domenica 30 settembre 2012

IL SUCCESSO DI QOHÉLET IL LIBRO SULLA VANITÀ CHE PIACE IN TEMPI DI CRISI
 
di Gustavo Zagrebelsky

                               
Il figlio di Davide, re in Gerusalemme, non è un sistematico. Il suo linguaggio è a salti, pezzi e bocconi, aggiunte e contraddizioni. Tale composizione ha permesso agli interpreti di Qohélet di rispecchiare se stessi nel testo con molta libertà, piuttosto che rispecchiarlo. In quanto sfogo d'uno spirito radicalmente sfiduciato o deluso circa il vero, il giusto, il buono, circa tutto ciò che ha valore in sé, si è considerato questo piccolo libro (chiamato anche Ecclesiaste) un precursore dell'arte di vivere senza eccessi («non essere né troppo giusto né troppo malvagio»: 7,16) à la Montaigne o la testimonianza d'un disperato della vita ("voglio provare la gioia, ma a che giova?: 2, 2) à la Leopardi, per fare solo due nomi.
 
Si è visto in lui un padre dello scetticismo, del nichilismo, della disperazione e, alla fine, dell'edonismo egoistico, come farmaco e rimedio al taedium vitae di Lucrezio e Seneca o allo spleen di Baudelaire. Ma l'esaltazione della vita, soprattutto giovanile, ha fatto pensare anche a un'apologia della gioia di vivere. Altri, nella denigrazione dei beni del mondo hanno visto un "antidoto all'idolatria" delle cose vane e brevi (E. Bianchi): oggi, il successo, il denaro, i prodotti della tecnologia.

Queste sono più o meno arbitrarie interpretazioni attualizzanti. Qualcuno, seguendo Renan, vi ha perfino visto tratteggiato il profilo psicologico dell' Ebreo moderno, completamente secolarizzato e assimilato al mondo: una visione che può facilmente essere generalizzata. Ma, in fondo, ogni interpretazione è attualizzazione e riflette il volto dell'interprete nelle condizioni del tempo che è il suo.

In quanto testo privo di certezze "ontologiche", che colloca l'essere umano in uno spazio non governato dalla dura verità dell'essere divino che si rivela o che è rivelata, lo si è considerato espressione di "spirito laico": lo spirito della ricerca e dalla sperimentazione pragmatica di "tecniche di sopravvivenza" materiale e spirituale.

Oppure, infine, s'è parlato di "spirito d'attesa", soggiacente all'esaltazione della vanità del mondo. Nel vuoto della vita e nell'insignificanza in cui siamo immersi, Qohélet ci fa sentire l'urgente bisogno di uno svelamento, di una "rivelazione".

Sarebbe un libro dell'attesa, quasi un'invocazione messianica. Finalmente, la denigrazione del mondo si può intendere come una spinta, una preparazione all'accoglienza di un mondo che verrà, un "mettersi sulla soglia" di qualche evento o avvento portatore di senso (P.De Benedetti). Questa è la pia interpretazione cristiana, già a partire dall'orazione "Vanitas vanitatum" di Giovanni Crisostomo: un'interpretazione che la svalutazione luterana del mondo e l'attesa della salvezza solo "per grazia" accentueranno.
 
Qui, non c'è da prendere posizione. Il testo è fisso, le parole sono ricche di significati e le interpretazioni sono libere. L'unica cosa che non si può negare è l'esistenza del filo conduttore, la vanità delle vanità che lega tutto il discorso, dall'inizio alla fine, in un moto circolare, che riproduce letterariamente la legge universale che muove in un circolo chiuso le cose del mondo, sotto il sole.

Un libro attuale? All'epoca in cui fu il libro fu scritto (tra il III e il II secolo a. C.) dovette esserlo. Non mancano accenni polemici, oggi quasi incomprensibili, a vicende contemporanee. In generale, Qohélet è figlio del suo tempo, un tempo d'incertezze rispetto ai valori della tradizione, insidiati da influenze scettiche provenienti dalla cultura ellenistica, dal sorgere di sette fanatiche come quella degli Esseni, e da movimenti politico-radicali per la restaurazione della pura fede dei padri, senza che valori nuovi apparissero all'orizzonte: un tempo del "non più" e del "non ancora". Qohélet reagisce con distaccata indifferenza, come i grandi scettici che additano nei piccoli piaceri l'efficace lenimento dei dolori d'una vita senza speranza.

E oggi? Se guardiamo al successo che il nostro testo incontra, e in misura crescente, nella letteratura esegetica, nella poesia, nel teatro, nella musica, nel senso comune che si è appropriato di tante espressioni di Qohélet, facendole sue e dimenticando la fonte; se diamo al giovanilismo odierno, alla paura dell'invecchiamento e agli esorcismi contro la morte il significato d'un marchio del tempo, al di là del loro aspetto grottescoe disperato, possiamo forse credere in Qohélet come filosofo per i nostri giorni, e fare nostra la parola di Ceronetti: qohéletite. Anche questo odierno incontro potrebbe essere un sintomo di qualcosa, come un'infezione dello spirito.

Oppure, potrebbe essere il segno della speranza in qualcosa che deve nascere. Per capirne di più, occorrerebbe l'interrogazione, niente di meno, sui caratteri profondi dello spirito dell'epoca attuale, nel confronto con lo spirito cui Qohélet, ventidue secoli fa, diede voce.

Anche la saggezza di Qohélet è vana? Di qohéletite si può morire. E anche morire percorrendo una strada di piacevolezze. Chi non ha sentito il fascino poetico delle potenti immagini che descrivono l'insignificanza dei giorni della vita "sotto il sole"? Chi non direbbe: è proprio così, so anch'io che è così?

Le parole di Qohélet cadono su un terreno predisposto ad accoglierle. E chi non ha detto: prendiamo dalla vita, momento per momento, il piacere effimero che può dare, senza pensare al futuro? Anche a questo, il terreno è predisposto. E se poi Dio "ti convocherà in giudizio" (11,9), gli si potrà dire: ma proprio tu mi hai messo nella disperata condizione mortale e non mi hai detto come uscirne. Devo sì ricordarmi del mio creatore (12, 1), ma proprio perché me ne ricordo e so d'essere quello che hai voluto ch'io fossi, procedo così. Condannami, se puoi! Dunque, la voce di Qohélet è seducente.
 
Ma è anche convincente? Egli si presenta spoglio d'ogni orgoglio e anche in questo consiste il suo potere seduttivo. Ma la sua è modestia solo apparente. Non dice: questo o quello è vanità, ma tutto, veramente tutto, è vanità, anzi è vanità delle vanità.

In verità, qui non c'è modestia, ma massima prova d'orgoglio. È un mettersi al di sopra di tutto e di tutti. Ma quest'atto d'orgoglio troppo s'innalza e rovina su se stesso. Se tutto è vano, infatti, lo sono anche, e specialmente, le parole di Qohélet stesso. Se non sono vane, allora non è vero che tutto è vano e altro ci può essere che contraddice "non vanamente" quelle parole.

Del resto, Qohélet, sulla sua "vanità" costruisce addirittura un'etica, l'etica del vano godimento della vita. In base a quale principio o autorità preminente può egli dire che tutto è senza valore, salvo ciò che viene detto da lui stesso?

Si uscirebbe dalla difficoltà se si dicesse che il nostro testo non parla della "vanità" della vita, ma solo dei "vanitosi" che incontriamo nella vita: questi sì sarebbero vani e vuoti, ma tra questi potrebbe non esserci Qohélet stesso in quanto egli prenda le distanze (come in 7, 8) dalla vanità dei vanitosi. La vanità e la vuotaggine, allora, potrebbero non riguardarlo. Ma, per quanto le interpretazioni possano spaziare, una come questa varrebbe ad appianare le impervie vette del testo in una visione banalizzatrice, ma trascurerebbe il dato più evidente: Qohélet non si professa affatto diverso da tutti gli altri mortali; non si dichiara esente dalla legge generale della vanità della vita.

Al contrario, anch'egli è completamente irretito nella vanità del mondo, nell'assurdità di tutte le vite che si svolgono sotto il sole, destinate a essere ugualizzate nella morte. Si considera un "pezzo" della generale insensatezza; anzi, un testimone autorevole di questa generale condizione.

Non dobbiamo considerare quelle che precedono vane esercitazioni logiche.
Dobbiamo invece respingere, come fallaci e tentatrici, tutte le affermazioni autoriflessive circa il valore (vero o falso, vano o non vano) delle affermazioni medesime. Esse sì sono insensate. Una proposizione nonè vera o falsa perché tale è detta da chi la pronuncia. Occorrerebbe un fondamento, un criterio esterno. Orbene, potrebbe essere tanto che Qohélet abbia ragione quanto che abbia torto. Ma, per poter dire una cosa o l'altra, dobbiamo cercare la verità fuori delle sue parole. Non c'è verità in Qohélet.

C'è molta suggestione e poesia, autocompiacimento d'un animo depresso, ideologia - qohéletite - tipica d'un tempo di crisi.

C'è nelle sue parole "fame di vento". O, forse, c'è la generalizzazione d'un'esistenza individuale di fallimenti. Ma perché dovremmo concedergli l'autorità di parlare per tutti e per sempre, e condannare come insensata in generale la ricerca di qualcosa che vale, e come illusoria l'azione rivolta a costruire, nella vita individuale e in quella collettiva, qualcosa che vana non sia?

GUSTAVO ZAGREBELSKY

sabato 29 settembre 2012

Introduzione del reato di tortura: ddl rinviato in Commissione

Notizie dal Senato
Mercoledì 26 Settembre 2012
 

L'Aula ha deciso il rinvio in Commissione Giustizia del ddl n. 256 (e connessi) sull'introduzione nel codice penale del reato di tortura e su altre norme in materia di tortura.

Il primo articolo del testo in esame introduce nel codice penale l'articolo 613-bis, che punisce con la reclusione da tre a dieci anni chiunque, secondo una definizione che ricalca quella della Convenzione internazionale del 1984, indebitamente ed intenzionalmente cagiona acute sofferenze psichiche o fisiche, mediante minaccia grave o comportamenti disumani o degradanti la dignità umana, ad una persona che non sia in grado di ricevere aiuto, al fine di ottenere da essa o da altri informazioni o dichiarazioni su un atto che essa o altri ha commesso o è sospettata di aver commesso, ovvero al fine di punire una persona per un atto che essa o altri ha commesso o è sospettata di aver commesso, ovvero per motivi di discriminazione, sia essa etnica, razziale, religiosa, politica, sessuale o di qualsiasi altro genere.

L'articolo 2 modifica l'articolo 191 del codice di procedura penale, chiarendo che le dichiarazioni ottenute mediante tortura, così come definite dall'articolo 613-bis del codice penale, possono essere utilizzate solo contro le persone accusate di tale delitto al fine di provarne la responsabilità e di stabilire che le dichiarazioni stesse sono state rese in conseguenza della tortura.

L'articolo 3 modifica il testo unico sulla disciplina dell'immigrazione e della condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998, stabilendo l'impossibilità di respingere, espellere o estradare una persona verso uno Stato nel quale si ritiene che rischi di essere sottoposta a tortura.

L'articolo 4, infine, esclude l'applicabilità dell'immunità diplomatica per i cittadini stranieri condannati o processati per tortura in altro Paese o da un tribunale internazionale.

giovedì 27 settembre 2012

Il reato di tortura può aspettare
Pdl, Lega, Udc bloccano la legge
 
 
 
L'Aula di Palazzo Madama, dopo due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione il testo di legge che permetterebbe finalmente all'Italia di rispettare le convenzioni internazionali
Il passo in avanti mosso dalla Commissione Giustizia del Senato per permettere finalmente all'Italia di rispettare le convenzioni internazionali sulla tortura, si è improvvisamente arenato ieri.

L'Aula di Palazzo Madama, dopo quasi due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione per «ulteriori approfondimenti» il testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale messo a punto dal relatore Felice Casson.

A bloccare l'iter ci hanno pensato Lega, Pdl e Udc, timorose che l'introduzione del reato, così come è previsto e formulato nella Convenzione Onu ratificata dall'Italia nel 1988, possa limitare l'azione delle forze dell'ordine. Particolare preoccupazione desta l'articolo 1 che parla di «reiterate lesioni o sofferenze fisiche o psichiche ad una persona», queste ultime da eliminare, secondo il centrodestra. «È un vergognoso gioco a rimpiattino - ha commentato Casson - In commissione il testo è stato approvato all'unanimità, abbiamo proposto almeno dieci soluzioni possibili ma evidentemente qualsiasi soluzione al centrodestra non va bene. C'è chi vuole che la tortura in Italia non sia un reato».

lunedì 17 settembre 2012

Algoritmi e potere

Il modello è al Qaeda.

di Furio Colombo

Francisco José de Goya y Lucientes, Saturno divora i suoi figli

Francisco José de Goya y Lucientes, Saturno divora i suoi figli
 
 
Niente volto, niente luogo, niente Stato, un patrimonio fluido e portatile, continua guerra di propaganda, molta potenza che può colpire dovunque, ma che puoi raggiungere solo inventando un nemico vicario, ovvero qualcuno a caso. Al Qaeda non ha e non vuole avere una cittadinanza o un territorio, esige una bandiera grande e visibile, che possa scatenare masse grandissime, ma ha punti di comando ignoti e remoti per mantenere segreto e potere intatti. Il suo vertice è leggero e mobile, destinato a restare introvabile. Se lo trovi, non sei mai sicuro che sia quello vero, o se hai raggiunto un avamposto o un personaggio abbandonato.

Il potere della finanza, che riesce a governare, spostare, sottomettere il mondo, che ha devastato e trasformato le esistenze di tutti (e costruito ricchezze enormi per pochi, spesso del tutto ignoti) ha reso in pochi anni irriconoscibile il paesaggio sociale del mondo, e cancellato la precedente epoca industriale, è organizzato allo stesso modo.

Non ha una patria, non ha uno Stato con cui coincidere, non condivide ideali, storia o interessi, comanda dovunque e non lo puoi trovare. Esige da Stati, persone, governi potenti e gruppi in rovina, somme immense che vengono restituite in minima parte, detraendo di volta in volta una parte della ricchezza comune.

Si tratta dunque, come per al Qaeda, di un potere grande ed eccentrico, senza Stato e senza popolo, ma con la forza di decidere quali e quanti popoli devono di volta in volta obbedire. È chiaro – spero – che non sto parlando di questo o di quel governo e neppure di organismi internazionali. Parlo, con la stessa incertezza di chi non fa il finto esperto e la stessa paura di ogni cittadino, del cielo sopra i governi.

È un cielo gravido di nuvole impenetrabili sopra tutto ciò che sappiamo, un cielo in cui occasionali schiarite non sono mai una promessa. Non è più capitalismo, nel senso di Weber, Smith, Stuart Mills.

La prova: non è il mercato. Il mercato, infatti, è una delle due strutture nel mondo connesso della produzione e dello scambio, che è stato tolto di mezzo, annullando merito del lavoro e valore del prodotto, sostituito dai versamenti rapidi e obbligati continuamente in corso, detti rating o spread arbitrari in cui vaste ricchezze passano di mano in mano, verso l’alto, fino a far perdere le tracce.

L’altra è l’improvvisa e brutale aggressione al welfare, visto come una intollerabile sottrazione di risorse al versamento globale, che è la nuova regola imposta senza elezioni e senza Parlamenti, e che tutti i governi hanno dovuto accettare. Il trapasso quasi violento degli Stati Uniti da più grande Paese manifatturiero al più grande Paese di banca, Borsa e finanza, fa pensare, con mentalità del passato, che si tratti di una invasione americana sul benessere degli altri Paesi. Ma non è vero.

Certo, è americano lo storico momento di transizione, quando, durante la presidenza Reagan, è stata abolita ogni regolamentazione di funzioni e settori, di banca, finanza e controllo di imprese, permettendo libertà senza limiti e senza controlli nella formazione e nella gestione della ricchezza che è diventato modello per tutti gli altri Paesi.

Il grande simbolo è il dominio delle compagnie di assicurazione americane sulla salute dei cittadini statunitensi, che persino un presidente come Barack Obama forse non riuscirà ad abbattere o a diminuire. È la bandiera della civiltà finanziaria che ha iniziato l’invasione (prima di tutto negli Usa), spingendo ai margini la civiltà industriale. E non si può dire che sia americano il dominio o il profitto, misterioso e immenso, della nuova epoca, perché, come per al Qaeda, la cittadinanza dei vari operatori non coincide con gli interessi di uno Stato o della politica di un governo.
 
È cominciata una nuova internazionalità del capitalismo che non ha più come centro un Paese e neppure una cultura (come quando si parlava con fondamento di disegni e politiche di multinazionali e di imperialismo), ma è una struttura schermata e indipendente che provvede, con espedienti sempre diversi, a un continuo, esorbitante prelievo globale, senza riguardi e senza privilegi.

La nuova situazione, anzi, colpisce in pieno l’America proprio in quanto prima potenza del mondo. Dimostra che non è l’America a decidere, dimostra che il suo presidente “socialista” si muove nel passato. Colpisce gli Usa anche attraverso le connessioni internazionali di grandi banche, americane e non americane, impegnate, attraverso il continuo imbroglio del “libor” (regolamentazione spontanea e concordata dei costo del danaro negli scambi tra banche) a rastrellare vasti profitti in ogni Paese, tra cui l’America, a vantaggio della galassia finanziaria che grava, senza nazione e senza Stato, sul mondo, con agenzie operative dislocate nei diversi Paesi, fra banche, Borse e agenzie mutanti gruppi politici.

I governi, con sempre meno potere, subiscono imposizioni pesanti, pena multe gravissime ai rispettivi Paesi, senza badare alle spinte di rivolta che creano. Quelle rivolte riguardano territori e governi, non il cielo del grande passaggio di ricchezza in corso. Non sto dicendo che un nuovo fantasma si aggira per il mondo.

Dico che si è messa in moto la grande rivoluzione della ricchezza che esige sempre più ricchezza, prelevandola ovunque, non intende rendere conto, sa come dare ordini e sa come punire. Mantiene, soprattutto, una incertezza infinita.

Un fatto è evidente: il punto o i punti di ogni decisione sulla vita dei popoli e degli Stati sono stati del tutto sottratti al controllo della democrazia, benché la democrazia sia, in apparenza, intatta. È un fenomeno nuovo, vasto, sconosciuto.
 
Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2012

Nota: L'opera di Goya l'ho copiata da un mio vecchio post del dicembre 2003. Il titolo è un po' troppo gotico, ma non me ne sono pentita.

martedì 30 dicembre 2003

Saturno è il corrispondente di Crono, il dio che i Greci associavano al tempo, ma nella loro tarda mitologia. All'inizio Crono divorava i figli per evitare che uno di loro lo privasse del potere, come era stato profetizzato. E come avvenne.


Questo truce Saturno sembra la rappresentazione macabra dell'egoismo senza limiti imperante società Spagnola tra Settecento e Ottocento. Ma non è anche la rappresentazione di certe teorie economiche dei nostri tempi? E che dire dei pregiudizi, dei fanatismi, degli integralismi d'oggi che continuano a divorare i diritti fondamentali di un numero incalcolabile di esseri umani?
 
Luciano Gallino non aveva ancora scritto il suo "Finanzcapitalismo" e questo tipo di economia la chiamai "capitalismo finanziario", forse usato da altri, ma allora non studiavo i testi di economia come faccio ora.