietà per



la capacità dei nostri Carabinieri e dei nostri Soldati di inserirsi con


intelligenza umana e creatività pacificatrice


anche nelle situazioni impossibili



come quella Irachena oggi.


Onore e gloria ai nostri Caduti di Nassiriya e a tutti i Caduti


di questo massacro razionalmente incomprensibile.







2 commenti:

  1. anche tu GRIDI , vedo!...E' così assurdo questo mercanteggio di parole ingannevoli che è frustrante!..Meno male che ci sono persone come noi che non si fanno incantare come poveri allocchi...ITALIANI RISVEGLIATE LE VOSTRE COSCIENZE e pensate con la vostra testa!

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  2. Ho trovato un luogo amico. Condivido le tue belle parole. A presto. totòpergliamici

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