venerdì 7 dicembre 2007

Contro ogni discriminazione


Voglio chiarirmi le idee sul rapporto tra le credenze del Papa e la legislazione europea e italiana, senza alcuna intenzione polemica. Il Papa è libero di pensare, credere e dire quel che vuole (superfluo anche affermarlo). Il problema riguarderà, suppongo, gli insegnamenti secondo la Dottrina Cattolica Apostolica Romana sul territorio italiano. La questione nel nostro Parlamento riguarda le norme contro la discriminazione votate ieri in Senato:


Disegno di Legge 1872. Conversione in legge del decreto-legge 1° novembre 2007, n. 181, recante disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza.
Art. 1-bis
1. All'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, il comma 1, è sostituito dal seguente:
«1. salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, anche ai fini dell'attuazione dell'articolo 4 della convenzione è punito:
a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, incita a commettere o commette atti di discriminazione di cui all'articolo 13, n. 1 del trattato di Amsterdam;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i motivi di cui alla lettera precedente.
Per questo articolo la senatrice Binetti (teodem) ha votato contro la fiducia al governo della coalizione per cui è stata eletta (di quelli di Rifondazione non merita parlare). Perché? Se ne parla QUI . Come al solito, penso che la lettura diretta dei documenti sia il primo passo per farsi delle idee chiare e indipendenti. Ecco di seguito le due dottrine a confronto. Con tutti i problemi che ne conseguono sulla laicità dello Stato, soprattutto quando sono in gioco i diritti umani.


Il trattato di Amsterdam: libertà, sicurezza e giustizia


Diritti fondamentali e non discriminazione



LA LOTTA CONTRO LA DISCRIMINAZIONE


L'articolo 12 del trattato che istituisce la Comunità europea, (articolo 6 nella vecchia numerazione), prevede il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità. Contemporaneamente, l'articolo 141 (articolo 119 secondo la vecchia numerazione) sottolinea il principio di non discriminazione fra uomini e donne, ma solo per quanto riguarda la parità di retribuzione.


Il trattato di Amsterdam cerca di rafforzare il principio di non discriminazione aggiungendo due disposizioni al trattato istitutivo della Comunità europea.


Il nuovo articolo 13


Tale articolo integra l'articolo 12 che menziona la discriminazione fondata sulla nazionalità. Il nuovo articolo prevede che il Consiglio possa prendere le misure necessarie per combattere qualsiasi discriminazione basata sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali.  [ Trattato di Amsterdam _ qui ]


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dalle CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI - CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE



[...] 4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».  4)


Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni... (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».  5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli  6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.


Secondo l'insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali « devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».   7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.   8) Ma l'inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata »   9) e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità  ».  10)  [...] Joseph Card. RatzingerPrefetto   - Link a documenti vari in:  "Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) e la condanna dell'omosessualità"

giovedì 6 dicembre 2007

Il Dalai Lama in Italia


"LA VIA DELLA PACE INTERIORE"



Il Dalai Lama sarà in Italia da oggi al 16 dicembre prossimo. Le tappe e i temi del suo viaggio si trovano nel sito della Associazione Italia -Tibet, dove si legge anche questo:


"Incontri istituzionali a Roma: Confermato l’incontro con il Sindaco Walter Veltroni in occasione del Summit dei Nobel per la Pace. Il Presidente della Camera, onorevole Fausto Bertinotti, ha escluso la possibilità di ospitare il Dalai Lama nell’aula di Montecitorio e si è dichiarato propenso ad un eventuale incontro “con tutti gli onori” nella Sala Gialla. Nessuna disponibilità anche da parte del Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Silenzio da Palazzo Chigi, anche vi sono poche probabilità che Prodi riceva il Dalai Lama. Il Vaticano, che il 31 ottobre aveva annunciato l’incontro tra il papa e il Premio Nobel per la Pace, ha reso noto il 24 novembre che l’udienza è stata cancellata."


Spero ancora che queste notizie subiscano delle variazioni non tanto a favore del Dalai Lama quanto a favore della nostra libertà e della nostra dignità come nazione indipendente e sovrana. E spero che i nostri media offrano ampi servizi a chi non potrà partecipare agli incontri, visto che lo spazio non manca (vasta sottrarne un po' alla cronaca nera, per esempio). Poiché le polemiche in sé sono sterili, vorrei avere qualche proposta positiva che invece non ho, oltre agli appelli che ormai sembra non abbiano sortito grandi effetti. Per quanto mi riguarda continuo nel mio solitario patetico boicottaggio dei prodotti cinesi, sforzandomi di non coltivare emozioni e sentimenti negativi che confliggerebbero con l'invito a lavorare per la "pace interiore" e la "compassione universale". 


 



 


Rimaniamo con la Birmania


Avaaz



Post Scriptum delle 11:00.


Non penso che sia possibile e nemmeno pensabile boicottare le Olimpiadi di Pechino, e tra l'altro non sarebbe produttivo, come sostiene lo stesso Dalai Lama. Si può evitare di rimanere in silenzio, però. Ho trovato questo link utile a organizzare un minimo di protesta con delle proposte da presentare alla Cina nel blog di Pennarossa. Io ho già aderito.



 



"Turn Off Pechino 2008"


Aggiornamento delle 21.


[...] Arrivato in Italia per via dell'invito all'incontro organizzato dall'associazione dei Nobel per la pace di Mikhail Gorbaciov, che vedrà a Roma, il Dalai Lama Tenzin Gyatso non vedrà nessuna alta carica istituzionale. Non andrà al Quirinale, né a Palazzo Chigi, né in Parlamento. Anche la soglia di San Pietro ha chiuso le porte.

Unico incontro quello del 13 dicembre con il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti. Ma «non sarà un incontro di carattere governativo, istituzionale», si affretta a precisare la Farnesina. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri, «la presenza del Dalai Lama si configura come la presenza di un'autorità che ha uno spessore morale e che viene in Italia in questo contesto». E ancora, l'incontro tra il sottosegretario e il leader spirituale tibetano avverrà «nel quadro di un evento al quale parteciperanno una serie di premi Nobel».


[...] «La natura della mia visita non è politica e non voglio creare inconvenienti per lo Stato e le autorità. Voi lo sapete meglio di me, io sono soltanto un visitatore straniero», ha detto il Dalai Lama, spiegando che oltre l’incontro con il premi Nobel, il secondo scopo della visita è per tenere anche alcuni incontri interreligiosi e alcuni insegnamenti pubblici su invito dei centri buddisti italiani. Ma difficilmente il presidente del Consiglio, Romano Prodi, potrà ricevere il Dalai Lama: il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha concesso la prestigiosa "Sala della Lupa" alla Camera dei Deputati (ma non l'Aula).

Il motivo di una visita così in sordina? Basta leggere i dispacci che arrivano da Pechino: la Cina ha messo infatti in guardia l'Italia dall'offrire un'accoglienza ufficiale al Dalai Lama. «Speriamo che i Paesi coinvolti si atterranno all'ottica dell'amicizia bilaterale e non offriranno un podio o un sostegno alle attività separatiste della sua cricca», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Qin Gang, rispondendo a una domanda sulla visita. Il monito è arrivato dopo che il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha confermato che riceverà il leader buddista tibetano venerdì «in maniera ufficiale». «È un’autorità in campo religioso e non solo, di grandissima importanza e di grande impatto», ha sottolineato. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, lo incontrerà invece domenica, 18mo anniversario del conferimento del premio Nobel, a margine della lezione sul tema della «Via della pace interiore» in programma al Palasharp.

La Cina condanna tutti coloro che ricevono il «secessionista» Dalai Lama ma, almeno per il momento, non minaccia ritorsioni contro il nostro paese. «Il Dalai Lama - ha sostenuto il portavoce del ministero degli Esteri - non è solo una figura religiosa ma è un esiliato politico impegnato in attività volte a frantumare la Cina». «Il problema del Tibet non è un problema religioso o culturale ma un problema che coinvolge il territorio e l’integrità della Cina», ha aggiunto. Il Dalai Lama, che nel 1979 ha ricevuto il premio Nobel per la pace, chiede per il Tibet «una genuina autonomia» ma Pechino sostiene che le sue «azioni» dimostrano che in realtà «non ha rinunciato all’indipendenza». Richiesto di indicare queste azioni, il portavoce ha risposto: «potete verificare tutto quello che ha detto e fatto da quando ha lasciato la madrepatria (il leader tibetano vive in esilio in India dal 1959). Non ha mai rinunciato all’intenzione di spaccare la Cina... Credo che ci siano molti esempi, per esempio mantiene in vita un governo in esilio».

Da parte sua il Dalai Lama dice laconico: «Vorrei andare anche in Tibet e in Cina, ma dicono che sono un nemico del popolo e ormai mi vedono così anche quelli che m'incontrano, da Bush alla Merkel». Ma la Cina mantiene le sue minacce: per rappresaglia dopo un incontro tra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il leader tibetano, in ottobre, Pechino ha boicottato una serie di incontri bilaterali già in calendario, tra i quali quello che avrebbe dovuto essere dedicato al dialogo sui diritti umani. Nelle settimane seguenti il Dalai Lama è stato ricevuto da esponenti del governo canadese e il Congresso degli Stati Uniti gli ha tributato omaggio conferendogli una medaglia d’oro, che gli è stata consegnata in una solenne cerimonia dal presidente George W.Bush. Alla fine di novembre, puntuale la rappresaglia: le autorità cinesi hanno negato alla portaerei americana Kitty Hawk il permesso di attraccare nel porto di Hong Kong.

Tutto questo all’Italia non accadrà. E nemmeno il Vaticano avrà problemi, tanto che la stampa di Hong Kong ha attribuito alla decisione di Ratzinger di non ricevere il Dalai Lama una certa distensione nei rapporti fra Pechino e il Vaticano, dopo l'apertura di un possibile confronto per la libertà dei preti cattolici. «Papa Ratzinger evidentemente avrà le sue difficoltà, avrà poco tempo o altri impegni», riflette il Dalai Lama, «che nostalgia di Giovanni Paolo II».

Queste scelte e quelle che riguardano la visita a Roma hanno provocato polemiche. «Sono indignato per il balletto del "ricevo e non ricevo" da parte delle nostre istituzioni verso il Dalai Lama - commento di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International -. E tutto questo solo perché si ha paura di una reazione del governo cinese...».
L'Unità. Pubblicato il: 06.12.07 - Modificato il: 06.12.07 alle ore 18.17

sabato 1 dicembre 2007


TIBET


Ho letto su La Repubblica di ieri che 85 senatori appartenenti a tutti i gruppi hanno inviato una lettera al presidente del Senato, Franco Marini chiedendo di "valutare come il Senato possa attivarsi, aderendo all'iniziativa della Camera o promuovendo un incontro solenne con il Dalai Lama in Senato". Del problema ho già parlato nel post in cui ho pubblicato l'appello della Associazione Italia-Tibet, che ora ripeto per chi non l'avesse ancora letto.


FIRMA ANCHE TU UN APPELLO A PRODI E A NAPOLITANO AFFINCHE' RICEVANO IL DALAI LAMA!



16 Novembre 2007


Il 12-14 dicembre prossimo, il Dalai Lama parteciperà a Roma all’ottavo Summit dei Premi Nobel per la Pace. Sarebbe di grande significato politico e morale se, in tale occasione, il Presidente della Repubblica e/o il Presidente del Consiglio ricevessero il Dalai Lama. Invitiamo i soci e tutti coloro che condividono il messaggio di pace del Dalai Lama a unirsi all’Associazione Italia-Tibet e sottoporre la richiesta sia al Capo dello Stato sia al Presidente del Consiglio.
Cliccando sui rispettivi nomi si apriranno le lettere da inviare al
Presidente Napolitano e al Presidente Prodi. Vi chiediamo di stamparle (se volete anche su carta personalizzata), firmarle e spedirle per raccomandata ai rispettivi indirizzi: QUI .


Il Dalai Lama: "Italia, aiutaci con la Cina
di Anas Ginori (La Repubblica, 24 Novembre 2007, pag.17 - Esteri)

«Il sostegno del governo italiano al popolo tibetano sarebbe cruciale in questo momento, tra i più terribili della nostra storia». Il Dalai Lama lancia un appello al premier Romano Prodi, a meno di due settimane dal suo arrivo in Italia. «Un appoggio dell’Italia» spiega il messaggio consegnato a Repubblica dal suo inviato speciale e portavoce, Kelsang Gyaltsen, «potrebbe aiutare a creare un contesto internazionale che incoraggi il governo cinese a riconsiderare la linea dura nei confronti del Tibet e ad aprire un dialogo onesto e serio per trovare una soluzione accettabile da entrambi le parti». (continua...)



Per la BIRMANIA dall'amica blogger Leira ho ricevuto il seguente link:


Avaaz


Ogni anno le multinazionali Total e Chevron danno centinaia di milioni di dollari alla giunta birmana attraverso le loro attività petrolifere nel paese. Questo denaro viene usato per comprare armi per il regime e mantenere il controllo con la violenza. In qualità di consumatori abbiamo il potere e la responsabilità di cambiare le cose: usiamo il nostro potere d'acquisto per porre fine a questo terribile ciclo. ( continua qui )

martedì 27 novembre 2007


IL CASO DELLA FICTION ''LA VITA RUBATA'' DOPO IL RINVIO AL 24 FEBBRAIO




Graziella Campagna


uccisa a 17 anni dalla mafia e senza giustizia



dal sito RAI fiction


La vita rubata



In onda martedì 27 novembre 2007 alle 21.10 su Rai Uno


In questa storia il valore civile di testimonianza si sposa all'intrattenimento, nel raccontare un "giallo" in piena regola.


Graziella Campagna aveva diciassette anni quando fu assassinata il 12 dicembre 1985, a Villafranca, una paese nel messinese. Graziella era una ragazza tranquilla e serena; la sua unica colpa era stata quella di voler aiutare la famiglia, di modeste condizioni, andando a lavorare in una lavanderia. Qui, per un tragico destino, attraverso un documento lasciato casualmente in un indumento portato a lavare, era venuta a conoscere la vera identità di un pericoloso latitante che si nascondeva nella cittadina.


L'omicidio di Graziella sarebbe rimasto impunito, se non ci fosse stato il sacrificio di chi ha lottato da allora per fare luce su questo crimine: suo fratello Pietro Campagna, il giovane carabiniere, che insieme alla sua famiglia ha speso quasi vent'anni per poter vedere la fine del processo sul delitto di sua sorella.


Nel 2004, finalmente, il tribunale ha condannato i colpevoli dell'omicidio e quelli del favoreggiamento, delle collusioni e dei depistaggi che hanno costellato questa vicenda tragica e amara, un vero specchio di una società avvelenata dal malaffare.


Solo nel 2004, Graziella Campagna è stata riconosciuta vittima di mafia, e per mantenerne il ricordo, si è costituita una fondazione che annovera personalità come lo scrittore Vincenzo Consolo, Carlo Lucarelli e don Ciotti.


All'interno di questa attività di informazione e di memoria, necessaria ad un mondo che "se scorda i suoi errori, è condannato a ripeterli", si colloca l'iniziativa di realizzare un film.


La sceneggiatura è stata scritta l'aiuto della famiglia Campagna e soprattutto di Pietro, e dell'avvocato Fabio Repici che ha curato gli interessi di parte civile della famiglia. I produttori sono Alessandro Jacchia e Maurizio Momi con la loro società Albatross.


Autore della sceneggiatura, e regista del film, è Graziano Diana, al suo debutto nella regia, ma che come sceneggiatore ha al suo attivo film di grande successo popolare e di critica, come Ultrà sul tifo calcistico, La scorta su uno dei momenti più drammatici della lotta dei magistrati contro la mafia nei primi anni '90, Un eroe borghese sulla vicenda dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Sindone, ucciso da un killer della mafia nel 1979.


Le riprese sono realizzate nei luoghi veri dove la storia ha avuto luogo: Messina, Villafranca e Saponara, il paese dove viveva Graziella e dove ancora vive la famiglia Campagna, e dove il sindaco ha dedicato la piscina comunale alla sua memoria, e ha aderito con interesse all'iniziativa del film.


Far ragionare, testimoniare e far riflettere le persone: tutti doveri questi che ci appartengono come cittadini e come operatori culturali, e appartengono ad un intrattenimento che voglia essere utile, nella tradizione del nostro migliore cinema civile. Crediamo sia importante soprattutto per i più giovani che oggi hanno vent'anni e non ricordano, non possono ricordare, non ne hanno gli strumenti. Per tanti anni, di Graziella Campagna non si parlava più. È invece importante contribuire perché questa memoria sia sempre più forte.


Con  l'obiettivo di ricordare il sacrificio di Graziella Campagna, si sono tenuti nell'Aula Magna dell'Università di Messina, incontri  cui hanno partecipato il presidente del Gruppo Abele e di Libera-Associazioni contro le mafie, don Luigi Ciotti; lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo; il giornalista conduttore di Blu Notte Carlo Lucarelli; l'imprenditrice anti-racket Pina Maisano Grassi; il magistrato Giambattista Scidà, già in forza al Tribunale dei minori di Catania.


La società civile ha giocato un ruolo importante nella riapertura del processo per individuare i responsabili della sua morte. È come se la cittadinanza si fosse riappropriata una volta per tutte della drammatica storia di Graziella Campagna e la Fondazione intitolata a suo nome ha significato propriamente "una testimonianza per la verità e la giustizia come strumenti indefettibili di progresso sociale".


E, invece, NO, stasera NON VEDREMO "La vita rubata". Al suo posto: Donna detective. La seconda puntata in onda martedì 27 novembre alle 21.10 su Rai Uno.


Le ragioni sono spiegate in diversi articoli nel sito Articolo 21. Chiedo scusa se non mi sento nemmeno di riassumerle. Il post è dedicato a Graziella Campagna e alla sua memoria, come piccola riparazione. 

domenica 25 novembre 2007


Cara Amica, caro Amico del Tibet

Il 12-14 dicembre prossimo, il Dalai Lama parteciperà a Roma all’ottavo Summit dei Premi Nobel per la Pace. Sarebbe di grande significato politico e morale se, in tale occasione, il Presidente della Repubblica e/o il Presidente del Consiglio ricevessero il Dalai Lama. Invitiamo i soci e tutti coloro che condividono il messaggio di pace del Dalai Lama a unirsi all’Associazione Italia-Tibet e sottoporre la richiesta sia al Capo dello Stato sia al Presidente del Consiglio.
Cliccando sui link sottostanti

http://www.italiatibet.org/download/Lettera_Napolitano2007.pdf

http://www.italiatibet.org/download/Lettera_Prodi2007.pdf

si apriranno le lettere da inviare al Presidente Napolitano e al Presidente Prodi. Ti chiediamo di stamparle (se vuoi anche su carta personalizzata), firmarle e spedirle per raccomandata ai rispettivi indirizzi:

Al Presidente della Repubblica
On. Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale
00187 Roma

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Romano Prodi
Palazzo Chigi
Piazza Colonna 370
00187 Roma


Ti chiederemmo inoltre, se sei d'accordo, di inoltrare questo appello insieme al link alla nostra home page (
www.italiatibet.org) a chi ritieni della tua mailing list. Più persone scriveranno e più peso avrà la nostra richiesta!

A tutti un grazie per la collaborazione e molti cordiali saluti,

Associazione Italia-Tibet


Un problema di politica estera, anzi economica. La Cina si arrabbia ogni volta che uno Stato accoglie il Dalai Lama ufficialmente. Le nazioni mettono in atto le loro politiche in ordine sparso, spesso piegando la schiena sotto la pressione degli interessi economici, ed è questa la loro debolezza. A questo dovrebbe servire una politica estera unitaria e coerente della nostra Unione Europea, per questo io continuerò a sperare sull'evoluzione dell'Unione Europea.

sabato 24 novembre 2007

Domani 25 Novembre 2007



Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne



Oggi, domani, ogni giorno dell'anno, di tutti gli anni che ci vorranno ancora. Innanzitutto mettere fine all'impunità, che dipende dalle leggi inadeguate e dai costumi sociali, e dalle credenze antropologiche e religiose radicate nella profondità delle menti maschili ma anche di quelle femminili.


 


giovedì 22 novembre 2007

La menzogna come sistema



Clicca qui: www.youtube.com/watch


Il video l'ho copiato dal Blog di Beppe Grillo che ha un post sugli ultimi eventi berlusconiani e italiani: "L'informazione è la base della democrazia ".


L'ultimo "evento mediatico" realizzato da un ultrasettantenne che urlava scompostamente sul predellino di un'automobile mi ha sucitato pena per i suoi capelli bianchi spesi in uno spettacolo così poco dignitoso, incredulità di fronte all'ammissione definitiva di essere l'unico padrone del partito personale (da non farsi estorcere nemmeno sotto tortura), rabbia per il divertimento che l'anziano si concede usando la res publica a suo capriccio. Eppure non ce l'ho con lui. Nonostante i suoi soldi e le sue televisioni, chi sarebbe lui se non fosse sostenuto dal consenso di tanti? Meritava la sceneggiata tutta l'attenzione spasmodica che ha ricevuto? Non sarebbe bastato un trafiletto sulla distruzione del vecchio giocattolo e la costruzione di un nuovo giocattolo politico utile solo al suo padrone? Persino Bertinotti l'ha definito geniale, come tanti altri. Geniale lo sfacciato annullamento di ogni principio democratico? Boh! 


 


Un soldato sleale


di GIUSEPPE D'AVANZO




CHE il generale Roberto Speciale fosse un soldato sleale, s'era avuto già modo di apprezzarlo. Che un militare che giura fedeltà alla Repubblica e all'osservanza della Costituzione potesse spingersi fino a un gesto eversivo di insubordinazione allo Stato democratico, anche il più severo dei suoi critici non avrebbe potuto immaginarlo.

Invece, è accaduto, accade - ed è la vera questione da affrontare - nell'indifferenza di istituzioni distratte o intimidite, nel silenzio di una politica incapace di guardare oltre la propria mediocre convenienza del momento. Come se in questa storia non fossero in gioco le ragioni prime di una democrazia: la legittimità di un governo eletto dal Parlamento; le sue prerogative di organo costituzionale chiamato ad assolvere il compito di direzione politica del Paese.

E' questa legittimità costituzionale che il generale Speciale, con la sua grottesca lettera di dimissioni, nega, rifiuta, disprezza, umilia. E' alquanto minimalista - quasi gregario - definire soltanto "irrituale" quella lettera, come capita a Romano Prodi. Assai poco convenzionale è per il Quirinale dichiarare - nei fatti - ricevibile quella missiva offensiva per il governo, per poi trasmetterla a Palazzo Chigi.

L'iniziativa di Speciale è davvero soltanto irrituale e il destinatario della lettera può essere correttamente il capo dello Stato? E' difficile sostenerlo e pare grave accettarlo senza batter ciglio.

Il generale infedele sostiene di avere conquistato "il diritto" ad essere comandante della Guardia di Finanza: "gli spetta", dice. E' un diritto che nessuno gli ha riconosciuto. Non glielo riconoscono a parole nemmeno i suoi avvocati, figurarsi se poteva riconoscerglielo con una sentenza la magistratura amministrativa.


Non è, infatti, nella disponibilità di un tribunale amministrativo il rapporto fiduciario del governo, di cui il capo di un corpo militare deve godere. Questa fiducia, al di là delle leggerezze amministrative commesse dallo staff di Tommaso Padoa-Schioppa, Roberto Speciale non ce l'ha, l'ha irrimediabilmente perduta. Tanto basta per dire che mai il generale sarebbe ritornato al comando della Finanza, come conferma anche il ministro dell'Economia.

Al contrario, autoproclamatosi "di diritto" comandante - manco fossimo in una Repubblica delle Banane - il generale, bontà sua, decide di dimettersi. La grammatica istituzionale, nelle sue mosse, degrada a boutade.

Prendiamolo sul serio soltanto per un momento. Ritiene di essere ancora il comandante generale della Guardia di Finanza. Vuole abbandonare, offeso nella sua dignità di soldato. Nelle mani di chi deve farlo, di chi ha il dovere di farlo? La legge è lì per essere rispettata. Articolo 1 della legge 23 aprile 1959, n. 159: "Il Corpo della Guardia di Finanza dipende direttamente e a tutti gli effetti dal ministro della Finanze".

Un principio ordinamentale così netto ed esplicito (inconsueto in un sistema giuridico che ama l'indeterminatezza) avrebbe dovuto imporre al generale Speciale di rimettere il mandato - che si è caricaturalmente assegnato - nelle mani del ministro dell'Economia. Non lo fa perché "non vuole collaborare con questo governo", scrive. Poco male, il governo potrà soltanto guadagnarci.

La faccenda si potrebbe liquidare così soltanto se non fosse assai sinistro che un generale, al comando di 59.874 militari in armi, non accetta di essere alle "dirette dipendenze" di un governo che gode della piena fiducia del Parlamento. Roberto Speciale non ne riconosce il potere, la legittimità, il dovere costituzionale di decidere dell'indirizzo politico e amministrativo del Paese e quindi anche di scegliere chi deve essere o non deve essere alla guida di un corpo, "parte integrante delle Forze Armate dello Stato e della forza pubblica".

Scrive al presidente della Repubblica, perché "è al di sopra di tutto, anche della politica, anche del governo". E' uno schiaffo all'Esecutivo, che non sorprende in un soldato infedele. Stupisce che il Quirinale accetti di ricevere la lettera del generale. Che, implicitamente, acconsenta che Speciale possa dimettersi da una responsabilità che non ha più e che nessuno - tanto meno il governo - gli ha riconosciuto.

Meraviglia che il presidente della Repubblica acconsenta che un generale non si dimetta nelle mani dell'autorità politica a cui è sottordinato, di cui è dipendente. Confonde che il capo dello Stato accetti di svolgere il ruolo del tutto improprio di destinatario di una lettera che abusivamente gli è stata consegnata, chiudendo gli occhi sul disprezzo che il generale assegna al governo per di più prendendo per buono un presunto "spirito di servizio verso le istituzioni".

E' un pericoloso, e inedito, precedente nella storia della Repubblica. Dovremo presto attenderci che il capo della polizia rifiuti di dimettersi nelle mani del ministro dell'Interno o che il capo di Stato maggiore della Difesa non consegni il suo addio al ministro della Difesa, tanto del governo si può fare a meno?

La sensazione è che questo "caso Speciale", nato dalla debolezza del governo e dalla volontà di compromesso con un minaccioso network spionistico e illegale, di cui il generale è stato attore di prima fila, moltiplicherà le sue muffe, se non affrontato con energia. Di compromesso in compromesso, di timidezza in timidezza, siamo arrivati alla delegittimazione dei poteri del governo.

Considerare quel soldato sleale e infedele, come pare fare oggi la maggioranza, soltanto un dissipatore di risorse pubbliche per qualche viaggio a sbafo in elicottero non è una buona strada. Meglio sarebbe ricordare la proposta del generale "tutto d'un pezzo" di violare i segreti d'ufficio avanzata al vice-ministro Visco (e rifiutata). O tenere a mente quando, con il governo di centro-destra, i segreti della Guardia di Finanza diventavano pubblici per essere utilizzati, in piena campagna elettorale, da Silvio Berlusconi con denunce alla magistratura. Pensare di lisciare il pelo a quel soldato e ai soldati come lui, è peggio di una cattiva idea. E' un errore politico e istituzionale.

La Repubblica, 18 dicembre 2007 - qui