giovedì 17 agosto 2006

Contro l'apologia della tortura


Risposte ad Angelo Panebianco


Rimando la mia risposta all'esimio professore per far posto ad alcuni interventi critici sul suo articolo "Il compromesso necessario", che ho copiato dal Corriere della Sera nel mio blog, QUI. Per me sono importanti le argomentazioni contro delle tesi in favore della tortura che si stanno diffondendo anche da noi grazie ai neo-teo-con nostrani, mentre la polemica col suddetto Panebianco non mi interessa punto.


Il Peso dei Principi


di Claudio Magris



In un suo articolo pubblicato sul Corriere di ieri, Angelo Panebianco, sostenendo la liceità e l' opportunità di ricorrere alla tortura di prigionieri quando ciò giovi a sventare stragi e a salvare vite umane e contestando eventuali obiezioni in nome dei princìpi dello Stato di diritto, scrive che «i princìpi servono solo se si resta vivi».


 


Indubbiamente non è trascurabile salvare la pelle, propria e altrui, e non è il caso di professare esaltati culti eroici, purissimi ideali indifferenti alle sorti umane e magari inclini alla gloria del monumento funebre. Tuttavia, talvolta accade di restare vivi perché qualcuno, in nome di quei princìpi, muore per difendere chi è minacciato. Anche in questo caso quei princìpi non servono, sono una zavorra retorica e astratta?


 


Se fosse così, quando ci si preparava a impedire che Hitler s' impadronisse di Danzica ossia diventasse il mostruoso padrone d' Europa e forse del mondo - ovvero si preparava una guerra, in cui molti non sarebbero restati vivi - avrebbero avuto ragione coloro che irridevano chi voleva «morire per Danzica».


 


Molti soldati americani sono morti per liberare l' Europa, ma dubito che la loro morte tolga valore ai princìpi che li hanno mandati a morire. L' insurrezione del ghetto di Varsavia perde senso per il fatto che pochissimi degli insorti sono rimasti vivi? Naturalmente si può e si deve dire che in ogni circostanza, a esempio pure nella Seconda guerra mondiale, si è agito e si agisce non solo per nobili princìpi ma anche, o soprattutto, per concreti e corposi interessi; quei soldati americani sono morti non solo per liberare il mondo dal nazismo, bensì per la potenza e gli interessi degli Stati Uniti. Ma in quel caso, come in molti altri, il perseguimento di quegli interessi era indissolubilmente legato alla difesa e all' affermazione dei princìpi di libertà e democrazia, così come pure l' opposizione al comunismo staliniano implicava la difesa di tanti interessi occidentali, ma anche, inestricabilmente, di basilari princìpi etico-politici.


 


Questi ultimi non sono chimere astratte o idealità vaporose, ma forze concretamente operanti nella storia; disconoscerne il ruolo e il peso è altrettanto ingenuo quanto disconoscere il ruolo e il peso degli interessi. La vita è certo un valore, ma non è detto sia il valore supremo; gli antichi ammonivano a non perdere, per amore della vita, per sopravvivere a ogni costo, le sue ragioni e il suo significato (propter vitam vivendi perdere causas); vivere torturando forse non è vivere. Chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi è disposto a perderla la salverà, sta scritto nel Vangelo, testo non certo incline alle trombonate. Una corretta relazione tra princìpi morali e sopravvivenza presuppone da una parte equilibrio e dall' altra coraggio. Per ragioni generazionali, sono stato risparmiato dalla prova del fuoco e ignoro la portata del mio coraggio; temo e suppongo sia quella media di un professore universitario, poco propenso a tornare sugli scudi come gli eroi di Sparta. Certo, sarebbe meglio essere come l' avvocato Cornelio Brosio, che al processo del tribunale fascista a Torino, nell' aprile 1944, esamina con pignoleria e poi rifiuta di firmare la domanda di grazia perché contiene alcune espressioni contrarie ai suoi principi. Credo che, a essere così, si vive meglio, si è e si resta più vivi.  (dal Corriere della Sera, 14 agosto 2006)


 



Panebianco e le armi della morale. Flessibile



Alessandro Robecchi - Il Manifesto – 15 agosto 2006



Dev'essere un'estate ben debilitante se oltre alle insurrezioni di miliardari al Billionaire e i cortei infervorati di avvocati ci dobbiamo pure beccare le polemiche sulla tortura innestate da Angelo Panebianco sul Corriere. Ma si sa, siamo nati per soffrire, e dunque, tant'è.


In soldoni la tesi di Panebianco è di una semplicità disarmante: è lecito torturare qualcuno per avere informazioni che possano salvare molte vite? Si, no, non lo so, mettere la crocetta sulla risposta che interessa.


Panebianco, la mette sul sì, naturalmente. Accoglie con favore un «compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale» e teorizza una «zona grigia a cavallo tra legalità e illegalità». A fin di bene, s'intende. E a proposito dei famosi principi (come quello di non torturare la gente, per esempio), Panebianco appare decisamente disponibile alla flessibilità: «I principi servono solo se si resta vivi». Spiritoso, eh!
Ottimamente gli risponde Claudio Magris (pure lui sul Corriere), volando molto alto, ma centrando due obiettivi dialettici decisamente acuminati.


Primo: è una fesseria dire che la morte tolga valore ai principi, tanto che (aggiungo io) sugli eroi che sono morti per i principi non si smette di dire quanto sono stati in gamba. Direi piuttosto che i morti, in certi casi, rafforzano i principi, e non li cambiano lì per lì come la biancheria.


Secondo (qui c'è il Magris filosofo), sarà pure vero che la vita è il bene supremo, ma che razza di vita è se per restare vivo devi torturare la gente? Buona domanda.
Fin qui il dibattito, non entusiasmante, direi, e nemmeno nuovo.


Ma ecco che nel «compromesso necessario» reclamato da Panebianco (modica quantità di tortura per evitare vittime), compare un virus infido e pericoloso. Già nell'argomentare, già nell'esporre la sua tesi, già nel delineare i suoi principi ad assetto variabile («che vanno adattati alle situazioni»), Panebianco si sposta più avanti: nelle nebbie del suo ragionamento già si delinea l'ombra minacciosa del nemico.


Già alla decima riga, bontà sua, Panebianco individua i nemici della sua teoria. Chi sono questi mollaccioni che non vogliono torturare la gente? Già, chi siamo? Piccolo identikit e tre profili possibili forniti direttamente da Panebianco.


Prima specie di rammolliti: il nemico interno indicato da Giuliano Ferrara (è uno scoppiettìo di intelligenze, come vedete), cioè quei politici italiani che sono alleati del terrorismo jihadista (tra i quali, secondo Ferarra, Rutelli e Repubblica, per dire che razza di jihadisti).


Seconda categoria: come scrive Panebianco «tante brave persone in buonafede», che però sono tutte un po' sceme dato che non concepiscono la guerra e dunque, cosa diavolo volete che ne sappiano (mentre forse Panebianco, chissà, ha fatto a schioppettate sul Carso).


C'è una terza categoria di rammolliti che non vogliono torturare la gente, e sarebbero i «neofiti» dello Stato di diritto. Sarebbe a dire gente che un tempo voleva fare la rivoluzione e poi (forse perché non torturata in tempo) si è innamorata di tangentopoli, di mani pulite e della legalità e ora crede che lo stato di diritto sia «un feticcio».


Insomma, per tirare le somme la faccenda è semplice: chi non sta con Panebianco o è complice, o è fesso. E' un'impostazione che lascia un po' perplessi e che diventa inquietante se colui che la formula teorizza pure una certa mobilità dei sacri principi, un astuto barbatrucco per legittimare la tortura.


Ma se diventano variabili i principi, mi chiedo, che ne sarà dei testi sacri? Urge correzione del Vangelo, forse basta una asterisco dopo i comandamenti. Non uccidere*. E sotto a caratteri più piccoli: *leggere attentamente il prospetto illustrativo, in caso di dubbi contattare Panebianco.




La tortura liberale


di Marco Travaglio






E così, ridendo a scherzando, siamo arrivati all'elogio della tortura e del sequestro di persona (purchè, si capisce, i destinatari siano islamici) sulla prima pagina del Corriere della sera. Il merito va tutto al professor Angelo Panebianco, il quale sostiene che la lotta al terrorismo non è roba da signorine e quindi bisogna piantarla con «l'apologia della legalità» delle mammolette convinte che «cose come la legalità, i diritti umani e lo stato di diritto debbano sempre avere la precedenza su tutto». Basta con il «feticcio» dello stato di diritto: «dalla guerra non ci si può difendere con mezzi legali ordinari». Dunque bisogna legalizzare quella «zona grigia a cavallo tra legalità e illegalità, ove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi»: un «nuovo compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale» che nasca dal «confronto tra politici, magistrati, avvocati e operatori della sicurezza». Solo così salveremo «lo Stato di diritto e la stessa democrazia».
Che razza di democrazia e di stato di diritto siano quelli che, per salvarsi, rinunciano ai loro fondamenti per adottare quelli del nemico che dicono di combattere, e che senso abbia cancellare la democrazia e lo stato di diritto per difenderli meglio, non è ben chiaro. Ma il professor Panebianco va capito. Da anni è afflitto da due gravi problemi esistenziali. Primo (più noto come «sindrome da Ostellino»): quando si parla di liberalismo, in Italia, tutti pensano a Einaudi, a Montanelli, a Sartori. Mai a Panebianco. C'è una sola persona convinta che Panebianco sia un liberale: Panebianco. Egli infatti ripete ogni tre per due di essere un liberale: per convincere gli altri,e fors'anche se stesso. Secondo: nel disperato tentativo di farsi notare da qualcuno, Panebianco è costretto a spararle sempre più grosse, anche a costo di abrogare la logica, il principio di non contraddizione, la decenza e il senso del ridicolo. Nel paese che ospita già Feltri, Borghezio e Calderoli, non è impresa da poco. Ma l'altro giorno Panebianco ha surclassato agilmente l'intera concorrenza, inneggiando alla tortura e alla deportazione, e riuscendo anche a evocare -a suffragio dei suoi delirii- imprecisati «liberali di antica data» (ma senza nominarli, forse per evitare querele dagli eredi).
Si potrebbe ricordare che il professor Panebianco è lo stesso che, appena un giudice intercetta o inquisisce o arresta o rinvia a giudizio un ladrone di Stato con tutte le prove e i crismi di legge, vien colto da convulsioni, strilla al giustizialismo e invoca Amnesty International. Ma la contraddizione è solo apparente: per i garantisti a targhe alterne, le garanzie valgono solo per i signori, non per i baluba islamici. I signori sono innocenti anche dopo condanna definitiva. I baluba sono colpevoli anche senza essere indagati, per definizione. Torturateli e deportateli pure.
Ora, per quanto sia difficile, proviamo a prendere sul serio il Panebianco: è la peggior punizione che gli si possa infliggere. E immaginiamo i dettagli del «compromesso fra sicurezza e legalità» da lui auspicato per consentire anche alle democrazie occidentali di torturare e deportare i nemici o presunti tali.
1) Se tua figlia ti porta a casa un fidanzato marocchino, o peggio ancora nero, è la prova che i due preparano un attentato. Dunque fai come i pakistani di Brescia: ammazzala e sotterrala nell'orto. Poi, visto che non sei razzista, fai lo stesso con lui. Basta con questo tabù della pena di morte: anzi,privatizziamola.
2) Se il tuo vicino di casa cucina il cuscus o -Dio non voglia- il kebab, leggigli la posta e infìltrati in casa sua travestito da colf, oppure avverti subito il Sismi e l'agente Farina Doppio Zero, per poterlo spiare, intercettare e pedinare. Non si sa mai. Dal cuscus al plastico, si sa, il passo è breve.
3) Se incontri un tizio con una faccia che non ti piace, massacralo di botte. Tu non sai perché, ma lui potrebbe saperlo. Chi ti dice che non stia per saltarti addosso col gilet imbottito di tritolo? È la guerra preventiva. Se quello obietta, spiegagli che stai percorrendo «la zona grigia a cavallo tra legalità e illegalità».
4) Se, una volta menato a sangue, quello non confessa la sua appartenenza ad Al Qaeda, strappagli le unghie dei piedi. E, se insiste nel suo silenzio, procedi con quelle delle mani, poi con gli elettrodi ai testicoli. È vero che potrebbe tacere perché non ha niente da dire, o magari è muto, ma non lasciarti ricattare da questi feticci buonisti: al suo paese le mani, i piedi e i testicoli li tagliano direttamente. Dunque è già fortunato a trovarsi in Italia.
5) Mentre lui rantola agonizzante, spiegagli che stai difendendo dal terrorismo la democrazia liberale e lo stato di diritto. E se lui obietta che ti comporti come i terroristi, spiegagli che c'è una bella differenza: tu torturi col permesso del professor Panebianco, i terroristi invece senza.
6) Se, dopo il gatto a nove code, il bagno nelle ortiche, l'impalamento, il tubo che collega il suo esofago e lo scarico della vasca da bagno e i due giorni passati a penzolare da un albero a testa in giù cosparso di miele, ti venisse la tentazione di fiaccare la sua resistenza leggendogli un editoriale del professor Panebianco, quello è il momento di fermarti: nemmeno la lotta al terrorismo può giustificare una forma così efferata di sevizie. da L'Unità - 15 agosto 2006


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Chi gioca con la tortura


Gian Carlo Caselli





Sono un nano, lo so. E da sempre mi intimidiscono i giganti del pensiero come il professor Angelo Panebianco. Ma ancor più mi sconvolge la loro disinvoltura quanto discettano di Stato di diritto. La sanno sempre più lunga. Sia quando criticano (giustizialismo! vade retro satana!) chi vorrebbe applicare le regole anche a coloro che possono e contano e non soltanto ai poveracci. Sia quando discettano sulla tortura, anche in questo caso ammettendo la liceità di strappi alle regole per meglio tutelare la «sicurezza». Saranno giganti, saranno campioni di democrazia liberale, ma forse non si accorgono che le loro brillanti riflessioni sugli «aspetti più spiacevoli dell´esistenza» rischiano di innescare un circolo vizioso pericoloso. Perché si legittimano nuovi poteri, così assoluti da costituire essi stessi un problema per le libertà e per la democrazia, nel momento stesso in cui si sostengono azioni finalizzate - si dice - proprio alla tutela e all´esportazione di questi valori.

È il caso di chi - appunto - teorizza l´ineluttabilità, se non la necessità, di «zone grigie», di «compromessi», di «scelte di riduzione del danno» a fronte della minaccia terroristica. Le denunzie, sempre più frequenti e documentate, secondo cui maltrattamenti e torture sono ormai praticati con sistematica protervia non preoccupano per nulla. Il problema non è l´incivile diffusione della tortura. Interessa di più provare a giustificarla, la tortura: sostenendo che potrebbe esservi una tortura "buona" e quindi tollerabile. Una tesi che dovrebbe fare rizzare i capelli in testa. A tutti. Invece c´è chi vi si esercita (Panebianco non è il solo; c´è persino chi auspica la previsione in certi casi di un mandato del giudice... a torturare), perché la lotta al terrorismo non ammetterebbe cedimenti o indulgenze. Sono bestemmie. Aberrazioni che invece di aggredire le ingiustizie (come la tortura) capaci di generare nuova rabbia e nuova violenza, creano ingiustizie sempre più gravi.

Vero è che la sicurezza è un bene fondamentale (da sempre obiettivo delle migliori intelligenze e dell´impegno più intenso), ma è altrettanto vero che non può essere un tema esclusivo. Altrimenti, c´è il rischio che i diritti e le garanzie diventino ostaggio della sicurezza. Che un sistema politico debba ispirarsi a logiche di sicurezza è ovvio. Ma attenzione a non avvitarsi dentro logiche contorte ed inefficaci. A non fare come Penelope: gridando pace di giorno, ma preparando ingiustizie (e violenze) di notte.

Se poi volessimo essere cinici anche noi (nani), considerando i princìpi alla stregua di un taxi e trattando le regole come fossero chewing-gum, potremmo aggiungere che impegnarsi seriamente sul versante delle garanzie e dei diritti, non accantonandone la pratica effettiva a tempi migliori (non più di "stato d´eccezione"), non solo è buono e giusto: è anche conveniente, è un antidoto contro possibili trappole. Un antidoto che ai tempi del terrorismo brigatista degli anni 80 (stellarmente diverso dal terrorismo internazionale di matrice islamica e tuttavia ancora utile per alcune indicazioni di massima) abbiamo sperimentato in concreto. Qual era la teoria dei brigatisti? Era che la rivoluzione non si processa, che la lotta armata non può essere fermata da un codice penale.

Ma insieme a queste "riflessioni" c´era quella, fondamentale nella logica brigatista, che lo Stato democratico non esiste, è puramente e semplicemente una finzione, un paravento, una maschera. Noi brigatisti - dicevano - un colpo dopo l´altro, cioè un omicidio dopo l´altro, una gambizzazione dopo l´altra, un sequestro dopo l´altro, faremo cadere questa maschera, disveleremo il volto autentico dello Stato: volto autentico che non è democratico ma reazionario e fascista, di negazione dei diritti, di ogni possibilità di progresso, in particolare di crescita del proletariato, delle classi sociali più bisognose.

E quando questo vero volto dello Stato sarà disvelato, ecco che le masse - avendo finalmente capito, grazie a noi brigatisti, come stanno davvero le cose - si ribelleranno e ribellandosi si riuniranno automaticamente intorno all´avanguardia organizzata già esistente che siamo noi delle Br, innescando la palingenesi rivoluzionaria.

È evidente che semplifico molto, che brutalizzo concetti che persino i brigatisti esponevano a volte in maniera più sofisticata. Ma è per intenderci, per capire che siamo riusciti a non cadere nella trappola tesa dai brigatisti. Perché la risposta al terrorismo brigatista, dal punto di vista legislativo, ha raschiato - lo ha detto più volte la Corte Costituzionale - il fondo del barile della corrispondenza ai precetti costituzionali, ai principi portanti dello stato di diritto, ma non è mai andata oltre. Abbiamo elaborato una legislazione "specialistica" mirata sulla realtà specifica dei fenomeni da affrontare, ma non abbiamo creato tribunali speciali o procure speciali, a differenza di altri Paesi di democrazia occidentale che lo hanno fatto.

Abbiamo cercato risposte anche utilizzando in pieno gli strumenti della democrazia: la libertà di riunione, il confronto, il dibattito, il dialogo e via seguitando (penso alle migliaia di assemblee sul terrorismo che han consentito di spazzar via gli equivoci mefitici dei «compagni che sbagliano» o l´assurdità paralizzante del «né con lo Stato né con le Br»). Ciò che alla fine ha creato un forte, decisivo isolamento politico intorno ai terroristi, che - a partire da questo momento - invece di continuare ad illudersi di essere le avanguardie di qualcuno, hanno capito di essere le avanguardie soltanto di sé stessi e hanno cominciato ad afflosciarsi dal punto di vista politico (e psicologico), entrando in una crisi irreversibile.

Ecco, non siamo caduti nella trappola di tirare fuori, ammesso che davvero fosse nascosto da qualche parte, il volto fascista, reazionario, repressivo, spietato senza se e senza ma, dello Stato che loro - i brigatisti - pretendevano di evocare in tutti i modi. E questo indubbiamente ci ha aiutati a risolvere meglio i problemi posti dal terrorismo.

Oggi, chi filosofeggia teorizzando la legittimità della tortura e quindi accettandone la pratica, ci fa correre il rischio concreto di cadere in una trappola del tipo che per fortuna al tempo del brigatismo rosso non scattò. Una trappola che potrebbe pure farci perdere punti di orientamento molto importanti, invece di aiutarci a veder chiaro anche nella scelta delle risposte più opportune a livello repressivo. Non ci conviene.

E le «ipotesi di scuola» utilizzate dal professor Panebianco per «fare scandalo» (?) non sono soltanto inaccettabili. Sono anche un boomerang.



Pubblicato il 16.08.06 - L'Unità






 

24 commenti:

  1. Confesso di non aver letto tutto anche perchè presa ad aggiornarmi ( grazie al tuo precedente post) sull'articolo di Panebianco..ma quanto ho letto mi lascia in riflessione abbondante ..e, lasciami dire , Alessandro Robecchi mi strappa un sorriso.
    Bacioni

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  2. Confesso di non aver letto tutto anche perchè presa ad aggiornarmi ( grazie al tuo precedente post) sull'articolo di Panebianco..ma quanto ho letto mi lascia in riflessione abbondante ..e, lasciami dire , Alessandro Robecchi mi strappa un sorriso.
    Bacioni

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  3. Ti ho trovato un pezzo del Nostro relativo alla scuola
    http://www.uil.it/UILSCUOLA/professione_docente/opinione/221001.htm

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  4. si, rispondere a panebianco,non vale la pena.Ma discutere sulla non liceità della tortura,a cominciare dagli esempi dati dagli americani a guantanamo, mi sembra importante.Non dimentichiamo che, in nome della sicurezza da tutelare, si aprono le porte alle dittature.

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  5. Ciao Harmonia, benritrovata..

    ho seguito anch'io la polemica attivata da Panebianco col suo articolo: aggiungere altro alle tante autorevoli repliche? Ma no, Panebianco merita solo di non essere letto.

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  6. Ciao Harmonia, benritrovata..

    ho seguito anch'io la polemica attivata da Panebianco col suo articolo: aggiungere altro alle tante autorevoli repliche? Ma no, Panebianco merita solo di non essere letto.

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  7. Grazie, Harmonia. Un quadro ricco e foriero di riflessioni. Per me e il mio lavoro di insegnante.

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  8. cara Harmonia,
    mi ero perso Panebianco (oggi citato da qualcun altro nel mio blog) e ritrovo tutto qui da te. Siamo alla follia, evidentemente, e da Magris a Travaglio credo che una risposta sia più interessante dell'altra
    Grazie
    henry

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  9. cara Harmonia,
    mi ero perso Panebianco (oggi citato da qualcun altro nel mio blog) e ritrovo tutto qui da te. Siamo alla follia, evidentemente, e da Magris a Travaglio credo che una risposta sia più interessante dell'altra
    Grazie
    henry

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  10. Ottimo lavoro di informazione a tutto campo, cara Harmonia. Sono le persone come te (e tu sei una grande Persona) che mi sollevano l'animo dal pessimismo cosmico in cui stiamo affondando.
    Un caro abbraccio

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  11. Ottimo lavoro di informazione a tutto campo, cara Harmonia. Sono le persone come te (e tu sei una grande Persona) che mi sollevano l'animo dal pessimismo cosmico in cui stiamo affondando.
    Un caro abbraccio

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  12. Un caro saluto Harmonia, sono tornato da poco e non ero informato di quanto accaduto, grazie a te per questa documentazione. Baciotto*

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  13. Il Prof. Panebianco mi pare opportunamente conciato per le feste....Brava Harmonia, per la segnalazione e il collage di risposte. Panebianco sarà consapevole del danno che fa?

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  14. panebianco è il peggio del peggio del peggio
    w i liberali veri (sono due, tipo, al mondo)

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  15. panebianco è il peggio del peggio del peggio
    w i liberali veri (sono due, tipo, al mondo)

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  16. Caselli lo hai aggiunto da poco vero? Non c'era mi pare.
    Grazie per i documenti.

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  17. Caselli lo hai aggiunto da poco vero? Non c'era mi pare.
    Grazie per i documenti.

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  18. Gran bel lavoro,sia l'argomento che le tesi grottesche esposte lo meritavano...Mi domando verso quali altri atroci e aberranti teorie si argini l'intelligenza e la bontà del genere umano...

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  19. L'eminente Panebianco si troverebbe bene nello stato (fascista) Iraniano anche loro usano la tortura per inculcarti la religione e la trovano una cosa necessaria

    Un abbraccio
    Mauri

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  20. L'eminente Panebianco si troverebbe bene nello stato (fascista) Iraniano anche loro usano la tortura per inculcarti la religione e la trovano una cosa necessaria

    Un abbraccio
    Mauri

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  21. Sinceramente ero all'uscoro della vicenda voglio verificare qualche altra fonte per potermi esprimere . Un saluto
    giulio

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  22. Sinceramente ero all'uscoro della vicenda voglio verificare qualche altra fonte per potermi esprimere . Un saluto
    giulio

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