giovedì 6 novembre 2003

PALESTINESI E ISRAELIANI PER LA PACE


Replanting olive trees   Hanna Siniora: «Ora tocca a noi palestinesi scendere in campo per sostenere il “Patto per la pace”. So bene che non è facile per un popolo sotto occupazione credere nel dialogo. Ma i centomila israeliani che sabato sera hanno manifestato a Tel Aviv in memoria di Yitzhak Rabin e per il ritiro dai Territori occupati, dimostrano che esiste un’altra Israele, l’Israele della pace giusta, tra pari, che non si riconosce nella politica del pugno di ferro adottata da Sharon e dal suo ministro della Difesa Mofaz». A sostenerlo è Hanna Siniora, già direttore del quotidiano in lingua araba di Gerusalemme «Al Fajr», uno degli esponenti riformatori della dirigenza palestinese, tra i promotori del «Patto per la pace» che verrà ufficializzato il 20 novembre a Ginevra. [...]


Cosa rappresenta il «Patto per la pace» per i palestinesi?
«Il compimento di un percorso di pace avviato a Oslo e sviluppatosi nei negoziati di Taba. Quel Patto è la realistica presa di coscienza che un accordo di pace è possibile solo se i due popoli s’incontreranno a metà strada, rinunciando al sogno della Grande Israele o della Grande Palestina».


Quel Patto non piace ad Hamas e agli irriducibili della lotta armata.
«La militarizzazione dell’Intifada ha provocato solo disastri per il popolo palestinese e per la nostra causa di libertà e di autodeterminazione nazionale
. Il terrorismo è stato una risposta sbagliata, sciagurata, al regime di occupazione. Ripensare le forme di lotta, ritornare alle origini dell’Intifada, intesa come rivolta popolare. non significa arrendersi alla politica di brutale repressione esercitata dal governo di Ariel Sharon, ma l'esatto contrario: sostenere le nostre ragioni con iniziative di lotta capaci di parlare all’opinione pubblica mondiale e a quella parte d’Israele che crede in una pace fondata su due Stati».


Il dialogo può conciliarsi con la barriera di sicurezza in Cisgiordania?
«No.
Perché il Muro voluto da Sharon non trova le sue ragioni in motivi di sicurezza ma nella realizzazione di quella politica dei fatti compiuti che svuoterebbe di ogni significato un futuro processo negoziale. Si tratta di un’annessione di fatto di territori occupati e del rafforzamento della colonizzazione ebraica in Cisgiordania».  [...]


La destra ebraica ha accusato i promotori israeliani del Patto per la pace di collusione col nemico.
«È la stessa accusa rivoltaci dagli estremisti palestinesi
. Di nuovo, gli opposti si ritrovano nella comune volontà di affossare ogni iniziativa di pace». [...]


La pace può essere «imposta» dall’esterno?
«La pressione internazionale è di fondamentale importanza ma da sola non può bastare. Per questo è necessario moltiplicare gli sforzi per costruire un movimento dal basso. La diplomazia dei popoli non è meno importante di quella dei governi».


Nel suo viaggio a Mosca, Ariel Sharon ha ribadito di essere pronto a fare concessioni.
«Il primo ministro israeliano non è nuovo a queste esternazioni a cui seguono sempre atti di carattere opposto, come lo è il proseguimento della costruzione del Muro in Cisgiordania. Sharon non si dice contrario ad uno Stato palestinese, ma il Muro prefigura una cantonizzazione della Cisgiordania che svuoterebbe lo “Stato” palestinese di ogni prerogativa propria di uno Stato indipendente, a cominciare dal pieno controllo del suo territorio».
















mercoledì 5 novembre 2003

ISRAELIANI  E  PALESTINESI  PER LA PACE 


«La lezione di mio padre Rabin non si è perduta»


È stanca ma soddisfatta, Dalia Rabin Filosof, ex vice ministra israeliana e figlia di Yitzhak Rabin, il premier laburista assassinato otto anni fa da un giovane zelota dell'ultradestra ebraica. La soddisfazione è grande per la riuscita, oltre ogni previsione, della manifestazione di Tel Aviv dell'altra sera, che ha visto scendere in piazza oltre 100mila persone, per quella che tutta la stampa israeliana ha segnalato come la più grande manifestazione della sinistra degli ultimi tempi.


«È stato un evento straordinario - dice Dalia Rabin che di questa manifestazione è stata l'organizzatrice - proiettato nel futuro. I centomila di Tel Aviv non hanno solo voluto ricordare la figura e la lezione di mio padre, ma hanno inteso ribadire che non esiste una soluzione militare alla crisi israelo-palestinese e che lo spirito e i contenuti dell'Accordo di Oslo sono tuttora validi».


Il presente, però, è segnato ancora dalla violenza e dal terrore:


«Nessuno - sottolinea Dalia Rabin, che ha ricoperto in passato il delicato ruolo di vice ministra della Difesa - può mettere in discussione il diritto d'Israele a difendersi dai gruppi terroristi, ma non è inasprendo la repressione generalizzata nei Territori che si sradica il terrorismo. Con le punizioni collettive e il coprifuoco prolungato si finisce solo per alimentare l'odio tra i palestinesi, come ha evidenziato lo stesso generale Yaalon (capo di stato maggiore di Tsahal, ndr.)».


E sul Patto per la pace che verrà sottoscritto il 20 novembre a Ginevra, Dalia Rabin-Filosf dice: «Va sostenuto con decisione ma non deve essere considerata un’iniziativa che si contrappone alla Road map». [...]


Cosa l'ha colpita di più della manifestazione di Tel Aviv?
«L'atmosfera
e la presenza di tantissimi giovani. È stata davvero una grande prova di civiltà e, insieme, si è inteso lanciare un messaggio di speranza: la pace non è solo necessaria ma è possibile, e nonostante tutto è una strada ancora praticabile. Non c'era traccia di odio in quella piazza, non si sono additati al pubblico disprezzo gli avversari politici, non si è tacciato di tradimento l'attuale primo ministro, come invece avvenne nelle manifestazioni della destra che anticiparono l'assassinio di mio padre. Chi era in piazza a Tel Aviv intende costruire e non distruggere. Quella manifestazione è stata una salutare iniezione di ottimismo, una scommessa sul futuro. È tempo di riprendere in mano la fiaccola della speranza che fu accesa da Yitzhak Rabin» [...]


Molti striscioni presenti sabato sera in Piazza Yitzhak Rabin erano a sostegno del «Patto per la pace».
«Si tratta di un'iniziativa costruttiva, importante,
da sostenere come le altre che sono nate in questi tempi di guerra, a dimostrazione che esiste uno spazio di dialogo e che tra i palestinesi vi sono personalità politiche disposte al compromesso. L'importante è non contrapporre il "Patto per la pace" alla Road map elaborata dal Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia, ndr.), la cui mancata attuazione non solo responsabilità dei gruppi terroristi palestinesi ma anche della fallimentare politica dell'attuale governo israeliano guidato da Ariel Sharon. Un fallimento che emerge dalle stesse critiche avanzate dai vertici militari ad una repressione indiscriminata che finisce solo per alimentare l'odio dei palestinesi».
Tra gli interlocutori palestinesi annovera anche il premier Abu Ala?

«Abu Ala, è bene ricordarlo, è stato uno degli artefici degli Accordi di Oslo. Non è un estremista, dobbiamo dargli una chance negoziale e non sbarrargli la strada come sembra voler fare il governo Sharon». [...]


L'Unità - 3 Novembre 2003












Intervista a Abraham Bet Yehoshua, grande scrittore Israeliano


L'amarezza del primo momento lascia il posto alla ricerca di un perché di quei risultati «sconvolgenti». «Ci sono degli elementi che danneggiano profondamente l'immagine d'Israele, a cominciare dalla politica degli insediamenti e dal permanere dell'occupazione dei Territori. Chiudere gli occhi di fronte a questo dato di fatto non aiuta la ricerca di una positiva via di uscita». A parlare è Abraham Bet Yehoshua, il più affermato tra gli scrittori israeliani contemporanei. «Così come respingo con sdegno criminalizzazioni pseudo-ideologiche nei confronti d'Israele - sottolinea lo scrittore - dico che non mi convincono affatto assoluzioni generalizzate che non ci aiutano a riflettere sui nostri errori».
Il sondaggio condotto per conto della Commissione Europea ha scatenato mille polemiche. Da intellettuale israeliano da sempre impegnato per la pace e il dialogo, come valuta questo sondaggio per ciò che concerne il giudizio su Israele?

«Che cosa significa che Israele rappresenta una minaccia per la pace nel mondo? Per caso il mio Paese sta minacciando l'Europa, gli Stati Uniti, il mondo? Non siamo paragonabili ad un Bin Laden impegnato a coinvolgere tutti in un sanguinoso conflitto religioso, non abbiamo dichiarato una guerra santa contro l'Occidente o il mondo musulmano. Casomai è appropriato affermare che è il conflitto in Medio Oriente a rappresentare un pericolo per il mondo ma certamente non Israele in quanto tale. E poi, in Medio Oriente non ci siamo solo noi israeliani ma ci sono anche altri partner ad uguale livello, gli arabi, che nel corso di questi decenni, tranne alcune eccezioni, non hanno certamente dato prova di lavorare per una coesistenza pacifica in questa tormentata regione».
Il 59% dei 7.500 europei intervistati, ha ritenuto Israele lo Stato che più minaccia la pace nel mondo. A suo avviso, cosa ha fatto e quale immagine di sé ha dato Israele per suscitare questo giudizio così negativo?
«Ci sono degli elementi che danneggiano profondamente l'immagine di Israele. In generale si può dire che sia la politica degli insediamenti la più dannosa, assieme al fatto che Israele non si ritiri dai territori occupati e che si parli ancora da qualche parte di "Grande Israele". Ritengo però che siano principalmente gli insediamenti nei Territori a rappresentare la causa principale della cattiva immagine che il Paese offre di sé, ragione in più per avviarne, nell'ambito di un processo negoziale, il graduale smantellamento. Sia chiaro: in discussione non è il diritto d'Israele a difendersi dagli attacchi terroristici né, almeno da parte mia, viene meno il giudizio fortemente negativo sulla leadership di Yasser Arafat, ma le punizioni collettive adottate contro la popolazione palestinese servono soltanto a alimentare l'odio, come ha rilevato lo stesso capo di stato maggiore (il generale Moshe Yaalon,ndr.) che certo non può essere definito una colomba».
Quel 59% è anche un campanello d'allarme di un risorgente antisemitismo in Europa?
«Da sempre permangono una certa immagine, delle fantasie a proposito degli ebrei che ricompaiono occasionalmente come quando l’ex primo ministro della Malaysia parla di ebrei che dominano il mondo. È lo stesso tipo di linguaggio utilizzato dai nazisti e ovviamente non ha fondamento. Figuriamoci, che cosa possono dominare gli ebrei se non sono nemmeno capaci di controllare i palestinesi. È ridicolo, semplicemente, vergognosamente ridicolo. In questo sondaggio riaffiorano vecchie immagini, vecchie, insane fantasie. Ma non si tratta solo di antisemitismo e non mi convince una lettura dei risultati di questo sondaggio legata solo a questa esecrabile categoria di pensiero. In quel dato io colgo anche una giusta critica alla politica portata avanti dal governo israeliano. Così come respingo con sdegno ogni criminalizzazione pseudo-ideologica, così non mi convincono «assoluzioni» generalizzate che non ci aiutano a riflettere sui nostri errori. Essere veri amici d'Israele non significa avallare ogni atto politico compiuto dal suo governo, di qualunque coloritura politica esso sia. Essere veri amici d'Israele significa anche esprimere critiche per ciò che Israele fa e non per ciò che Israele è, uno Stato ebraico. Per questo perdo la pazienza quando qualcuno si rivolge a noi per ricordarci che chi ha subito la tragedia, unica, irripetibile, dell'Olocausto non può comportarsi da popolo oppressore contro i palestinesi. Dalla Storia non dobbiamo chiedere né offrire risarcimenti. L'importante è saper sempre distinguere le critiche a determinate scelte compiute da un governo, da un giudizio complessivo che investa Israele in quanto Stato ebraico. Sono le generalizzazioni arbitrarie e la demonizzazione dell'Ebreo in quanto tale, inteso come emblema della malvagità assoluta, i virus antisemiti da estirpare, ma tutto ciò, lo ripeto, non investe l'esercizio di critica verso la politica del governo israeliano».
Alcuni esponenti del governo Sharon, hanno utilizzato il sondaggio e i suoi risultati per chiedere l'esclusione dell'Unione Europea dal processo di pace israelo-palestinese. Qual è in proposito la sua opinione?
«In passato l'Europa è stata uno dei peggiori teatri di morte mai esistiti. Ritengo quindi piuttosto che abbia delle responsabilità morali da assolvere. È molto importante che adesso faccia pressione su entrambe le parti, sia sui palestinesi che sugli israeliani, per arrivare a una qualche forma di separazione. Se le due parti non giungono ad un accordo che preveda una separazione con delle garanzie e una supervisione, che deve vedere impegnata anche l'Europa a fianco degli Usa, allora non raggiungeremo mai veramente la pace».
La pace tanto evocato passa anche per l'«Accordo di Ginevra», di cui lei è in campo israeliano tra i sostenitori. La destra israeliana ha utilizzato parole durissime per condannare l'iniziativa. Cosa è per Abraham Bet Yehoshua l'«Accordo di Ginevra»?
«Non è certo il parto della fertile mente di romantici e illusi pacifisti. No, quell'Accordo è il frutto di un confronto vero, a tratti anche aspro ma sempre costruttivo, tra militari esperti che hanno passato una vita a combattersi e proprio per questo hanno compreso che non esiste una scorciatoia militare né tanto meno una via terrorista per raggiungere i rispettivi obiettivi. Quella che prende forma nell'«Accordo di Ginevra» è la pace dei pragmatici, come lo fu Yitzhak Rabin. Ed è proprio per sostenere questo Patto che occorre battersi oggi
perché si determino atti concreti, anche di carattere unilaterale, da parte israeliana».
A quali atti concreti fa riferimento?

«Penso ad un ritiro unilaterale e parziale, e alla definizione di un confine chiaro e difendibile. Atti di questo genere permetterebbero di ricostruire un minimo di fiducia reciproca e arginare la violenza».
Il sondaggio «incriminato» ha comunque riaperto il dibattito sul ruolo dell'Europa, e delle sue istanze comunitarie, in Medio Oriente. L'Europa deve farsi da parte e lasciare campo libero alla sola mediazione Usa?
«Tutt'altro. Se c'è una critica che sento di poter rivolgere all'Europa essa riguarda la sua marginalità politica nella ricerca di una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Oggi, però, l'Europa, intesa non solo come governi ma anche come opinione pubblica, ha un modo per ribaltare questa sua marginalità, sostenendo con convinzione l'"Accordo di Ginevra". Lavorare per la pace, una pace che contempli il diritto dei palestinesi a un loro Stato indipendente, e il diritto alla sicurezza e all'esistenza d'Israele in quanto Stato ebraico, è questo il modo migliore perché l'Europa dei popoli e degli Stati si dimostri davvero amica d'Israele».


L'Unità - 5 Novembre 2003

















martedì 4 novembre 2003

DIRITTO DI CRITICA E DI DISSENSO


"L’idea che sta dietro all’odio per gli ebrei oggi come sempre è che essi abbiano


un animo perverso che li rende inadatti e diversi. Ora l’ideologia dell’uomo


inferiore si è estesa allo Stato di Israele".


Fiamma Nirenstein – La Stampa – 4 Novembre 2003


Riferita al risultato del sondaggio UE, l'affermazione di Fiamma Nirenstein


non mi sembra condivisibile. Le critiche sono rivolte alla politica dei governi


e non all'intera popolazione. Comunque, se anche si criticasse l'operato di un


popolo, questo non significherebbe automaticamente avere atteggiamenti


razzisti nei confronti di quel popolo.


Criticare la politica e le scelte dell'amministrazione Bush non significa


essere antiamericani. Così criticare la politica e le scelte del governo


Sharono non significa essere antisemiti. Ricordo che all'interno di USA


e Israele molte cittadine e cittadini non sono d'accordo ed esprimono il


loro dissenso apertamente, anche se poi devono pagare un prezzo per la


loro libertà di coscienza.


Personalmente sono contraria alla politica del governo Cinese che ha


invaso il Tibet e non rispetta i diritti umani.


Questo vuol dire che sono anticinese?






lunedì 3 novembre 2003

CLICCARE, SE SI VUOL VEDERE ... ???


(cliccare anche se non si vede l'immagine)


Applets of Galaxies


BELLO?


Oro e azzurro


yellow-blue


Fiori per l'anima, per non dimenticare la Bellezza del Mondo.


Un amico blogger ha scritto una sua bellissima convinzione:


La Bellezza del Mondo è il bisbiglio di Dio.


Chi lo ascolta, crede, lo sappia o no.


E il problema dell'uomo è fare silenzio, per un istante solo...


ilvecchiodellamontagna (http://ilvecchio.splinder.it) alle 18:12 del 03 novembre, 2003

sabato 1 novembre 2003

IL DALAI LAMA IN GIAPPONE


Ma la Cina non vuole e protesta. Il governo Cinese!


Teme forse per il suo genocidio in corso?


Wednesday October 29, 3:30 PM


















Friday October 31, 12:29 PM



Il Dalai Lama benedice un gruppo di studenti Tibetani a Chandirgah,


il 30 Ottobre 2003.


La Cina ha espresso la sua insoddisfazione con il Giappone per aver


permesso la visita del Dalai Lama in contrasto con l'opposizione di


Beijing (Pechino), dicendo che il leader spirituale Tibetano in esilio è


un separatista da lungo tempo. REUTERS/Ajay Verma. Friday October 31, 3:03 PM


 









Friday October 31, 12:29 PM

 












Dalai Lama in Japan nonostante le proteste Cinesi


 
















 




Il Tibet non esiste nelle carte geografiche, ora si chiama Cina.


Lo so, è una realtà politica, ma è insopportabile.


Chi vuole parlare con il governo Cinese non deve nominare né il Tibet


né il Dalai Lama e il governo Tibetano in esilio.


Non si deve parlare nemmeno di Diritti Umani, se non flebilmente forse.


I rappresentanti dell'Europa non hanno fatto eccezione in questi giorni.


Saranno mai liberi ed almeno autonomi i Tibetani?