mercoledì 19 marzo 2008

Tibetan monks hold candles during an anti-Chinese protest march in Dharamsala March 18, 2008.Buddhist monks and supporters of Tibet gather Tuesday, March 18, 2008, at Taiwan Democracy Memorial Hall in the rain in Taipei, Taiwan.


L'orchestra del Teatro la Fenice
boicottaggio pro Tibet


A rischio la trasferta dell’orchestra veneziana di agosto. Ma potrebbe saltare anche la rappresentazione di luglio in laguna. Cacciari valuta le sospensione dell’opera per le Olimpiadi: «Ci stiamo pensando» di Enrico Tantucci





In segno di dissenso contro la repressione cinese in Tibet, Venezia e la Fenice potrebbero attuare un proprio boicottaggio culturale, negando la partecipazione dell'orchestra del teatro veneziano all'opera «La leggenda del serpente bianco», che ad agosto sarà presentata a Pechino nel nuovo teatro dell'opera di Piazza Tien An Men, dopo che sarà presentata presentata a luglio in prima mondiale nel teatro cittadino.
Lo ha fatto capire chiaramente ieri in Commissione Cultura il sindaco Massimo Cacciari - presidente della fondazione lirica - in risposta a una richiesta del capogruppo della Lega Alberto Mazzonetto, che domandava appunto, se, in segno di protesta contro l'eccidio che si sta verificando in Tibet da parte cinese, non ritenesse opportuno che la Fenice rinunciasse alla trasferta cinese in occasione delle Olimpiadi.
«Sono pienamente d'accordo con te - ha risposto Cacciari a Mazzonetto - e nei prossimi giorni valuteremo attentamente l'evolversi della situazione che si sta verificando, per prendere una decisione sulla nostra partecipazione». continua qui.



A Tibetan woman in exile, reacts upon looking at clippings about the situation in Tibet, in Dharamsala March 18, 2008.A Buddhist monk waits in the rain for a vigil in support of Tibet at the Taiwan Democracy Memorial Hall Tuesday, March 18, 2008, in Taipei, Taiwan. Tibetans take part in a hunger strike in the Tibetan refugee camp at Jawlakhel in Kathmandu March 19, 2008.


Aggiornamento del primo pomeriggio.


Non mi ero meravigliata del silenzio del Papa di Roma, perché mi era sembrato in linea con l'uomo e la sua politica, nonché con consumate politiche vaticane in circostanze simili.  A dicembre, tra l'altro, aveva chiuso in faccia al Dalai Lama le porte del suo lussuoso soglio pontificio. Molti correranno in aiuto del professor Ratzinger, dicendo che lui ha da difendere i cattolici in Cina. Può darsi, ma io, per fastidiosi motivi etici, ho il problema di non vedere differeza alcuna tra un perseguitato e l'altro, nemmeno tra un cattolico e un buddhista tibetano. Oggi, invece, il grande di Roma ha parlato e ha detto delle cose sulla tragedia del Tibet. E' stato bravissimo, diplomatico come non sempre gli accade. Peccato che questa volta un po' di diplomazia in meno non avrebbe guastato.


"Papa Benedetto XVI ha espresso "tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone" in Tibet ed ha auspicato che venga scelta la strada del dialogo. "Con la violenza i problemi si aggravano", ha detto. "Seguo con grande trepidazione - ha spiegato Benedetto XVI al termine dell'udienza generale - le notizie che in questi giorni giungono dal Tibet". "Il mio cuore di padre - ha detto - sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone. Il mistero della Passione e della morte di Gesù, che riviviamo in questa settimana santa, ci aiuta ad essere particolarmente sensibili alla loro situazione", ha aggiunto. "Con la violenza - ha ammonito - non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano". "Vi invito - ha continuato - ad unirvi a me nella preghiera. Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce , che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza". Il silenzio di Benedetto XVI all'Angelus di domenica scorsa, quando erano fresche le notizie degli scontri a Lhasa e in altri centri del Tibet e della Cina aveva provocato perplessità, e c'era chi aveva voluto vederci un "caso" politico diplomatico. " (La Stampa, 19 marzo 2008 - qui)


Se non temessi di essere violenta e offensiva, direi, che finalmente, dopo il silenzio, è arrivato il ruggito del coniglio o piuttosto un lavacro di mani alla Ponzio Pilato. So che il Dalai Lama mi bacchetterebbe, ma oggi B-16 ha proprio oltrepassato la soglia della mia tolleranza. Mi pentirò, dopo. Per ora, parlo.




martedì 18 marzo 2008

Incenso


Defying a Chinese government directive not to gather in groups, monks at Tongren in Qinghai Province burned incense on Sunday to protest a crackdown against demonstrations in Tibet. Cara Anna/Associated Press


Monaci al Tongren in Qinghai Province hanno bruciato incenso domenica per protestare contro il giro di vite contro le dimostrazioni in Tibet. Cara Anna/Associated Press. New York Times .


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 I tibetani trasformano il Festival in una muta protesta contro la Cina. 16 agosto 2007. The New York Times 


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La questione tibetana



Per capire come stanno le cose è forse utile una descrizione della situazione sul terreno, cioè in Tibet. LIMES .


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Estremo Occidente. Il blog di Federico Rampini.


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Qualche link per approfondire le informazioni e per rispondere alla domanda decisiva: com'è possibile? Com'è possibile che la lunga "ombra di Mao" (Rampini) continui a offuscare e a frenare il progresso dei diritti umani e della democrazia in Cina? Com'è possibile che il maoismo sia ancora operante, sia pure sotto apparenze diverse? Com'è possibile che il mondo intero o almeno la sola Unione Europea siano titubanti di fronte al potere cinese e non sappiano contare sul potere della reciprocità?


Bisogna fare tesoro di questo momento di visibilità del Tibet, che inevitabilmente ricadrà nell'oblio come la Birmania, il Darfur, la Somalia, la Cecenia...Sono almeno dieci le crisi dimenticate che vengono denunciate da Medici senza Frontiere: qui . Questo, però, è il momento del Tibet: lo sanno i tibetani, lo sa il governo cinese, lo sappiamo tutti. "Se non ora, quando?"


 

lunedì 17 marzo 2008


   Un volto (vecchio) della politica e dell'informazione (o disinformazione?).


"Ti saluto novello Mosè, sì Mosè, perché Aronne era sacerdote, Mosè invece era un laico... Così l'arcivescovo di Benevento, Andrea Murgione, si è rivolto all'antiabortista Giuliano Ferrara." (L'Espresso, 20 marzo 2008, pag. 26)


[ Giuliano Ferrara: due o tre cose sui suoi percorsi [ PCI. PSI. Centro Destra. Vaticano ]


Alle informazioni date da Ferrara sul caso di Genova si contrappone il reportage di Concita De Gregorio. Io mi fido di Concita. Non mi fido del signore che ha cambiato ideologia e capo più volte, non perché non si possa cambiare, ma perché il suddetto signore pretende che ogni volta cambino anche tutti gli altri insieme a lui. E, inoltre, ho la fastidiosa sensazione che si stia divertendo un mondo: com'è attraente la figura del "martire" (testimone)! Non è lui lo stesso giornalista che ha sostenuto il guerrafondaio Bush (con annesse torture), accusando alla sua maniera violenta di antiamericanismo chiunque sostenesse le ragioni della pace? Ha fatto autocritica o continua a disinteressarsi delle vittime della guerra, bambini e bambine comprese? (non è una domanda retorica, non lo so per davvero). Assurdamente, non mi sembra che  si stia affrontando la tragedia dell'aborto. Troppo forte l'odore di caccia alle streghe, e non solo l'odore, a giudicare dai manifesti e dagli slogan.  Comunque, io mi fido di Concita, fino a prova contraria.


La gogna di Genova
per gli aborti proibiti


di CONCITA DE GREGORIO




<B>La gogna di Genova<br>per gli aborti proibiti</B>



I manifesti della lista di Giuliano Ferrara a Genova


GENOVA - Sì è vero, questa sembra una storia di piani alti. Di ipocrisia e di menzogna: un suicidio per la vergogna, otto imbarazzi da eliminare in fretta e di nascosto, pagando e senza dire niente a casa. Uno scenario di palazzetti ottocenteschi coi capitelli di marmo, di grattacieli e di condomini esclusivi con le grate alle finestre e il citofono che non porta cognomi ma numeri. Suonare al quattro, chiedere del dottore. "Centro polifunzionale" c'è scritto fuori dalla porta dello studio dove si abortiva a Rapallo, undicesimo piano del grattacielo.

Polifunzionale, che vuol dire? Poi però vai a vedere da vicino e l'insegna alla porta è attaccata storta con la colla, l'ascensore è rivestito di formica come le cucine economiche degli anni Cinquanta, il cemento del palazzo è rosso di ruggine che cola, al piano terra c'è la Upim. Un posto sdrucito, un brutto posto. L'altro studio, quello a Genova in centro, sembra austero ma è sciatto: pareti scrostate, scale sporche. Un posto grigio, un palazzo di uffici qualunque.

È tutto così, opaco e difficile da mettere a fuoco: i luoghi e le storie. Si è detto "una faccenda della Genova bene". Signore agiate e annoiate che abortivano a pagamento nello studio del medico famoso, obiettore in pubblico e compiacente in privato, cinquecento o mille euro e via il fastidio. Bovary di provincia tradite da una distrazione dell'amante. Commesse che non volevano avere nausee nell'imminente viaggio alle Maldive. Starlette televisive che eliminano il figlio per partecipare al prossimo show. Ecco di seguito i manifesti del nuovo partito di Giuliano Ferrara, difatti: "Genova, bimbo abortito per un reality show". Ecco lo slogan da affiggere alle pareti dei palazzi del centro e delle cliniche incriminate: "Abort macht frei", l'aborto rende liberi, Genova la nuova Auschwitz.


Genova la capitale dell'aborto clandestino, un suicidio e otto aborti facili da sbandierare in una campagna elettorale che non si fa scrupoli. Del resto il capitano dei Nas che ha avviato le indagini l'ha chiamata "operazione Erode". Era ottobre dell'anno scorso, la moratoria di Ferrara non c'entra: il titolo è stata un'idea sua e non è difficile immaginare cosa abbia pensato Ermanno Rossi il ginecologo quando ha letto l'intestazione del fascicolo. La strage degli innocenti. Erode in questa storia chi è?

La realtà però sa essere più complessa degli slogan. Non ci sono Bovary né commesse in procinto di andare alle Maldive fra le otto donne indagate per aver abortito: tutte entro i 90 giorni ma fuori dall'ospedale pubblico come la legge prevede. Non c'è nemmeno la starlette che doveva andare al reality show. Susanna Torretta era la giovane amica della contessa Agusta, testimone della sua morte nella villa di Portofino. Ha avuto qualche momento di notorietà televisiva, ha partecipato all'Isola dei famosi nel 2003. Oggi vive a Rapallo, è impiegata in una profumeria, ha 37 anni.

"Non è bastato che si sia buttato di sotto il dottore, vogliono che mi ci butti anche io. Questo è un linciaggio ma non ce la faranno. Hanno inseguito mia madre fino dentro al supermercato, ieri sera si è sentita male. I miei nipoti piangono mi chiedono cosa ho fatto. Una pressione micidiale. Il dottor Rossi era il mio ginecologo da 12 anni. Una persona magnifica, mi fidavo ciecamente. Se mi avesse detto prendi l'arsenico per il mal di pancia lo avrei preso. L'ho chiamato sabato per un appuntamento, sono stata sentita dal magistrato perché ero nella sua agenda. Sono anni che non faccio tv e non ho in programma di farne più: è una storia passata. Se quella dei manifesti sono io dico che questa è istigazione al suicidio. Non ho abortito per andare in tv e se qualcuno mi chiede cosa sono andata a fare dal mio ginecologo rispondo che sono fatti miei. Sono a posto con la mia coscienza".

"Tirano fuori la storia della contessa ma io non sono mai stata incriminata per la sua morte, ero una sua amica, non ho avuto niente in eredità. Sono dieci anni che mi mettono alla gogna. Alla domanda se ho abortito o no non rispondo, è vergognoso farla. Però le dico: molte persone non sanno che quel che si può fare in ospedale è vietato in un ambulatorio. Se lei deve fare un'ecografia può aspettare sei mesi in ospedale o andare il giorno dopo da un privato e pagare duecento euro. È una colpa? Oppure è vero che si dovrebbe anche, e non si può, poter andare in ospedale in tempi decenti? Rossi non c'è più. Ha pagato lui. Quelli che strillano sono gente che libera i criminali e lapida le persone per bene".

La seconda donna indagata, la presunta Bovary amante di un uomo sposato, è una ventottenne di Sestri Levante. È andata a Rapallo perché quello era il suo medico. Anche lei non sapeva, dice, che abortire in un centro privato fosse illegittimo. "Col mio ragazzo è finita. Quando ho scoperto di essere incinta non me la sono sentita. Abbiamo rotto molto male, soffro già abbastanza, non credo di dovere spiegare a nessuno. Scusatemi". Rossi non le ha fatto pagare niente, dice. Solo la visita.

La terza è l'assistente del medico. La quarta una donna di 35 anni, impiegata in un'azienda privata, madre di due figli. "Sono stata senza lavorare otto anni, da quando è nato il mio primo figlio finora. Avevo ricominciato da sei mesi con un contratto di collaborazione. Mi hanno detto subito che non me lo avrebbero rinnovato se fossi rimasta incinta. Il mio secondo figlio è piccolo. Non ce la facevo, non ce la faccio a restare un'altra volta senza lavoro. Mio marito mi ha accompagnata dal medico. Era d'accordo". La quinta e la sesta sono le due donne che hanno subito un raschiamento nella clinica delle suore, villa Serena: ufficialmente un raschiamento dopo un aborto spontaneo, le indagini diranno. Delle ultime due donne nulla si sa. C'è il medico, poi.

Ermanno Rossi - ginecologo del Gaslini, ospedale cattolico dove non si praticano aborti - lunedì sera dopo aver subito la perquisizione dei Nas è tornato a cena a casa, a Genova. Un condominio rosa in fondo a una strada senza uscita, grate alle finestre e numeri al citofono. Ha pranzato con la moglie, avvocato, e col figlio undicenne. Alle nove è uscito ancora, è tornato allo studio di Rapallo. È salito da solo nell'ascensore di formica, ha aperto la porta con l'insegna storta. Ha mandato un sms alla moglie: "Le chiavi della macchina sono in garage, dentro la borsa rossa quella che non ti piace. Scusa di tutto". Poi ha aperto la finestra dell'undicesimo piano e si è buttato.

Da qui di sotto, nel vicolo, si vedono solo - piccoli come giocattoli - i cassonetti dell'immondizia circondati da una grata. Si è buttato sulla spazzatura. Per cadere dall'undicesimo piano ci vuole molto tempo, quasi dieci secondi. Bisogna contare per capire. Stamani attaccati ai cassonetti ci sono sette mazzi di fiori, tutti bianchi. Un biglietto dice "Grazie Ermanno". Suo cognato, Pietro Tuo, è primario al Gaslini. "Non so se Ermanno fosse obiettore, non ne abbiamo mai parlato. Non ricordo se vent'anni o più fa, per prendere servizio in quell'ospedale, avessimo dovuto firmare un documento. Davvero non ricordo ma non mi pare. Non si pone il problema, al Gaslini le interruzioni non si fanno e basta. Escludo che Ermanno ne facesse in ambulatorio per denaro. Non ne aveva bisogno. So per certo che parlava molto con le sue pazienti e che le aveva a cuore una per una. L'inchiesta dirà quel che deve. D'altra parte, operazione Erode, lei capisce...".

Le donne incriminate, avendo tutte abortito nei termini di legge, rischiano 51 euro di multa. Ermanno Rossi, se fosse vivo, avrebbe dovuto rispondere di un illecito che prevede come pena massima tre anni. Avrebbe forse perso il lavoro al Gaslini, a discrezione della direzione sanitaria. Avrebbe anche dovuto spiegare a suo figlio, prima o poi, chi fosse Erode. Il magistrato che indaga, Sabrina Monteverde, spiega che questo è il filone secondario di un'inchiesta più ampia "sui medici genovesi". Agli aborti si è arrivati per caso, nessuna denuncia del Movimento per la vita: una semplice intercettazione e si è aperto il nuovo fascicolo. E l'inchiesta principale di che tratta? Tangenti, favori, traffici illeciti, cosa? È ancora presto, nessun commento: serve tempo.

Nell'ufficio accanto, in Procura, ci sono i fascicoli su Bolzaneto. In quello più in là c'è il magistrato che si occupa della corruzione al porto. Di aborti a Genova nessuno parla volentieri: un tema minore. Giusto il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, aveva denunciato mesi fa la lentezza degli ospedali pubblici e il gran numero di obiettori di coscienza. I due ospedali principali sono della Curia, del resto. Oggi poi è sabato e si va a passeggio in centro, ci si distrae. Nell'antico caffè accanto alla cattedrale una coppia di coniugi discute col barista. "Quel pover'uomo", dice lui. "E poi basterebbe che le donne stessero più attente invece di pensarci dopo", dice lei. Che le donne stessero più attente, e arrivederci che comincia la messa. [ La Repubblica, 16 marzo 2008. QUI ]
 


 


domenica 16 marzo 2008

 TIBET NELLA TEMPESTA


Tashi Delek


Riporto due drammatici interventi del Dalai Lama per capire le nuove vicende tibetane e riflettere sulla nostra posizione. Siamo solo osservatori o possiamo fare qualcosa per impedire la realizzazione di un crimine che non è esagerato chiamare "genocidio"? Che cosa fare con la Cina e con i suoi giochi olimpici? Il Dalai Lama è da sempre contrario al boicottaggio. Io ho saldo il principio del minor male e del maggior bene possibile per tutti, ma cambio idea più volte al giorno.  


Tibetan spiritual leader, the Dalai Lama, addresses a news conference at Dharamsala in the northern Indian state of Himachal Pradesh March 16, 2008.    Dharamsala. 16 marzo 2008. «Qualche organizzazione internazionale rispettata potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause» dei disordini, ha dichiarato il Dalai Lama nella conferenza stampa tenuta nella località indiana di Dharamsala, dove risiede in esilio: «Che il governo cinese lo ammetta oppure no, esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale».


Il Dalai Lama ha poi denunciato il «regime del terrore» imposto in Tibet dalla Cina, rifiutandosi però di lanciare un appello per il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino: «Desidero che i Giochi si tengano: il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero, la Cina merita di accogliere i Giochi olimpici»; ma «occorre ricordare a Pechino che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi». [... continua qui - La Stampa, 16 marzo 2008]


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IL DALAI LAMA E LE VIOLENZE


Durante l'incontro con la stampa il Dalai Lama ha risposto a una delle domande che sono sulla bocca di tutti: "Può lei fermare le violenze?", gli è stato chiesto. "Io non ho questo potere", ha risposto. "E' un movimento di popolo, e io considero me stesso un servo, un portavoce del mio popolo. Non posso domandare alla gente di fare o non fare questo e quello".
Nella sua spiegazione ha poi analizzato lo stato delle cose maturate in questi ultimi 60 anni di dominio dell'etnia cinese sulla popolazione locale.

GENOCIDIO CULTURALE


"Intenzionalmente o no, assistiamo a una certa forma di genocidio culturale. E' un tipo di discriminazione: i tibetani, nella loro terra, molto spesso sono cittadini di seconda classe. Recentemente le autorità locali hanno addirittura peggiorato la loro attitudine verso il buddismo tibetano. E' una situazione molto negativa, ci sono restrizioni e cosiddette rieducazioni politiche nei monasteri", ha aggiunto il Dalai Lama. E ancora: "Ho notato negli anni recenti che tra i tibetani che vengono qui dal Tibet è cresciuto il risentimento, inclusi alcuni tibetani comunisti, che lavorano in diversi dipartimenti e uffici cinesi. Sebbene siano ideologicamente comunisti, siccome sono tibetani hanno a cuore la causa del loro popolo. Secondo queste persone più del 95 per cento della popolazione tibetana è molto, molto risentita. Questa è la principale ragione delle proteste, che coinvolgono monaci, monache, studenti, persone comuni".


AUTONOMIA E INDIPENDENZA


Il Dalai Lama ha poi tenuto a precisare la sua posizione: "Nelle mie dichiarazioni, nel corso degli anni, ho spesso menzionato che davvero, dico davvero, vorrei supportare il presente leader Hu Jintao nel comune slogan di sostenere e creare un'armonia sociale. Voi sapete che noi non cerchiamo la separazione, il resto del mondo lo sa. Inclusi alcuni tibetani, inclusi i nostri sostenitori occidentali ed europei, o indiani che sono critici verso il nostro approccio perché secondo loro non cerchiamo l'indipendenza, la separazione. Ma sfortunatamente, i cinesi hanno trovato una scappatoia per accusare noi di quanto sta avvenendo".

Dopo aver sottolineato le critiche alla sua linea, il Dalai Lama ha però detto che "un numero crescente di cinesi ci stanno manifestando solidarietà. Studiosi cinesi e ufficiali governativi privatamente appoggiano il nostro approccio della via di mezzo", ha detto.

INDAGINE INDIPENDENTE E NON VIOLENZA
"Allora - ha proseguito il leader spirituale tibetano - per favore indagate da soli, se possibile lo faccia qualche organizzazione rispettata a livello internazionale, indaghi su che cosa è successo, su qual è la situazione e quale la causa. All'esterno tutti vogliono sapere, me compreso. Chi ha davvero creato questi problemi adesso? In realtà credo che tutti sappiano qual è il mio approccio. Ognuno sa qual è il mio principio, completa non violenza, perché la violenza è quasi come un suicidio. Ma che il governo cinese lo ammetta o no, c'è un problema. Il problema è che l'eredità culturale nazionale è in una fase di serio pericolo. La nazione tibetana, la sua antica cultura muore. Tutti lo sanno. Pechino semplicemente si affida all'uso della forza per simulare la pace, ma è una pace creata con l'uso della forza e il governo del terrore. Un'armonia genuina deve venire dal cuore del popolo, sulla base della fiducia, non della paura".

OLIMPIADI
"Per questo - ha spiegato il leader tibetano in esilio - la comunità internazionale ha la responsabilità morale di ricordare alla Cina che deve essere un buon ospitante dei Giochi Olimpici. Ho già detto che ha il diritto di tenere le Olimpiadi, e che il popolo cinese ha bisogno di sentirsi orgoglioso di questo".

LE PRECEDENTI TRATTATIVE
Il Dalai Lama ha ricordato che ci sono state sei conferenze bilaterali tra la Cina e i suoi inviati "fin dal febbraio 2002". Ma la Cina "ha iniziato a indurire la sua posizione sul problema tibetano dal 2006", intensificando le critiche nei suoi confronti.

LE VITTIME
In una intervista alla Bbc il Dalai Lama ha detto di aver ricevuto dei rapporti secondo i quali le violente proteste anticinesi a Lhasa potrebbero aver causato "almeno 100 morti". Ammettendo che la cifra è impossibile da verificare, ha aggiunto di temere in ogni caso che "potrebbero esserci altri morti, a meno che Pechino non cambi la sua politica verso le regioni himalayane controllate dal regime".

La Repubblica, 16 marzo 2008. QUI


The Dalai Lama offers prayers to Buddhist worshipers in Dharamsala on March 10.   


Sua Santità ribadisce fermo impegno alla Poltica della Via di Mezzo


Dharamshala, 10 Marzo 2008, TibetNet: "La stabilità in Tibet riguarda la stabilità del Paese, e la salvezza in Tibet rigurda la salvezza del Paese", come affermato dal Presidente Hu Jintao il 6 Marzo 2008, corrisponde alla realtà", ha detto Sua Santità il Dalai Lama, durante il discorso per il 49° anniversario del Tibetan National Uprising Day in Dharamshala oggi.


Sua Santità ha aggiunto che sta attendendo con ansia l'attuazione della dichiarazione del Presidente Hu che deve assicurare il benessere dei tibetani, migliorare il lavoro  collegato alle religioni e ai gruppi etnici, e mantenere l'armonia sociale e la stabilità. (read full statement)


Sua Santità ha detto che un approccio comprensivo deve essere adottato per risolvere il problema del Tibet, che è intrinsecamente legato a molti argomenti: la politica, la natura della società, la legge, i diritti umani, la religione, la cultura, l'identità di un popolo, l'economia e lo stato dell'ambiente naturale.


Sua Santità ha espresso preoccupazione per l'incremento della repressione e della brutalità in Tibet e la mancanza di un risultato concreto sulla questione fondamentale del Tibet, a dispetto di sei round di dialogo tra i suoi inviati e la leadership cinese.


"Nonostante questi sfortunati sviluppi, la mia posizione e la mia determinazione nel perseguire la politica della Via di Mezzo e continuareil nostro dialogo con il governo cinese rimangono immutate," ha aggiunto Sua Santità.


Esprimendo il suo supporto ai Giochi Olimpici di Pechino 2008, Sua Santità ha esortato la Cina a mostrarsi un buon ospite appoggiando i principi di libertà di parola, libertà di espressione, uguaglianza e amicizia.


Sua Santità ha esortato il governo cinese a porre immediatamente termine alle politiche di trasferimento della popolazione - che fa sì che i nativi tibetani vengano ridotti a una minoranza insignificante - e la lingua, i costumi e le tradizioni del Tibet, che riflettono la vera natura e identità del popolo tibetano, ... [continua qui - attenzione: la traduzione è mia, controllare l'originale]

venerdì 14 marzo 2008

TIBET



Piccole luci tibetane per fronteggiare la violenza cinese.


“Sotto questi cieli azzuri
Sotto le nuvole bianche
Vivono le più belle creature dell’universo
All’improvviso siete arrivati voi
Con le vostre armi e la vostra avidità
State uccidendo l’ultima antilope
Ci state divorando
Lasciateci vivere
Lasciateci vivere”.


Canto dell’Antilope Tibetana, gruppo hard rock Vajara



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evento unico - Noire - Enrico Gregori

giovedì 13 marzo 2008

IL DOLORE


sacred lotus


senso e cura


Il dolore, si dice, è universale. Ma è proprio vero che sia così? Nel dolore universale è di certo il danno - esempio: una malattia, un handicap -, non il modo in cui il danno è vissuto. Ma il danno, quand'anche è universale, è variamente interpretato. Un induista soffre in modo diverso da un cristiano, questi, diversamente, da chi non crede. Se così è, l'esperienza effettiva del soffrire è data dalla circolarità tra danno-senso, più esattamente dalla tensione tra il senso, a cui sempre e in ogni caso si appartiene, e il non senso che il dolore produce. Il dolore infatti lacera la ragione, costringe l'uomo a interrogarsi su di sé. Perché a me? Cosa ho fatto per meritare questo? Ma ancor più sul senso del mondo. Le cose si inabissano e l'enigma del male irrompe in tutta la sua atrocità. Eppure mai, come nella sofferenza, si cercano parole per dare senso all'insensato. E, bene o male, le si trova. Abbiamo preso a soffrire nel momento stesso in cui abbiamo cominciato a vivere. Gli uomini nascono in scenari di senso che li precedono e che danno loro il linguaggio e i termini per divenire interpreti, più o meno abili, del loro soffrire. Abili, e non da soli, gli uomini infatti riescono a condividere la comune sofferenza, a farsene reciprocamente carico. Ed è anche giusto dire che lo devono. Tuttavia nessuno è mai sostituibile nel suo dolore. Ognuno è chiamato a giocare la sua parte. Riuscire, nonostante il dolore, a portare a compimento una vita. Ma di questo poco si può dire. Infatti nulla più del dolore svela la fragilità dei singoli, la loro irrepetibile unicità. Manifesta insieme la comune esposizione all'imponderabile. [ Salvatore Natoli, L'esperienza del dolore, Feltrinelli. Da un intervento alla RAI: qui ]


sacred lotus


Oppiacei, la cura contro il dolore


di Livia Turco


Vi scrivo per richiamare la Vostra attenzione su una battaglia di civiltà per la quale ho speso una parte rilevante delle mie energie nel corso del mio mandato di governo, e che purtroppo non è stata coronata da successo. Mi riferisco alle norme per la semplificazione della prescrizione dei farmaci oppiacei per il dolore severo, approvate in via preliminare dal Consiglio dei Ministri il 19 ottobre 2006 e, a larga maggioranza, dal Senato della Repubblica nella seduta del 12 dicembre 2007.

L’interruzione prematura della Legislatura non ha consentito, purtroppo, la approvazione definitiva di quel provvedimento, tanto atteso e sollecitato dalla comunità scientifica e professionale, dalle organizzazioni di tutela, dai cittadini come una svolta decisiva per la terapia del dolore nel nostro Paese.

E’ noto che ancora oggi, nonostante i progressi compiuti nel corso degli ultimi anni, l’Italia si colloca agli ultimi posti per la prescrizione di questi farmaci. I dati a nostra disposizione ci dicono che ogni anno in Italia circa 160 mila malati muoiono di cancro, ma se calcoliamo le fasi terminali conseguenti ad altre malattie, e le cronicità che richiedono interventi lenitivi del dolore, le persone interessate superano il milione.

Il dolore che caratterizza le fasi terminali della vita e molte malattie croniche è inutile e ingiusto. La scienza afferma, ormai da tempo, che il dolore fine a se stesso va contrastato perché toglie lucidità, compromette la qualità della vita, accresce la solitudine di fronte alla sofferenza, avvicina il desiderio della morte. Combattere il dolore significa anche questo, allontanare il desiderio della morte di fronte ad una grande sofferenza.

Le norme che abbiamo tentato di introdurre:

- consentono al medico di famiglia di utilizzare il ricettario normale, anziché quello speciale, per la prescrizione di farmaci oppiacei per la terapia del dolore, eliminando così qualunque difficoltà di tipo burocratico;

- estendono la prescrizione dei farmaci oppiacei per l’assistenza domiciliare anche al di fuori delle patologie oncologiche e quindi per quelle malattie croniche o invalidanti per le quali un’adeguata terapia del dolore è essenziale per garantire una migliore qualità della vita;

- semplificano l’aggiornamento periodico dell’elenco dei farmaci oppiacei che potrà avvenire con Decreto Ministeriale, sentito il Consiglio superiore di sanità, senza dover ricorrere a modifiche legislative come è invece previsto oggi;

- rendono più agile la gestione dei registri per il controllo del movimento degli stupefacenti ad uso terapeutico facilitando il lavoro dei medici e dei farmacisti.

Per alleviare e combattere efficacemente il dolore abbiamo bisogno, ovviamente di molto altro: di risorse umane, formazione, organizzazione più efficiente dei servizi, e su questo abbiamo investito. Dobbiamo rafforzare la rete di cure palliative, puntando sulla sinergia tra hospice e assistenza a domicilio, entrambi settori sui quali abbiamo orientato, anche grazie al sostegno del Parlamento, risorse finanziarie significative con le due ultime leggi di bilancio.

Abbiamo bisogno, inoltre, di sostenere e promuovere una cultura della lotta al dolore e alla sofferenza inutili, guardando alla qualità della vita in tutte le fasi della malattia come parte integrante e strutturale dei percorsi assistenziali, tanto quando si sarà costretti a convivere a lungo con una patologia cronica che quando restano pochi mesi di vita. Ma quelle norme possono fare molto, rendendo più semplice il lavoro dei medici prescrittori, e alleggerendone il carico burocratico.

Per tutte queste ragioni Vi chiedo di assumere un impegno formale perché quelle misure, chiunque risulti vincitore della competizione elettorale e titolare della azione di Governo nella prossima Legislatura, siano riprese e approvate dal primo Consiglio dei Ministri e possano così riprendere il loro cammino parlamentare. Una misura concreta per impedire che il dolore si trasformi in un impoverimento della dotazione di diritti della persona e per garantire l’eguaglianza di fronte alla sofferenza e alla morte che, ne sono certa, potrà contare sulla sensibilità e sul sostegno di Voi tutti.
(L'Unità, 12.03.08. QUI)


Con i più cordiali saluti.

Ministro della Salute

 . 


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Non ho nulla da aggiungere, se non l'impegno a ragionare ancora con l'aiuto di esperti su uno dei problemi cardine della vita, vita umana e vita animale, vita tutta sulla Terra.

mercoledì 12 marzo 2008

Nel peccato originale la coscienza dell´uomo
di Eugenio Scalfari


Michelangelo Buonarroti: Peccato originale, affresco 1509-1510 Cappella Sistina,Cappella Sistina, San Pietro, Roma


Il Serpente invogliò Eva a cogliere il frutto dell´albero proibito (quello della conoscenza); la donna lo porse ad Adamo e insieme lo mangiarono; Dio vide la loro trasgressione e mandò i suoi Arcangeli a scacciarli dai giardini dell´Eden dove fino ad allora avevano trascorso beatamente tra piante, fiori e animali la loro innocente esistenza.


Tra le innumerevoli pitture che ritraggono questa scena drammatica all´inizio della storia della nostra specie, la più intensa è quella dipinta da Masaccio nella chiesa del Carmine a Firenze, con le due creature derelitte e piangenti, condannate alla fatica, al dolore, alla fragilità della carne peccatrice e, soprattutto, alla coscienza macchiata dal peccato. Dal peccato originale che soltanto la discesa in terra del Figlio avrebbe riscattato – non cancellato – e che tuttora grava su di noi se il sacrificio del Cristo non continuerà ad assumerlo su di sé fino alla fine dei secoli e al giorno del Giudizio.


Masaccio_Cacciata dal Paradiso_Cappella Brancacci_Santa Maria del Carmine_Firenze_1424-1427


Così la Genesi racconta. Sono state date molteplici interpretazioni a quest´affascinante favola sacra che costituisce il fondamento delle grandi religioni monoteiste e così la specie umana si distingue da tutte le altre forme viventi per il sigillo di un peccato originale che ne segna il percorso, illuminato dalla speranza della salvezza e dalle opere che ad essa conducono con l´assistenza della grazia divina. La trascendenza di Dio ha nel peccato originale la sua prova, la vita dell´al-di-là la sua spiegazione, la morte la sua sconfitta.


Il racconto della «cacciata» è pieno di incongruenze, tra le quali giganteggia l´ingiustizia di Dio. Perché i nati prima della discesa in terra del Figlio devono essere esclusi dalla grazia e dalla salvezza? Perché quelli nati in luoghi del pianeta dove il messaggio evangelico non è mai arrivato patiscono egualmente questa esclusione?






Dov´è la bilancia della giustizia? Dov´è la pietà e la carità? Ma anche queste obiezioni hanno le loro risposte: le creature non hanno alcun titolo per disputare con Dio sui criteri che ispirano la sua condotta e le sue decisioni. Soprattutto non hanno alcun titolo per applicare all´Onnipotente i loro propri criteri di giustizia. È la risposta terribile che il Signore di tutte le cose create dà a Giobbe, che ha osato giudicarlo alla stregua del proprio metro di giudizio. E Giobbe ne resta infatti annichilito, schiacciato nella polvere con la quale fu creato. Malgrado le incongruenze del resoconto biblico, il peccato originale grandeggia al centro della storia dell´uomo, ne costituisce il marchio distintivo sia per chi è animato dalla fede sia per chi non ne ha affatto. Io non sono credente e il mio cielo è vuoto di presenze trascendenti. Eppure anch´io sono fermamente convinto che il peccato originale sia il marchio che ci distingue dal resto dei viventi che ci circondano. Noi siamo infatti la sola specie che ha perso l´innocenza. Noi siamo tutti colpevoli, battezzati o non battezzati, credenti o non credenti. Il peccato è la nostra condanna. Anzi il nostro vanto. Ma qual è il peccato? Questa è la questione da porre e sulla quale ora ragionare.


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Il peccato nasce insieme alla soggettività. Nasce insieme all´Io. Il peccato nasce insieme al pensiero capace di pensare se stesso e di pensare l´Essere. Il disastro è il pensiero che ci pone, almeno con una gamba ed un braccio, fuori dall´animalità. Gli animali, e i bambini, non peccano. Sono forme pure che obbediscono a istinti e pulsioni. Percepiscono stimoli di piacere e di dolore e reagiscono guidati da mappe cerebrali arcaiche, midollari, quelle che i primi filosofi e i primi teologi chiamavano «anima sensitiva» concentrando in un sostantivo e in un aggettivo il complesso delle reazioni delle fasce nervose e muscolari.


Gli animali e i bambini non hanno mangiato o non hanno mangiato ancora i frutti dell´albero della conoscenza, perciò sono innocenti, quali che siano le loro azioni. Non sono liberi poiché la libertà senza Dio è un concetto vuoto, una parola priva di senso. Non sanno che cosa sia la speranza, ignorano il tempo, ignorano la morte. Non conoscono Dio.


La grande architettura teologica del cristianesimo ha a lungo dibattuto l´atteggiamento da tenere nei confronti di questa sterminata moltitudine di anime sensitive che Dio ha creato senza far loro il dono della coscienza. Non sapeva dove metterle, quelle anime sensitive. Le carcasse dei loro corpi era facile farle ritornare alla terra («in pulvere reverteris») ma le anime? Le anime imperfette? Declinate soltanto all´accusativo e mai alla prima persona del verbo? Dottrina e tradizione confinarono queste anime nel limbo, dove sarebbero andate anche le anime «perfette» che, per circostanze accidentali, non avevano ricevuto il battesimo.


Su queste ultime si è aperto un dibattito recente in seno alla Chiesa, che non ha ancora trovato una sua definitiva conclusione. La tendenza fin qui prevalente sembra portare verso l´abolizione del limbo per quanto riguarda le anime prive di battesimo. È possibile che per esse si effettui una sorta di trasloco dal limbo alla fascia inferiore del Purgatorio, sebbene lo stesso Purgatorio si trovi in qualche modo «sub iudice». Si tratta di concessioni che la Chiesa fa alla modernità con un´idea assai mediocre e bislacca della modernità.


Per quanto riguarda invece le anime sensitive dei bambini il problema è più complesso e diventa più complesso ancora se si risale ai feti e addirittura agli embrioni. Feti ed embrioni contengono capacità biologicamente evolutive. In potenza si tratta di persone. In potenza, ma non in atto. Possono ricevere un sacramento?


Possono essere collocate nel limbo? Possono traslocare in Purgatorio? Per un bambino non ancora evoluto a livello della soggettività e quindi ancora pienamente innocente, un trasloco dal limbo al Purgatorio sarebbe abbastanza paradossale secondo la logica cristiana; dovrebbe infatti scontare una pena senza aver commesso alcun peccato. E non parliamo dei feti e degli embrioni.


Concederete, cari lettori, che questo complesso di domande, per altro assolutamente logiche, configura un quadro grottesco o almeno bizzarro, per certi aspetti perfino comico, che dimostra dove possa arrivare la teologia quando si perda in architetture di penalità e benefici, di perdizione e di salvezza, per non parlare del sistema delle indulgenze così gelosamente amministrato per secoli dalla Gerarchia e tuttora operante, che alimentò largamente l´erario pontificio e provocò lo scisma più drammatico della Chiesa di Occidente.


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Lasciamo da parte questa favolistica (per altro pertinente al tema) e torniamo al peccato originale. Da quanto fin qui abbiamo svolto risulta che esso coglie in pieno la condizione umana.


Abbiamo visto che il peccato nasce nel momento in cui la mente dell´uomo ne elabora il concetto. E lo elabora gradualmente, insieme ad un gruppo di altri concetti strettamente connessi tra loro: Dio, l´Essere, la Morte, il Tempo, il Destino, il Caso. La Natura. Gli Altri. Insomma la Metafisica. E insieme alla Metafisica l´Etica. La Conoscenza. Il pensiero astratto. La Filosofia nel suo complesso sistemico. Senza dimenticare che la mente fa pur sempre parte del corpo o meglio è una funzione del corpo e di un suo organo particolare: il cervello.


Dunque il peccato è cosa nostra, nasce dalla nostra umanità. Non può nascere in nessun altro cervello che non abbia elaborato l´Io e la soggettività. Il peccato originale consiste nella soggettività che può anche esprimersi con la parola «responsabilità». Il soggetto e la sua coscienza sono responsabili. Verso gli altri e principalmente verso se stessi. La responsabilità implica un giudizio di congruenza.


La persona responsabile cessa, nel momento stesso in cui acquista questa sua condizione, di essere innocente per definizione. Esce dal cosiddetto stato di natura dove tutte le forme sono innocenti ed entra nello stato civile dove convive con gli altri, si confronta con gli altri. È oggettivamente responsabile degli altri come gli altri lo sono di lui. È colpevole tutte le volte in cui tradisce quella responsabilità e torna ad essere innocente tutte le volte in cui se l´assume.


Questo tuttavia è un genere particolare di innocenza, un´innocenza limitata e sempre a rischio. Resta il peccato originale di essere così come siamo, cioè soggettivi e declinati al nominativo, alla prima persona singolare del verbo. Nominati Io. Questo è il peccato originale. Nostra condanna e nostro vanto.


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Siamo anche liberi? Il fatto di essere muniti di coscienza e di avere acquistato la capacità e il bisogno di conoscenza ci affranca dalla coazione degli istinti? Dio - secondo uno dei pilastri della fede cristiana - ci ha concesso il libero arbitrio che è l´altra faccia della responsabilità. Secondo questa tesi noi possiamo liberamente scegliere tra il Bene e il Male e siamo responsabili di queste scelte di fronte a un Dio trascendente che è al tempo stesso giudice e misericordioso. Giudica il peccato, accetta il pentimento.


Dunque siamo liberi, almeno stando all´insegnamento biblico ed evangelico. Ma quell´insegnamento ha tenuto presente la figura psichica dell´Io e la sua razionale capacità di scelta tra Bene e Male? E di quale Bene e Male si parla? Il tema della libertà pone insomma un gruppo di questioni estremamente intricate che culminano in una domanda che tutte le riassume: la specie umana è in grado di distinguere il Bene dal Male e di scegliere con libero giudizio?


Abbiamo già visto che questo problema non si pone per nessuna delle altre specie viventi che, mancando di soggettività, sono animate da istinti primari e ripetitivi. Non è così per l´uomo, ma è pur vero che anche l´uomo è animato da istinti. Essi provengono dalla regione dell´inconscio, quella che è stata definita la regione del sé o dell´«es» per distinguerla dall´io. Distinzione schematica, utile come strumento conoscitivo nelle scienze che studiano la psiche ma insufficiente a fornire una descrizione adeguata dei processi che avvengono all´interno dell´individuo.


L´io non è una figura psichica separata dall´«es»; in un individuo nulla è separato e tutto è interconnesso e interagente. Gli istinti e le pulsioni che lambiscono l´io, spesso lo invadono piegandolo ai loro bisogni e al «conatus vivendi», cioè allo sforzo di vivere, anzi di sopravvivere, che costituisce l´istinto primario di tutto il mondo dei viventi e di ogni individuo che ne fa parte: alberi, animali, uomini.


Si instaura dunque una dinamica continua tra istinti, pulsioni, intelletto, della quale la coscienza - cioè la consapevolezza di sé - rappresenta il luogo di mediazione. Più vigile è la coscienza più aumenta la probabilità che l´intelletto razionale tenga a freno gli istinti e ne selezioni la qualità. Scelga quali siano utili alla sopravvivenza e quali siano invece trasgressivi e distruttivi.


La conoscenza è guidata da un duplice richiamola sopravvivenza dell´individuo e quella della specie, l´egolatria e la solidarietà. I due richiami sono spesso contraddittori ed è lì che si determina la scelta, è lì in quella scelta, che l´individuo decide. La dinamica ininterrotta costituisce la trama di ciascun vissuto.


Possiamo definire Bene il momento della solidarietà e Male il momento dell´egoismo, anche se si tratta di definizioni molto azzardate.


Una sola cosa è certa: questi processi avvengono in presenza del nostro peccato originale che, lo ripeto ancora una volta, consiste nella soggettività, nel pensiero che può pensare se stesso, nostro vanto e nostra condanna. Orgoglio della nostra autonomia e rimpianto della perduta innocenza. [La Repubblica, 11 marzo 2008]