sabato 13 ottobre 2007

Guerra all'Iran? Siamo a questo punto?



Personalità Americane chiedono ai Militari USA di rifiutarsi di eseguire l'ordine di attacco contro l'Iran



Willie Nelson, leggenda della musica country, Gore Vidal, icona della letteratura, Cindy Sheehan, la madre di un caduto Stella al Merito, Daniel Ellsberg, informatore su documenti del Pentagono, Ann Wright, Colonnello a riposo dell'Esercito USA, Cynthia McKinney, ex membro del Congresso, Elizabeth de la Vega, ex procuratore federale, Thom Hartmann, autore e conduttore di programmi radiofonici, Michael Lerner e Steven Jacobs, rabbini, e decine di altre personalità Americane hanno firmato una lettera che chiede ai Capi di Stato Maggiore Riuniti e a tutto il personale militare USA di rifiutarsi di eseguire gli ordini di attacco contro l'Iran in una guerra di aggressione.


La lettera è stata messa in diffusione perché altri la possano sottoscrivere a http://www.dontattackiran.org  . Questo il testo della lettera:


All'attenzione dei Capi di Stato Maggiore Riuniti e a tutto il personale militare USA


Non attaccate l'Iran!
Ogni attacco preventivo contro l'Iran sarebbe illegale.


Ogni attacco preventivo contro l'Iran sarebbe criminale.


Noi, cittadini degli Stati Uniti, rispettosamente raccomandiamo a voi, donne e uomini di coraggio del nostro esercito, di rifiutare di adempiere ad ordini di attacco preventivo contro l'Iran, una nazione che non rappresenta alcuna seria od immediata minaccia per gli Stati Uniti. Attaccare l'Iran, una nazione sovrana di 70 milioni di persone, costituirebbe un crimine di grandezza immensa. Quali le basi legali della nostra petizione, di non attaccare l'Iran?


I Principi di Norimberga, che sono parte integrante del diritto degli Stati Uniti, indicano che tutto il personale militare ha l'obbligo di non obbedire ad ordini non legittimi. Il Manuale 27-10, sec.609, per gli Ufficiali Superiori dell'Esercito e l'UCMJ (Uniform Code of Military Justice-Codice Uniforme per la Magistratura Militare), art. 92, includono questo principio. L'Articolo 92 afferma: “Un ordine o una disposizione generale sono conformi alla legge, se non risultano contrari alla Costituzione, alla legge degli Stati Uniti.”


Ogni provvedimento assunto da un trattato internazionale ratificato dagli Stati Uniti diventa legge degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono membri e firmatari della Carta delle Nazioni Unite, di cui l'Articolo II, sezione 4, stabilisce: “Tutti i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dal mettere in atto minacce o dall'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi stato.” Stabilito che l'Iran non ha aggredito gli Stati Uniti, e che gli Stati Uniti sono membri e firmatari della Carta, ogni attacco all'Iran da parte degli Stati Uniti sarebbe illegale non solo secondo il diritto internazionale ma anche secondo la Costituzione Statunitense, che considera i patti da noi sottoscritti come Legge Suprema della Nazione.


Quando voi siete diventati militari, avete giurato di difendere la nostra Costituzione. Secondo il diritto internazionale, seguire gli ordini del governo o dei vostri superiori non vi esenta dalle responsabilità. Secondo i Principi di Diritto Internazionale che informano la Carta del Tribunale di Norimberga, la complicità nell'ordinare un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale è per se stessa un crimine.


Panorama ambientale:


Le accuse dell'Amministrazione Bush contro l'Iran non sono state provate. Ne' lo sviluppo di armamenti nucleari, nemmeno le forniture di assistenza all'Iraq, se provate, possono costituire una giustificazione per una guerra illegale. Un'aggressione contro l'Iran può indurre il formidabile apparato militare Iraniano ad attaccare le truppe degli Stati Uniti di stanza in Iraq. Migliaia dei nostri soldati potrebbero essere uccisi o catturati come prigionieri di guerra. Inoltre, un attacco Statunitense contro le strutture nucleari Iraniane potrebbe significare la morte per avvelenamento da radiazioni di decine di migliaia di civili innocenti Iraniani. Il popolo dell'Iran non ha un grande controllo su coloro che lo governano, tuttavia dovrebbe subire il tremendo attacco Statunitense. Incursioni aeree con bombardamenti sarebbero equivalenti ad una punizione collettiva, cosa che rappresenta una violazione della Convenzione di Ginevra, e di sicuro spargerebbero i semi dell'odio per generazioni a venire. Un quarto della popolazione dell'Iran è costituito da bambini.


Soprattutto, noi vi lanciamo questo appello, di esaminare con cura la documentazione delle nostre azioni in Iraq, azioni che hanno creato la spinta ideale per gli jihadisti, per i fautori delle guerre sante, questo per ammissione dell'intelligence USA, una situazione che non esisteva prima della nostra aggressione. Noi dobbiamo prendere atto che il nostro uso sconsiderato delle soluzioni militari ci ha creato molti più nemici e reso le famiglie Americane meno sicure. La diplomazia, non la guerra, è la risposta!


Indicazioni sui rischi a cui si incorre rifiutando un ordine illegale o firmando questo documento:


Noi, in piena consapevolezza e volontà, lanciamo questo appello, consci del rischio che, in violazione dei nostri diritti contemplati dal Primo Emendamento, noi potremmo essere messi sotto accusa secondo gli articoli ancora in vigore dell'incostituzionale Espionage Act o per qualche altra legge incostituzionale, e che potremmo essere sanzionati, imprigionati o banditi per azione governativa.
Noi lanciamo questo appello, consci anche che voi non avete facili alternative. Se voi obbedirete ad un ordine illegale di partecipare all'aggressione contro l'Iran, potenzialmente potrete essere accusati di crimini di guerra. Se voi presterete attenzione al nostro appello e disobbedirete ad un ordine illegale, potrete essere falsamente accusati di crimini, compreso il tradimento. Voi potrete falsamente essere giudicati da una Corte Marziale. Voi potrete essere incarcerati. (Per consultare un giurista e rendersi il più possible consapevoli sulle conseguenze, contattare “The Central Committee for Conscientious Objectors”, “Courage to Resist”, “Center on Conscience and War”, “Military Law Task Force of the National Lawyers Guild” 415-566-3732, o “GI Rights Hotline” a 877-447-4487.)


Istanza finale: I nostri dirigenti spesso affermano che le nostre forze armate sono la nostra ultima risorsa. Noi vi preghiamo che voi rendiate questa affermazione politica una realtà, e perciò di rifiutare gli ordini illegali di aggressione contro l'Iran. Noi vi promettiamo di assicurarvi tutto il nostro appoggio perché voi possiate proteggere in patria i cittadini Americani e all'esterno i civili innocenti. Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei loro figli è depositato sulle vostre mani. Voi conoscete bene gli orrori della guerra. Voi potete bloccare i prossimi.


Sinceramente,


Daniel Ellsberg, Thom Hartmann, Rabbi Michael Lerner, Rabbi Steven
Jacobs, Cynthia McKinney, Willie Nelson, Cindy Sheehan, Norman Solomon,
Elizabeth de la Vega, Gore Vidal, Ann Wright, ... continua QUI


*


Operazione sciame di fuoco


di Fabio Mini ( generale, ex comandante delle forze della Nato in Kosovo ) 

Tutto è pronto per la guerra. E l'offensiva non colpirà soltanto gli impianti nucleari ma cancellerà tutta la potenza iraniana. Concentrando le forze d'attacco più moderne in orde come quelle di Gengis Khan


Chi pensava che il via libera all'attacco israelo-statunitense all'Iran sarebbe venuto dal Congresso americano si sbagliava. E si sbagliava anche chi pensava che un presidente Bush frustrato dal caos iracheno, dallo stallo afghano e dalle pressioni delle lobby industriali avrebbe finito per decidere da solo. L'attacco all'Iran si farà grazie alle dichiarazioni del neo ministro degli Esteri francese Kouchner. In questi anni di minacce e controminacce, di scuse e pretesti per fare la guerra le uniche parole 'rivelatrici' sono state quelle della laconica frase "ci dobbiamo preparare al peggio". Molti le hanno prese come uno scivolone, altri le hanno considerate una provocazione scaramantica, altri come un incitamento e altri ancora come una rassegnazione ad un evento ineluttabile. Può essere che la frase contenga tutto ciò ma l'essenza profonda delle parole di Kouchner è diversa.

In questi ultimi 15 anni di interventi militari di vario tipo e in tutte le parti del mondo si sono stabilite strane connessioni e affinità. Gli eserciti sono integrati dai privati, gli idealisti dai mercenari, gli affari dall'ideologia, la verità si è intrisa di menzogne che neppure la logica della propaganda riesce più a scusare. Ed una delle connessioni più insolite è quella che si è realizzata tra militari, operatori umanitari e politica estera arrivando a permettere che ognuna delle tre componenti si possa spacciare per le altre due. Il collante principale di questo connubio è la concezione dell'emergenza. La politica estera ha perduto il carattere di continuità dei rapporti fra gli Stati e nell'ambito delle organizzazioni internazionali. Si dedica ormai da tempo a gestire rapporti di emergenza, rapporti temporanei legati ad interessi o posizioni transitorie e mutevoli e a geometrie variabili. D'altra parte, la politica dell'emergenza è l'unica che permette l'impegno limitato e selettivo. Inoltre, siccome la dimensione dell'emergenza può essere manipolata o interpretata, può essere costruita o smontata a piacimento. Seguendo la stessa logica, gli eserciti di questi ultimi quindici anni si sono dedicati esclusivamente all'emergenza, preferibilmente esterna e per motivi cosiddetti umanitari in modo da garantirsi consenso e sostegno. Non ci sono più eserciti capaci di difendere i propri territori o di assicurare la difesa in caso di guerra. È sempre più difficile trovare uno Stato che sia minacciato di guerra da un altro Stato e tutti gli eserciti del mondo oggi contano su un preavviso di almento 12 mesi per mobilitare le risorse idonee alla difesa nazionale. Si sono perciò specializzati nell'emergenza sia come tipo sia come tempo e ritmo degli interventi.

Quando Kouchner dice candidamente che ci dobbiamo 'preparare al peggio' non fa altro che interpretare una filosofia che non si pone come obiettivo la ricerca del meglio, della soluzione meno traumatica, ma che invoca la gestione dell'emergenza da parte della politica, dello strumento militare e delle organizzazioni umanitarie ormai legate a doppio filo. È anche l'ammissione dell'incapacità della stessa politica nel pensare e trovare soluzioni durature, dell'incapacità degli strumenti militari di gestire situazioni conflittuali fino alla completa stabilizzazione e dell'incapacità delle organizzazioni umanitarie di risolvere i problemi della gente in una prospettiva un po' più lunga di quella offerta dall'emergenza. Infine Kouchner ammette anche che la somma di queste incapacità conduce ineluttabilmente alla guerra. E allora guerra sia.

È evidente che in queste condizioni sono necessarie alcune forzature che garantiscano la realizzazione dell'emergenza e degli interventi delle varie componenti: deve succedere qualcosa - quello che gli analisti chiamano 'trigger' - che determini l'emergenza politica, deve essere in immediato pericolo la sicurezza collettiva e si deve prevedere una catastrofe umanitaria (più grande è meglio è). Si deve in sostanza possedere un apparato gestibile capace di 'inventare' l'emergenza e di inventarne la fine che consente il distacco e il disimpegno a prescindere dalla soluzione dei problemi. L'attacco all'Iran rientra perfettamente in questo quadro e, a ben vedere, è un quadro ormai quasi completo. L'Espresso, 1 ottobre 2007


BIRMANIA



Sanzioni da Tiffany


Bulgari, Tiffany, Cartier. Ma anche OviEsse, le assicurazioni della compagnia aerea. Le aziende voltano le spalle al  Regime birmano



Cresce la ripulsa per la repressione violenta del regime birmano, anche nel mondo del lusso e degli affari. Gli almeno  200 morti – tutti cremati per non lasciar tracce – gli oltre 7mila arrestati e i 2mila monaci deportati ai lavori forzati come replica a una manifestazione di protesta gandhiana e pacifica fanno breccia anche nei cuori di chi solitamente è obbligato dai doveri aziendali a anteporre le ragioni del profitto a scelte etiche. Gioiellieri, catene di grande distribuzione, aziende tessili, grandi compagnie assicurative, negozi specializzati nel lusso d’élite. Fioccano giorno dopo giorno le sfilze di “Senza di me” pronunciati da manager in gessato e tailleur di alta moda.   CONTINUA QUI

giovedì 11 ottobre 2007


Aiutiamo il popolo Birmano aggiungendo questo post e queste immagini al proprio blog.(Questo è un nuovo tipo di protesta on line che usa i blog per diffondere globalmente una petizione, per partecipare seguite le istruzioni del post) si tratta di democrazia e diritti umani basilari. Per favore aiutate a prevenire una   tragedia umana in Birmania (Myanmar) aggiungendo il vostro blog e chiedendo ad altri di fare lo stesso. Passando il testimone attraverso la blogosfera, speriamo di generare maggiore consapevolezza e di evitare un massacro. In quanto attenti cittadini del mondo, questo è quanto noi bloggers possiamo fare.


come partecipare:


copia l'intero post sul tuo blog includendovi questo numero speciale


1081081081234


Dopo qualche giorno cerca su Google questo numero per cercare tutti i blog che partecipano alla protesta e petizione. Potrebbe occorrere qualche giorno in più perchè il tuo blog appaia nei risultati a causa del modo in cui google indicizza i blogs.


Da: Le Favole Private - QUI


*


VELI




Il sito BBC News offre questa rassegna grafica di veli islamici con relative didascalie: QUI . Ma l'informazione sull'argomento, molto ampia, l'ho trovata a partire da BBC religion: Islamic dress . E a questo link sono arrivata dalla mia ricerca sull'Iran, e in particolare sulle "donne malvelate" che incorrono nelle durezze del regime islamico: 'Bad hijab'  -  Iranians face a severe crackdown over un-Islamic dress: QUI . Qualche cognizione in più per parlare del burqa in Italia con mente aperta e senza pregiudizi da ignoranza.


Le mie convinzioni sull'uguaglianza degli esseri umani mi porterebbero a una immediata chiusura mentale di fronte all'argomento velo, che leggo come imposizione maschile tesa a limitare la libertà femminile fino a chiuderla completamente col burqa col pretesto della legge coranica, che pure esiste anche se ci sono delle controversie tra gli islamici sull'interpretazione dei dettami riguardanti l'abbigliamento delle donne e degli uomini. Ma le convinzioni personali devono essere accantonate, almeno in parte, quando entra in gioco la necessità della convivenza e dell'armonizzazione con altre culture. Mi faccio soccorrere ancora una volta da un articolo della BBC su come è stato affrontato il problema in Europa, The Islamic veil across Europe , e sul punto di vista dei musulmani  in Gran Bretagna, UK Muslim panel on the veil row . (In italiano non ho trovato nulla di così ampio e sistematico, accetto suggerimenti con gratitudine anticipata).


Mi pare che il problema più grosso sia rappresentato dal burqa che copre tutto il corpo e tutto il viso, compresi gli occhi, davanti ai quali c'è una fitta grata di tessuto che evita la cecità completa di chi lo indossa ma non evita la mortificazione dello sguardo costretto a una visione del mondo estremamente ridotta e parcellizzata in piccolissimi quadrati infaustamente simili alle grate crudelmente ravvicinate di una prigione. Qui la mia capacità, ma anche la mia volontà di comprensione e di armonizzazione si arresta, perché mi riesce concettualmente impossibile armonizzarmi con una simile violazione dei diritti umani, così come ritengo doveroso non avere nessuna, ma proprio nessuna, comprensione per la diversità rappresentata dalle mutilazioni genitali.


Il burqa viene presentato come simbolo religioso: che cosa dice il Corano al riguardo? Ricorro ancora una volta al sito BBC: Hijab in scripture . Dalla faticosa lettura in inglese mi pare che non ci sia nulla di dirimente sui veli in generale, ma nulla sull'obbligo del sudario tipo burqa. Che cos'è allora il burqa? Lascio la risposta a Giuliana Sgrena che scrive:


"Basterebbe leggere uno dei libri che vanno per la maggiore di questi tempi - «I mille splendidi soli» di Hosseini - per capire l'uso del burqa nel paese di origine, l'Afghanistan, negli anni sessanta e settanta. Non di religione si tratta ma di oppressione patriarcale. La più tremenda, che relega le donne dietro una grata, attraverso la quale guardare il mondo a quadretti senza essere osservate.
Mentre nel mondo islamico è aperto lo scontro sul velo: è islamico oppure no, e nemmeno il Corano è sufficiente a redimere il quesito, in Italia si avalla come dovere religioso l'uso del burqa. Che non solo non è citato nei testi religiosi, ma proprio in Afghanistan era stato abolito fin dal 1923 dal re Amanullah con la nuova costituzione che doveva servire a modernizzare il paese anche attraverso l'istruzione delle donne e l'abolizione della poligamia. Naturalmente il re Amanullah aveva scatenato le ire dei fondamentalisti che l'avevano estromesso dal trono e solo nel 1959 le donne della famiglia reale, ai tempi di re Zahir Shah, si sarebbero presentate in pubblico a capo scoperto. A riportare in voga, si fa per dire, il velo e anche il burqa ci avrebbero pensato i fondamentalisti mujahidin e i taleban.
La decisione del prefetto di Treviso, appoggiata purtroppo anche dalla ministra Rosi Bindi (salvo smentite) e da altre parlamentari, è basata evidentemente su un relativismo culturale molto diffuso anche nella sinistra - ma non riguarda la ministra Barbara Pollastrini, che si è espressa decisamente contro il burqa - che vuole condannare popoli e soprattutto le donne di paesi del sud a subire le imposizioni più conservatrici e tribali di alcuni leader religiosi o politici locali.
È eramente molto triste dover ammettere che non solo la guerra in Afghanistan non ha liberato le donne afghane dal burqa - e questo ce lo aspettavamo - ma che la talebanizzazione è arrivata anche in Italia. Forse anche per questo non alziamo un dito contro le nuove milizie religiose irachene che uccidono le donne che si rifiutano di portare un velo che non avevano mai portato. E che dire della nuova polizia religiosa che controlla la moralità dei comportamenti dei palestinesi non solo nella Gaza di Hamas ma anche nella Ramallah di Fatah? Il nostro sostegno a queste donne deve partire da subito, da qui, aiutando quelle che vivono nel nostro paese a sottrarsi al giogo dell'oppressione e della violenza, di cui, altrimenti, diventiamo complici.
Non è accettando il burqa che riconosciamo un diritto alle donne: sottolineando la loro «diversità» santifichiamo la loro ghettizzazione. E quando si parla di libera scelta occorrerebbe tenere in considerazione che l'unica scelta di cui godono queste donne è quella di portare il velo e molte di loro hanno così interiorizzato l'idea che la loro sicurezza passa attraverso l'annullamento del proprio corpo che non si sono ancora liberate del burqa." ( Il Manifesto, 10 ottobre 2007,
La vita sotto il burqa )



E, infine, che dire della violazione dei diritti dell'infanzia? Giocare, correre, avere le mani libere, sentire il vento fra i capelli, sentirsi uguali ai più fortunati maschietti ... Argomento spinoso, lo so, e complesso, ma la complessità non può essere invocata per eludere problemi etici di questa portata. Perché di etica si tratta, cari musulmani e musulmane e cari prefetti italiani, l'etica della libertà personale e dell'in-nocenza.


Aggiornamento 12 ottobre 2007



Accordo al consiglio di sicurezza Onu

WASHINGTON. I quindici ambasciatori deplorano la repressione della giunta militare

Gli ambasciatori all’Onu dei quindici membri del Consiglio di sicurezza si sono messi d’accordo sui principali punti di un progetto di dichiarazione non vincolante che «deplora» la repressione in Birmania. I quindici ambasciatori si incontreranno di nuovo oggi per esaminare le risposte delle loro capitali, secondo quanto appreso da fonti diplomatiche.

L’ambasciatore americano presso l’Onu Zalmay Khalilzad ha riferito alla stampa al termine delle consultazioni a porte chiuse che i rappresentanti al Consiglio di sicurezza si incontreranno questa mattina (pomeriggio in Italia) per esaminare le risposte delle loro capitali sperando di ottenere una approvazione formale del testo. Cominciata nel pomeriggio, la riunione era stata sospesa per permettere ai tre membri permanenti occidentali del Consiglio di sicurezza (Usa, Francia, Gran Bretagna) di rivedere il testo. Una prima versione del testo, proposta venerdì dai tre paesi occidentali, era già stata emendata su richiesta della Cina, principale alleata della Birmania. La prima versione proponeva di «condannare» la repressione che ha fatto tredici morti secondo il bilancio ufficiale.

Nella versione emendata, il testo «deplorava fermamente» la «violenta repressione da parte del governo di Birmania delle manifestazioni pacifiche, compreso l’uso della forza contro rappresentanti religiosi» e invitava la giunta a liberare l’insieme dei prigionieri politici, tra cui la leader dell’opposizione democratica Aung Sang Suu Kyi. Contrariamente a una risoluzione, una dichiarazione non può essere approvata che all’unanimità dei quindici membri del Consiglio.

La Stampa, 11/10/2007 (7:50), qui 

mercoledì 10 ottobre 2007

FREE BURMA



FREE IRAN



Chi sa qualcosa dell'Iran? Chi sa qualcosa del composito complesso popolo iraniano? Chi c'è in Iran oltre al tragico Ahmadinejad? Esiste un dissenso in Iran?


Due giorni fa circa cento studenti dell'Università di Tehran hanno trovato il necessario smisurato coraggio di contestato il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad. Era già successo meno di un anno fa. Che fine hanno fatto quegli studenti? Che cosa succederà a questi autori della nuova protesta? Alcuni sono stati sicuramente ingoiati dalle spaventose prigioni della repubblica islamica. E' il rischio mortale della repressione che richiede un coraggio immane, il coraggio che si sprigiona in un essere umano quando l'ingiustizia supera il limite della paura. 


Dove siamo noi, liberi e fortunati, in questa vicenda? Siamo pronti a commuoverci per la libertà dell'Iran? Nel 1979 il mondo intero si lasciò ingannare dalla cosidetta rivoluzione islamica che avrebbe portato all'orrendo regime degli ayatollah che da allora ha sfruttato la terribile della religione al potere. Qual è il punto della situazione oggi, tra le deliranti minacce nucleari del dittatore "devoto" e le altrettanto deliranti minacce di guerra dell'amministrazione Bush? Ho trovato qualche risposta in una intervista pubblicata da Il Manifesto: Le minacce all'Iran colpiscono il dissenso.


Solidarietà per la senatrice Rita Levi Montalcini



Il fascismo eterno di Storace e dei suoi seguaci si è manifestato ancora una volta. Questa volta, nel tentativo inane di colpire la scienziata e senatrice Rita Levi Montalcini, ha scelto come obiettivi l'ebraismo, la vecchiaia, la legge costituzionale italiana. La statura di Rita Levi Montalcini è tale che gli squallidi fascistelli non possono certo sfirorarla, tuttavia è necessario opporsi a questa rinnovata barbarie, anche per opporsi alla barbarie diffusa nella nostra società e, purtroppo, in molti rappresentanti della classe politica. 

domenica 7 ottobre 2007

     


Tutti i Diritti Umani per Tutti



Marcia della pace da Perugia ad Assisi col pensiero alla Birmania, al Darfur, al Tibet e a tutti i luoghi senza giustizia e senza libertà, dove i diritti umani sono violati ogni giorno. E nel ricordo di Anna Politkovskaja, e di tutti i giornalisti e le giornaliste vittime come lei. E con l'angoscia infinita delle guerre in Afghanistan, in Palestina, in Iraq, e di tutte le guerre.



Affari (&) generali è un post dell'amico Tuareg sulle possibili azioni concrete per la liberazione dei birmani. Ogni gesto preso signolarmente si imprime nell'intera vicenda umana, per quanto rimanga ininfluente nelle situazioni immediate. Ma molti gesti singoli possono sviluppare la potenza di una valanga e determinare un cambiamento. Io credo fermamente nel valore di ogni singolo gesto non violento volto a diffondere l'attuazione dei diritti umani.


Le virtù nella Bhagavad Gita, virtù hinduiste e buddhiste fissate molti secoli prima della nostra era, in Convivium.

 .

giovedì 4 ottobre 2007


Per creare una rete nella rete.



Accendi la candela della speranza



PeaceReporter .  PeaceReporter, per un giorno, è birmano .





International Bloggers' Day for Burma on the 4th of October


*


*



TIBET E BIRMANIA 


  



Un confronto atroce e improponibile.


I Birmani sono prigionieri di un potere criminale sostenuto da "grandi" complici se non mandanti. In Birmania esiste anche il lavoro forzato o, meglio, una forma occulta di schiavitù. I birmani sono in stato di povertà estrema, ma la Birmania è un paese ricco di risorse naturali. Sulla Birmania incombe la Cina in compagnia della Russia e dell'India.


I Tibetani sono prigionieri di una potenza straniera che ha ingoiato il Tibet enza problemi. In Tibet è stato attuato un lungo violento genocidio che ora continua con mezzi meno cruenti ma non meno efficaci: lo spostamento di enormi masse di cinesi allo scopo di far scomparire la cultura tibetana e lo sfruttamento economico. I Tibetani rischiano di scomparire. Sul Tibet incombe la Cina in compagnia del mondo intero che solo formalmente e flebilmente si oppone a questo crimine.


I Birmani, prima o poi, dovrebbero farcela a scrollarsi di dosso la giunta militare, la Cina, la Russia, l'India e chiunque altro. I Tibetani, invece, non hanno speranze (mi auguro di sbagliarmi e di essere smentita). La dimostrazione è in quella mappa in cui il Tibet appare come un boccone nella pancia di un grande mostro.


Io continuo la mia lotta solitaria contro il potere economico della Cina ( una su 6 miliardi, non importa ). I giochi olimpici sarebbero una grande occasione, ma non credo che si farà nulla di dirompente. La pretesa che le Olimpiadi siano un momento di apertura e di possibile sostegno alla civiltà dei diritti umani non ha grande peso. I governanti cinesi incasseranno gli utili in termini economici e di immagine e tutto rimarrà come prima. Io continuerò, pateticamente, a non comprare nulla di cinese.


Informazioni:  BBC Burmese [ About BBC Burmese ]


   Burmese government partially blames poverty for the use of forced labour. (Photo by Paula Bronstein/Getty Images)


Ultime notizie da una fonte "quasi" locale:  Irrawaddy updates

martedì 2 ottobre 2007

Aggiornamento del 3 ottobre 06:48


Birmania, la Total sotto inchiesta in Belgio



L'accusa: «Ha collaborato con la giunta militare». La magistratura accoglie la denuncia presentata da alcuni rifugiati per crimini contro l'umanità


BRUXELLES - La magistratura belga ha deciso di accogliere la denuncia presentata nel 2002 da alcuni rifugiati birmani e di mettere sotto inchiesta l’azienda petrolifera francese Total per presunti reati di complicità in crimini contro l’umanità: lo hanno reso noto i legali dei querelanti.


BATTAGLIA LEGALE - La denuncia era stata presentata nel 2002 da quattro rifugiati birmani, secondo i quali la Total avrebbe utilizzato manodopera forzata fornita dalla giunta militare al potere in Birmania - accusata di crimini contro l’umanità - per la costruzione di un gasdotto. Dopo tre anni di battaglie legali, la denuncia era stata dichiarata ammissibile nel 2005 dalla Corte Costituzionale belga; lo scorso marzo tuttavia la Cassazione aveva stabilito che la giustizia belga non aveva giurisdizione dato che i querelanti erano di nazionalità estera. La Corte Costituzionale è però intervenuta nuovamente stabilendo che in base alle convenzioni internazionali un rifugiato gode degli stessi diritti di un cittadino belga in materia di giustizia e dunque la legge di competenza universale (che sancisce la possibilità per la magistratura belga di indagare crimini commessi ai danni di cittadini belgi anche all’estero) è applicabile anche al caso presente.

SOSTEGNO ALLA GIUNTA - La Total è stata oggetto di numerose denunce da parte di lavoratori birmani anche in Francia, dove la magistratura ha infine optato per il non luogo a procedere. La denuncia è diretta contro l’azienda, il suo ex responsabile Thierry Desmarest e l’ex direttore delle operazioni della Total in Birmania, Hervé Madeo: a loro viene contestato il sostegno logistico e finanziario fornito negli anni Novanta alla giunta militare, che avrebbe a sua volta messo a disposizione manodopera forzata per la realizzazione dei progetti petroliferi. Fonte:
Il Corriere della Sera, 02 ottobre 2007 - qui


Nelle more del processo, per prudenza, NIENTE PIU' TOTAL per me. D'altra parte già da tempo non compro più prodotti cinesi. Il lato tragicomico della mia lotta alla don Chisciotte è nelle sue inaspettate difficoltà e nei tranelli tesi dovunque. Provate, anche solo per curiosità, a fare compere evitando la "grande" Cina. E' difficilissimo, anche perché il famoso "made in" non garantisce nulla.  Andate alla Feltrinelli e provate a comprare un libro per bambini che non sia stampato in Cina. Due domande: ma questi colossi proprio non possono fare a meno di queste squallide dittature e dei loro crimini? come premere sui suddetti colossi, UE compresa?





Total : la Belgique rouvre une enquête pour crimes contre l'humanité. LEMONDE.FR avec Reuters | 01.10.07 | 19h59  •  Mis à jour le 01.10.07 | 20h06. 02.10.07 | 10h11 -  Total/Birmanie: plainte pour complicité de crime contre l'humanité relancée. QUI


Aggiornamento del 2 ottobre 22:08



Dall'amico Tuareg arriva quest'agenzia:


(ANSA) - ROMA, 2 OTT - ''Purtroppo per una grande democrazia come l'India, forse la piu' grande al mondo, il silenzio di questi giorni non e' un fatto positivo''. Lo ha detto il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, riferendosi alla reazione del governo indiano dopo che la giunta militare birmana ha risposto con le armi alle manifestazioni pacifiche antigovernative. Vernetti ha parlato di un ''silenzio imbarazzante'' ed ha aggiunto che ''sull'India c'e' molto lavoro da fare''.
''Fra una settimana - ha sottolineato - il ministro D'Alema sara' in India e porra' con grande energia ai dirigenti della repubblica indiana il fatto di coinvolgersi di piu'''.
''Dobbiamo coinvolgere di piu' l'India - ha aggiunto - perche' puo' giocare un ruolo importante per indebolire la giunta militare birmana e costringere quel paese al dialogo''.
Quanto al faccia a faccia, tenutosi stamani fra l'inviato speciale del segretario dell'Onu, Ibrahim Gambari e il generale Than Swe, Vernetti non esclude la possibilita' di ''tornare in Consiglio di sicurezza per adottare nuove decisioni''.
''Il lavoro dell'Italia di queste ore - ha concluso - e' di aumentare la pressione diplomatica su Cina, Russia e India''.(ANSA).


Io aggiungerei anche la pressione nostra sull' Unione Europea che ha un grande potere, se vuole. E perché non unirci agli USA questa volta? Le pressioni economiche sono più forti di qualsiasi cosa. E non c'è bisogno di affamare il popolo. Ho sentito parlare di interessi della compagnia Total. Verifichiamo e smettiamo di comprare la loro benzina, se necessario.



The Democratic Voice of Burma


"Continuano in tutto il mondo le manifestazioni di solidarieta' per la Birmania, da dove arrivano nuove conferme alla brutalita' della repressione. Secondo il quotidiano britannico Daily Mail sarebbero migliaia le vittime e i monaci uccisi sarebbero stati seppelliti nella giungla. La foto di un monaco riverso in uno stagno, proveniente da un video, girato domenica, che è stato diffuso da The Democratic Voice of Burma, ha fatto il giro del mondo.

Il regime contrattacca la comunita' internazionale: il ministro degli esteri invita l'Onu a "non intervenire su questioni interne birmane" e afferma che "la protesta e' stata sobillata da potenze straniere, e aggiunge "ma ora l'ordine regna di nuovo in Birmania". [
RAINews24
]



La Ruota della Vita


Appelli per il Popolo Birmano


An appeal to the UN Security Council to protect the people of Burma


  Myanmar: appello per cessare la repressione  di Amnesty International


Avaaz.org - The World in Action - Stand with the Burmese Protesters