lunedì 6 agosto 2012

Il passo decisivo per salvare l'Europa


Il passo decisivo per salvare l'Europa

di Jurgen Habermas Peter Bofinger Julian Nida-Ruemelin 





LA CRISI dell'Euro rispecchia il fallimento di una politica senza prospettive.

Al governo tedesco manca il coraggio di andare oltre uno status quo divenuto insostenibile.

Questa è la causa del continuo peggioramento della situazione nell'eurozona negli ultimi due anni, malgrado ambiziosi programmi di salvataggio e innumerevoli vertici d'emergenza.

La Grecia rischia dopo il crollo economico l'uscita dall'euro, che sarebbe collegato a incalcolabili reazioni a catena per gli altri membri dell'eurozona stessa.
Italia, Spagna e Portogallo sono cadute in una dura recessione, la disoccupazione non fa che salire. La sfavorevole congiuntura esaspera la situazione delle banche e la crescente incertezza sul futuro dell'Unione monetaria rende gli investitori sempre meno disposti ad acquistare titoli sovrani dei paesi deboli. Interessi in crescita sui titoli sovrani dei deboli, e la loro crisi economica sempre più grave rendono ancor più difficile il già non semplice processo di consolidamento.

Questa destabilizzazione che si rafforza da sola è creata essenzialmente dall'incapacità di formulare strategie anticrisi che vadano oltre la soglia di un approfondimento delle istituzioni europee. Ma giustificare un grande balzo in avanti del processo d'integrazione non è possibile solo pensando alla crisi dell'eurozona.

Occorre pensare anche alla necessità di imbrigliare con una riassunzione di poteri da parte della Politica lo spirito maligno degli universi paralleli e spettrali, creati da banche d'investimento e hedgefonds al di sopra dell'economia reale. Le misure necessarie per una regulation sono a portata di mano. Ma non vengono lanciate. Una potenza economica così grande come la Ue, o al minimo l'eurozona, potrebbero assumere un ruolo d'avanguardia. Solo con un significativo approfondimento dell'integrazione si può difendere una valuta comune, senza una catena di misure d'aiuti che alla lunga sovraccaricherebbe la solidarietà degli Stati nazionali europei. Una delega di sovranità a istituzioni europee è quindi inevitabile, e occorre un forte coordinamento di politiche finanziarie, economiche e sociali degli Stati membri, con l'obiettivo di riequilibrare le disuguaglianze strutturali nell'eurozona.

L'acutizzarsi della crisi mostra che la strategia finora imposta dal governo tedesco in Europa posa su una diagnosi errata.

La crisi attuale non è una crisi dell'euro. Il quale si è mostrato essere una valuta stabile. La crisi non è nemmeno una crisi del debito specifica dell'Europa; rispetto a Usa e Giappone, Ue ed eurozona sono ben poco indebitate. La crisi è una crisi di rifinanziamento di alcuni singoli Stati dell'eurozona, causata in prima linea da insufficienti garanzie istituzionali per la moneta comune.

L'escalation della crisi chiarisce che le soluzioni tentate finora sono insufficienti.

Dobbiamo perciò temere che l'unione monetaria, senza un cambio di fondo della strategia, non sopravviverà più a lungo nella sua forma attuale. Occorre una chiara diagnosi delle cause della crisi. Il governo tedesco sembra ritenere che i problemi siano causati in primo luogo da mancanza di disciplina fiscalea livello nazionalee che la soluzione sia prima di tutto una coerente politica di risparmi dei singoli Stati. Regole fiscali più severe e ombrelli di salvataggio legati a condizioni dovrebbero costringere quei paesi a una dura politica di austerità che indebolisce la loro forza economica e aumenta la disoccupazione.
In realtà nei paesi problematici non si è finora riuscito a limitare i costi di rifinanziamento e ridurli a dimensioni sopportabili, nonostante una serie di dure misure tra tagli e riforme di struttura.

Diagnosi e terapie espresse dal governo tedesco fin dall'inizio sono stati troppo unidimensionali. La crisi nasce non solo da errori a livello nazionale, ma anche da problemi di sistema. La risposta deve essere sistemica, non solo a livello nazionale. Solo una responsabilità comune per titoli sovrani dell'eurozona può eliminare o limitare i rischi d'insolvenza di un singolo paese. I dubbi secondo cui ciò lancerebbe stimoli sbagliati sono da prendere sul serio. La responsabilità comune dovrà andare insieme a severi controlli comuni sui bilanci nazionali, i controlli non saranno più realizzabili nel quadro della sovranità nazionale.

Esistono solo due strategie per superare la crisi: il ritorno alle valute nazionali in tutta la Ue, che lascerebbe ogni paese in balìa di oscillazioni e speculazioni imprevedibili, o la garanzia istituzionale di una politica fiscale, economica e sociale comune nell'eurozona con l'obiettivo di recuperare la capacità perduta d'agire della Politica davanti agli imperativi transnazionali del Mercato. Da una prospettiva che vada oltre la crisi attuale dipende anche la promessa di una "Europa sociale". Perché solo un'Europa politicamente unita potrà rovesciare il trend del passaggio da una democrazia dei cittadini e dello Stato sociale a una democrazia di facciata conforme ai mercati. La seconda opzione merita preferenza rispetto alla prima. Occorre porre le basi per un'unione politica. Chiediamo di non rinviare questi passi.

Chi vuole mantenere la moneta unica deve anche approvare una responsabilità comune, per non svuotare le deboli fondamenta democratiche della Ue. Il grido di battaglia della guerra d'indipendenza americana, 'no taxation without representation', trova oggi sorprendente eco. Serve un Legislatore europeo che rappresenti i cittadini e decida queste politiche, altrimenti violeremmo il principio secondo cui il legislatore che decide sulla ripartizione delle spese pubbliche coincida col legislatore democraticamente eletto il quale impone a tal fine le tasse.

Ma il ricordo storico dell'unificazione del Reich tedesco dovrebbe esserci di monito. I mercati finanziari non possono essere soddisfatti con costruzioni complesse e difficili da attuare mentre i governi in silenzio prendono in conto l'ipotesi che un potere centralizzato sia imposto ai popoli sopra le loro teste. I popoli devono prendere la parola. La Repubblica federale, rappresentante del maggiore paese donatore nel Consiglio europeo, dovrebbe prendere l'iniziativa della convocazione di un Convent costituzionale. Con un esito positivo di referendum i popoli europei potrebbero recuperare la sovranità strappata loro dai "Mercati".

La strategia del cambiamento dei trattati punta alla fondazione di un territorionocciolo dell'unione monetaria politicamente unito, aperto all'ingresso di altri paesi Ue, specie la Polonia.

Ciò richiede chiare idee costituzionali di una democrazia sopranazionale, che permettano un governo comune senza assumere le sembianze di uno Stato federale, modello sbagliato che metterebbe troppo alla prova la solidarietà di popoli storicamente indipendenti. L'approfondimento delle istituzioni europee può ispirarsi all'idea che un nocciolo europeo democratico rappresenti l'insieme dei cittadini dell'eurozona, ma nella loro duplice qualità di cittadino direttamente partecipante all'Unione riformata e di membro indirettamente partecipante di uno dei popoli europei.
Non è da escludere che la Corte costituzionale tedesca strappi l'iniziativa ai partiti, i quali allora non potrebbero più sottrarsi al dibattito. Un'iniziativa di Spd, Cdu e Verdi per un Convent costituzionale non sarebbe allora più illusoria.

La crisi che dura ormai da 4 anni ha suscitato una spinta alla tematizzazione, che sveglia come non mai l'attenzione delle opinioni pubbliche nazionali a temi europei. La coscienza della necessità di regolamento dei mercati finanziari e di superamento degli squilibri strutturali nell'eurozona è stata risvegliata.

Per la prima volta nella Storia del capitalismo una crisi scatenata da un suo settore avanzato, le banche, è stata risolta solo perché i governi hanno chiamato a responsabilità i cittadini come contribuenti per compensare i danni. I cittadini giustamente ritengono ciò scandaloso. Il diffuso sentimento di ingiustizia viene dal fatto che processi anonimi di mercato hanno acquistato nella coscienza dei cittadini una dimensione politica. Tale sensazione coincide con collera o impotenza.

Una discussione sulla finalità (ndr in francese nel testo) offre l'occasione di allargare la discussione finora limitata alle questioni economiche. La percezione dei rapporti di forza mondiali mutati da ovest a est e di un cambiamento nei rapporti con gli Usa spingono sotto un'altra luce i vantaggi sinergici di un'unificazione europea.

Nel mondo postcoloniale il ruolo dell'Europa è cambiato. Progetti e statistiche oggi preannunciano all'Europa il destino d'un continente sempre meno popolato, dal peso economico e dal ruolo politico decrescenti. I popoli europei devono imparare che potranno difendere e conservare il loro modello sociale di società del welfare e la molteplicità delle culture dei loro Stati nazionali solo agendo insieme. Devono unire le forze, se vogliono ancora avere influenza nell'agenda della politica mondiale e nella soluzione di problemi globali. La rinuncia all'unificazione europea sarebbe anche un'addio alla Storia del mondo.


JÜRGEN HABERMAS PETER BOFINGER JULIAN NIDA-RUEMELIN

La Repubblica, 4 agosto 2012

martedì 24 luglio 2012

«La Germania non affondi l'Europa
Sarebbe la terza volta in cent'anni»

Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La cancelliera miope. Se l'euro cade, noi saremo i grandi perdenti»


BERLINO - «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo».

Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d'europeo. L'ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che definisce «seria, molto seria» per l'Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari», senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l'investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità nella storia del Continente».

Lo incontro nella sede della «Joschka Fischer and Company», la società di consulenza strategica che ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni. Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una Germania cui l'Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.
«Mi preoccupa - spiega Fischer - che l'attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l'economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando».
L'ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l'Europa è oggi sull'orlo di un abisso. «O l'euro cade, torna la re-nazionalizzazione e l'Unione Europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la nostra generazione non mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l'Unione fiscale e l'Unione politica nell'Eurogruppo. I governi e i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso dell'austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi».
Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un'uscita controllata della Grecia dall'Eurozona?

«L'Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore dell'integrazione politica: questa era l'idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l'euro, non si verifichino un crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che seppellirebbe l'Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all'ampliamento verso Sud-Est, l'integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c'è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell'Europa. Senza contare che la Grecia fuori dall'euro precipiterebbe nel caos».

La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla?
 
«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c'è uno dei prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro: Unione politica e Unione fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase, l'Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l'impegno per la crescita, voglia riportare a 60 anni l'età pensionabile. Nessuno di questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se l'Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale».

Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell'austerità?
«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forte finché l'economia tedesca è forte. In Germania non c'è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l'Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico».

Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?
«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito all'opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice. "Perché dovremmo farlo?", è la domanda prevalente in Germania"».

Già, perché dovreste farlo?
«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant'anni di unità europea. Fine. Rien ne va plus . Purtroppo non abbiamo più un Helmut Kohl a dircelo».

E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo
immediato?
«L'europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione, è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di europeizzare l'intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo. Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere economico e le sue risorse la sopravvivenza dell'Eurozona. Bisognerà dire: siamo un'Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo bisogno dell'Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In gioco è il ruolo globale dell'Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere ascoltati».

Non è troppo tardi per tutto questo?
«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell'Ue hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo strategico. Non basta più».

Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?
«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi dell'Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c'era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».

E d'accordo a eleggere un presidente dell'Ue a suffragio universale, come suggerisce Wolfgang Schäuble?
«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le opposizioni parlamentari di ogni Stato dell'Eurozona fossero rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l'attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come l'Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader sarebbero membri del governo europeo».
L'intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia, vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un'esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l'Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini».

26 maggio 2012 (modifica il 27 maggio 2012)

lunedì 23 luglio 2012

Helmut Schmidt:

La mia Germania deve cambiare rotta


Chi crede che l’Europa possa essere risanata solo grazie ai tagli alla spesa dovrebbe studiare le nefaste ripercussioni della politica deflazionistica perseguita da Heinrich Brüning nel 1930-1932 che provocò la depressione e un’insostenibile disoccupazione, avviando di fatto il declino della prima democrazia tedesca. Oggi come ieri, il prezzo del nostro fallimento politico ed economico può essere altissimo. (MicroMega)
di Helmut Schmidt, da il Sole 24 Ore, 5 giugno 2012

Quando si è ormai avanti con l’età, si tende a ragionare per ampi lassi di tempo, con uno sguardo alla storia passata, ma anche verso un futuro auspicato e desiderato. Tuttavia, qualche giorno fa non sono stato in grado di dare una risposta univoca a una domanda molto semplice: "Quando la Germania diventerà finalmente un Paese normale?" Ho risposto che in un futuro prossimo la Germania non diventerà un Paese "normale" a causa del nostro enorme e peculiare fardello storico e della posizione centrale e soverchiante che il nostro Paese occupa a livello demografico ed economico in un continente molto piccolo, ma articolato in una compagine variegata di Stati nazionali.
Ogni volta che i sovrani, gli Stati o i popoli al centro erano deboli, i vicini avanzavano dalla periferia verso iI centro svigorito. Quando però le dinastie o gli Stati dell’Europa centrale erano più potenti o quando credevano di esserlo, sono stati loro ad attaccare la periferia.
Mentre la conoscenza e il ricordo delle guerre medioevali sono praticamente sprofondati nella coscienza dell’opinione pubblica e di massa delle nazioni europee, la memoria del secondo conflitto mondiale e dell’occupazione tedesca svolge ancora oggi un ruolo dominante anche se latente. Per noi tedeschi è decisivo il fatto che quasi tutti i nostri vicini e quasi tutti gli ebrei sparsi nel mondo ricordano l’Olocausto e le infamie commesse nei Paesi della periferia durante l’occupazione tedesca. Forse. Non ci è sufficientemente chiaro il fatto che quasi tutti i nostri vicini, probabilmente ancora per molte generazioni, coveranno una diffidenza latente nei nostri confronti.
Anche le generazioni che sono venute dopo devono fare il conto con questo fardello. La generazione di oggi non deve dimenticare che è stata la diffidenza verso un futuro sviluppo della Germania che nel 1950 ha aperto la strada all’integrazione europea.
Due le ragioni che indussero Churchill nel 1946 a invitare i francesi a riconciliarsi con i tedeschi per fondare gli Stati Uniti d’Europa: la creazione di una resistenza comune contro la minaccia dell’Urss e l’imbrigliamento della Germania in una più ampia unione. Con lungimiranza Churchill aveva previsto il rafforzamento della Germania. I leader europei e americani (cito George Marshall, Eisenhower, Kennedy, Churchill, Jean Monnet, Adenauer, de Gaulle, De Gasperi ed Henri Spaak) non agirono in forza di un "euro-idealismo", ma perché conoscevano la storia. Intravvedevano la necessità di evitare una prosecuzione della lotta tra periferia e centro tedesco.
Chi non ha compreso questo motivo originario dell’integrazione europea ignora una premessa imprescindibile per la soluzione dell’attuale crisi. Quanto più nel corso degli anni la Repubblica federale tedesca andava incrementando il proprio peso economico, militare e politico, tanto più l’idea di un’integrazione europea si profilava ai leader europei come una garanzia contro una presumibile inclinazione e debolezza dei tedeschi nei confronti del potere. La resistenza che Margaret Thatcher, Mitterand o Andreotti opposero nel 1989-1990 a una riunificazione nasceva dalla preoccupazione nei confronti di una Germania troppo potente. Ho ascoltato Jean Monnet quando fui chiamato a partecipare al Comitato "Pour les États Unis d’Europe" nel 1955 e ritengo che, in materia d’integrazione, il suo acume si palesò proprio nell’idea di perseguire l’intento mediante un processo graduale.
Da allora, non per ragioni ideologiche, ma perché comprendo l’interesse strategico della nazione tedesca, sono un sostenitore dell’integrazione e dell’imbrigliamento della Germania. L’intesa che instaurai con Giscard d’Estaing aprì le porte a un periodo di cooperazione franco-tedesca e al rafforzamento dell’integrazione, continuati con successo da Mitterand e Kohl. Al tempo stesso, dal 1950-1952 al 1991 la Comunità europea crebbe gradualmente da sei a dodici Stati.
Sul terreno preparato da Jacques Delors, Mitterand e Kohl diedero vita nel 1991 a Maastricht, all’Unione monetaria, concretizzatasi nel 2001. Alla base c’era, la preoccupazione francese per una Germania troppo potente e per un marco tedesco troppo forte. Nel frattempo l’euro è diventato la seconda valuta nell’economia mondiale.
Nelle relazioni interne come in quelle esterne la moneta unica si è rivelata la più stabile del dollaro e di quanto fosse stato il marco nei suoi ultimi dieci anni di vita. Tutto il parlare di questi tempi su una presunta "crisi dell’euro" non è altro che uno sventato ciarlare.
Dal Trattato di Maastricht il mondo ha vissuto grandi cambiamenti. C’è stata la liberazione dell’Europa dell’Est e l’implosione dell’Urss, la straordinaria ascesa della Cina e degli altri "emergenti". L’economia reale è ormai "globalizzata" e gli attori dei mercati finanziari globali si sono accaparrati un potere incontrollato. Al tempo stesso, la popolazione mondiate entro la prima metà del XXI secolo arriveremo a 9 miliardi di persone e gli europei ne rappresenteranno solo il 7% mentre fino al 1950, per ben due secoli, ne costituivano più del 20%. Parimenti diminuisce la quota europea del Pil globale: entro il 2050 si ridurrà al 10% dal 30% del 1950.
Se guardiamo dall’esterno, notiamo che da un decennio la Germania suscita un certo disagio. Sono poi emersi dubbi rilevanti sulla continuità della politica tedesca e sulla sua affidabilità. Tali dubbi nascono anche da errori commessi dai nostri politici e dall’altra parte dalla forza economica della Germania. Tuttavia non siamo sufficientemente consapevoli che la nostra economia è fortemente integrata nel mercato europeo ed è anche largamente dipendente dalla congiuntura mondiale. Andremo perciò incontro a un rallentamento della crescita delle esportazioni tedesche. Allo stesso tempo assistiamo a uno squilibrio nel nostro sviluppo a fronte di una persistente e massiccia eccedenza della bilancia commerciale e delle partite correnti.
Queste eccedenze rappresentano da anni il 5% del Pil e sono pari a quelle della Cina. Non ne siamo del tutto coscienti perché non sono più espresse in marchi tedeschi, ma i politici sono però costretti a prenderne atto. Tutte le nostre eccedenze sono in realtà deficit per gli altri. I crediti che abbiamo verso gli altri sono i loro debiti. Si tratta di una incresciosa lesione dell’«equilibrio nei rapporti economici con l’estero» che un tempo abbiamo elevato a ideale di legge. Questa infrazione preoccupa i nostri partner. E le voci che negli ultimi tempi si sono sollevate, soprattutto dagli Stati Uniti, che pretendono dalla Germania l’assunzione di un ruolo di leader europeo, non fanno che aumentare il sospetto dei nostri vicini, richiamando in vita i temuti fantasmi del passato.
Lo sviluppo economico e la contemporanea crisi della capacità d’azione degli organi della Ue hanno spinto la Germania ancora una volta a occupare un ruolo centrale. Insieme al presidente francese, il cancelliere Merkel ha accettato questo ruolo. Ma in diverse capitali europee cresce l’ansia nei confronti di un dominio tedesco.Questa volta non si tratta di un potere politico e militare, ma di una preponderanza economica. Se noi tedeschi ci lasciassimo tentare a pretendere una leadership europea avremo come risposta una decisa opposizione da un numero sempre crescente di Paesi limitrofi. La preoccupazione della periferia nei confronti di un centro troppo forte tornerebbe alla ribalta in tempi rapidi e le conseguenze ipotizzabili sarebbero deleterie per la Ue e implicherebbero un isolamento di Berlino.
La posizione centrale che la Germania occupa dal punto di vista geopolitico, l’infausto ruolo che ha assunto nel corso della storia europea fino alla metà del XX secolo, il rendimento attuale impongono a ogni governo tedesco di acquisire la capacità di immedesimarsi negli interessi dei partner europei e di mostrarsi pronti a offrire aiuto.
Del resto lo straordinario processo di ricostruzione degli ultimi decenni non è frutto solo delle nostre forze. La ricostruzione sarebbe stata impensabile senza l’aiuto delle potenze vincitrici del blocco occidentale, senza il nostro inquadramento all’interno della Comunità europea e del Patto atlantico, senza l’apertura dell’Europa dell’Est e senza la fine della dittatura comunista. Noi tedeschi abbiamo buone ragioni per essere riconoscenti e abbiamo l’obbligo di ricambiare con dignità la solidarietà ricevuta. Sono convinto che rientri nell’interesse strategico a lungo termine della Germania non isolarsi e non farsi isolare.
L’isolamento all’interno dell’occidente sarebbe pericoloso, ma nell’Unione europea o nella zona euro ancor più rischioso. Ritengo che questo vada ben oltre qualsiasi altro interesse di partito.
Effettivamente la Germania è stata per lunghi decenni un contribuente netto. Ce lo potevamo permettere e lo abbiamo fatto fin dai tempi di Adenauer. E naturalmente la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda sono stati sempre beneficiari. Di questa solidarietà l’attuale classe politica tedesca non è sufficientemente cosciente; eppure fino a oggi è stata data sempre per scontata. Come scontato, e sancito dal trattato di Lisbona, è il principio di sussidiarietà; l’Unione Europea deve farsi carico di ciò che uno Stato non è in grado di regolare e superare da solo.
Adenauer ha valutato correttamente l’interesse strategico tedesco nel lungo termine, nonostante la divisione della Germania. Tutti i suoi successori, Brandt, Schmidt, Kohl e Schröder hanno proseguito la politica di integrazione. Qualsiasi tattica di politica interna o estera non ha mai messo in discussione l’interesse strategico nel lungo periodo. Per questo motivo i nostri partner hanno potuto fidarsi per decenni della continuità della politica europea perseguita dai tedeschi, indipendentemente dai cambi di governo. Questa continuità è necessaria anche in futuro. Non esiste formula sicura per far fronte all’attuate crisi di leadership della Ue.
Né possiamo presentare l’ordinamento del nostro Paese come un modello, ma solo come un esempio. Tutti insieme abbiamo la responsabilità per quello che la Germania fa e non fa e per gli effetti futuri della sua condotta sull’Europa. Abbiamo bisogno di una razionalità europea ma anche di un animo aperto nei confronti dei nostri partner. Su un punto importante concordo con Jürgen Habermas che di recente ha affermato: «Per la prima volta nella storia della Ue stiamo assistendo a uno smantellamento della democrazia». Ed è proprio cosi: il principio democratico non è stato accantonato solo dal Consiglio europeo e dai suoi presidenti, ma dalla Commissione e dai suoi presidenti mentre l’Europarlamento non ha saputo esercitare un ruolo decisivo.
Ci troviamo di fronte a uno scenario in cui alcune migliaia di speculatori finanziari americani ed europei e qualche agenzia di rating hanno preso in ostaggio i governi in Europa. Non possiamo aspettarci che Obama contrasti queste dinamiche. Lo stesso vale per il governo britannico. Nel 2008 e 2009 i governi di tutto il mondo hanno salvato le banche con le garanzie e il denaro dei contribuenti. Ma già dal 2010 questa schiera di manager finanziari super intelligenti ha ripreso a giocare al vecchio gioco dei profitti e dei bonus. Un gioco d’azzardo che va a scapito di tutti quelli che non partecipano.
Se nessun altro è disposto ad agire devono scendere in campo i membri dell’Eurozona. La strada da seguire è l’articolo 20 del Trattalo di Lisbona. Il quale prevede che uno o più membri della Ue «potenzino la loro collaborazione». In ogni caso gli Stati che adottano l’euro dovrebbero mettere in atto una serie di regole per i propri mercati finanziari che abbiano ripercussioni su tutta l’Eurozona.
Dalla distinzione tra le normali banche commerciali da una parte e le banche d’investimento e "banche ombra" dall’altra, al divieto di vendite allo scoperto di titoli e di commercio dei prodotti derivati se non ammessi dagli organi di vigilanza sulle borse, fino a un’efficace limitazione di giri d’affari delle agenzie di rating che si rìpercuotono sull’Eurozona, attività finora non soggette a vigilanza. È certo che la lobby bancaria globalizzata ostacolerà con ogni mezzo questo tipo di provvedimenti, come ha fatto finora contro analoghe misure drastiche, permettendo che la schiera di speculatori costringesse i governi europei a stanziare nuovi "fondi salva-Stati" e a escogitare ogni mezzo per ampliarli. E’ giunto il momento di opporsi a questo sistema.
Se gli europei avranno la forza e il coraggio di portare a compimento una drastica regolamentazione del mercato finanziario, potremmo pensare di diventare a medio termine una zona di stabilità. Se falliremo il peso dell’Europa continuerà a diminuire, mentre il mondo si avvierà verso il duumvirato Washington-Pechino.Per l’immediato futuro dell’Eurozona sono senza dubbio da compiere i passi fin qui annunciati, in cui rientrano i "fondi salva-Stati", le soglie massime di indebitamento e il loro controllo, una politica economica e fiscale comune e una serie di riforme nazionali in materia di fisco, spesa pubblica, politica sociale e mercato del lavoro. Per forza di cose diventerà inevitabile anche un indebitamento comune che noi tedeschi non dobbiamo rifiutare per ragioni di egoismo nazionale.
Nei contempo non dobbiamo però propagare una politica di deflazione estrema per tutta l’Europa. Jacques Delors ha ragione quando pretende che insieme al risanamento dei bilanci debbano essere introdotti e finanziati anche progetti di crescita economica. Senza crescita, senza nuovi posti di lavoro, nessuno Stato potrà risanare le proprie casse. Chi crede che l’Europa possa essere risanata solo grazie ai tagli alla spesa dovrebbe studiare le nefaste ripercussioni della politica deflazionistica perseguita da Heinrich Brüning nel 1930-1932 che provocò la depressione e un’insostenibile disoccupazione, avviando di fatto il declino della prima democrazia tedesca.
(5 giugno 2012)

lunedì 7 maggio 2012


Caro Bersani, grazie!

Eri un bravo ragazzo: oggi sono stata salvata da una tua legge. Quasi certamente lo sei ancora, un bravo ragazzo. Ma fatti sentire, allora! Non siamo qui a pettinare Casini e/o quell'altro.

sabato 5 maggio 2012

da CAPALBIO
dove purtroppo non ho una casa, anzi non ho mai messo piede
BIOMASSA: AL CONTADINO NON FAR SAPERE...
Furio Colombo
Caro Furio Colombo, in qualità di agronomo con esperienza sul campo ultratrentennale posso dire che in Italia è pura follia realizzare centrali a biomassa come quella in progetto a Capalbio che, per funzionare, necessitano di coltivazioni agricole "dedicate" (quasi sempre cereali). Il nostro Paese importa oltre il 50 per cento dei cereali e pertanto ogni ettaro sottratto all'uso alimentare per produrre liquame è un insulto al buon senso e un attentato alla già scarsa sicurezza alimentare. Inoltre è scientificamente assodato che qualsiasi coltivazione per biomassa, per essere conveniente, deve fare uso intensivo di concimi chimici, fitofarmaci, carburanti.
Franco
L’AUTORE della lettera, che scrive da Bologna e motiva anche più dettagliatamente il suo dissenso, che del resto è il dissenso unanime dei cittadini, offre argomenti impossibili da negare semmai si aprisse un dibattito sull'argomento. Ma avrete notato che il dibattito non si apre mai. Le decisioni vengono prese in segreto, di solito immediatamente a ridosso di periodi festivi. Mentre scrivo di Capalbio (articolo su "Il Fatto" di domenica 29 aprile) giungono in redazione email con notizie di altri centri che subiscono la stessa disinvolta degradazione con la complicità del governo locale, il profitto di qualcuno e il tutto in gran segreto, senza annunci, comunicazioni, discussioni o anche solo un manifestino. Quanto al caso di Capalbio, da me denunciato, il presidente della Provincia (Grosseto) Leonardo Marras, Pd, sostenitore unico dell'imprenditore che vuole imporre il marcio della Biomassa sulla costa di Capalbio (società Sacra, con una rispettabile origine, e una improvvisa vocazione al "mobbing" dei cittadini) ha scritto al giornale "Il Tirreno" per avvertire che la mia protesta è "interessata" perché abito nella zona da vandalizzare. È vero. Ma si è guardato bene dal dire che non esiste un solo sostenitore del progetto. E di precisare chi sono e dove vivono le migliaia di cittadini che, firmando una petizione al Sindaco, si sono schierati contro l'attentato "biomassa" che squassa il paesaggio, liquida il turismo, inquina l'agricoltura di qualità, blocca il traffico. Il tutto in segreto. Ma il nuovo motto sembra essere "al contadino non far sapere quanto è buona la biomassa con il potere".
Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano - 00193 Roma, via Valadier n. 42
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Dove Grillo trova il suo terreno
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, domenica 29 aprile 2012
Caro Pier Luigi Bersani, 

... La località di cui ti sto parlando è bella, è nota, si chiama Capalbio, provincia di Grosseto. In Capalbio, oltre alla rocca, al paesaggio, agli ulivi, alle pecore e al mare, risiede la Sacra, una prosperosa, immensa azienda agricola di 1500 ettari che, per decenni, ha salvaguardato il paesaggio. Non più. Adesso vuole “fare profitto” e ha trovato una buona strada nel progetto di un impianto biomassa per la produzione di energia rinnovabile. Al nostro imprenditore privato fa comodo un terreno (acquistato con il falso, ma credibile pretesto di coltivare) in mezzo all'abitato di Capalbio Scalo, circondato di case, bambini, animali e colture di qualità, proprio di fronte al lago di Burano (una delle meraviglie locali) e al mare. Tutto viene (verrà) buttato all'aria, da ininterrotte emissioni di aria inquinata, cattivo odore, danno alle falde acquifere e scarico di ciò che si elimina dalla poltiglia maleodorante, che è la materia prima del biogas, nella laguna lago-mare. Ma per far funzionare il maleodorante impianto occorrono 1500 (mille e cinquecento) trattori con rimorchio che portino e riportino materia prima alla “fabbrica” del marcio, giorno e notte, avanti e indietro, per sempre. Il tutto su un'unica strada larga 5 metri, la sola che porti dal borgo al mare. Fine dell'agricoltura locale e fine del turismo. La ditta ha trovato subito un feeling con il presidente della provincia di Grosseto, certo Marras, (Pd) che in pochi giorni, a volte in poche ore, ha dato o trovato od ottenuto tutti i permessi, le autorizzazioni e i pareri favorevoli, comprese le Belle Arti. Ti interesserà notare che non solo in tutta l'area interessata, ma in tutta la zona, alta e bassa, vicina e lontana, di questo paese non si trova una sola persona (e non è mai stato esibito il nome di un solo cittadino) che abbia detto “sì” o “ma” o firmato qualcosa in favore del distruttivo impianto biomassa di cui stiamo parlando, e di cui nessuno (tranne l’imprenditore in cerca di profitto) ha bisogno. In migliaia hanno firmato “no”. Il rifiuto, che però nessuno, tranne il sindaco, ha mai ascoltato, è totale, netto, rabbioso, perché tutti conoscono il danno. Il Sindaco (Pd) circondato dai cittadini che affollano ogni volta a centinaia le sedute del Consiglio, ha scritto chiaro sul quotidiano regionale Il Tirreno la sua visione contraria. Proprio negli stessi giorni (29 marzo scorso) la Camera dei deputati aveva approvato una mozione a firma Bratti, Servodio, Mariani e molti altri deputati Pd, in cui si dice che “tra le criticità emerse nella diffusione delle bioenergia si sottolinea il conseguente incremento di mezzi pesanti e del relativo impatto ambientale (...) Occorre quindi che la governance delle regioni e delle province non permetta la concessione di autorizzazioni quando non sono presenti le corrette rassicurazioni per l'impatto ambientale (...) È auspicabile promuovere la realizzazione di impianti che siano compatibili con la salvaguardia delle produzioni agricole, specie quelle orientate alla qualità del prodotto (...) tenendo in adeguata considerazione l'impatto del traffico stradale sia per quanto riguarda le emissioni inquinanti e i problemi di congestione, sia per quanto riguarda l'inquinamento acustico”. Ma alle obiezioni competenti e rispettose di Nicola Caracciolo , presidente di Italia Nostra, e di Gianni Mattioli, docente di Fisica alla Sapienza e già ministro di Prodi, il Marras ha risposto con maleducato fastidio che “non sanno di che cosa parlano”.