mercoledì 5 novembre 2003


Intervista a Abraham Bet Yehoshua, grande scrittore Israeliano


L'amarezza del primo momento lascia il posto alla ricerca di un perché di quei risultati «sconvolgenti». «Ci sono degli elementi che danneggiano profondamente l'immagine d'Israele, a cominciare dalla politica degli insediamenti e dal permanere dell'occupazione dei Territori. Chiudere gli occhi di fronte a questo dato di fatto non aiuta la ricerca di una positiva via di uscita». A parlare è Abraham Bet Yehoshua, il più affermato tra gli scrittori israeliani contemporanei. «Così come respingo con sdegno criminalizzazioni pseudo-ideologiche nei confronti d'Israele - sottolinea lo scrittore - dico che non mi convincono affatto assoluzioni generalizzate che non ci aiutano a riflettere sui nostri errori».
Il sondaggio condotto per conto della Commissione Europea ha scatenato mille polemiche. Da intellettuale israeliano da sempre impegnato per la pace e il dialogo, come valuta questo sondaggio per ciò che concerne il giudizio su Israele?

«Che cosa significa che Israele rappresenta una minaccia per la pace nel mondo? Per caso il mio Paese sta minacciando l'Europa, gli Stati Uniti, il mondo? Non siamo paragonabili ad un Bin Laden impegnato a coinvolgere tutti in un sanguinoso conflitto religioso, non abbiamo dichiarato una guerra santa contro l'Occidente o il mondo musulmano. Casomai è appropriato affermare che è il conflitto in Medio Oriente a rappresentare un pericolo per il mondo ma certamente non Israele in quanto tale. E poi, in Medio Oriente non ci siamo solo noi israeliani ma ci sono anche altri partner ad uguale livello, gli arabi, che nel corso di questi decenni, tranne alcune eccezioni, non hanno certamente dato prova di lavorare per una coesistenza pacifica in questa tormentata regione».
Il 59% dei 7.500 europei intervistati, ha ritenuto Israele lo Stato che più minaccia la pace nel mondo. A suo avviso, cosa ha fatto e quale immagine di sé ha dato Israele per suscitare questo giudizio così negativo?
«Ci sono degli elementi che danneggiano profondamente l'immagine di Israele. In generale si può dire che sia la politica degli insediamenti la più dannosa, assieme al fatto che Israele non si ritiri dai territori occupati e che si parli ancora da qualche parte di "Grande Israele". Ritengo però che siano principalmente gli insediamenti nei Territori a rappresentare la causa principale della cattiva immagine che il Paese offre di sé, ragione in più per avviarne, nell'ambito di un processo negoziale, il graduale smantellamento. Sia chiaro: in discussione non è il diritto d'Israele a difendersi dagli attacchi terroristici né, almeno da parte mia, viene meno il giudizio fortemente negativo sulla leadership di Yasser Arafat, ma le punizioni collettive adottate contro la popolazione palestinese servono soltanto a alimentare l'odio, come ha rilevato lo stesso capo di stato maggiore (il generale Moshe Yaalon,ndr.) che certo non può essere definito una colomba».
Quel 59% è anche un campanello d'allarme di un risorgente antisemitismo in Europa?
«Da sempre permangono una certa immagine, delle fantasie a proposito degli ebrei che ricompaiono occasionalmente come quando l’ex primo ministro della Malaysia parla di ebrei che dominano il mondo. È lo stesso tipo di linguaggio utilizzato dai nazisti e ovviamente non ha fondamento. Figuriamoci, che cosa possono dominare gli ebrei se non sono nemmeno capaci di controllare i palestinesi. È ridicolo, semplicemente, vergognosamente ridicolo. In questo sondaggio riaffiorano vecchie immagini, vecchie, insane fantasie. Ma non si tratta solo di antisemitismo e non mi convince una lettura dei risultati di questo sondaggio legata solo a questa esecrabile categoria di pensiero. In quel dato io colgo anche una giusta critica alla politica portata avanti dal governo israeliano. Così come respingo con sdegno ogni criminalizzazione pseudo-ideologica, così non mi convincono «assoluzioni» generalizzate che non ci aiutano a riflettere sui nostri errori. Essere veri amici d'Israele non significa avallare ogni atto politico compiuto dal suo governo, di qualunque coloritura politica esso sia. Essere veri amici d'Israele significa anche esprimere critiche per ciò che Israele fa e non per ciò che Israele è, uno Stato ebraico. Per questo perdo la pazienza quando qualcuno si rivolge a noi per ricordarci che chi ha subito la tragedia, unica, irripetibile, dell'Olocausto non può comportarsi da popolo oppressore contro i palestinesi. Dalla Storia non dobbiamo chiedere né offrire risarcimenti. L'importante è saper sempre distinguere le critiche a determinate scelte compiute da un governo, da un giudizio complessivo che investa Israele in quanto Stato ebraico. Sono le generalizzazioni arbitrarie e la demonizzazione dell'Ebreo in quanto tale, inteso come emblema della malvagità assoluta, i virus antisemiti da estirpare, ma tutto ciò, lo ripeto, non investe l'esercizio di critica verso la politica del governo israeliano».
Alcuni esponenti del governo Sharon, hanno utilizzato il sondaggio e i suoi risultati per chiedere l'esclusione dell'Unione Europea dal processo di pace israelo-palestinese. Qual è in proposito la sua opinione?
«In passato l'Europa è stata uno dei peggiori teatri di morte mai esistiti. Ritengo quindi piuttosto che abbia delle responsabilità morali da assolvere. È molto importante che adesso faccia pressione su entrambe le parti, sia sui palestinesi che sugli israeliani, per arrivare a una qualche forma di separazione. Se le due parti non giungono ad un accordo che preveda una separazione con delle garanzie e una supervisione, che deve vedere impegnata anche l'Europa a fianco degli Usa, allora non raggiungeremo mai veramente la pace».
La pace tanto evocato passa anche per l'«Accordo di Ginevra», di cui lei è in campo israeliano tra i sostenitori. La destra israeliana ha utilizzato parole durissime per condannare l'iniziativa. Cosa è per Abraham Bet Yehoshua l'«Accordo di Ginevra»?
«Non è certo il parto della fertile mente di romantici e illusi pacifisti. No, quell'Accordo è il frutto di un confronto vero, a tratti anche aspro ma sempre costruttivo, tra militari esperti che hanno passato una vita a combattersi e proprio per questo hanno compreso che non esiste una scorciatoia militare né tanto meno una via terrorista per raggiungere i rispettivi obiettivi. Quella che prende forma nell'«Accordo di Ginevra» è la pace dei pragmatici, come lo fu Yitzhak Rabin. Ed è proprio per sostenere questo Patto che occorre battersi oggi
perché si determino atti concreti, anche di carattere unilaterale, da parte israeliana».
A quali atti concreti fa riferimento?

«Penso ad un ritiro unilaterale e parziale, e alla definizione di un confine chiaro e difendibile. Atti di questo genere permetterebbero di ricostruire un minimo di fiducia reciproca e arginare la violenza».
Il sondaggio «incriminato» ha comunque riaperto il dibattito sul ruolo dell'Europa, e delle sue istanze comunitarie, in Medio Oriente. L'Europa deve farsi da parte e lasciare campo libero alla sola mediazione Usa?
«Tutt'altro. Se c'è una critica che sento di poter rivolgere all'Europa essa riguarda la sua marginalità politica nella ricerca di una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Oggi, però, l'Europa, intesa non solo come governi ma anche come opinione pubblica, ha un modo per ribaltare questa sua marginalità, sostenendo con convinzione l'"Accordo di Ginevra". Lavorare per la pace, una pace che contempli il diritto dei palestinesi a un loro Stato indipendente, e il diritto alla sicurezza e all'esistenza d'Israele in quanto Stato ebraico, è questo il modo migliore perché l'Europa dei popoli e degli Stati si dimostri davvero amica d'Israele».


L'Unità - 5 Novembre 2003

















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