domenica 7 maggio 2006

Dialogo tra un costituzionalista e un giovane ignaro di storia e di diritto


di Nicola Tranfaglia


Il giurista (A): ” Puoi dedicarmi un’ora del tuo tempo?
Vorrei parlarti di una legge costituzionale che sta per essere approvata per la seconda volta dal Senato nel silenzio di tutti gli italiani che ne hanno sentito parlare assai poco,se si escludono gli annunci del governo e alcuni articoli apparsi, per lo più, sulla stampa di opposizione.
E’ una riforma che riscrive o emenda in profondità 43 articoli degli 85 che formano la seconda parte della costituzione.
Il giovane (B):
 D’accordo. Per un’ora almeno non parleremo soltanto dell’Iraq,del Papa che non sta bene,delle comparsate di Berlusconi su tutti i canali televisivi.Sarà quasi una liberazione!


A: Il primo aspetto che vorrei sottolineare sono i poteri del primo ministro previsti dalla riforma.
E’ eletto direttamente dagli elettori in collegamento con l’elezione dei candidati alla Camera dei deputati(art.92),é esente dalla fiducia del parlamento ed é nominato dal presidente della repubblica sulla base dei risultati elettorali per la Camera dei deputati. Può chiedere che la Camera dei deputati si esprima con priorità su ogni altra proposta.In caso di voto contrario,il Primo ministro rassegna le dimissioni e può chiedere lo scioglimento della Camera dei deputati(art.94). E può nominare e revocare i ministri senza nessun controllo da parte del Capo dello Stato.


B: Ma non é possibile che la riforma dica proprio così. Se si toglie la fiducia del parlamento  per far agire il governo,quali poteri ha il parlamento per limitare i poteri dell’esecutivo? E se il primo ministro,può sciogliere la Camera quando gli vota contro, non spingerà i parlamentari a votare sempre per le sue proposte? Ma le cose sono sempre andate così?


A: Mi stupisce che tu mi faccia questa domanda.
 Non sai che l’attuale costituzione dà al Presidente della repubblica il potere di nominare il primo ministro con un  giudizio che é di valutazione della situazione politica e della maggioranza parlamentare che si può formare? Non sai che oggi spetta al Capo dello Stato,e non al primo ministro,sciogliere il parlamento se un governo viene battuto e il parlamento non é in grado di formare una nuova maggioranza?


B. No,ti confesso questo non lo sapevo. A scuola nessuno mi ha spiegato la costituzione vigente e all’università non seguo studi storici o di diritto.
Se il primo ministro ha tutti i poteri fissati dagli articoli 92 e 94, che cosa ci sta a fare il presidente della Repubblica:come si fa a rappresentare l’unità nazionale e a presiedere i massimi organi costituzionali se non si dispone di nessun potere e ci si limita a fare soltanto atti dovuti,di tipo notarile?

A. Vedo che arrivi anche tu a tirar queste conseguenze.Ma la riforma non si ferma qui.
All’attuale bicameralismo più o meno “perfetto” che ha caratterizzato la costituzione del 1947 e che é stato a lungo criticato in quanto espressione di un modello di stato unitario piuttosto che federale si sostituisce un senato cosiddetto federale “al quale vengono conferite addirittura funzioni decisionali finali nei confronti della Camera per le leggi che determinano i principi fondamentali nelle materie di legislazione regionali concorrenti e poteri esclusivi,sia pure temperati da un anomalo intervento del Presidente della repubblica,per la valutazione del contrasto di una legge regionale con l’interesse nazionale.”(Allegretti)
E poi nella legge si é creato un terribile pasticcio tra la scadenza dei consigli regionali e quella  dei senatori eletti con il nuovo sistema,tanto che l’ex presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, ha scritto sul “Sole 24 ore” che per questa parte la legge provocherà conflitti costanti e pasticci a cui rimediare di continuo.


B. Davvero non capisco. Perché se si vuol creare una Camera delle autonomie locali,come tante volte ho sentito dire,non si immagina un senato federale con poteri più chiari e indipendenti dagli organi regionali?

A.Vedi,più di un costituzionalista ha notato che in realtà non si é voluto creare una vera Camera delle autonomie per non limitare i poteri del primo ministro.Di qui é scaturito il pasticcio di cui ha parlato Onida.
Ad ogni modo
la cosa più grave é che domani si arriva alla seconda approvazione del Senato senza che la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana si sia resa conto che si sta smantellando la costituzione del 1947, la seconda parte ma fatalmente anche la prima per i legami forti che legano le due parti del dettato costituzionale,in vista di una nuova costituzione che non ha risolto i problemi di funzionamento del sistema,anzi li ha aggravati e, nello stesso tempo, ha annullato il controllo del legislativo sull’esecutivo,ha tolto poteri agli organi di controllo come il Capo dello Stato e le magistrature. In questa ultima discussione al Senato i tempi sono stati così stretti e contingentati che il maggior partito di opposizione ha avuto un minuto di tempo per ogni articolo del disegno di legge....


B. Non riesco a credere  a quel che mi dici.
Come é possibile che per una riforma così complessa e radicale si contingentino i tempi e il presidente del Senato accetti simili condizioni poste dall’esecutivo? La costituzione non é la cosa più importante per regolare i rapporti tra la politica e la società,tra i cittadini?
E come si potrà fare il successivo referendum se finora nessuno ha seguito il dibattito?

A. Eppure le cose vanno proprio così.
Per evitare  il ricatto della Lega Nord che,con il suo 3 per cento, minaccia l’uscita dal governo,i partiti maggiori della Casa delle Libertà vanno avanti a colpa di tempi contingentati e affrontano il probabile ostruzionismo dell’opposizione pur di licenziare il testo di un disegno di legge giudicato dalla grande maggioranza dei costituzionalisti italiani un pasticcio giuridico, prima che politico,
e un pericoloso passo verso la dittatura del primo ministro.


B.Ora me ne devo andare. Ma non si può dire che mi hai chiarito tutto. Quello che ancora non capisco é perché si butta a mare una costituzione che dura da sessant’anni e ha sempre evitato i pericoli di una dittatura e, al posto di essa, si vuol concentrare i poteri nel capo dell’esecutivo, penalizzando proprio il capo dello Stato e le magistrature di controllo.


A. Non posso spiegarti in pochi minuti come tutto questo é potuto accadere. Ma devo ricordarti che la crisi politica del paese dura ormai da più di vent’anni, per dire una data,dal delitto Moro. E da dieci anni viviamo in piena anomalia costituzionale.
Oggi  é  al potere un soggetto che vive in flagrante conflitto di interessi,domina quasi completamente  i media,aspira ad ottenere tutti i poteri.
Se gli italiani continueranno a votarlo e l’opposizione non li convincerà ad abbandonarlo,é fatale che si vada alla dittatura del primo ministro.
Ricordatelo e dillo ai tuoi amici che non si interessano alla politica. Sarà anche colpa loro se le cose andranno così.


Dedicato a Juliet e alle persone giovani come lei.


Fonte: http://www.articolo21.info/notizia.php?id=3545

lunedì 1 maggio 2006

Auguri a tutte le persone della Terra!


Auguri alla nostra Terra blu, con tutti suoi esseri viventi.


Auguri a chi lavora e trema sotto il peso tremendo di guerre ingiuste, auguri a chi deve pensare alla pace come a un sogno chissà quanto lontano.


Auguri alle bambine e ai bambini costretti a lavorare in tenera età, in condizioni di schiavitù o simili alla schiavitù.


Auguri alle lavoratrici e ai lavoratori la cui vita viene divorata da lavori pesanti e orari disumani.


Auguri a chi lavora in Paesi e contesti in cui i diritti umani fondamentali non sono rispettati.


Auguri alle lavoratrici e ai lavoratori precari, e a tutti coloro che sono vittime più di altri/e della nuova divinità che si chiama "mercato.


Auguri a noi, italiane e italiani, perché sia spazzata via la criminalità organizzata e no, perché possano realizzarsi i nuovi progetti, e possa rinascere il desiderio di sognare la gioia e la bellezza e la giustizia.


Possa l'interesse pubblico essere considerato di nuovo prevalente sul "particulare", nella prospettiva di una società in cui ognuno/a possa far fruttare al meglio i propri talenti, arricchirsi, avere successo, ma non con la violenza e la tracotanza del liberismo senza freni.


E fra i sentimenti festosi e augurali ci sia anche il compianto per le vittime del lavoro, per i morti e i feriti. Vittime quasi mai della fatalità, ma dell'incuria, della sottovalutazione della sicurezza, se non del disprezzo per la vita umana a fronte del profitto. Vittime che si perdono nel silenzio e nell'oblio, vittime che non hanno camere ardenti e bandiere, e, figurarsi, funerali di stato.

domenica 30 aprile 2006

Senatori a vita


Foto del Senatore Rita LEVI-MONTALCINI  Grazie, senatrice a vita Levi Montalcini, grazie a lei, la più carica di anni e di energia! Grazie per la sua presenza lucida e limpida nel nostro Senato, per la sua preziosa levità di cittadina consapevole e responsabile, per l'impagabile trasparenza della sua vita, che le auguro sia ancora lunga e feconda.


 Grazie , senatore a vita Scalfaro,  secondo per età alla senatrice Levi Montalcini e impavido presidente provvisorio del Senato tra il 28 e 29 aprile. Grazie per la sua resistenza nel gravosissimo compito di guidare una seduta del Senato molto ardua e pesante. Grazie per la difesa dei principi della nostra Costituzione in quel livoroso venerdì al Senato. Grazie per la difesa della Costituzione stessa ancora in pericolo, almeno fino al voto popolare nel referendum confermativo del 28 e 29 giugno prossimo.


Foto del Senatore Giulio ANDREOTTI  Tutto il mio rammarico per lei, Senatore a vita Andreotti, anche lei carico d'anni e d'esperienza. Rammarico per la sua scelta politica di dividere il nostro Paese già diviso ad abundantiam. Si è presentato come figura super partes, ma la sua ben nota intelligenza non può averle impedito di capire quale doveva essere il suo ruolo, che, deo gratias, non è stato. Il mio rammarico è sincero, senza ironia, perché mi è dispiaciuto davvero che lei abbia potuto accettarlo, quel ruolo, incomprensibilmente. Mi affido a un articolo odierno di Barbara Spinelli  per spiegarle motivazioni e perplessità.


Risarcire Belzebù


Se nella campagna elettorale si fosse parlato dell'essenziale - della legalità tenuta in spregio da anni, del conflitto d'interessi, della legge che in Italia non ha più maestà - forse non ci sarebbe stato il caos che abbiamo visto l’altra notte quando si è trattato di nominare il presidente del Senato. Non ci sarebbe stato questo nuovo manifestarsi d'un tumore che affligge gran parte della classe politica, che non accenna a mitigarsi nonostante la sconfitta di Berlusconi, e che può esser riassunto nelle seguenti malformazioni: il prevalere dell'interesse particolare o personale su quello collettivo, il primato dell'emozione vendicativa sulla valutazione razionale dell'utile per l'Italia, la sistematica preferenza data alla divisione, al disfacimento di quel che si potrebbe fare, al ricatto, al voto di scambio, all'avvertimento che promette e non promette, insinua e impaura.

Adesso Marini è stato eletto presidente e Prodi ha l'inconfutabile diritto a governare con il sostegno di ambedue le camere, ma i miasmi delle ultime ore converrà tenerseli accanto come ammonimenti, per capire quel che sta davanti al futuro governo e agli italiani. In particolare converrà avere accanto il ricordo di come Andreotti, candidandosi, ha contribuito a tale inquinamento. A partire dal momento in cui su suggerimento di Berlusconi è sceso in campo per contrastare la candidatura di Marini, a partire dal momento in cui s'è ostinato a restare in gara pur essendosi accorto che l'imparziale spirito d'unità che pretendeva incarnare era una menzogna, si poteva infatti prevedere la massima confusione. Diabolus, che vuol dire divisore, è lo spirito maligno che imprigiona l'Italia politica e non stupisce che questo sia il nome attribuito al senatore: Belzebù. Se nella campagna elettorale si fosse parlato di legalità da restaurare non ci sarebbe stato spazio per un rientro di Andreotti all'insegna di questo epiteto, e per quel che s'è accompagnato a tale rientro: i voti sbagliati per Marini denominati pizzini, il vocabolario della mafia che entra in Parlamento e l'infanga, le parole eversive dette dall'ex maggioranza contro Scalfaro.

Quest'ultima avventura di Andreotti resta come una ferita, uno sgarro. Una ferita che oscura le non poche sue condotte benefiche, e anche integre: la battaglia per l’Europa, la scelta di difendersi nei processi e non contro i processi. Ha detto il senatore che voleva apparire come uomo sopra le parti, un tipico esponente del centro che rifiuta l'aspro conflitto bipolare: ma come tale non si è comportato, seminando piuttosto divisione. La nozione stessa di centrismo esce devastata dall'esperienza, perché ancora una volta ad affiorare è stato l'estremismo del centro, che si dilania sulle persone avendo perso cognizione del conflitto di idee. Da questo punto di vista è più super partes Bertinotti, che alla Camera non ha esitato a dire: «Sono un uomo di parte che per questo motivo, però, non teme il conflitto. (....) Ma non bisogna lasciar scivolare la politica nella coppia amico-nemico».

Altri dicono più verosimilmente che Andreotti voleva levarsi un sassolino dalla scarpa (nel frattempo se n'è tolti tanti, troppi: fin da quando si augurò, nell'agosto 2005: «Meglio sarebbe che Violante e Caselli non fossero mai esistiti». O quando equiparò il proprio processo al calvario di Gesù), e ha fallito prestandosi a un'impresa disgregante anziché unitaria. Quest'idea di adoperare la politica per levarsi sassolini, strappar poltrone, è un'usanza che rischia di fare tanti più proseliti, quanto più viene considerata normale. Quando Andreotti sostiene che il potere logora chi non ce l'ha, è a quest'usanza che sembra pensare. È la convinzione che il politico sia autentico solo se è costantemente ai comandi e non, come in Plutarco, «governante per breve tempo, e governato per tutta la vita». Una convinzione non fugata dalla vittoria di Prodi.

È l'usanza di chi nella politica vede un mezzo per propri calcoli o rivincite e neppure sa cosa sia, dare uno scopo a sé e anche alla pòlis. Il sassolino di cui Andreotti voleva disfarsi è un macigno, ed è gravissimo che nessuno glielo abbia fatto capire, a cominciare dalle gerarchie ecclesiastiche. La giustizia lo ha assolto solo in apparenza, perché nella motivazione della sentenza la sua contiguità con la mafia fino all'80 è attestata: se non ha pagato per questo reato è perché esso fu prescritto, non perché non fu commesso. I giudici d'appello hanno emesso a Palermo una chiara sentenza nel 2003, resa definitiva dalla Cassazione nel 2004, quando hanno evocato: «un'autentica, stabile e amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi» fino alla «primavera del 1980». Se la legalità italiana non fosse da tempo e in misura crescente qualcosa di opinabile, Andreotti non avrebbe potuto osare esporsi così, e offrire un pessimo esempio ai politici dei due campi.

Da questa patologia il centro sinistra dovrà prima o poi ripartire, perché essa permette il continuo riemergere di personaggi che con la legalità hanno rapporti distorti: personaggi che Sylos Labini chiama i neomachiavellici, presenti a destra come a sinistra e sempre pronti non a distinguere la politica dalla morale, ma a contrapporre l'una all'altra (Sylos Labini, Ahi serva Italia). La caratteristica di simili personalità è l'indifferenza all'etica pubblica, la disinvoltura con cui minacciano slealtà, mercanteggiano lealtà, usano parlare di gioco politico per dissolvere nella levità dei vocabolari infantili la distruttività. Sono chiamati spesso simpatici per il modo in cui esibiscono la spregiudicatezza come un pennacchio (lo osservava con acutezza Thomas Mann, poco dopo l'ascesa di Mussolini, nel racconto Mario e il Mago: «Quello strano tipo di uomo, che gli italiani chiamano simpatico, confonde singolarmente il giudizio morale con quello estetico»). Altri attributi estetizzanti si sono nel frattempo aggiunti: geniale, coraggioso, intelligente, addirittura intelligentissimo. L'imperturbabilità nelle tempeste è scambiata automaticamente col coraggio, il cinismo è preso per acume: qui fiorisce spesso l'estremismo del centro.

La morale, con tutti questi attributi, non ha rapporto alcuno. La morale del geniale è quella tartufesca di chi ininterrottamente chiede un qualche risarcimento per i sacrifici fatti, una compensazione per la lealtà che in politica si dovrebbe dare gratuitamente. Andreotti abilitato a togliersi sassolini diventa modello, anche se sconfitto: ognuno ritiene di poter rivendicare un indennizzo sotto forma di promozione, in cambio della propria fedeltà. Nel dizionario Battaglia il risarcimento è «la riparazione di danni causati ingiustamente, l'ottenere soddisfazione a seguito di un danno morale, un'offesa, un'ingiustizia». Tutto a questo punto può divenire illecita offesa, danno morale: perdere la maggioranza nel voto, subire indagini, processi: tutti - da Berlusconi a Andreotti - devono esser pacificati con risarcimenti. Se così stanno le cose, son soprattutto le parole ad ammalarsi e a dover esser ripulite. Questa non è la seconda repubblica di cui si parla, né stiamo entrando nella terza. Siamo tuttora immersi nelle escrescenze della prima, che l'hanno appestata.

Stiamo tuttora cercando il gancio che ci riconnetta con l'Italia quando fu davvero coraggiosa: nel Risorgimento, nella Resistenza, nel dopoguerra. Certo siamo in emergenza, e ogni emergenza richiede larghe intese per fronteggiare ingovernabilità e maggioranze esigue. Ma larghe intese su cosa precisamente, su quali requisiti personali, pubblici? Se il terreno comune non ha come base la maestà della legge e la moralità da restaurare, le larghe intese sono un complice patto che perpetua il fango e rende grotteschi i paragoni con la grande coalizione tedesca. Se non si cerca un altro tipo d'accordo, l'insolente distruttività delle ultime ore si ripeterà per l'elezione del Capo dello Stato, e vorrà dire che dalle notti di aprile si è appreso poco. Il centrosinistra potrebbe forse proporre queste intese all'opposizione: su legalità, etica pubblica, imparzialità vera delle nomine. Se Berlusconi e alleati dissentiranno, vorrà dire che ben altro vogliono: non intese ma cosiddetti inciuci. Un vocabolo che dissolve ogni cosa - civile coerenza, divisione tra destra e sinistra - nei miasmi del pateracchio, del pettegolezzo e dell'intrigo.

Per Andreotti questi non sono stati giorni di riscatto, proprio perché da essi si era aspettato non già giustizia ma risarcimento. Questi sono stati giorni in cui la terribile profezia di Aldo Moro, pronunciata in una lettera dalla prigionia brigatista («Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice»), si è in parte avverata e non è stata contraddetta da una vera conoscenza di sé, oltre che delle proprie responsabilità. Barbara Spinelli


Fonte: La Stampa, 30 aprile 2006 - Fotografie dal sito del Senato della Repubblica Italiana.



Il testo della sentenza che assolve Andreotti (Cassazione 49691/2004) nel sito CittadinoLex. (cfr. il punto 7 e le ultime due righe che recitano: (La Corte Suprema di Cassazione) "Rigetta il ricorso del Procuratore Generale e dell'imputato e condanna quest'ultimo al pagamento delle spese processuali.)

venerdì 28 aprile 2006

"Onorate i morti. Proteggete i vivi. Ponete fine alla guerra."


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<Sikkimese Art by Norbu Lama>


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Prendo a prestito



 queste tre richieste fondamentali fatte da Cindy Sheehan al "governo" degli Stati Uniti a conclusione di un articolo dal titolo
"I corpi si stanno accatastando" (20 Marzo 2006).


Sono tre richieste che faccio anche al nostro governo prossimo venturo. Ne aggiungerei una quarta all'Unione Europea dalla quale continuo ad aspettarmi una politica estera unitaria di impegno nella ricerca di soluzioni pacifiche dei conflitti, al di là degli egoismi nazionali e della miopia strategica.


Sono strani questi "governanti", animati certo da grandi ambizioni personali ma senza lungimiranza. Potrebbero costruirsi un monumento più grande di quello che sarebbe il radicale allontanamento dal "terribile amore per la guerra" (Hillman), inteso anche come nuovo gradino nella scala evolutiva della specie homo sapiens sapiens, non diverso dall'acquisizione della stazione eretta o della costruzione di strumenti o del linguaggio?


"I Buddisti dicono che ognuno muore due volte. Una volta quando il suo corpo muore e una volta quando muore l'ultima persona che si ricordava di lui/lei. Voglio che Casey e i suoi compagni vivano per sempre. Voglio che le memorie dei nostri figli che sono stati tragicamente uccisi in questa guerra siano onorati ricordandoli come le ultime vittime del complesso militare industriale e non come marionette usate in un gioco perverso di avidità aziendale in preda ad una furia violenta e corruzione governativa e fredda mancanza di cuore. Il tutto impunemente."


A queste riflessioni della signora Sheehan aggiungerei che tutte le vittime sono vittime, anche se umanamente il dolore per le persone più vicine è più intenso.
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Immagine di Norbu Lama (qui).

martedì 25 aprile 2006


25 aprile: 61 anni dalla Liberazione


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 Il giorno della liberazione arrivò dopo lunghe dolorose battaglie. E' diventato il simbolo della sconfitta definitiva di due regimi totalitari in cui noi italiane e italiani eravamo intrappolati, col dolore per gli orrori da quei regimi perpetrati negli anni e la vergogna per averli resi possibili o almeno non averlo impediti. 


Oggi, dopo decenni di confronto non privo di asprezze ma finalmente democratico, dobbiamo stare molto attenti perché le fondametali conquiste politiche, civili, morali non vengano disperse o alterate dal tempo, dalla dimenticanza, e anche dai molti tentativi di riscrivere e distorcere i fatti così come accaddero. Soprattutto dobbiamo vigilare perché non vengano equiparati i significati delle posizioni assunte dai liberatori contro i gli occupanti nazisti e dagli irriducibili sostenitori della dittatura, gli irriducibili fascisti della Repubblica di Salò. (E' bene ricordare che questo rischio è stato seriamente corso nell'ultima legislatura di centro-destra, quando per un soffio non è stata votata una legge che voleva equiparare "partigiani" e "repubblichini").


Prevalse allora la saggezza di superare le divisioni profonde e di esaltare ogni possibilità di condivisione di valori comuni, che avrebbero costituito il tessuto della Costituzione della Repubblica Italiana. Quella saggezza deve guidarci ancora nei giorni presenti, in cui il testo della nostra Costituzione è stato devastato da una non ampia maggioranza autoritaria.


 


Vignetta dal sito Peacelink.

domenica 23 aprile 2006

Aspettando il 25 Aprile


Quest'anno la festa per l'anniversario della Liberazione dell'Italia dal fascismo e dal nazismo arriva più che mai carica di significati e di memorie che spero possano  menti e cuori verso una pacificazione di cui qualcuno ancora ci rende assurdamente bisognosi.


Ho trovato un documento eccezionale nel blog dell'amica Marzia, una fotografia con una breve intensa spiegazione di una vicenda tragica, una delle innumerevoli vicende di eroi ed eroine che ci donarono la possibilità di realizzare la nostra repubblica democratica basata su idee di libertà e giustizia.


Foto di famiglia in Alchimie


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 foto qui >>>

sabato 15 aprile 2006

Thich Nhat Hanh


Che cos'è la vera pace?



La vera pace è sempre possibile. Certo, richiede forza e pratica, specialmente in tempi molto difficili. Per alcuni, pace e nonviolenza sono sinonimi di passività e debolezza. In verità praticare la pace e la nonviolenza dentro di noi significa coltivare attivamente la comprensione, l'amore e la compassione, anche di fronte all'equivoco e al conflitto. Praticare la pace richiede coraggio, specialmente in tempi di guerra.


 Tutti noi possiamo praticare la nonviolenza. Si comincia col riconoscere che nel profondo della nostra coscienza abbiamo sia i semi della compassione sia quelli della violenza. Prendiamo consapevolezza che la nostra mente è come un giardino che contiene in sé semi di ogni genere: semi di compresnsione, semi di perdono, semi di presenza mentale e anche semi di ignoranza, di paura, di odio. Ci rendiamo conto che in ogni singolo momento possiamo comportarci in modo violento oppure compassionevole, a seconda della forza che hanno quei semi dentro di noi.


I semi della rabbia, della violenza e della paura in noi, innaffiati svariate volte al giorno, crescono e si rafforzano; allora non riusciamo più a essere felici, ad accettarci: soffriamo e facciamo soffrire coloro che abbiamo attorno. Invece quando sappiamo coltivare in noi tutti giorni i semi dell'amore, della compassione e della comprensione, questi si rafforzano, mentre i semi della violenza e dell'odio diventano sempre più deboli.


 


da L'unica nostra arma è la pace. Il coraggio di costruire un mondo senza conflitti, Oscar Mondadori, pagg. 7-8



Mandorlo in fiore