domenica 6 marzo 2005

Nicola Calipari

E' un angelo quello che nel sogno

mi sfila delicatamente

 di dosso l'umanità

quasi d'una veste impropria

intenda liberarmi

e un'altra ne abbia in serbo

preparata per l'eternità.

Ma eccoli a miriadi

mi vengono incontro, mi associano

alla loro plenitudine.

Chi sono, di che specie e ordine?

Particole dell'anima del mondo

che qualcuno forse incarnerà?

Mario Luzi

Non riesco a staccare il mio pensiero da Nicola Calipari che prima della tragedia non avevo mai sentito nominare. Non riesco a rassegnarmi alla sua morte, immagino quanto sia inaccettabile per i suoi cari.  Dai giornali ho appreso molte cose di lui. Mi sembra che fra gli altri sia stato Walter Veltroni a tracciarne un ritratto che commuove e insegna.

Quel che ci dice Nicola Calipari

Quando ho visto Gabriele Polo, direttore di un «quotidiano comunista», piangere per la morte di un uomo dei servizi segreti ho pensato che, nella tragedia, stesse accadendo qualcosa di grande. Che, grazie alla forza della democrazia e al cammino che il Paese ha compiuto, ognuno colga oggi più facilmente nell’altro virtù che un tempo sembrava impossibile poter persino vedere. Gli uomini dei servizi che hanno lavorato in Iraq, che hanno messo in gioco la propria vita per salvare altre vite, sono eroi di questo nostro tempo e come tali ora è il tempo di riconoscerli.
Certo, in questo Paese c'è stato il tempo dei servizi deviati, ma adesso non è più così, adesso la democrazia ha vinto anche questa battaglia e si è creato un nuovo legame, come dimostrano proprio le vicende di queste ore. Gli italiani sanno di poter contare su questo nuovo rapporto, che è scritto anche nelle biografie degli uomini dei servizi, nella loro sensibilità umana e civile.
Ho sotto gli occhi un appunto sul periodo in cui, tra il 2001 e il 2002, Nicola Calipari ha lavorato, come dirigente dell'Ufficio Immigrazione della Questura, a stretto contatto con il Comune di Roma. Lo leggo e lo rileggo, con un po' di commozione, inseguendo qualche ricordo e il filo d'una storia che sento vicina alla mia, alla nostra, a quella di questa città. L'impegno del “progetto Roxanne” per strappare alla schiavitù le donne comprate e vendute alla prostituzione; le fatiche e le soddisfazioni della concertazione con le comunità straniere: incontri, trattative, e alla fine soluzioni accettate da tutti; il piano per l'accoglienza dei richiedenti asilo…
Quando accade una vicenda terribile e irreparabile come la morte violenta di un uomo è questo che si cerca: il filo della sua storia, una sostanza che ci renda l'idea del suo sacrificio se non accettabile, meno dura. Il filo di Nicola è quello di un uomo sobrio, discreto, solido, con le sue idee e le sue passioni, ma lontano dall'idea di farne un credo da sbandierare. Un onesto servitore dello Stato, si sarebbe detto un tempo (e forse è il tempo che si torni a dire), fedele alle istituzioni e anche a se stesso, alla propria coerenza, fino al sacrificio della propria vita in un atto di eroismo che è stato il supremo, definitivo, compimento d'un dovere che non contiene in sé neppure una bava di retorica.
È l'immagine di un'Italia che c'è, anche se ci capita raramente di accorgercene. Un'Italia che non grida, non cerca i riflettori, non insegue televisioni e indici di gradimento, che non litiga per litigare e non stupisce per stupire, che non si involgarisce e riserva le sue indignazioni a quel tanto che c'è, nel mondo, da meritare l'indignazione: una prostituta bambina sul ciglio d'una strada, per esempio; la sofferenza d'un povero cristo scappato dalla fame o dalla tortura; una donna sequestrata dai terroristi in un paese lontano; le ingiustizie vere, quelle che versano sul mondo la morte e il dolore.
Un'Italia che c'è. Nella compostezza, nella serietà, nel rispetto di sé e degli altri di tanti che lavorano nelle istituzioni, di tanti uomini e donne delle forze dell'ordine che mettono per il bene di tutti a repentaglio la propria vita, e non in astratto ma concretamente, correndo a salvare chi è in difficoltà e magari non sparando per primi a un posto di blocco, perché davanti alla pistola c'è comunque una vita. Nell'esperienza dei ragazzi (sono tanti, tantissimi, molti di più di quanto normalmente si pensi) che vanno a fare i volontari nei paesi più disgraziati e lontani o in quella triste periferia dell'anima del mondo ricco che vive nella povertà e nel degrado sotto le nostre case. Nella forza d'animo dei familiari degli, ormai tanti, italiani che sono stati rapiti in Iraq: l'ostinazione nell'ottimismo dei genitori, dei fratelli e delle sorelle di Stefio, Agliana e Cupertino, il dolore composto dei familiari di Quattrocchi e poi di Baldoni, la serenità dei genitori di Simona Torretta e Simona Pari, la tristezza che, alla notizia della morte dell'uomo che le aveva salvato la figlia, è calata sul volto da patriarca di Franco Sgrena.
Un'Italia di cui ho visto un tratto, ieri mattina, nei racconti e nelle confidenze degli uomini del Sismi che, sul terreno o qui da Roma, hanno partecipato alla liberazione di Giuliana. Persone impegnate, con una grande professionalità, molto motivate. Nessuno di loro ha la vocazione dell'eroe e però uno di loro, per compiere il proprio dovere, è morto da eroe. Ora di lui raccontano che era una persona mite, che non amava le armi e gli atteggiamenti da “duro”, dicono che era un uomo silenzioso e quasi timido. Ma faceva il suo dovere ed era bravissimo a farlo.
Quest'uomo, che Giuliana ha voluto abbracciare due volte, quando lui l'ha liberata e quando è caduto sul suo corpo dopo averle salvato la vita, ha lavorato alla soluzione del suo ultimo e più importante “caso” da poliziotto collaborando strettamente con il direttore e il gruppo dirigente del “Manifesto”. Era nata un'amicizia, così come era accaduto, durante i negoziati per le liberazioni di Simona Pari e Simona Torretta, con gli esponenti della cooperazione e dei gruppi pacifisti.
Anche qui c'è il segno di una bella Italia che c'è: l'unità, il rispetto reciproco, la lotta comune contro il terrorismo e la violenza, il rispetto delle istituzioni ne sono la trama. Antiche inimicizie, antichi schieramenti ideologici, antichi sospetti sono caduti perché il mondo è cambiato. E il merito è anche di uomini come Nicola Calipari. (Walter Veltroni, L'Unità, 6 marzo 2005)

Sempre sull'Unità di oggi ho letto un altro documento che voglio conservare nel mio diario. E' l'editoriale in cui Furio Colombo affronta con argomentazioni politiche e morali il problema della verità, la necessità di sapere la verità.

05.03.2005
La verità, nient'altro che la verità
di Furio Colombo

In un momento così disorientante e così doloroso, l'Italia non si divide tra amici e nemici dell'America. Si divide fra chi chiede la verità e chi si contenta di credere nel destino. O forse è più rispettoso e più corretto per tutti dire che in questo Paese, in questo momento, non c'è alcuna divisione. Difficile immaginare che qualcuno rifiuti per principio di sapere che cosa è accaduto su quella maledetta strada Bagdad-aeroporto nella sera del 4 marzo, quando tutti (anche in quel momento senza alcuna divisione) stavano celebrando la liberazione di Giuliana Sgrena e il buon lavoro di chi l'aveva liberata.

Difficile anche immaginare che la verità sia anti-americana. Se c'è una cosa da celebrare di quel Paese (basti ripensare a certi terribili eventi accaduti in Vietnam, basti ricordare che l'orrore di Abu Grahib è stato rivelato ai giornali del mondo dalla denuncia spontanea di soldati americani) è il coraggio con cui, anche nelle situazioni peggiori, in America c'è sempre qualcuno che non tace. E se c'è una lezione che tutte le democrazie si consegnano l'una all'altra, nel mondo, è che le verità nascoste o negate sono materiale infetto che contamina non solo la vita politica ma anche la fibra morale e il volto di un Paese.

Questo giornale, che non ha alcuna compiacenza verso l'attuale governo italiano e il suo presidente del Consiglio, ha detto ieri e ripete oggi che Berlusconi ha agito da statista convocando subito l'ambasciatore americano. Niente equivoci. Il punto di merito non è di immaginare una sgridata agli americani e una crepa nel rapporto fra i due Paesi. Qui si sta parlando di una tragedia. Il punto è il rispetto fra due Paesi amici. Ciascuno deve all'altro la verità, e il momento è questo.

E' necessario ricostruire la vicenda e trovare un punto di spiegazione e di responsabilità che non sia il destino. Scoprire come sono andati davvero i fatti è un debito permanente che le democrazie (solo le democrazie) contraggono con i cittadini.

Al momento ciò che sappiamo sulla uccisione di un valoroso servitore dello Stato italiano e sul ferimento della nostra giornalista e dei nostri agenti sulla strada tra Bagdad e l'aeroporto, è tanto tragico quanto misterioso.

Il problema non è trovare un capro espiatorio. Il problema è - per gli italiani - la verità come segno di rispetto e di partecipazione al dolore di un Paese amico, molto al di là di vaghe espressioni diplomatiche. Il problema è di evitare il senso di oltraggio che fatalmente sarebbe generato da risposte indifferenti, con il linguaggio dei regolamenti militari, o dal gesto di allargare le braccia come per dire che, in stato di guerra, per forza c'è pericolo.

L’argomento qui non è sostenere polemicamente (e purtroppo con ragione) che dunque in Iraq la guerra continua, che la pacificazione è una finzione, che l'immenso apparato militare spara e uccide proprio perché non controlla niente, e che la verità che cerchiamo non verrà perché niente di vero, fin dal primo giorno, ci viene detto dell'Iraq.

L'argomento è di concentrare l'attenzione sulle domande che l'opinione pubblica italiana pone con dignità, attraverso il governo italiano all'America, affinché con dignità e con chiarezza ci vengano date le risposte dovute. Dovuto, qui, vuol dire inevitabile. Infatti è giusto, ma anche inevitabile sapere. Ed è, per il nostro Paese, una richiesta irrinunciabile. Non è neppure concepibile, una volta considerate le notizie e lo stato delle cose, così come tutti, su tutti i giornali e telegiornali le stiamo narrando, sulla base di ciò che ci dicono i sopravvissuti, che la risposta non arrivi. Oppure arrivi burocratica e indifferente, come se uccidere o essere uccisi con una valanga di fuoco fosse un rischio fra tanti.

Le democrazie vivono ad uno stato di civiltà molto alto, e questo vantano e propongono quando si impegnano ad allargare la libertà del mondo. Se la prima libertà è vivere, la seconda è certo sapere. Su questo diritto-dovere della civiltà democratica (e non su ragioni militari calcolate a livello di chi è autorizzato a sparare liberamente) dobbiamo contare. Perché qui passa il confine al di là del quale le pratiche antiche e barbare della guerra contano di più dei valori della democrazia.

"Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio."

Jim Morrison

L'immagine e le parole di Morrison da Federica Aurora - http://federicaurora.splinder.com/

23 commenti:

  1. 06 Marzo 2005 - 18:44 - link
    leggo in silenzio...troppe domande...
    ho postato qualcosa sull'argomento venerdì..
    un sorriso poco sorriso
    veradafne
    vera.stazioncina

    RispondiElimina
  2. 06 Marzo 2005 - 18:44 - link
    leggo in silenzio...troppe domande...
    ho postato qualcosa sull'argomento venerdì..
    un sorriso poco sorriso
    veradafne
    vera.stazioncina

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  3. 06 Marzo 2005 - 18:44 - link
    leggo in silenzio...troppe domande...
    ho postato qualcosa sull'argomento venerdì..
    un sorriso poco sorriso
    veradafne
    vera.stazioncina

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  4. Le commemorazioni e le conseguenti deduzioni morali o sociali, che strumentalmente si propongono, appartengono al solito linguaggio del politicante (emblema del compromesso e poco altro...), e di cui se ne sente abbondante stanchezza.
    No alla guerra! Senza se e senza panegirici di chiacchiere su chiacchiere su chiacchiere.

    Scusa la franchezza.

    stai bene.

    RispondiElimina
  5. Le commemorazioni e le conseguenti deduzioni morali o sociali, che strumentalmente si propongono, appartengono al solito linguaggio del politicante (emblema del compromesso e poco altro...), e di cui se ne sente abbondante stanchezza.
    No alla guerra! Senza se e senza panegirici di chiacchiere su chiacchiere su chiacchiere.

    Scusa la franchezza.

    stai bene.

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  6. Le commemorazioni e le conseguenti deduzioni morali o sociali, che strumentalmente si propongono, appartengono al solito linguaggio del politicante (emblema del compromesso e poco altro...), e di cui se ne sente abbondante stanchezza.
    No alla guerra! Senza se e senza panegirici di chiacchiere su chiacchiere su chiacchiere.

    Scusa la franchezza.

    stai bene.

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  7. ti è già capitato di parlare con persone che sostengono che i pacifisti devono essere grati alla destra che è andata a liberare sgrena? faccio fatica a mantenere la calma, facendo notare pacatamente che il governo ha l'obbligo di farlo, verso qualunque cittadino italiano(anzi, tutti noi siamo stati fieri dell'aiuto prestato dalla protezione civile italiana ai turisti scandinavi lasciati a sè stessi dai rispettivi governi dopo lo tsunami)a prescindere dalle sue idee politiche e che ragionando diversamente si arriverebbe alla tessera del partito per accedere alla sanità, al lavoro...

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  8. Continuiamo a lottare per la pace in ogni istante.

    Un frastornato abbraccio ;)

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  9. Continuiamo a lottare per la pace in ogni istante.

    Un frastornato abbraccio ;)

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  10. Continuiamo a lottare per la pace in ogni istante.

    Un frastornato abbraccio ;)

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  11. Grazie Harmonia per questa cronaca ricca rivolta ad un evento drammatico che spero rimarrà memoria.Deve rimanere. Ho dedicato a lui gli ultimi fiori che mi hai lasciato..e un post, nel quale, a modo mio, faccio memoria...

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  12. sulla verità, carissima Harmonia, permettimi di essere pessimista. Gli americani daranno tutte le 'soddisfazioni' diplomatiche al nostro governo..ma null'altro. Un caro abbraccio. Alain

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  13. ciau harmonia, la realtà si diverte a contraddire la rigidità dei nostri schemi, continuamente

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  14. Vedi, amica carissima, tutta la storia, colonna sonora della mia nima nella fine di settimana, mi ha portato a molte considerazioni, tutte riconducibili, nell'essenza, comunque, ad una sola: noi Italiani siamo in Irak contro ogni legge, ogni regola, ogni morale. Non dovevamo andarci, non dovevamo restarci, non dovevamo diventare garanti e complici degli aggressori.
    Grazie di tutto.
    TpnO

    RispondiElimina
  15. Vedi, amica carissima, tutta la storia, colonna sonora della mia nima nella fine di settimana, mi ha portato a molte considerazioni, tutte riconducibili, nell'essenza, comunque, ad una sola: noi Italiani siamo in Irak contro ogni legge, ogni regola, ogni morale. Non dovevamo andarci, non dovevamo restarci, non dovevamo diventare garanti e complici degli aggressori.
    Grazie di tutto.
    TpnO

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  16. Vedi, amica carissima, tutta la storia, colonna sonora della mia nima nella fine di settimana, mi ha portato a molte considerazioni, tutte riconducibili, nell'essenza, comunque, ad una sola: noi Italiani siamo in Irak contro ogni legge, ogni regola, ogni morale. Non dovevamo andarci, non dovevamo restarci, non dovevamo diventare garanti e complici degli aggressori.
    Grazie di tutto.
    TpnO

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  17. se solo luie baldoni fossero ancora vivi..

    troppe cose non sapremo mai.





    "Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio." Jim Morrison


    feAu

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  18. se solo luie baldoni fossero ancora vivi..

    troppe cose non sapremo mai.





    "Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio." Jim Morrison


    feAu

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  19. se solo luie baldoni fossero ancora vivi..

    troppe cose non sapremo mai.





    "Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio." Jim Morrison


    feAu

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  20. ciao, posso dire che non credo più in nulla?

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  21. La morte prima data e poi analizzata, contabilizzata, messa in relazione con e infine giustificata. Si giustifica tutto, dentro questa stupida guerra che produce solo distruzione e angoscia. Ha ragione Masso: da non cominciare, da non continuare e ora sarebbe davvero l'ora di venire via.

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