martedì 20 novembre 2007

CONVENZIONE SUI DIRITTI DELL'INFANZIA

Convenzione sui diritti dell'infanzia approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall'Italia con legge del 27 maggio 1991 n.176.


"Secondo la definizione della Convenzione sono "bambini" (il termine inglese "children", in realtà, andrebbe tradotto in "bambini e adolescenti") gli individui di età inferiore ai 18 anni (art. 1), il cui interesse deve essere tenuto in primaria considerazione in ogni circostanza (art. 3).
 
Tutela il diritto alla vita (art. 6), nonché il diritto alla salute e alla possibilità di beneficiare del servizio sanitario (art. 24), il diritto di esprimere la propria opinione (art. 12) e ad essere informati (art. 13).
 
I bambini hanno diritto al nome, tramite la registrazione all'anagrafe subito dopo la nascita, nonché alla nazionalità (art.7), hanno il diritto di avere un'istruzione (art. 28 e 29), quello di giocare (art. 31) e quello di essere tutelati da tutte le forme di sfruttamento e di abuso (art. 34)." [ dal sito: UNICEF  ]

domenica 18 novembre 2007

Senatori a vita


"Credo doveroso che l'opinione pubblica esprima gratitudine - al di là delle convinzioni politiche - a quei senatori a vita che si sono sobbarcati ad una scelta di campo non per sostenere un governo ma per assicurare al paese quel minimo di stabilità possibile nelle condizioni esistenti, evitando rischiosissime avventure. Spesso sono stati ricoperti di insulti che hanno affrontato con dignitosa sopportazione.

Nel loro comportamento non c'è e non ci poteva essere alcun tornaconto e alcun calcolo personale né retropensieri di sorta né capricciose meschinità da soddisfare ma soltanto il diritto-dovere di salvaguardare le istituzioni e il tessuto connettivo della nostra società.

Ne faccio i nomi: Andreotti, Ciampi, Colombo, Levi Montalcini, Scalfaro. Ad essi il nostro rispettoso saluto e augurio di buona vita."

Eugenio Scalfari, 18 novembre 2007


Mi associo ai ringraziamenti di Scalfari e alla sua valutazione dell'attuale situazione politica italiana, artatamente costruita da chi "scese in campo" solo ed esclusivamente per i propri interessi personali (che evito di definire). Siamo in democrazia, è vero, le decisioni le ha prese il popolo sovrano con il voto, ma è uno strano immemore popolo sovrano, per quanto sempre rispettabile. Per dirne una, si parla della "porcata elettorale" come se fosse arrivata da chissà dove e senza mai far rilevare con tutta la forza possibile che fu l'ultimo atto politico della precedente ampia maggioranza. Tutti sembrano aver dimenticato. E che opposizione è questa che ha l'unico scopo di "mandare a casa Prodi" e non solo non lavora ma impedisce di svolgere i lavori parlamentari di cui tutti noi abbiamo bisogno? Possibile che la loro unica missione sia stata finore far cadere un governo comunque democraticamente eletto? Prendono stipendi e prebende per fare le leggi e far funzionare lo Stato, controllando e anche ostacolando le scelte della maggioranza, se è il caso. E, invece, no. Unica missione, qualcuno direbbe "mission", mandare a casa Prodi.


mercoledì 14 novembre 2007

VIRTU' (3)  .  Pazienza


      L'etica della virtù


Per trasformare noi stessi, e quindi le nostre abitudini e inclinazioni, per poter agire in modo compassionevole, è necessario che ci impegniamo in ciò che potremmo chiamare un'etica della virtù. Oltre che astenerci dai pensieri e dalle emozioni negative, dobbiamo coltivare e rinforzare le nostre qualità positive. Quali sono? Sono le qualità umane, o spirituali fondamentali.


Dopo la compassione (nying je), la qualità più importante è quella che in tibetano chiamiamo so pa. Ancora una volta, abbiamo un termine che non ha un equivalente in altre lingue, anche se i concetti a cui si riferisce sono universali. Spesso so pa è tradotto semplicemente con il termine "pazienza" sebbene il suo significato letterale sia "capace di sopportare" o "capace di resistere". Esso implica anche una nozione di risolutezza e denota quindi una risposta ponderata (l'opposto di una reazione impulsiva) ai pensieri e alle emozioni fortemente negative quando ci troviamo di fronte al  male. So pa ci dà la forza di resistere alla sofferenza e ci consente un atteggiamento compassionevole anche nei confronti di coloro che vorrebbero nuocerci. ... So pa è quindi il mezzo che ci consente di praticare la vera non violenza. ... So pa non deve essere confuso con passività. Anche l'adozione di contromisure vigorose può essere compatibile con la pratica di so pa. ...


La paziente sopportazione è la qualità grazie alla quale riusciamo a impedire che i pensieri e le emozioni negative facciano presa su di noi. Essa preserva la pace della mente nelle avversità. Se praticheremo la pazienza in questo modo, la nostra condotta sarà corretta dal punto di vista etico. [continua]


Soltanto guardare il volto del Dalai Lama mi rasserena. Così il suo pensiero.


 



da Una rivoluzione per la pace, Sperling & Kupfer, pagg. 89-91

giovedì 8 novembre 2007



Quale sarebbe il mio reato?

Enzo Biagi



Non è un gran giorno per l'Italia: per quello che succede in casa e per quello che si dice fuori.
(...) Ma c'è, anche, chi all'estero parla di crimine. Da Sofia il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro che, cito tra virgolette: «Hanno fatto un uso della televisione pubblica - pagata con i soldi di tutti - criminoso. Credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga». Chiuse le virgolette.
Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci.
Poi il Presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento o redenzione - pur non avendo niente di personale - lascerebbe intendere, se interpretiamo bene, che dovrebbero togliere il disturbo.
Signor Presidente Berlusconi dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso, mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri.
Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia, perfino, in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor Presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un'occhiata, nella Costituzione.
(...) Questa, tra l'altro, viene presentata come televisione di stato, anche se qualcuno tende a farla di Governo, ma è il pubblico che giudica.
(...) Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il Palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati.
L'idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale lei è del resto, che da statista.
Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata de «Il Fatto». Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.
(...) Qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma che, del resto, faccio da anni, ma per raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione. (stralci da «Il Fatto», 18 aprile 2001) Il Manifesto, 7 novembre 2007


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INFORMAZIONI E FATTI



"L'estremo oltraggio" >>> QUI <<<

Inevitabile parlare di questa amarissima vicenda dopo le omissioni nei servizi televisivi (Tg1 in testa) e dopo aver sentito le ennesime affermazioni dell'uomo dell'editto bulgaro: «Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso, rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima». Certo sarebbe più importante parlare di qualcosa di positivo, ma ancora oggi è purtroppo il caso di sottolineare che l'informazione in Italia non è né completa né corretta. Sono sicura che Enzo Biagi non me ne vorrebbe, anzi.

martedì 6 novembre 2007


BIRMANIA LIBERA - TIBET LIBERO


APPUNTAMENTO CON LA BIRMANIA A ROMA IL 6 NOVEMBRE ALLE 18


Informazioni in: BIRMANIA LIBERA - di Pierluigi Mantini* ( Parlamentare italiano, Intergruppo Amici del Tibet ). Da sottolineare:


"Un appuntamento di rilievo è la visita del Dalai Lama a Milano ( 8 dicembre ) e a Roma ( 13 dicembre ) ed in tal senso stiamo preparando iniziative di rilievo, anche nella prospettiva di un meeting mondiale dei parlamentari per il Tibet, a Roma, nella primavera prossima. Sullo sfondo vi sono le iniziative possibili per la democrazia e i diritti umani in occasione dei Giochi Olimpici del 2008 in Cina."



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Oggi il giorno della morte di Enzo Biagi. L'ho ammirato e seguito molto nel suo lavoro. L'ho anche ringraziato e rimpianto molto negli anni bui dell'editto bulgaro (pensare che erano gli ultimi anni della sua vita e che poco avremmo potuto recuperare!). L'ho ringraziato per aver tenuto la schiena diritta e aver affermato il valore della libertà di pensiero, della dignità personale e della giustizia in ogni occasione. Addio, caro Enzo Biagi, vale atque vale!


domenica 4 novembre 2007

   Serenità Raziocinio Giustizia


Aveva una rosa rossa in mano Giovanni Gumiero mentre assisteva al funerale al funerale della moglie Giovanna Reggiani, la signora trucidata a Roma. Solo pallidamente si può immaginare il suo dolore, forse misto a una giusta umanissima rabbia. Eppure Giovanni Gumiero ha potuto dire queste parole:


"Sappiamo e dobbiamo distinguere le persone, un rom da un rom, un romeno da un romeno, un italiano da un altro italiano".


Il fratello della signora Giovanna, Luca Reggiani, si era poco prima rivolto alla sorella morta dicendo:


 "Cara Giovanna, il babbo e la mamma ci hanno insegnato la tolleranza e l'importanza dell'amore. Noi fratelli abbiamo sempre avuto uno spirito libero, grazie ai nostri genitori. Ricordiamoci che il silenzio non è sempre muto. Ciao sorella".


Ma vorrei offrire una rosa anche a Emilia, la "zingara" che ha tentato di salvare la signora e ha denunciato l'aggressore, esponendosi al pericolo mortale della ritorsione. Una rom anche lei. Per distinguere "un rom da un rom", come ha detto il marito della vittima, alla quale abbiamo il dovere di offrire amore e giustizia, accogliendo l'insegnamento delle persone a lei più care.



Copio e incollo qui di seguito l'articolo di Barbara Spinelli per conservare un'analisi politica straordinaria.


L'Europa e il tabù dei Rom di Barbara Spinelli


La risposta delle autorità pubbliche al massacro di Giovanna Reggiani è stata ferma, netta: non c’è spazio in Italia per chi vive derubando, violando, uccidendo. C’è qualcosa di sacro nel bisogno di sicurezza sempre più acutamente sentito dagli italiani, così come c’è qualcosa di sacro nell’ospitalità, nell’apertura al diverso, nella circolazione libera dentro l’Unione.

Quest’antinomia permane ma comincia a esser vissuta come un ostacolo, anziché come una convivenza di norme contrastanti (di nòmos) che vivifica l’Europa pur essendo ardua. È un’antinomia che educa a vivere con due imperativi: l’apertura delle porte ma anche la loro chiusura se necessario. Molti chiedono negli ultimi giorni di «interrompere i flussi migratori»: la collera suscitata dal crimine di Tor di Quinto ha rotto un argine, anche nel nuovo Partito democratico, e d’un tratto sembra che solo un imperativo conti: le porte chiuse.

Su un quotidiano di sinistra, l’Unità, sono apparse parole strane. Si è parlato, a proposito del quartiere del delitto, di «tutta un’umanità brutta sporca e cattiva»; si è parlato di «città italiane che funzionano come miele per le mosche di uno sciame incontrollato che viene dall’Est Europa». L’umanità sporca, lo sciame di mosche: è vero, un tabù cade a sinistra e tanti se ne felicitano, constatando che finalmente il buonismo è stato smesso e che la sinistra non va più alla ricerca dei motivi sociali della delinquenza ma si concentra sulla repressione e le vittime.

Gli imperativi dell’apertura s’appannano, la tensione vivificante fra norme diverse svanisce, entriamo in un mondo che promette certezze monolitiche: basta interrompere i flussi, e il male scompare. Spesso il capro espiatorio nasce così, con questa riduzione a uno del molteplice, del complesso. Spesso nascono così i pogrom, come quello scatenato venerdì sera contro i romeni nel quartiere romano di Tor Bella Monaca: dall’Ottocento hanno questo nome, in Europa, le spedizioni punitive contro i diversi.

Anche le ideologie nascono così, fantasticando scorciatoie che risolvono tutto subito. Oggi è la destra a sognare utopie simili, e la sinistra riformatrice s’accoda sperando di ricavare guadagni elettorali. La distruzione dei campi rom è parte di quest’ideologia. Un’ideologia irrealistica perché l’immigrazione non sarà fermata e l’Europa ne ha bisogno. La Spagna sembra esserne consapevole e non a caso è diventata il Paese con il più alto numero di immigrati e progetti d’integrazione. La ripresa della natalità iberica è dovuta a questo. Chi parla dell’immigrazione come di male evitabile sbaglia due volte: perché non è evitabile, e perché in sé non è un male.

Se non si vuole che sia un male occorre governarlo bene, il che vuol dire: non solo reprimendo, ma reinventando politiche in Italia e nell’Unione. Perché europei sono i dilemmi ed europeo sarà l’inizio della soluzione. Perché il tabù di cui tanto si discute non è quello indicato (buonismo, tolleranza). Il vero tabù, che impedisce con i suoi interdetti di vedere e dire la realtà, è un altro: è la questione Rom ed è l’inerzia con cui la si affronta nel dialogo con l’Est da dove vengono i cosiddetti nomadi. Fuggiti dall’India nell’anno 1000, giunti in Europa nel Trecento, i Rom assieme ai Sinti sono chiamati spregiativamente zingari, parlano una lingua derivata dal sanscrito, in genere sono cristiani (la parola Rom, come Adamo, significa «persona». I più vivono in Romania). Siamo in emergenza, è vero. Ma non è solo emergenza sicurezza. C’è emergenza europea sui diritti dell’uomo e delle minoranze. C’è una doppia inerzia: nelle strategie d’integrazione e nei rapporti tra Stati europei.

Quest’emergenza è acuta a Est, da quando è finito il comunismo: in Romania è specialmente vistosa ma la malattia s’estende a Slovacchia, Ungheria, Repubblica ceca, Kosovo. Al concetto unificatore di classe è succeduto dopo l’89 il senso d’appartenenza alle etnie, e vecchie passioni come xenofobia e razzismo, non superate ma addormentate durante il comunismo, sono riapparse: i più invisi sono i Rom - oltre agli ungheresi che non vivono in Ungheria - e il loro migrare a Ovest è intrecciato a questa ostilità dentro i Paesi dell’Est e fra diversi emigrati dell’Est.

È quello che i rappresentanti Rom in Europa denunciano ultimamente con forza (sono circa 8 milioni, su 15 nel mondo). La Romania, in particolare, è accusata di attuare un politica sistematica di espulsione di Rom, da quando è entrata nell’Unione all’inizio del 2007. Il ministro dell’Interno, Amato ha evocato a settembre un «vero e proprio esodo di nomadi dalla Romania», e di esodo in effetti si tratta: ma esodo forzato, nell’indifferenza europea. Dicono i rappresentanti Rom che i membri della comunità in Romania son cacciati dagli alloggi, dai lavori, dalle scuole, e per questo preferiscono le topaie italiane. Il ministro Ferrero, responsabile della Solidarietà sociale, dice il vero quando nega che l’esodo sia essenzialmente economico: la Romania non è più così povera, sono xenofobia e razzismo a colpire oggi i Rom.

Queste cose andrebbero ricordate a Bucarest, cosa che hanno tentato di fare Amato e Ferrero in un recente incontro con il ministro romeno dell’Interno, David. Ferrero ha cercato lumi presso il Forum europeo dei Rom e tentato di mettere alle strette David. Dall’incontro è nata la convocazione di un tavolo permanente di negoziato: presto si riunirà a Bucarest. Proprio perché è nell’Unione, la Romania deve rispondere di quel che fa con i propri Rom (2 milioni, secondo stime ufficiose).

Discutere di queste cose con Bucarest e altri governi dell’Est è urgente. Un patto è stato infatti rotto, che pure era assai chiaro. Ai tempi dei negoziati d’adesione, i candidati si erano impegnati a rispettare i criteri di Copenhagen, che non riguardano solo l’economia ma le «istituzioni capaci di garantire democrazia, primato del diritto, diritti dell’uomo, rispetto delle minoranze e loro protezione». Ingenti fondi son devoluti da anni a tale scopo (il programma europeo Phare, cui si aggiungono finanziamenti della Fondazione Soros, della Banca Mondiale) intesi a frenare la «discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica».

È accaduto tuttavia che una volta entrati, numerosi governi dell’Est hanno fatto marcia indietro (il regime Kaczynski in Polonia è stato un esempio). Ed è così che si è riaccesa l’ostilità verso i Rom: questa etnia perseguitata da un millennio e decimata nei campi nazisti. Paragonarli a uno sciame di mosche non è anodino. Significa che l’Italia (per come parla o chiede azioni) comincia ad assomigliare a quegli europei dell’Est che stanno arretrando e riproponendo, ancora una volta nel continente, il dramma Rom. Certo urge controllare meglio i flussi migratori: ma non si può farlo accusando intere etnie (Rom, Romeni, Albanesi) per il delitto di alcuni. Non si può governare alcunché se non si prende distanza dalla strategia di cui Bucarest è oggi sospettata.

La caduta dei tabù comporta anche il formarsi di idee completamente false. Con disinvoltura i Rom son descritti come non integrabili, nomadi, dediti al furto. I dati smentiscono queste nozioni. In Italia la comunità Rom è composta in stragrande maggioranza di sedentari, non di nomadi. E tentativi molto validi di integrazione hanno dimostrato che quest’ultima può riuscire.

Ci sono iniziative della Chiesa: le ha spiegate sul Corriere don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano. E ci sono iniziative pubbliche preziose: a Pisa, Napoli, Venezia. Pisa è esemplare perché i risultati sono eccezionali: nei campi vivevano 700 Rom, dieci-dodici anni fa. Solo due bambini erano scolarizzati. Il Comune si è incaricato di trovar loro lavoro e alloggi, scegliendo un mediatore per negoziare con i vicini. Appena emancipati, i Rom uscivano dal programma d’assistenza e i fondi servivano a integrare altri loro connazionali. Nel frattempo, si spingevano le famiglie a scolarizzare i figli. In dieci anni, 670 Rom su 700 sono stati inseriti, e tutti i bambini vanno a scuola. Certo la comunità in Italia è divisa: alcuni chiedono più campi, mentre i più vogliono superarli proprio perché il nomadismo è meno diffuso di quel che si dice: il 90 per cento dei Rom (140 mila nel 2005, in parte italiani) non sono camminanti bensì - da decenni - sedentari.

Per riuscire in simili operazioni bisogna abbandonare l’utopia, privilegiando fatti ed esperienze. Ambedue confermano che l’integrazione resta indispensabile, che chiuder le porte non basta, che è necessario far luce sui pericoli che corre non solo la sicurezza ma la democrazia. Dice Franz Kafka: «Bisognerà pure che nel campo dei dormienti qualcuno attizzi il fuoco nella notte». Questo invito a far luce sui veri tabù vale per i dormienti dell’Est e per l’Europa. Vale per i Rom (il loro faro non dovrebbe esser la figura della vittima ma la donna Rom che s’è sdraiata sull’asfalto davanti a un autobus per denunciare il Rom assassino di Giovanna Reggiani) e vale per la destra come per la sinistra italiana. [ La Stampa, 4 novembre 2007. QUI ]

giovedì 1 novembre 2007


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PINK: "Dear Mr. President"  (feat. Indigo Girls)


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Dear Mr. President,    Caro sig Presidente
Come take a walk with me.   
Vieni a fare una passeggiata con me
Let's pretend we're just two people and   
facciamo finta di essere semplicemente due persone
You're not better than me.   
Tu non sei migliore di me
I'd like to ask you some questions if we can speak honestly.
Mi piacerebbe farti alcune domande se possiamo parlarci onestamente

What do you feel when you see all the homeless on the street? 
cosa provi quando vedi I senzatetto nelle strade?
Who do you pray for at night before you go to sleep?
Per chi preghi prima di andare a dormire?
What do you feel when you look in the mirror?
Cosa provi quando guardi nello specchio?
Are you proud? Ti senti orgoglioso?


How do you sleep while the rest of us cry?
Come fai a dormire mentre noi altri gridiamo (urliamo)
How do you dream when a mother has no chance to say goodbye?
Come fai a sognare quando una madre non ha l’occasione di dire addio?
How do you walk with your head held high? Come puoi camminare tenendo la testa alta?

Can you even look me in the eye puoi (almeno) guardarmi neglio occhi
And tell me why?
E dirmi perchè?


Dear Mr. President,
Were you a lonely boy?
Eri un ragazzino solitario
Are you a lonely boy?
Sei un ragazzino solitario
Are you a lonely boy?
How can you say 
come puoi dire

No child is left behind?
Che nessun figlio è lasciato indietro?
We're not dumb and we're not blind.
Noi non siamo muti ne ciechi
They're all sitting in your cells 
sono tutti seduti nelle tue celle
While you pave the road to hell.
Mentre tu lastrichi la strada per l’inferno

What kind of father would take his own daughter's rights away?
Che tipo di padre toglierebbe I diritti alla propria figlia?
And what kind of father might hate his own daughter if she were gay?
Che tipo di padre odierebbe la propri figlia se fosse gay?
I can only imagine what the first lady has to say
posso solo immaginare cosa abbia da dire la first lady
You've come a long way from whiskey and cocaine
. Hai fatto tanta strada dal whiskey e la cocaina

How do you sleep while the rest of us cry?
Come fai a dormire mentre noi altri gridiamo (urliamo, piangiamo)

How do you dream when a mother has no chance to say goodbye?
Come fai a sognare quando una madre non ha l’occasione di dire addio?

How do you walk with your head held high? Come puoi camminare tenendo la testa alta?
Can you even look me in the eye?
Puoi(almeno) guardarmi neglio occhi

Let me tell you 'bout hard work
lasciami parlare di  duro lavoro
Minimum wage with a baby on the way
paga minima con un bambino in arrivo (incinta)
Let me tell you 'bout hard work lasciami parlare di duro lavoro

Rebuilding your house after the bombs took them away
ricostruire la tua casa dopo che le bombe le hanno spazzate via
Let me tell you 'bout hard work
lasciami parlare di duro lavoro
Building a bed out of a cardboard box
costruire un letto con una scatola di cartone
Let me tell you 'bout hard work
lasciami parlare di duro lavoro
Hard work duro lavoro

Hard work
duro lavoro
You don't know nothing 'bout hard work
tu non sai nulla ruguardo al duro lavoro
Hard work
duro lavoro
Hard work duro lavoro
Oh

How do you sleep at night?
Come fai a dormire di notte?
How do you walk with your head held high? Come puoi camminare tenendo la testa alta?

Dear Mr. President,
You'd never take a walk with me.
Tu non faresti mai una passeggiata con me
Would you? Vero?