martedì 7 settembre 2004

La solitudine dell'Islam



di KHALED FOUD ALLAM



SONO ore tragiche quelle che il mondo sta attraversando: una violenza inaudita si scatena, lasciando sul campo morti e feriti. E quando il volto di un morto o di un ferito è quello di un angelo, di un bambino, l'umanità intera è sconfitta. Ed è grave è che da oltre vent'anni la violenza si scateni in nome di una fede e di una civiltà, quella dell'Islam. In vent'anni il mondo è cambiato, ma gli uomini sono stati incapaci di cambiare il mondo.


Sul banco degli imputati, che lo si voglia o no, è sempre chiamato l'Islam: e nel mondo è diventato difficile essere musulmani. Questo nuovo ciclo della storia ha la paurosa capacità di cortocircuitare la storia, incidendo nelle menti e negli sguardi: come se il succedersi degli avvenimenti richiamasse a un'unica logica di fondo che mette sempre a confronto l'Islam da una parte e l'Europa o l'Occidente dall'altra.


Così fra noi e l'Occidente si sta alzando un muro d'incomunicabilità sempre più impenetrabile.

Da oltre vent'anni studio il mondo islamico, vale a dire la mia cultura, e i suoi mutamenti, le sue crisi, la sua capacità di rigenerarsi, anche se a volte la violenza che lo attraversa sembra incomprensibile, e il mondo sembra crollarti addosso. Certo, bisogna osservare razionalmente l'andamento delle cose, e riconoscere che da molti anni il mondo musulmano è in crisi, e che questa crisi richiede oggi il suo riformularsi su nuove categorie sociali e culturali, su categorie più critiche, in grado d'affrontare il XXI secolo. Senza una tale riformulazione le cose nel mondo islamico andranno sempre peggio; e senza un'educazione umanista e critica, senza nuove autentiche cittadinanze, sempre più ragazzi andranno a cercare nel teatro del mondo ciò che il mondo non ha dato loro.


Scrivo queste righe e piango per quei bambini, la cui colpa era solo quella di essere bambini; e non posso non stare male di fronte all'orrore perpetrato dal terrorismo. E anche se è imprescindibile ripensare le categorie politiche con cui si affrontano oggi i drammi dell'umanità, questo non può sminuire il fatto che, nei rapporti fra islam e occidente, una frattura che era già presente nel passato storico stia ora esplodendo come lava da un vulcano.


Si tratta del divorzio fra memoria e storia, di cui ho parlato più volte: da tempo affermo che il mondo musulmano ha interiorizzato la sua espulsione dalla memoria collettiva occidentale: perché l'Islam è visto in Occidente come un segmento della storia dell'umanità che non è riuscito a diventare memoria condivisa, e dunque è sempre catalogato nella dimensione del diverso perché legato a lingue e valori diversi da quelli occidentali, che gli impediscono di collocarsi sul piano dei valori universali.


E oggi questa frattura che si sta allargando ha enormi conseguenze sul piano dei rapporti fra genitori e figli nel mondo musulmano, come se in esso la stessa filiazione si fosse spezzata: i figli non si riconoscono più nella religiosità dei genitori, li accusano di aver ceduto alla logica del dominio occidentale. È una gioventù triste e angosciata, che si inventa un modello di religiosità seguendo i cattivi maestri.

E così la violenza sta strutturando un'intera generazione, che combatte un suo corpo a corpo contro l'Occidente ma anche contro di noi, contro quella parte dell'Islam che pensa sia sempre possibile ricostruire i rapporti, gettare dei ponti fra Islam e Occidente, fra Islam e mondo.


Oggi è grande la tentazione di passare dalla colpa individuale alla colpa collettiva, investendo tutti i musulmani della responsabilità di pochi assassini: e questo rappresenta un grave rischio per l'intero mondo islamico, perché nei momenti bui della storia si tende ad addossare a un unico capro espiatorio tutti i mali e tutte le colpe del mondo.

Per dissolvere questo spettro che aleggia sull'alba del nuovo secolo, siamo tutti chiamati alle nostra responsabilità nel mondo e nella storia. Perché la malattia che ci attraversa - Occidente e Islam - è anche questo: una strana asimmetria fra un Occidente che vede nell'Islam una religione di conquista, e i musulmani che vivono come minoranza incompresa e non amata. Ed è un'asimmetria esplosiva, che non permette un dialogo né un negoziato.

Si impone dunque una profonda riflessione; e quella che parte dai musulmani dovrà dirigersi in una doppia direzione: entro l'Islam, ma anche verso l'Occidente. Ma questo l'Islam non lo può compiere da solo, in un pianeta globale: l'Islam ha bisogno di uno sguardo diverso, più comprensivo; i musulmani hanno bisogno d'esser considerati cittadini come gli altri, hanno bisogno di sentirsi dire che, anche per loro, la democrazia è possibile, che non è un lusso per popoli privilegiati, e che la prima arma contro il terrorismo è una cultura democratica.

Vorrei ricordare le parole che un grande scrittore egiziano, Taha Hussein (1889-1973), che fu anche ministro della Pubblica istruzione, scrisse durante un viaggio in Grecia, osservando l'Acropoli:


"In quei tre secoli, su questa particella di terra che il nostro sguardo non ha difficoltà ad abbracciare interamente e i nostri passi a percorrere, l'uomo ha imparato che possiede una ragione, un sentimento, una coscienza, e che tutto ciò gli dà il diritto alla libertà e alla dignità; e anche il dovere di riconoscere ai propri simili il loro diritto alla libertà e alla dignità, come pure quello di proteggersi dal male. In quei tre secoli, su questa particella di terra, è nata la democrazia. L'uomo vi ha riconosciuto che il potere non scende dal cielo, ma nasce dalla terra".


La Repubblica, 6 settembre 2004 - http://www.repubblica.it/















lunedì 6 settembre 2004




Scelta scellerata


Il rapimento di ostaggi e la minaccia, attuata o non attuata, di


assassinarli non ha giustificazione alcuna, mai.


Penso al rapimento di una o più persone, come spesso avviene.


Ma l'inferno riserva abissi innominabili e inimmaginabili a menti


criminali che sono andate oltre ogni limite.



I terroristi questa volta hanno scelto una scuola, affollata di


bambini, bambini piccolissimi piccoli e meno piccoli, e di adulti


familiari e amici. In ogni caso, il danno umano sarebbe stato


altissimo, incalcellabile sarebbe stato l'incubo impresso negli


occhi innocenti e nelle anime fiduciose.


Gli scellerati hanno varcato una soglia nuova: la soglia oltre la


quale hanno potuto uccidere bambine e bambini guardandoli negli


occhi o mirando alle piccole gracili spalle nude, dopo averli


tormentati per un tempo non importa quanto lungo, perché è stato


comunque un tempo infinito.


Bodies of schoolchildren killed in a school seizure are seen in Beslan, North Ossetia, Friday, Sept. 3, 2004. Russia's hostage crisis erupted into explosions, gunfire and screams of fleeing children Friday as commandos stormed the school where militants strapped with bombs had held as many as 1,200 people hostage. More than 150 people were dead, and officials said the toll would rise significantly. (AP Photo/Sergey Ponomarev)


I MORTI




I VIVI

domenica 5 settembre 2004





La Pietà






 


Beslan, 5 settembre 2004. Zarina Tetova dà l'ultimo saluto alla figlia Irina


Foto: La Repubblica

sabato 4 settembre 2004


La Pietà


 
La Divina Immagine

Compassione Pietà Pace e Amore
Tutti invocano nel loro dolore
E a queste virtù di gioia
rendono la loro gratitudine.

Perché Compassione Pietà Pace e Amore
E' Dio il nostro caro padre
E Compassione Pietà Pace e Amore
E' l'uomo, suo figlio e sua cura.

Perché la Compassione ha cuore umano
La Pietà, un volto umano,
E l'Amore, l'umana forma divina
E la Pace, veste umana.

Allora ogni uomo d’ogni clima
Se prega nella sofferenza
Invoca l''umana forma divina,
Amore Compassione Pietà Pace.

E tutti amino l’umana forma,
In pagano, turco o ebreo.
Dove Compassione Amore e Pietà dimorano
Là dimora anche Dio.
 
La Pietà di William Blake
William Blake, La Divina Immagine
 
Possa essere dolce il sonno della morte per le bambine e i bambini morti di Beslan.
Possa essere sopportabile il ricordo del terrore e del dolore per le bambine e 
i bambini vivi di Beslan.
Compassione Pietà Pace e Amore possano lenire l'insostenibile dolore 
delle persone di Beslan e delle persone dell'intera Terra.
 


Una candela alla finestra 

giovedì 2 settembre 2004

«Il foulard secondo coscienza»



Parla Tariq Ramadan, islamologo e principale intellettuale musulmano europeo. Intervista di Stefano Liberti


Professore di islamologia all'Università svizzera di Friburgo, nipote di Hassan el Banna - il fondatore dei Fratelli musulmani ucciso in Egitto nel 1949 -, Tariq Ramadan è uno degli intellettuali musulmani più impegnati sul fronte del dialogo Islam-Occidente e sui problemi d'integrazione dei musulmani europei. Nei giorni scorsi, gli è stato negato - senza addurre motivazioni - il visto d'ingresso per lavoro negli Stati uniti, dove doveva andare a tenere un corso all'Università cattolica Notre Dame nell'Indiana. Lo abbiamo raggiunto per telefono a Ginevra, città dove vive.

L'appello contro la legge sul velo dell'«Esercito islamico» ha creato un fronte unico in Francia. Il governo, la società civile, le organizzazioni islamiche sono uniti nel respingere il ricatto...

I rapitori dei due giornalisti francesi, come quelli di tutti gli altri ostaggi, sono da condannare senza esitazioni e senza condizioni. Come musulmani, dobbiamo sostenere il governo e non cedere al ricatto. Bisogna tuttavia cercare di contestualizzare l'azione di questo gruppo. La vicenda del foulard ha creato profonda incomprensione nel mondo islamico nei confronti della Francia. L'esercito islamico ha cercato di ottenere consensi tra i musulmani, capitalizzando la passione emotiva suscitata a suo tempo dall'approvazione della legge. Per fortuna è accaduto il contrario. Si è creato un consenso contro di loro.

Che ruolo devono avere i musulmani europei in questa fase storica?

A forza di dover condannare quanto si fa in nome dell'islam, ci troviamo sempre in una posizione difensiva, a chiedere scusa di qualcosa di cui non abbiamo colpe. Credo che i musulmani europei devono avere un atteggiamento diverso: in quanto cittadini di stati democratici, devono avere un ruolo attivo nella società, partecipare al dibattito pubblico con proposte e rivendicazioni. Allo stesso tempo, devono denunciare con forza sulla scena internazionale quanto si fa in loro nome, che è in effetti un travisamento del loro messaggio. In poche parole, non si devono isolare e scusare, ma devono partecipare e condannare.

Lei era contrario alla legge sul velo. Oggi i musulmani di Francia la difendono in nome dell'unità nazionale. Qual è oggi la sua posizione?

In uno stato democratico, nessuno è obbligato a essere d'accordo intimamente con le leggi del proprio paese. L'obiezione di coscienza è sempre esistita e non sono stati i musulmani ad averla inventata. Siamo in uno stato di diritto. Io ho sempre detto che la legge sulla laicità del 1905 era ampiamente sufficiente a garantire la convivenza pacifica. Ritengo che questa legge contro il velo a scuola rappresenti un passo indietro. Non unisce, ma divide. È una legge dettata dalla paura. Sta anche ai musulmani, nel contesto del dibattito democratico, trovare strade che permettano una migliore convivenza.

Ma, allora, cosa devono fare le musulmane francesi che vogliono indossare il foulard?

Ognuno è di fronte alla propria coscienza. Se una ragazza ha voglia di indossare il foulard, deve cercare di stabilire un rapporto dialettico con le autorità scolastiche per capire fino a che punto può spingersi. Sono anni che dico alle giovani musulmane che la cosa si può fare in modo discreto, mettendo il foulard dietro le orecchie o dietro il collo. Se invece non c'è possibilità di dialogo, la giovane musulmana può, secondo le stesse norme islamiche, togliere il foulard all'ingresso dell'edificio scolastico e indossarlo nuovamente all'uscita. La cosa più importante è evitare che la legge produca fenomeni di isolamento: in una situazione di costrizione, bisogna sempre privilegiare l'educazione.

Dopo la cattura dei due giornalisti francesi, molte voci si sono levate a invocare lo scontro di civiltà. Il fatto che anche Parigi veniva colpita dimostrava, secondo autorevoli commentatori, che in Iraq e nel mondo è in atto una guerra della civiltà contro la barbarie...

Questo è esattamente il discorso che vorrebbe sentire gente come bin Laden. È indubbio che oggi è in atto uno scontro. Ma la frattura si situa tra due mondi che hanno difficoltà a comunicare e che si percepiscono reciprocamente in modo caricaturale.


Nel mondo musulmano, oggi l'Occidente è visto come la semplice espressione del potere unilaterale e consumista degli Stati uniti.


Per il mondo occidentale, l'islam è il mondo della violenza, del terrorismo, della discriminazione delle donne.


Bisogna invece valorizzare quelle persone, quelle iniziative nei due mondi che promuovono il dialogo. Piuttosto che ossessionarci con lo scontro di civiltà, che è ormai diventato un ritornello, cerchiamo di dare più spazio nei due mondi a quelle persone che lavorano per mettere in evidenza il campo comune dell'universale.


Fonte: Il Manifesto, 2 Settembre 2004 - http://www.ilmanifesto.it/



 
























Oltre le immutabili leggi divine e umane


I terroristi hanno infranto un tabù ancestrale terrorizzando bambine e bambini assolutamente indifesi e innocenti. E se dovessero assassinarne anche uno, uno soltanto, non so quale ipotesi di futuro potrebbe rimanere nelle loro menti. Come si può pensare di fondare la propria indipendenza sulla sofferenza e, Dio non voglia, sulla morte di un bambino o di una bambina? La sola idea infrange senza rimedio ciò che generalmente appartiene alla dimensione del sacro.Il crimine dell'infanticidio non è nuovo, chi fa le guerre non si cura delle bambine e dei bambini che certamente saranno uccisi, i diritti dell'infanzia sono calpestati dovunque nel nostro mondo civilizzato. Eppure, NO, NO e ancora NO. Nessun crimine precedente o attuale può essere assunto come giustificazione. E questo vale per i terroristi, vale per Putin, vale per tutti.